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Eroica Fenice

Musica

Goodmorning Worldwide, Alien Army dal rap al reggae

“Goodmorning Worldwide“, LP della Alien Army, è uscito il 4 maggio sulle piattaforme digitali come Spotify, a breve sarà disponibile anche in copia fisica. La Alien Army è uno storico collettivo di DJ, nato nel 1996, ed attualmente composto da DjSkizo, Dj Tayone, Dj Zak SimoG, Chryverde, Dj 5l, DjFakser, Dj Mandrayq, Gruff e JohnType. Per questo disco ha collaborato con gli artisti Chapo, Darn, Davide Shorty, Forelock, Inoki Ness, Moder, Nasia Alzhanova, Zantena. L’album ha una forte impronta rap ed hip hop, dovuta ai trascorsi della maggior parte dei partecipanti. Chapo, Darn, Inoki Ness e Zantena fanno parte della crew Rap Pirata; Davide Shorty unisce rap e soul nei suoi lavori; Moder è un MC (Master of Ceremonies) e fondatore del gruppo rap Alleanze Scisse. Gli altri artisti invece hanno influenze diverse sull’album: Forelock si dedica al reggae mentre Nasia Alzhanova è una cantante R&B/Jazz. Grazie all’unione di stili diversi l’album è un viaggio tra sonorità diverse, sottolineato da una voce fuori campo che lo descrive come un viaggio in aereo, con tanto di turbolenze ed indicazioni del capitano. Alien Army e “Goodmorning Worldwide“, dieci tracce per un viaggio nella musica Dieci le tracce dell’album (Intro; Goodmorning Worldwide ft. Inoki Ness; Still Dream It ft. Davide Shorty; Always Different; Nella Notte ft. Davide Shorty, Inoki Ness, Chapo, Darn, Zantena; Moving On ft. Nasia Alzhanova; Come fi Murder ft. Forelock, Moder; Promossi ft. Chapo, Darn; Tempo ft. Davide Shorty, Inoki Ness; Alien Beats ft. Inoki Ness) per mezz’ora di durata. Goodmorning Worldwide: alcune tracce Apre l’album la traccia omonima, Goodmorning Worldwide, che fa parte del filone hip hop dell’album: base dell’Alien Army e rime multilingue di Inoki Ness. Ritmo martellante, trombe, scratching e suoni distorti per un brano che in fondo richiama la “vecchia scuola” del rap. Always Different invece è l’unico brano solamente della Alien Army, quasi un esercizio di stile alla consolle da DJ. Un esercizio però molto ben riuscito tra scratching onnipresente, distorsioni, effetti sonori ed un ritmo fluido che sottolineano la natura “diversa” del brano stesso e in generale di tutto l’album. Nella Notte fa parte dei brani rap, opera infatti dei membri della crew Rap Pirata, con parti più melodiche grazie a Davide Shorty. Predominano però le rime ad una discreta velocità su una base molto ritmica, con continui dialoghi tra la parte melodica e quella rap. Lo segue Moving On, dominato dalla voce calda ed avvolgente di Nasia Alzhanova, che immerge l’ascoltatore in un’atmosfera blues, velata da una leggera malinconia. Predomina la parte vocale nel brano, con una base discreta, che accompagna il canto senza mai oscurarlo od essere invadente. “Goodmorning Worldwide” alterna sonorità diverse, nate da un esperimento che prevedeva due settimane di collaborazione tra gli artisti ed ha invece portato ad un LP. Il risultato è molto particolare per la mescolanza dei diversi suoni (ad esempio rap e reggae in Come fi Murder) e non annoia mai l’ascoltatore.

