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Eroica Fenice

Musica

Bad Vibes: intervista al rapper Ganoona

In occasione dell’uscita del suo ultimo brano Bad Vibes abbiamo intervistato Ganoona Nome d’arte Ganoona, come mai questa scelta e quale il nome all’anagrafe? All’anagrafe mi chiamo Gabriel, nome esotico perché sono italo-messicano. Il nome d’arte è preso in prestito da un romanzo, “Amore a Venezia. Morte a Varanasi”: il personaggio principale di questo libro fa dei viaggi fino ad arrivare a Varanasi, in India, dove impazzisce e inizia a vedere questa presenza, Ganoona, che gli fa delle rivelazioni sulla vita. L’ho preso in prestito per fare un po’ la stessa cosa nella mia di vita: con la mia musica cerco di dire e di dirmi quello che non sempre ho il coraggio di dire nella vita reale. Cosa cerchi di far emergere nella tua musica? Riassumerlo per tutta la mia musica è un po’ complicato: in generale la mia scrittura è volta a conoscere me stesso. Poi nel momento in cui una canzone esce diventa di tutti, ognuno dà la sua interpretazione e ci si rispecchia in maniere diverse, che io non posso neanche immaginare. Se dovessi scegliere una costante nelle mie canzoni a livello di messaggio forse è quella di non voltare mai le spalle alle nostre sensazioni, di scappare quindi da quello che è il quieto vivere e cercare il conflitto interiore che porta sempre a qualcosa di buono. Passando alla carriera, dal Messico all’Italia, qual è stata la tua carriera fino ad oggi? Sono arrivato a fare musica “seriamente” abbastanza tardi, artisticamente parto facendo l’attore: ho studiato teatro, ho lavorato come attore e ai tempi ho anche fondato una compagnia teatrale itinerante. Nel frattempo facevo rap poiché la mia prima passione musicale è stato il rap, ma lo facevo segretamente, quasi non credendoci tanto, poi il teatro stesso mi ha aiutato a guardarmi allo specchio e dire “no, è questo quello che vuoi fare veramente, è quello che sei veramente”. Ci è voluto un po’ per ammetterlo e quando l’ho fatto ho avuto la fortuna di iniziare subito a girare la scena rap underground. Mi sono messo in gioco, mi sono messo a studiare musica, mi sono diplomato in canto e pianoforte moderno e grazie a questi studi si sono molto allargate le mie prospettive musicali. Hai detto che il teatro in un certo senso ti ha anche aiutato a capire che la tua strada sarebbe stata la musica, in che senso? Il teatro ti mette davanti a te stesso: spesso si fa l’errore di pensare che il teatro ci insegni a mettere su delle maschere, in realtà ci insegna a toglierle. Se non siamo veri e non siamo noi stessi su un palco veniamo percepiti come finti, non siamo credibili anche se stiamo recitando un personaggio diverso da noi. Però è sempre da noi, dal nostro essere umani che dobbiamo attingere, dentro di noi c’è di tutto: ci sono gli istinti d’amore, gli istinti violenti, gli istinti meschini, quelli nobili. Dentro di noi abbiamo un po’ tutti tutta l’umanità, quindi in realtà è un conoscersi […]

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Musica

Farewell To All We Know: ultimo album di Matt Elliott

Il 27 marzo è uscito, per la Ici D’Ailleurs, Farewell To All We Know, ultimo album del cantante folk Matt Elliott, alias Third Eye Foundation, che ha lavorato assieme a David Chalmin (arrangiamenti), Gaspar Claus (violoncello) e Jeff Hallam (basso). Si tratta di un album lento, malinconico, ma con la speranza sempre presente sullo sfondo. Questo si riflette nelle suggestive melodie, che ispirano questi sentimenti, e nello stile di Elliott, che sembra quasi che reciti una lenta poesia più che cantare. Farewell To All We Know si apre con What Once Was Hope, brano strumentale con ruolo predominante della chitarra, in un clima lento e velatamente malinconico. Segue Farewell to All we Know, omonima dell’album, in cui la malinconia passata sembra dissiparsi nella speranza di un futuro diverso. Si tratta di una lenta e lunga ballata che è allo stesso tempo un mesto addio a ciò che si conosce ed un invito a continuare a danzare, in cui il ritmo rallenta man mano tra arpeggi di pianoforte e chitarra per poi chiudere il brano in un crescendo che si smorza nel finale. Farewell To All We Know: profonde e lente ballate In The Day After That invece una voce calda e lenta avvolge l’ascoltatore in una melodia a base di chitarra, pianoforte ed archi, con le sue intenzioni per il futuro di prendere la vita così come viene, con gentilezza e senza cinismo. Nella successiva Guidance is Internal si torna ad una strumentale, più veloce e sognante della precedente What Once Was Hope, ma sempre velatamente malinconica e per certi versi anche più cupa. Con Bye Now si torna a brani cantati, andando stavolta decisamente su una musicalità lenta, sognante e quasi fiabesca, teatro di un triste addio ad una persona cara. Con la sua atmosfera malinconica dall’inizio tra archi, pianoforte e voce profonda segue Hating The Player, Hating The Game. È un brano sul senso della vita vista come un “gioco” che si è obbligati a fare seguendo certe regole e che finisce inevitabilmente con la morte: una riflessione su occasioni non colte, rimorsi per errori passati e sull’inevitabilità della morte. Can’t Find Undo è invece un brano molto particolare, con un’atmosfera cupa data dalle voci in sottofondo e dall’incalzare della musica della chitarra e degli archi, con il testo che si incentra sui cambiamenti, passati e presenti, e sulla loro irreversibilità. Aboulia descrive appunto una condizione di abulia: una resa al mondo, percezione della “fatica di vivere” e mancanza di volontà di cambiare, il tutto evidenziato dalla melodia particolarmente lenta e avvolgente. Nella seguente Crisis Apparition la sonorità si fa quasi mistica, con il protagonista che ha come una visione della sua casa in fiamme, simbolo della fine di un grande amore e del dolore e della rabbia che ne conseguono. A chiusura dell’album Farewell To All We Know troviamo The Worst is Over, brano che chiude con un messaggio di speranza, ripetendo che forse il peggio è finalmente finito, su di una melodia rilassata e priva di […]