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Recensioni

Muri di sabbia de I Tremendi: miscela di rock ed hip hop

Il 23 febbraio è uscito Muri di sabbia, primo disco de I Tremendi. Band romana formatasi nel 2016, I Tremendi mescolano rock e hip hop, tenendo fede al loro nome con un suono al fulmicotone ed un buon livello di decibel. Cresciuti nella “giungla urbana” della capitale, si presentano con uno stile da banditi western, sono: Christian “DrFunk” Trabucchi, Simone “Pan-Ic” Trabucchi, Gianluca “Gian” Grasselli, Giovanni “King Joe” Narici e Quetzal Balducci; hanno registrato Muri di sabbia presso il Coffee Studio di Roma (finanziandosi anche tramite crowdfunding su Musicraiser). I Tremendi: rabbia e riscatto Sette brani per mezz’ora circa di chitarre arrabbiate e rime a raffica, testi che parlano di disagio giovanile, mancanza di prospettive e ribellione: questa la sintesi dell’album. Sono presenti anche brani relativamente più lenti, come “Ritmo e poesia” o “Baffone”, per un peso maggiore del testo, che hanno però lo stesso spirito “tremendo” del resto dell’album. Sette le tracce: “Muri di Sabbia”, “Ladro D’Istanti”, “Tremendiland”, “Vivo”, “Ritmo e Poesia”, “Seguimi “, “Baffone”. Muri di sabbia: qualche traccia Menzione particolare per alcuni brani, a partire da “Muri di sabbia”. Omonimo dell’album ne rappresenta una sintesi. Musica rabbiosa dall’inizio alla fine, la vita come lotta per inseguire i propri sogni, ostacolati da nemici e muri di sabbia, che non fermano però chi canta. “Tremendiland”, un ritmo allegro per parlare di vita assorbita da social e rete, perdità di umanità e rabbia verso chi sfrutta (Quando perdi trovi umanità / Più di un partito la scuola o la sanità / Non c’è vecchiaia ci ammazzate voi), che porta ovviamente ad una reazione ed alla voglia di superare le difficoltà. “Ritmo e poesia”, inizio da lento e prosieguo con assoli di chitarra, è un invito invito a vivere la vita, tra guerre di interessi e difficoltà del paese. Sempre un invito a lottare (Fuori le zanne), in questo caso per far risorgere la musica. Trattando di problematiche attuali, “Muri di sabbia” non ha un tono pessimistico, anzi. La rabbia fa da stimolo per la denuncia dei problemi e sprona a reagire, sfruttando i colpi incassati per migliorare (come in “Baffone”, che all’inizio ricorda la colonna sonora di un duello da film western). I Tremendi, in “Seguimi”, invitano se stessi e gli altri a partire, lasciandosi la terraferma alle spalle e ad impegnarsi in qualcosa che faccia sentire vivi (in “Vivo”). Un album energico, d’impatto sulla mente dell’ascoltatore (e sui timpani del vicinato), coinvolto nella storia di rabbia e riscatto dei “banditi” Tremendi.