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Musica

Franco e la Repubblica dei Mostri: intervista alla band

In occasione dell’uscita dell’album Sciarra Chitarra Musica Battaglia abbiamo intervistato Marina e Adriano della band Franco e la Repubblica dei Mostri (Adriano Aricò, Marina Mussapi, Paolo Perego, Francesco Provenzano). Come nasce il gruppo Franco e la Repubblica dei Mostri? Quali i background dei musicisti? Il gruppo è nato nel 2014, alcuni di noi avevano all’attivo esperienze condivise in precedenti formazioni o collaborazioni, anche se abbiamo tutti background musicali piuttosto eterogenei. Il nome del gruppo, Franco e la Repubblica dei Mostri, da dove nasce? Il primo album era nato come concept album in cui volevamo raccontare l’Italia attraverso la vita quotidiana e un rapporto di amore e di odio rispetto al nostro paese, per cui la “repubblica dei mostri” è evidentemente per noi evocativa della nostra repubblica sempre con questa componente un po’ buia. Franco ci piaceva come nome perché è un nome molto semplice, un nome tipico italiano e ha anche un bel significato perché vuol dire sincero. L’avevamo quasi personificato il gruppo in un certo senso, negli anni è diventata quasi una quinta entità per cui ci siamo noi quattro che suoniamo e c’è Franco che è il nostro progetto. Come mai la scelta della filastrocca Sciarra Chitarra Musica Battaglia per dare il titolo all’album? «Sciarra Chitarra Musica Battaglia» è l’inizio di una filastrocca palermitana che i bambini usano quando vogliono segnare la fine di un’amicizia. Le origini diciamo siciliane vengono dalle radici di Adriano e anche di Francesco, sono entrambi di Palermo. Al di là di questo riferimento più geografico, Sciarra Chitarra Musica Battaglia l’abbiamo scelto perché dava un po’ il filo rosso narrativo a tutti quelli che erano i brani raccolti in questo album in un modo o nell’altro raccontano di rotture, della fine di relazioni, che possono essere relazioni sia diciamo più legate alla sfera intima, sentimentale, ma anche relazioni con il mondo che ci circonda fuori di noi. Qual è il filo conduttore di quest’album, e quali sono le ispirazioni del suo sound? Il filo conduttore è un po’ quello che ti raccontavo prima, rispetto a quello di rottura e di cambiamento. Dal punto di vista delle sonorità abbiamo lavorato molto sul trovare un sound che fosse sempre più nostro e fosse in qualche modo sempre più “asciutto”: quando siamo partiti eravamo con una persona in più e avevamo anche molti più strumenti all’interno degli arrangiamenti musicali. Abbiamo lavorato per andare sempre più in profondità e in qualche modo eliminare tutto quello che era di troppo. In Sciarra Chitarra Musica Battaglia ci sono anche riferimenti a politica e attualità, come in Livido Blu: «Boia chi molla, brucia la bandiera, c’è un Italia che stira una camicia nera». Qual è il vostro pensiero sulla situazione e come mai la scelta di inserire anche questi temi? Sono scelte che ogni artista o autore decide di fare o non fare, non direi che i nostri pezzi sono particolarmente politicizzati, anzi sicuramente non lo sono. Però ci sono delle cose che succedono e hanno anche una grossa influenza in […]

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Libri

L’Occhio di Mobius: romanzo fantasy di Marco Garinei

L’occhio di Mobius è un romanzo breve di Marco Garinei, di genere fantasy, pubblicato il 19 novembre 2019 da Il Terebinto Edizioni. Segue il racconto lungo L’evocazione, di cui riprende l’ambientazione e amplia la trama. È il secondo scritto ad essere pubblicato di Garinei, scrittore dai numerosi interessi, tra i quali un blog sulla scrittura creativa. Il libro si apre immergendo il lettore direttamente nel mezzo dell’azione. Siamo nel regno di Regalia, in un mondo fantasy dove magia e creature magiche sono all’ordine del giorno e vi sono due organizzazioni in lotta: il Credo e la Confederazione Arcana. Lazard e Luvie appartengono a quest’ultima e si trovano in un angolo remoto del regno per indagare su un’evocazione illegale di una pericolosa creatura, sfuggita al controllo dei suoi evocatori. Quello che accade porterà Luvie e l’Anziano Kander ad indagare su una setta di maghi eretici, mentre Lazard è alla ricerca di un potente artefatto magico: l’Occhio di Mobius. Finiranno per essere coinvolti in una guerra tra maghi in cui la posta in gioco è la salvezza del regno e le loro convinzioni sul mondo saranno rivoluzionate. L’Occhio di Mobius di Marco Garinei: sequel di L’Evocazione L’Occhio di Mobius è un romanzo breve, appena 146 pagine, ma non per questo meno appassionante. È diviso in due parti per un totale di nove capitoli, nei quali si alternano i punti di vista dei due protagonisti coinvolgendo il lettore nella trama grazie alle diverse avventure nelle quali si trovano coinvolti. Il romanzo si basa infatti principalmente sull’azione, con descrizioni brevi ma che riescono a caratterizzare il mondo del regno di Regalia, i personaggi, la loro personalità e le loro convinzioni. La trama è abbastanza lineare, con pochi intrecci e improvvise rivelazioni, che però imprimono una svolta alla trama e alle vite dei protagonisti. Non manca un tema principale nell’opera, che è il potere, o meglio il suo abuso: esiste un limite a ciò che si può fare in nome del “bene”? E in base a cosa si decide se una causa è giusta o meno? Viene prima l’obbedire a degli ordini in nome di una causa più grande o il rispondere alla propria coscienza? Queste sono le domande cui i protagonisti si troveranno a dover rispondere, ed anche i lettori saranno invitati a rifletterci sopra. L’Occhio di Mobius si legge tutto d’un fiato, complice la dimensione ridotta, e lascia col fiato sospeso, in attesa di un seguito. Francesco Di Nucci Fonte immagine: Il Terebinto Edizioni