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Attualità

Elon Musk attacca i media: Pravda per giudicare i giornalisti

Elon Musk, noto imprenditore e CEO di Tesla e Space X, ha attaccato via Twitter la stampa proponendo di creare una piattaforma in cui gli utenti possano votare gli articoli, la loro credibilità e la veridicità dei contenuti. La piattaforma si dovrebbe chiamare Pravda (Verità in russo), come il giornale di partito del PCUS (il partito comunista) in Unione Sovietica. (In foto soldato legge la Pravda nel 1941, a Mosca). Gli attacchi sono arrivati in seguito ad articoli che hanno espresso dubbi sulle automobili Tesla, in particolare sui sistemi di guida autonoma, oltre che sulla compagnia stessa, con conti in rosso perenne ed in rotta con i sindacati. Secondo Musk in sintesi il problema non sarebbero le aziende ed i loro prodotti ma la stampa che se ne occupa, che non comprende la bontà delle sue ragioni oppure è al soldo della concorrenza. In realtà è proprio grazie alla stampa che Musk è riuscito a costruire la sua reputazione da innovatore, con la copertura data ad esempio ai lanci della SpaceX ed alle innovazioni introdotte sulle Tesla. Probabilmente è solo un’inquietante provocazione, come la vendita ad inizio anno di 20.000 lanciafiamme a 500 dollari. In questo caso servirebbe ad attirare l’attenzione su Musk stesso e la sua proposta, evitando che salgano alla ribalta i problemi delle sue compagnie evidenziati proprio negli articoli che hanno portato il magnate all’idea di un sito per la valutazione dell’operato dei media. Pravda di Elon Musk: ritorno alla verità di parte? In ogni caso è un’idea pericolosa, la sua eventuale realizzazione sarebbe un attacco alla libertà di stampa. I giornalisti si ritroverebbero sottoposti ad un giudizio costante sul proprio operato, sempre a rischio di attacchi per aver scritto qualcosa di sgradito al pubblico (indipendentemente dalla credibilità degli articoli). Basti pensare a come spesso le discussioni sui social network su temi scottanti sfocino in attacchi personali a danno di sconosciuti che hanno un’opinione diversa. Senza contare il potere che avrebbe il privato che gestirebbe la piattaforma come l’ipotetica Pravda: potrebbe facilmente alterare i risultati per attaccare giornalisti a lui sgraditi. Il risultato sarebbe quasi una gogna 2.0. Le cosiddette “fake news” sono un problema, ma la censura non può e non deve essere la soluzione. Per ricordarlo chiudiamo con i primi due commi dell’articolo 21 della nostra Costituzione: “Tutti hanno diritto di manifestare liberamente il proprio pensiero con la parola, lo scritto e ogni altro mezzo di diffusione. La stampa non può essere soggetta ad autorizzazioni o censure.“ Francesco Di Nucci

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Interviste

L’alternative rock de I Pixel: intervista a Andrea Briselli

Perfettamente Inutile è il primo album de I Pixel, band alternative rock di La Spezia. Uscito il 5 marzo per La Clinica Dischi, ruota attorno a vita, arte ed amore, inseriti in un’energica cornice musicale rock. Abbiamo intervistato il cantante Andrea Briselli. Come nascono I Pixel? I Pixel sono nati sul finire del 2013 da un’idea mia e del chitarrista, Alex Ferri. Tuttora siamo i due componenti che sono rimasti dal nucleo iniziale: siamo in quattro e bassista e batterista sono cambiati durante gli anni. Quindi siamo io, cioè Andrea Briselli, Alex Ferri alla chitarra, Nicola Giannarelli al basso e Marco Curti alla batteria. I Pixel e Andrea Briselli: alternative rock spezzino Cinque anni di carriera, una demo, due EP ed un album all’attivo, qual è stato il percorso intrapreso in questi cinque anni? In ogni album abbiamo cercato innanzitutto di migliorarci come musicisti perché se si ascoltano i dischi uno dietro l’altro quello che si può sentire è un miglioramento musicale. Nella prima demo che è uscita nel 2014 stavamo imparando a mettere le nostre mani sugli strumenti, si può dire così. Già da “Niente e Subito” che è il primo EP del 2015 c’è stato un bel cambiamento a livello musicale, poi con “Mondo Vuoto”, che è il secondo EP del 2016, e “Perfettamente Inutile” che è uscito quest’anno siamo rimasti sulla stessa linea, abbiamo preso quello stile e lo abbiamo evoluto. Passiamo all’ultimo album, Perfettamente Inutile prende il nome dalla riflessione sull’utilità pratica dell’arte. Non è però solo questo il tema principale dell’album, sono importanti anche lo svolgersi della vita e l’amore. Come si concordano questi tre temi nell’album? Arte, amore e vita sono complementari tra di loro. Il titolo, “Perfettamente Inutile”, nasce dal fatto che ogni artista che crea un’opera d’arte, piccola o grande che sia, cerca di farlo al meglio delle proprie possibilità, da qui deriva la parte “Perfettamente” del titolo. “Inutile” invece perché le opere d’arte non hanno un riscontro immediato e concreto, le cose che fanno girare il mondo sono altre come la politica per esempio. Per quanto riguarda amore e vita si rischia un po’ di cadere nel banale, sono i temi più trattati nella musica però nei miei testi in generale cerco di trattare di queste cose in modo volutamente esagerato, di non esprimere concetti banali. Nell’album c’è un messaggio che invita a tentare di migliorare la propria situazione però pervaso da una fatalità, come in Nuovo amore via wi-fi e I sogni degli altri: c’è o no una possibilità di miglioramento? La possibilità di miglioramento c’è sempre secondo me. Se si fa una lettura veloce dei testi si potrebbe dire che sono dei testi pessimistici, però viene espressa una linea di ottimismo che va letta tra le righe, sono dell’idea che c’è sempre una possibilità per migliorarsi. Spesso noi ascoltiamo canzoni tristi: Joy Division, gli Interpol, è tutta musica piuttosto melanconica, però è una tristezza che carica, non una tristezza che butta giù. Anche nei testi in cui sono un […]