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Musica

Everything is in perspective: intervista ai Myownmine

Ieri è uscito per la La Lumaca Dischi/Audioglobe “Everything is in perspective”, album d’esordio dei Myownmine (Francesco Parise, voce e sequenze, Yandro Estrada, batteria elettronica e piatti, Giuseppe Mazzuca, basso e Silvio Perri al basso in alcuni brani). Otto i brani: We Come From The Same Water, Shut The Door, Inside The Volcano, I Can Feel It In The Air, By My Side, My Heart In Your Stomach (What Else You Got), My Possession, Fell In. L’uscita dell’album sarà accompagnata da un trittico di videoclip, a partire da quello di Shut The Door. In occasione dell’uscita dell’album li abbiamo intervistati tramite Yandro. Da dove nasce l’esperienza dei Myownmine? Myownmine nasce dall’esperienza di Francesco Parise, più o meno attorno al 2012. Dopo un paio di anni abbiamo deciso di collaborare insieme, poi abbiamo iniziato ad inserire all’interno di questo progetto anche un basso (NdR: prima Silvio Perri, poi Giuseppe Mazzuca). Il nome del gruppo, Myownmine, da dove viene? Da un gioco di parole, sarebbe “il mio proprio me stesso”. Ci piaceva ed è un gioco di parole che è interessante, molto interpretativo, un po’ per dire “quello che sono io di me stesso”. A proposito di nomi, da dove nasce il titolo dell’album, “Everything is in perspective”? Nel disco vengono affrontate diverse tematiche a livello testuale, vengono affrontate non dal punto di vista “giovanile”. Ci sono molte canzoni che parlano anche d’amore, però non è una tematica trattata in maniera “classica”. Siamo tutti sui trent’anni, quindi c’è una visione introspettiva di quello di cui si parla, una visione non convenzionale di queste tematiche: ci piaceva l’idea che tutto quanto sia in prospettiva, anche la visione della musica. Sempre a proposito delle tematiche dell’album, come mai l’amore, come tema principale dell’album? Dipende, sono tutte esperienze personali. Non è un modo di affrontare l’amore come fanno magari i cantautori adesso, ci sono anche dei lati positivi, anche nelle mancanze. Bisogna parlare anche di un altro tipo di amore, anche del coraggio, anche dell’amore ossessionato. Visto in una prospettiva diversa è un sentimento che può accomunare delle persone. Il tema dell’album sarebbero quindi le diverse sfaccettature dell’amore? Non si parla soltanto di amore: si parla anche di viaggio, di presa di coscienza personale. Dentro l’amore ci sono tante cose, anche un’emancipazione personale, c’è un confronto con se stessi a seconda di quello che si vive: di voler lasciare qualcosa alle spalle o voler essere per forza ossessionati da qualcosa. Come mai la scelta di farlo proprio in inglese? In Italia si può proporre qualcosa di internazionale. Dobbiamo smettere di ragionare in maniera provinciale. Siamo l’unico Paese in Europa che non fa più progetti, anche indipendenti, che provano a guardare oltre i confini nazionali: fuori dall’Italia i cantautori, i gruppi che sono famosi qua, non li conosce nessuno. Pensiamo che con le nostre sonorità, che sono comunque pop, si possa pensare anche ad un discorso esterofilo. Everything is in perspective – Intervista ai Myownmine Quali sono le ispirazioni musicali dell’album? Chi ascolta il disco avrà […]

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Libri

Quando tutto diventò blu: graphic novel di Alessandro Baronciani

In occasione del Blue Monday di quest’anno, il 20 gennaio, la Bao Publishing ha presentato in anteprima la ristampa di Quando tutto diventò blu, romanzo grafico del 2008. In vendita dal 23 gennaio, Quando tutto diventò blu è opera di Alessandro Baronciani, fumettista pesarese ma milanese d’adozione, autore tra l’altro di Le ragazze nello studio di Munari, La distanza (in collaborazione con Colapesce) e Negativa. La presentazione del fumetto avviene assieme allo spettacolo con musica e disegni Quando tutto diventò blu. Concerto a fumetti, creato da Alessandro Baronciani e Corrado Nuccini. Protagonista del romanzo grafico è Chiara, che si trova a dover affrontare degli attacchi di panico che quasi la “paralizzano”, rendendo qualsiasi attività quotidiana un’impresa. Nel tentativo di non affrontare il problema, ammettendo di “aver paura di avere paura”, tenta di rimuovere la realtà. Nel romanzo grafico di Alessandro Baronciani vediamo la sua storia svolgersi: le crescenti difficoltà legate agli attacchi di panico e all’ansia, la negazione del problema, il tentativo di ricondurlo ad altre problematiche di salute, gli psicofarmaci, l’allontanamento crescente dalla realtà, infine la forza di affrontare gli attacchi di panico ed uno spiraglio di riscatto. Quando tutto diventò blu: tra panico ed ardimento   Un’anteprima a cura della Bao Publishing La prima cosa che si nota di Quando tutto diventò blu è il colore: è interamente in bicromia bianca e blu (in particolare è in Classic Blue, Pantone dell’anno 2020). Il blu è un colore associato a depressione, tristezza e senso di vuoto: di qui la scelta di usarlo per il romanzo grafico, anche nello stesso titolo, ad indicare il periodo di vuoto e difficoltà che la protagonista Chiara si trova a dover affrontare. Scelta singolare che assieme al punto di vista di alcune tavole riesce ad immergere il lettore nel mondo di Chiara e a fargli comprendere cosa succede in un attacco di panico. La storia è frutto della fantasia dell’autore, ma potenzialmente vera: chiunque potrebbe trovarsi nella stessa situazione di Chiara. Quella della protagonista è una vita ordinaria, tra università, lavoro, amore ed amici, che viene scombussolata da panico ed ansia. Una trama ordinaria, di vita quotidiana, che è un’altra particolarità del volume assieme alla tematica: generalmente le problematiche legate alla salute mentale non vengono evidenziate. Forse anche per via di uno stigma negativo è difficile che siano al centro di un’opera, invece in Quando tutto diventò blu ne vediamo tutto il percorso, dai sintomi agli effetti sulla vita di Chiara, fino ad arrivare ad affrontare il problema. Una trattazione non molto approfondita, ma che porta alla ribalta e sensibilizza su un tema importante e sottovalutato, una lettura breve ma coinvolgente, assolutamente consigliata. Fonte immagine: cartella stampa della Bao Publishing Francesco Di Nucci

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Musica

Varanasi – EP post-punk dei Varanasi: Intervista

Il 15 novembre 2019 è uscito l’EP Varanasi della band omonima, composta dagli ex Japan Suicide: Stefano Bellerba (voce, chitarra), Matteo Bussotti (batteria), Matteo Luciani (basso), Leonardo Mori (tastiere, synth), Saverio Paiella (chitarre). È stato registrato presso la Distilleria – produzioni musicali, con la produzione di Maurizio Baggio. Quattro i brani inclusi: La Grande Onda, Mishima, Rosemary’s Baby, 1978. Di questi Rosemary’s Baby è un inedito, gli altri sono brani già editi e nuovamente registrati. Nell’album si alternano sonorità diverse, cupe e lente in La Grande Onda, esclusivamente strumentale, ritmate e quasi sognanti in Mishima e Rosemary’s Baby per finire con quelle cupe e synth di 1978. Contributi con sfumature diverse, seppur legati al post-punk che contraddistingue la band e che rendono interessante l’ascolto dell’EP. In occasione dell’uscita del disco abbiamo intervistato i Varanasi. Come è avvenuto il passaggio da Japan Suicide a Varanasi? Come Japan Suicide abbiamo pubblicato quattro album in dieci anni di attività; soprattutto dal 2015 con “We die in such a place” abbiamo cominciato a suonare con continuità all’estero e ad avere soddisfazioni in termini di riconoscimento. Allo stesso tempo ci siamo mossi in un genere piuttosto definito, cercando la nostra “voce”, e pensiamo di aver in un certo senso dato un contributo compiuto con quella che consideriamo una sorta di trilogia: We die in such a place, Santa Sangre (con alcune contaminazioni psichedeliche) e Ki. Il cambiamento riflette sia una curiosità musicale verso altre direzioni che pensiamo avrebbero stonato nei Japan Suicide, oltre al passaggio all’italiano, e sia un’esigenza più pratica per quanto riguarda la vita e la gestione di una band. Video dal canale YouTube ufficiale dei Varanasi Perché la scelta di fare un album con un inedito (Rosemary’s Baby) e tre pezzi già editi e nuovamente registrati (La Grande Onda, Mishima, 1978) e non con soli inediti? L’ep è stato pubblicato come prova di transizione. Oltre a Rosemary’s Baby avevamo altri brani sui quali non eravamo del tutto convinti e che poi abbiamo anche scartato per il nuovo disco sul quale stiamo lavorando. Mentre per esempio 1978 è un brano che ci è molto caro, e insieme con gli altri due che abbiamo tratto dal recente Ki, forma un buon compendio della nostra musica. Come mai questi titoli per i brani (un libro horror, una xilografia giapponese, un discusso personaggio nipponico e un anno importante nella storia italiana recente)? Quali i temi dei brani? Rosemary’s Baby è una storia che affronta la paura della perdita e del cambiamento, sul piano personale e in parte sociale. Il titolo è stata una coincidenza fortuita nata dal cantato improvvisato, ma rispecchia il lato negativo del testo e l’ambiguità del desiderio di voltare pagina e l’ossessione che ti trattiene dal farlo. Il cambiamento e la novità sono tanto inevitabili quanto spesso spaventosi. A Mishima è dedicato il nostro ultimo lavoro come Japan Suicide, la sua figura è parecchio complessa e racchiude in sé il conflitto tra la modernità e la tradizione, tanto nell’arte quanto nella sua vita, […]

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Fun e Tech

Videogiochi: cinque remake open source

Videogiochi: cinque remake open source Un software è definito open source se è possibile avere accesso al codice sorgente (algoritmo scritto in un linguaggio di programmazione umanamente intellegibile, trasformabile in istruzioni eseguibili dalla macchina). In generale il software open source è anche software libero, cioè agli utenti sono garantite le libertà di utilizzo, studio, redistribuzione e modifica del software. Anche alcuni videogiochi sono open source, tra questi troviamo anche dei “remake”, cioè cloni di giochi del passato, riscritti ed espansi per funzionare anche su piattaforme più moderne e/o per aggiungere ulteriori funzionalità. Esistono numerosi remake open source di videogiochi commerciali, ne vediamo cinque esempi. Videogiochi: cinque remake open source 0 A.D. 0. A.D. è un videogioco di strategia in tempo reale, l’obiettivo è gestire una civiltà economicamente e militarmente. È ambientato tra 500 A.C. e 1 A.C., ed è stato pianificato di espanderlo fino al 500 D.C. Lo sviluppo del gioco è iniziato nel 2001 ed inizialmente 0 A.D. era una mod di Age of Empires II: The Age of Kings. Successivamente è diventato un gioco indipendente (ma rimane ispirato alla serie Age of Empires) e dal 2009 è open source (il codice è soprattutto sotto GPL, il resto sotto CC BY-SA). Lo sviluppo è tuttora in corso, in fase alpha, e non è stata dichiarata una data per il rilascio della versione definitiva. Trailer dal sito di 0 A.D. (versione Alpha 23 Ken Wood) The Dark Mod The Dark Mod è un videogioco stealth (cioè l’obiettivo è compiere delle missioni senza essere scoperti) ambientato in un universo steampunk: è ispirato alla serie di videogiochi Thief, dove si interpreta un ladro in un universo steampunk tra il tardo medioevo e l’età vittoriana. È nato come mod di Doom 3, poi è stato trasformato in gioco a se stante, con il codice sotto licenza GPL ed il resto del materiale sotto CC BY-NC-SA. Trailer dal sito di The Dark Mod Open Dungeons Open Dungeons è un videogioco di strategia in tempo reale con ambientazione fantasy. Ambientazione un po’ atipica, perché il giocatore è “il cattivo” degli altri giochi fantasy, il malefico signore di un labirinto pieno di mostri impegnato nel cercare di dominare il mondo. È ispirato giochi basati sullo stesso concetto come Evil Genius e la serie Dungeon Keeper. Il codice è sotto licenza GPL, grafica, musica ecc. sono sotto svariate licenze. Tutorial dal sito di OpenDungeons Pioneer Pioneer è un videogioco open-world ambientato nel 33° secolo. Non vi è una trama definita, ma il giocatore è libero di esplorare la galassia e impegnarsi in attività più o meno lecite a bordo della sua astronave. Pioneer è ispirato al videogioco Frontier: Elite II ed è rilasciato sotto licenza GPL per il codice e CC BY-SA 3.0 per gli asset. https://pioneerspacesim.net//trailer.mp4 Trailer dal sito di Pioneer Warzone 2100 Warzone 2100 è un un videogioco di strategia in tempo reale, ambientato in un futuro post-apocalittico dove combattere per il controllo del pianeta. Nato come videogioco commerciale, è stato poi reso open source […]