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Fun & Tech

Millennium Bug, Ariane 5 e Mars Climate Orbiter: i Software disasters più famosi

Millennium Bug e friends, i Software disasters più famosi Anche se il software è virtuale per definizione, errori nella sua progettazione possono aver conseguenze ben reali, che spaziano da perdite economiche a perdite di credibilità. Una lista esaustiva sarebbe ben lunga, eccone alcuni tra i più famosi. Millennium Bug Partiamo dal più famoso errore di tutti i tempi. Prima del 2000 molti software segnavano l’anno utilizzando solo due cifre per ragioni di efficienza, ad esempio 98 al posto di 1998. Nel 2000 però lo 00 sarebbe stato interpretato come 1900 e non come 2000. Nonostante numerose previsioni di catastrofi, il Millennium Bug non ha causato alcun danno: è solo costato una montagna di soldi alle non poche aziende interessate. Con buona probabilità non avrebbe comunque creato gravi danni ma, accortisi per tempo del problema, produttori di software ed enti pubblici sono intervenuti evitando complicazioni. Tranne quella di dover investire ingenti somme per correggere un problema dovuto a una progettazione poco lungimirante, diventata il “Bug” per antonomasia. Mars Climate Orbiter Nel 1998 la Nasa aveva spedito in orbita attorno a Marte il Mars Climate Orbiter, che avrebbe dovuto studiare l’atmosfera marziana. Inspiegabilmente la sonda si inserì in orbita a una quota troppo bassa, finendo per disintegrarsi. La causa della perdita di un investimento da 125 milioni di dollari? I sistemi informatici della Nasa erano progettati per utilizzare le unità di misura del sistema internazionale, mentre uno dei sottosistemi del Mars Climate Orbiter, progettato dalla Lockheed Martin, utilizzava il sistema imperiale (libbre, miglia, galloni ecc.). Incomunicabilità questa tra i sistemi che ha causato l’errore nel calcolo della traiettoria con la conseguente perdita della sonda. Un errore costato alla Nasa un satellite e non poca reputazione. Ariane 5 Non solo la Nasa è incappara in gravi software disasters, due anni prima l’Esa, l’agenzia spaziale europea, aveva perso un razzo Ariane 5 con quattro satelliti a bordo. Meno di un minuto dopo la partenza, questo era stato distrutto dal meccanismo di auto-distruzione per evitare danni in seguito a un cambio inaspettato di traiettoria. Il sistema di guida aveva tentato di convertire in maniera impropria una variabile a 64 bit in una a 16 bit: un po’ come tentare di far entrare un elefante in una 500. Andato in errore il sistema principale, il controllo era passato allora al sistema di backup. Purtroppo questo usava lo stesso software del sistema principale e mandò il razzo decisamente fuori rotta, attivando il sistema di autodistruzione. L’errore nella conversione non era l’unico problema del software: la variabile che aveva scatenato l’errore era legata ad un sistema che in volo sarebbe dovuto essere stato spento, dato che serviva solamente prima del lancio. Solo che i progettisti avevano deciso di mantenerlo acceso per la prima parte del volo, per facilitare un eventuale riavvio del sistema informatico del vettore. Millennium bug, alcuni libri

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Fun & Tech

Cos’è una Loot box? È equiparabile al gioco d’azzardo?

Cos’è una loot box? Nei videogiochi viene definito loot box il meccanismo che permette ai giocatori di acquistare la possibilità di effettuare un’estrazione di oggetti utilizzati nel gioco (armi, skin, mappe ecc.). Secondo la Netherlands Gaming Authority questo potrebbe però violare le leggi sul gioco d’azzardo in Olanda. L’ente ha analizzato il funzionamento delle loot boxes in dieci videogiochi che offrono questa funzionalità, dichiarando che quattro non rispettano le leggi locali sul gioco d’azzardo. I titoli dei videogiochi non sono stati finora divulgati. Loot box: meccanismo non illegale di per sé Per la Netherlands Gaming Authority (alias NGA) non è il meccanismo delle loot boxes ad essere illegale in sé: questo accade solamente se gli oggetti possono essere rivenduti. In tal caso diventa un’estrazione con partecipazione a pagamento, regolata dal caso, che mette in palio oggetti che hanno un valore economico reale: quindi per la legge olandese si tratta di gioco d’azzardo senza le debite autorizzazioni. Le case produttrici hanno tempo fino al 20 giugno per modificare i giochi in modo da rispettare i regolamenti dei Paesi Bassi in materia di gioco d’azzardo, altrimenti scatteranno le sanzioni. Pur non essendo illegale in sé, la NGA mette in guardia sull’utilizzo delle loot boxes nei videogiochi, poiché potrebbero avvicinare persone sensibili, specie tra i più giovani, al gioco d’azzardo. Anche se finora non sono stati riscontrati episodi di dipendenza, le loot boxes sono progettate in modo simile a giochi d’azzardo tradizionali come le roulette e potrebbero pertanto avere gli stessi effetti. Inoltre i produttori di videogiochi non effettuano alcun controllo per tutelare soggetti sensibili come i minori e ciò ha portato ad una presa di posizione della NGA anche su questo. Infatti nella dichiarazione stampa sull’analisi delle loot boxes la Netherlands Gaming Authority ha dichiarato che anche se i produttori degli altri sei videogiochi non hanno violato le leggi sul gioco d’azzardo sono comunque invitati a fare dei cambiamenti. Nello specifico viene raccomandato di rimuovere tutti gli elementi che potrebbero stimolare una dipendenza da gioco d’azzardo: effetti grafici, quasi-vittorie, possibilità di aprire loot boxes a raffica ed elementi analoghi. Questo episodio ha portato alla ribalta l’utilizzo, a volte quasi abuso, sempre più diffuso di loot box e analoghi contenuti a pagamento nella progettazione di videogames. Si stanno diffondendo ormai anche al di fuori dei giochi “free to play” (gratuiti), dove potrebbero anche essere giustificati: se il gioco è gratuito deve pur esserci un guadagno. Meccanismi di questo tipo sono stati introdotti anche in giochi a pagamento, spesso tra lo scontento degli utenti, dato che le loot boxes offrono una “scorciatoia” per avanzare più rapidamente e possono potenzialmente renderlo squilibrato avvantaggiando troppo gli utenti che le utilizzano, a scapito di quelli che acquistano solamente la licenza. Francesco Di Nucci