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Musica

Epic Fail: intervista all’artista Frabolo

In occasione dell’uscita il 13 settembre dell’album Epic Fail per la IndiePendente – Gruppo Prima o Poi Music, abbiamo intervistato l’artista Francesco Bolognesi, in arte Frabolo. Al disco hanno lavorato anche Dr. Noise, Jimmy Burrow e Dj Myke. Dieci i brani dell’album. Intervista a Frabolo Cosa significa la musica per Frabolo? Esprimersi cercando di mantenere una sincerità, un’onesta di fondo che per me è fondamentale. Io mi sono avvicinato al rap perché secondo me può comunicare tanto. Comunicare, farsi ascoltare e ascoltare, anche, credo sia importante, specialmente in un contesto storico come questo, che è un mondo che ci vuole tutti connessi ma fondamentalmente ci lascia soli. Per Epic Fail hai scelto temi che potrebbero essere definiti pesanti, come mai? Pensi che l’album sia effettivamente pesante come dicono i commenti negli skit? Avevo iniziato a scrivere le prime canzoni senza pensare minimamente che poi sarei riuscito a fare effettivamente un album: scrivendo e continuando a scrivere mi sono reso conto che i brani iniziavano ad amalgamarsi tra di loro. Il tema ricorrente in ogni brano era fondamentalmente il mio stato d’animo in quel momento, che poi si poteva riflettere in una considerazione politica o musicale. A proposito di visione nel mondo, nell’album da una parte c’è una critica alla situazione attuale del paese, dall’altra l’orgoglio di non lasciarlo e la necessità di una rivoluzione. Come vedi il futuro di questo paese? Mi auguro di sbagliarmi ma lo vedo molto buio perché ho l’impressione che si possa peggiorare ancora, e tanto, e questa cosa mi fa paura. Siamo un popolo ingovernabile, nonostante sia legato al mio paese. Sono fiero di essere italiano però non so, è un concetto difficile da spiegare, ma se c’è del disagio a parlarne è proprio perché ci vorrebbe una situazione diversa. Faccio fatica anche a vedere una startup dalla quale poter partire perlomeno per adesso. Epic Fail: il rap di Frabolo   Per il momento non vedi possibilità di miglioramento? Se non quello non di una rivoluzione – perché in realtà “Complimenti alla trasmissione” parla proprio del fatto che oggi si è anche perso il concetto di rivoluzione, parliamo tutti di rivoluzione, però poi ci incantiamo ad ascoltare i bei discorsi del mondo -; credo si possa partire sicuramente dall’ascoltarsi, dal comunicare. Secondo me in questo momento manca la comunicazione: è paradossale perché siamo in un momento dove siamo tutti connessi ma non si sa bene a cosa, a niente. Tornando alle tematiche di Epic Fail, c’è anche una critica alla musica commerciale. Qual è il tuo rapporto con la scena musicale italiana? Non è una critica alla musica commerciale assolutamente, in realtà è una considerazione che faccio: in Italia la roba che ha successo diventa automaticamente migliore. E oggi, tornando al discorso di prima, visto che dovremmo essere tutti connessi, ognuno può andarsi a cercare quello che gli piace ma credo che la maggior parte delle persone si accontenti di quello che offre la mensa, non c’è ricerca. Non è una critica alla musica, è […]

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Libri

Quantum Age: centoventicinque anni dopo Black Hammer

Il 18 luglio la Bao Publishing ha pubblicato Quantum Age, miniserie ambientata nell’universo di Black Hammer, oltre un secolo dopo le vicende della serie principale. Questa volta a Jeff Lemire, Dean Ormston e Dave Stewart si aggiunge come ulteriore disegnatore Wilfredo Torres, che ha lavorato già su The Shadow: Year One, Batman ’66, Legion e Jupiter’s Circle. La serie è stata pubblicata in sei albi separati dalla Dark Horse, raccolti in un unico volume per l’Italia dalla Bao Publishing. È il secondo spin-off autoconclusivo della serie (l’altro è Sherlock Frankenstein e la Legione del male) e si colloca dopo Black Hammer – Volume 3. La storia inizia cento anni dopo la scomparsa dei supereroi visti in Black Hammer: Abraham Slam, Barbalien, Black Hammer, Colonnello Weird (con Talkie-Walkie), Golden Gail e Madame Butterfly. Il mondo è cambiato, tra progresso tecnologico ed interazione con altri pianeti, ma per certi aspetti non è cambiato molto. I supercattivi sono sempre all’opera per minacciare l’universo ed un gruppo di supereroi si allea per proteggere l’universo. Fondano la Quantum League, ispirata ai supereroi del passato scomparsi nel nulla: li vediamo lottare per l’universo e rimanere segnati profondamente dalla battaglia. Si passa poi a venticinque anni dopo, quando l’universo è nuovamente in pericolo a causa dello spietato dittatore della Terra: nel tentativo di sconfiggerlo alcuni supereroi si troveranno a confrontarsi con gli accadimenti di centoventicinque anni prima, tuttora non chiariti e narrati nei tre volumi di Black Hammer. Quantum Age: spin-off di Black Hammer   Un’anteprima di Quantum Age a cura della Bao Publishing In contrasto con i volumi di Black Hammer in cui buona parte dell’azione è legata alla prigione in cui sono rinchiusi gli eroi e l’atmosfera è quella dei giorni nostri all’incirca, in Quantum Age l’ambientazione è l’intero universo e le atmosfere sono futuristiche, data l’ambientazione. Vediamo quindi gli eroi della Quantum League confrontarsi con altri pianeti e razze, anche se le problematiche in fondo sono le stesse di un secolo, tra supercattivi e nemici venuti dallo spazio. L’azione si svolge su due piani temporali diversi (oltre ad alcuni “salti temporali”), cento e centoventicinque anni dopo la scomparsa dei supereroi di Black Hammer. La loro alternanza dà un ritmo rapido alla narrazione e permette continui colpi di scena, legati anche alle scoperte sugli eroi del passato, il cui destino è rimasto ancora un mistero all’epoca della Quantum League. Per questi motivi la trama di Quantum Age è avvincente, ma pur essendo uno spin-off è molto legato ai volumi principali, per riuscire a seguirla appieno è quindi consigliabile averli letti. Francesco Di Nucci Fonte immagine: Ufficio Stampa Bao Publishing

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Musica

Ronin – Bruto Minore: intervista a Bruno Dorella

Il 16 settembre è uscito l’album Bruto Minore dei Ronin (BlackCandy Produzioni), otto brani originali ed una cover degli Hun-Huur-Tu, tutti strumentali.  La nuova formazione è composta da Nicola Manzan, Roberto Villa, Alessandro Vagnoni e Bruno Dorella (fondatore della band), che abbiamo intervistato. Registrato allo studio analogico L’Amor Mio Non Muore di Roberto Villa col contributo di Giulio Favero, Bruto Minore è ispirato ai componimenti poetici di Giacomo Leopardi ed al tema della sconfitta. Intervista Bruno Dorella, fondatore dei Ronin L’ultimo album dei Ronin, Bruto Minore, è solo strumentale, registrato in analogico. Scelte singolari, da dove derivano? Il gruppo nasce come strumentale, inizialmente era una musica per colonne sonore immaginarie, poi sono arrivate anche le colonne sonore vere e quindi abbiamo distinto maggiormente il lavoro per il cinema da quello per le registrazioni degli album. Però l’idea di rimanere molto cinematografici e molto strumentali è rimasta nel tempo. Per quanto riguarda la registrazione analogica il nostro nuovo bassista, Roberto Villa, ha uno studio a Forlì chiamato L’amor mio non muore, caratterizzato dal fatto di lavorare esclusivamente in analogico su nastro. Avevamo otto piste a disposizione quindi è stata un’esperienza un po’ diversa rispetto a quella che fa la maggior parte dei gruppi al giorno d’oggi: suonare tutti insieme e cercare una performance convincente come si faceva una volta. Da un lato è un po’ anacronistico, dall’altro dà anche una grande soddisfazione. Una volta finita la take di registrazione il pezzo è pronto, ci si mette un po’ di più a trovare la performance giusta ma una volta che l’hai trovata praticamente il pezzo è finito, dopo c’è poco o niente da fare e la pasta sonora è decisamente più calda, più avvolgente, esattamente com’erano i dischi di una volta. Un’altra scelta singolare è la cover degli Hun-Huur-Tu, da dove è venuta questa idea? Dobbiamo risalire agli anni ’90, un giorno vedo su Rumore la recensione di un disco che si chiama “Voices From The Distant Steppe” del gruppo SHU-DE che viene descritto come il grind della steppa. L’utilizzo della voce che fanno questi gruppi tuvani, mongoli e del nord della Cina veniva descritto dalla rivista come un approccio metal, grind alla musica etnica di quelle parti. Si chiama throat singing, pemette di far uscire diverse note risonanti da un’unica emissione vocale, si va da questo suono gutturale di partenza anche a delle risonanze altissime, escono due, tre, quattro note da una sola emissione vocale. Il pezzo in particolare mi è subito piaciuto: fin da quando l’ho sentito, diversi anni fa, ho pensato di farne una cover con i Ronin e questo mi è sembrato l’album giusto dove inserirla. Passiamo ai temi dell’album, come mai la sconfitta, il fato e il suicidio come via d’uscita? Ci può essere una vittoria sul Fato, un’alternativa? No, non credo. L’indifferenza se non addirittura l’ostilità dalla parte della natura e del divino nei confronti dell’uomo viene vista da Leopardi e dall’eroe come un affronto o comunque come una cosa difficilmente accettabile. Mentre invece il Fato […]

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Fun e Tech

Pulmino hippie: il Volkswagen Type 2 e la controcultura

Ricoperto di disegni inneggianti al peace n’love e con a bordo gruppi di alternativi: quando si pensa ad un pulmino hippie viene in mente questo. Bus e pulmini hanno avuto un ruolo importante nella controcultura hippie, e ne sono stati anche uno degli aspetti più appariscenti: difficile non notare un Greyhound a colori sgargianti trasformato quasi in comune semovente. Diversi modelli di veicoli sono stati utilizzati dalla controcultura hippy, ma solo uno è nell’immaginario il “pulmino hippie” per eccellenza. È il Volkswagen Modello 2, generazioni T1 e T2, meglio noto come Transporter o Kombi. Il pulmino hippie: il Volkswagen Type 2 Inizialmente pensato come veicolo da lavoro basato sull’altrettanto famoso Maggiolino (Type 1 per la Volkswagen), il Type 2 negli Stati Uniti diventa il “pulmino hippie” per diversi motivi. Innanzitutto era relativamente economico da acquistare e manutenere, sia per la semplicità costruttiva che per la diffusione dei veicoli Volkswagen. A questo si aggiungevano una notevole robustezza del mezzo ed una scarsa necessità di manutenzione/riparazioni (che nel caso non erano nemmeno eccessivamente complicate). Era spazioso, per cui era possibile viverci all’interno, trasformandolo in una sorta di camper, e allo stesso tempo facile da guidare e poco assetato di carburante. Perfino l’aspetto lo rendeva controculturale. In quegli anni negli Stati Uniti erano di moda berline eleganti e muscle car dalle elevate prestazioni, di cui il Kombi era l’esatto opposto: un veicolo da lavoro spartano, lento (ma inarrestabile) e dalle linee amichevoli. Era insomma un simbolo di ribellione anche nella scelta di un veicolo. Unico aspetto meno brillante del “pulmino hippie” era il motore, che anche per avere bassi consumi, era poco potente, solo 25 hp. Nel Kombi era sfruttato al massimo delle sue potenzialità, permettendo un carico di nove passeggeri o 750 kg, ma velocità ed accelerazione ne risentivano. Questa però era una caratteristica apprezzata dai passeggeri del “pulmino hippie”, con la filosofia nell’andare piano e apprezzare il viaggio. Il Volkswagen Type 2 è insomma nato come mezzo da lavoro ma diventato noto come “pulmino hippie”. Ha dato un contributo notevole al movimento ed alla sua filosofia che includeva viaggi e festival, come mezzo di trasporto economico, anticonformista e facile da personalizzare per propagandare le proprie idee. La sua carriera non si è però fermata con la fine del movimento hippie alla fine degli anni Sessanta. La prima generazione del Type 2 è andata fuori produzione in Europa e USA nel 1967, che per una curiosa coincidenza è lo stesso anno in cui il movimento hippie organizzò il proprio funerale simbolico. La generazione successiva del pulmino hippie per antonomasia è rimasta invece in produzione, in particolare il modello T2c, in Brasile fino al 2013, ben 63 anni dopo il lancio del primo modello di Kombi. Francesco Di Nucci Immagine: foto (con modifiche e ridimensionata) di Marshall Astor, licenza CC BY-SA 2.0

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Culturalmente

Regioni minerarie tedesche: ieri e oggi

L’industria mineraria ha giocato un ruolo fondamentale nella storia delle regioni minerarie tedesche sin dalla sua nascita.  Partendo dal Medioevo fino ad arrivare all’epoca moderna e contemporanea,  è stata alla base dello sviluppo industriale ed economico della Germania, basato sulle risorse provenienti dalle regioni minerarie tedesche, per l’appunto. Ha avuto influenza su politica e società del paese, oggi invece sta gradualmente perdendo importanza (ad esempio per il passaggio alle energie rinnovabili) pur rimanendo ancora un settore strategico dell’economia tedesca. Regioni minerarie tedesche ieri L’industria mineraria ha interessato una parte non piccola del territorio della Germania, basti vedere la distribuzione delle regioni minerarie tedesche. Miniere di ferro erano presenti in Sassonia e Renania Settentrionale-Vestfalia (che include la zona della Ruhr); miniere di argento in Baden-Württemberg e Sassonia-Anhalt, miniere di metalli vari come rame, zinco e piombo in Baden-Württemberg e Bassa Sassonia; miniere di carbone e lignite in Brandenburgo, Lusazia, Renania, Renania Settentrionale-Vestfalia, Saarland; miniere di potassa in Assia, Bassa Sassonia, Sassonia-Anhalt, Turingia; miniere di sale nel sud della Germania. Questa abbondanza di materie prime ha avuto un ruolo fondamentale nello sviluppo industriale tedesco e nella sua storia, basta pensare al contenzioso per la Ruhr dalle guerre franco-prussiane alla seconda guerra mondiale. Più tardi porterà invece all’adesione alla CECA, Comunità europea del carbone e dell’acciaio, mercato comune per carbone e acciaio, antesignana dell’Unione Europea. Anche la società è stata influenzata dalle numerose regioni minerarie tedesche: è nelle miniere che nascono alcuni dei primi sindacati e delle prime organizzazioni di sinistra in Germania. L’industria mineraria tedesca oggi Oggi l’industria mineraria in Germania è stata ridimensionata, per motivazioni ambientali ed economiche, diminuendo quindi il numero di miniere attive nelle regioni minerarie tedesche. Oggi vengono estratti soprattutto lignite, potassa e salgemma, dopo che le miniere di carbone sono state chiuse nel 2018 dato che il governo tedesco mira a chiudere le centrali a carbone puntando sulle energie rinnovabili. Rimangono nel frattempo attive, come soluzione transitoria, le miniere di lignite, note per il loro elevato impatto ambientale e sociale: sono enormi miniere a cielo aperto  che espandendosi comportano il ricollocamento di intere comunità. Per questo e per motivi ambientali non si prospetta quindi una vita operativa ancora lunga per le miniere di lignite ancora attive. Francesco Di Nucci Fonte immagine: https://pixabay.com/it/photos/lignite-miniere-a-cielo-aperto-2318919/

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Libri

Fabio Carta: intervista all’autore di Ambrose e Arma Infero

Intervistiamo Fabio Carta, scrittore di fantascienza, laureato in Scienze Politiche, autore del libro Ambrose e della serie Arma Infero (Il Mastro di Forgia, I Cieli di Muareb, Il Risveglio del Pagan ed un quarto volume in uscita). Classe 1975, Fabio Carta ha esordito nel 2015 con il primo volume di Arma Infero, Il Mastro Di Forgia, seguito da I Cieli di Muareb nel 2016, Ambrose nel 2017 e Il Risveglio del Pagan nel 2018. Dalle scienze politiche alla fantascienza, come ha iniziato a scrivere? C’è molta politica nella fantascienza e non parlo soltanto degli sviluppi che dagli anni ’80, e mi riferisco al cyberpunk, hanno portato al successo una visione della fantascienza che si pone in polemica con la contemporaneità immaginando un futuro in cui i difetti del presente sono portati al parossismo. La vicinanza tra fantascienza tout court e la politica è stata infatti, di recente, evidenziata dal famoso autore Ted Chiang (suo il racconto che ha ispirato il film Arrival) in un’intervista su Repubblica. Per Chiang, la fantascienza tutta, presentando e ipotizzando l’esistenza di mondi e realtà diverse, è un ottimo esercizio intellettuale alla diversità, contro ogni visione monolitica del proprio stile di vita. Non poca roba, quindi… Detto questo, non voglio presentarmi come una specie di intellettuale politicamente impegnato. Nel mio anelito alla letteratura “sci-fi” c’è molta più ingenuità, vanità e voglia di giocare di quanto vorrei mai ammettere. Ha scritto soprattutto opere distopiche, qual è la sua visione del futuro? Nei suoi libri ci sono rimandi a temi politici ed attuali? La distopia è la vita nelle macerie che custodisce in sé i germi di una rinascita, carica di quelle speranze che spesso fanno anche ben volere la catastrofica “tabula rasa” da cui tutta la vicenda ha origine. In “Arma Infero” la catastrofe è praticamente innestata in ogni epoca del background, prima, durante e dopo gli eventi narrati; si respira una inevitabilità storica che opprime gli uomini e, nella sua spaventosa grandezza, ne ridicolizza ogni sforzo, impregnato di misere vanità e aspirazioni. In “Ambrose”, in quanto cyberpunk d.o.c. (o almeno spero) la polemica e la critica di costume sono decisamente più chiare e palpabili. Ma come ho detto, anche qui la rovina generale è il preambolo inevitabile a una rinascita. Intervista a Fabio Carta, autore di Ambrose e Arma Infero Il linguaggio dei suoi libri a volte potrebbe essere giudicato desueto o molto tecnico, è una scelta voluta? Secondo lei influenza la godibilità dei testi? Il mio linguaggio era quasi un obbligo nella prima persona di “Arma Infero”: in fondo a parlare era un pomposo maniscalco, impegnato in un’altisonante agiografia messianica. Che altro aspettarsi? In “Ambrose”, invece, ho cercato di creare un contrasto tra la narrazione in terza persona, molto forbita, e lo slang quasi incomprensibile dei personaggi, su cui però primeggia lo spettro anacronistico dell’entità che dà il titolo al libro. Per rispondere: sì, ho voluto e ricercato quel tipo di linguaggio. È funzionale a una fruizione facile e d’intrattenimento? Non so, non credo. Ma […]

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Libri

Non è successo niente di Nicolò Targhetta: recensione

Non è successo niente è una raccolta di storie brevi di Nicolò Targhetta, uscito a inizio maggio per la Becco Giallo. Nicolò Targhetta, padovano classe 1989, è autore della pagina Facebook/blog Non è successo niente, dove da tre anni pubblica ogni giorno un racconto breve e da cui sono tratte le storie del libro. Il titolo è ispirato a vicende dell’autore, “Non è successo niente è quello che dicevo ai miei quando, da piccolo, tornavo a casa da scuola. Mi succedevano le cose più spaventose in quella scuola, cicatrici esperienziali che mi avrebbero segnato tutta la vita e io a “com’è andata oggi?” rispondevo sempre “non è successo niente”. La cosa si è ripetuta dopo l’università. 110 e lode, applausi e poi non è successo niente. Anche per colpa mia, si intende. Ma mi sono scoperto a riutilizzare quella scusa. Quando qualcuno ti dice che “non è successo niente”, significa, di solito, che è successo tutto quanto“. Non è successo niente di Nicolò Targhetta: ironia e cinismo Per la sinossi, Non è successo niente è una raccolta di storie brevi, cinicamente ironiche e corrosive, che può creare dipendenza. In queste si alternano atmosfere da monologo interiore, atmosfere fantasy, atmosfere legate alle esperienze dell’autore, altre surreali ma con un piede per terra, tutte però legate da un’ironia di fondo con cui esorcizzare le paure del lettore. Sono tutti racconti autoconclusivi, collegati da più fili conduttori, più o meno interconnessi. Filone principale è quello della crescita e dell’affrontare la realtà, dell’aver superato i trent’anni, dei primi bilanci e di come affrontarli con un po’ di cinismo. In questo contesto si aggirano un alter ego dell’autore in prima persona o tre amici scapestrati (Nicolò, Primo e Sergej), tra feste di ventenni da scansare e esami per attestare di essere un buon trentenne (pena corsi rieducativi). Il surreale è un altro filo conduttore dei racconti, tra cani/coscienza parlanti, libri viventi e protagonisti, dialoghi con la morte, con fantasmi dei videogiochi e col mostro sotto al letto. Altro filo sono i monologhi interiori, con l’esilarante assemblea delle personalità del protagonista negli anni, o alter ego psichiatri che affollano la mente del protagonista e si muovono tra i suoi settori. Non si può non confermare l’avvertenza del libro sulla dipendenza: difficile staccarsene, una storia tira l’altra. Ancor più difficile è non ridere durante la lettura, che rassicura ed aiuta ad affrontare le paure dei protagonisti, che in fondo sono anche nostre. Francesco Di Nucci Fonte immagine beccogiallo.it

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Musica

Cose Difficili: EP d’esordio funk, nu soul e pop

Il 12 aprile è uscito per la Lumaca Dischi l‘EP “Cose Difficili” dell’omonima band. All’esordio con questo disco, Cose Difficili è una band calabrese nata nel 2017. È composta da Mattia Tenuta (cantautore), Giuseppe Rimini alias Dj Kerò (dj e produttore) e Mario D’Ambrosio (bassista), il suo genere è un misto di Funk, nu soul e Pop. Il nome della band è un omaggio al brano “Cose Difficili” dei Casino Royale, e non è l’unico richiamo presente nell’album, con ogni brano che presenta influenze diverse, ad esempio Favola di Plastica ha riferimenti come Ainè e Serena Brancale, Se Fossi Tu è ispirata a Luther Vandross e Curtis Mayfield, È Tempo invece è ispirata all’underground anni ’90, dai Subsonica a Casino Royale. L’EP conta cinque brani, per una durata complessiva di circa venti minuti: Favola di Plastica, Se Fossi Tu, È Tempo, Tutto Semplice, Ora Che Sono Qui. Apre l’album il brano Favola Di Plastica, soul con notevoli influenze elettroniche ed un ritmo lento, che parla delle illusioni che servono ad andare avanti e a ritenersi falsamente soddisfatti, in assenza di riferimenti certi. Segue Se Fossi Tu, in pieno genere funk con qualche accenno di elettronica, storia di una relazione movimentata i cui protagonisti in fondo non si conoscono veramente, pur desiderandolo. Terzo brano È Tempo, il cui videoclip è uscito in anteprima per la promozione dell’EP. Anima marcatamente elettronica e ritmo coinvolgente in linea con il testo, che tratta dello scorrere inarrestabile del tempo e sulla necessità di impegnarsi per provare a realizzare i propri sogni. Cose Difficili: EP d’esordio della band omonima per la Lumaca Dischi   Penultimo brano Tutto Semplice, prevalentemente hip-hop con influenze funk, testo sulla apparente semplicità di una relazione, che nasconde una complessità non evidente, basata su ingenuità, finzione e maschere da abbandonare. Chiude Ora Che Sono Qui, brano elettronico con un ritmo vivace, sul confronto tra un passato da ricordare e chiudere ed un presente da vivere “ora che si è qui”. L’EP spazia su generi diversi tra di loro, nonostante questo non c’è un distacco tra i brani, collegati dalla sonorità della band, riconoscibile seppur declinata in diversi generi. Misto di generi diversi, “Cose Difficili” è un EP relativamente breve e scorre veloce, leggero nei testi e nella musicalità. Francesco Di Nucci Fonte immagine: www.lalumacadischi.com

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Libri

Licia Troisi: dal Mondo Emerso a Monster Allergy

Da qualche mese è stata annunciata la collaborazione di Licia Troisi alla stesura del soggetto dei nuovi volumi del fumetto Monster Allergy Evolution edito dalla Tunuè. Scrittrice di fantasy da milioni di copie, Licia Troisi è autrice delle serie di libri Cronache del Mondo Emerso, Le guerre del Mondo Emerso, Le leggende del Mondo Emerso, La ragazza drago, I regni di Nashira, Pandora e La saga del Dominio. Partiamo dall’ultimo progetto, il soggetto di un numero di Monster Allergy Evolution, cosa cambia tra il lavorare su di un libro e su di un fumetto? Innanzitutto, si tratta di un lavoro collettivo. Quando scrivo un libro, ho il controllo di tutto il processo produttivo, e alla fine ho sempre l’ultima parola. Nel caso del fumetto, sono stata solo una rotella di un meccanismo più grande, e devo dire che la cosa non mi è dispiaciuta affatto: a volte è davvero bello lavorare in gruppo, soprattutto quando si condivide la visione d’insieme. Per il resto, Katja e Francesco sono stati molto bravi a farmi sentire subito a mio agio nel team, e alla fine ho potuto apportare un contributo che fosse molto mio, sia in termini di contenuti e immaginario che anche meramente tecnico. Insomma, non mi sono sentita mai un pesce fuor d’acqua, nonostante non fossi nei terreni a me più congeniali. Una carriera che inizia nel 2004 con le Cronache del Mondo Emerso e continua negli anni con numerose saghe fantasy, passando dal Mondo Emerso alla saga del Dominio, dalla ragazza drago a Pandora. Come cambiano negli anni la scrittrice, la sua vita e i suoi personaggi? La mia vita è cambiata in modo radicale; del resto sono passati quindici anni… Quando ho iniziato, ero una studentessa di laurea che viveva coi suoi. Oggi ho il dottorato di ricerca, ho fatto lo scienziato come sognavo da bambina, sono sposata e ho una figlia. Indubbiamente, alcuni di questi cambiamenti sono anche frutto del mio successo. Per quel che riguarda la mia scrittura, spero di essere migliorata stilisticamente, e di essere più abile nel processo di costruzione del mondo e dei personaggi. Se ci sia riuscita, però, sta al lettore dirlo. Dove nasce la sua passione per la scrittura? Ho sempre amato raccontare storie, fin da piccola, e ho iniziato a scriverle quando mi hanno insegnato fisicamente a farlo. Col tempo ho imparato a considerarlo un tratto caratteriale. Perché proprio il fantasy come genere principale? È stata una scelta facile, fatta sin dall’inizio? Cosa pensa di chi lo ritiene un genere “leggero”, per ragazzini? Non è stata realmente una scelta. La prima idea di cui mi fidassi a sufficienza da convincermi a sedermi alla scrivania e scrivere è stata fantasy, e, dato che avevo un gran bisogno di scrittura, l’ho subito assecondata. Col senno di poi, tutte le cose che ho scritto avevano un seme di fantastico dentro, ma non ne ero consapevole. Per quel che riguarda la “leggerezza”, innanzitutto non mi sembra un demerito; la lettura è pur sempre qualcosa che […]

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