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Interviste

James and The Butcher, rock ed elettronica: intervista

Plastic Fantastic è il disco d’esordio di James and The Butcher, JatB in breve, singolare terzetto rock in cui il pianista “The Butcher” nasconde la sua identità. Composto da The Butcher (pianoforte, sintetizzatore ed elettronica), Giorgio Corna (alle batterie e al pad) e James Dini (voce e chitarre), è all’esordio con la RNC Music. Plastic Fantastic ruota attorno all’introspezione e ad esperienze di vita trasposte in musica, con sonorità che spaziano dall’elettronica abbastanza spinta di Say My Name al rock duro ed aggressivo di 7th Dimension. Nell’album c’è anche spazio per sonorità più calme come in The Invisible Boy, che vi presentiamo qui. James and The Butcher: intervistati da Eroica Fenice Ma ora lasciamo spazio all’intervista con i JatB. Partiamo con una domanda sulla band, come mai la scelta di The Butcher di presentarsi mascherato e non svelare la propria identità? Portiamo tutti una maschera, la sua semplicemente è meno comune! E poi siamo sicuri che abbia una sola identità? Testi introspettivi e temi che spaziano dall’amore all’inconscio, quale si può considerare il filo conduttore? C’è un messaggio nell’album? Il filo conduttore è l’esistenza nelle sue forme interiori, più intime e di relazione con gli altri, quello che crea cioè una società. Il messaggio è da ricercare nel ponte che ogni ascoltatore trova fra questi due insiemi. Ed è un messaggio decisamente personale, esclusivo. Uno stile che mescola rock con elettronica e tonalità del sintetizzatore, da dove deriva questa musica? È difficile, forse impossibile essere originali oggi. Lo si può essere solo nel senso più proprio del termine, cioè risalenti alle origini. Abbiamo tentato di essere il più fedeli possibile agli ingredienti per formare un piatto se non un unico almeno speciale. Nel track by track leggiamo di tracce ispirate al film Taken, ambientate in atmosfere fantascientifiche/fantasy come Queen of the galaxy, messaggi particolari come “ci schieriamo (…) contro gli antibiotici stessi che guariscono persone che non dovrebbero guarire”. Da dove arrivano queste influenze sulle tracce? Da ascolti, letture ed esperienze di tre persone diverse con percorsi molto diversi. Ma la biodiversità è la condizione necessaria di ogni evoluzione. James and The Butcher è un gruppo all’esordio con Plastic Fantastic, progetti per il seguito? Come si è arrivati alla costituzione della band, quali le storie dei suoi membri? Come detto sopra siamo tre musicisti con percorsi diversi e gusti molto diversificati. Stavamo lavorando per conto di terzi e nei ritagli di tempo ci siamo messi a cazzeggiare con suoni, scrittura e idee. Ci siamo accorti che c’era un fil rouge comune anche se non sapevamo bene quale. Ci abbiamo lavorato ed è nato Plastic Fantastic… Per il futuro ci riserviamo di dire qualcosa quando diverrà presente! Nel frattempo stiamo lavorando alla promozione dell’album e annotiamo qualche idea per il secondo album: forse un live di soli strumenti percussivi in ceramica e cori tibetani, oppure un ensemble di sezioni orchestrali e Harley Davidson… le idee non sono ancora chiare! Francesco Di Nucci

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Musica

Rock e distopia in Karma degli Humana

Un futuro distopico, una ribellione per riscoprire la propria vita e il rock sono i temi principali dell’album Karma degli Humana. Il  secondo album del gruppo è uscito il 23 marzo per la DML – Digital Music Label. Il duo composto da Daniele Iudicone (voce, testi e melodie) e Lorenzo Sebastiani (registrazione, musiche e arrangiamenti), esordisce nel 2012 con l’album Humana e in questo nuovo album combina diversi stili di rock, dal più rabbioso di Kaos al confine con l’elettronica di Perfezione. Particolare la scelta di accompagnare l’album con delle tavole grafiche, per illustrare il mondo futuristico in cui è ambientata la storia narrata. Le tavole sono state realizzate da Umberto Stagni (Alias PastaVolante), autore assieme a Umberto Paganoni del videoclip del singolo Kaos. Karma degli Humana, track by track L’album si apre con Perfezione, titolo quasi ironico visto il mondo distopico descritto nel brano. Tonalità metalliche e suoni al limite dell’elettronica tratteggiano rapidamente l’ambientazione del brano: l’ascoltatore si trova catapultato in un universo popolato da cyborg senza emozioni, dediti solo al lavoro e al consumismo. In questo mondo l’omologazione rappresenta l’ideale di perfezione e chi si oppone è, secondo una voce metallica fuori campo, “da disattivare”. Questa “perfezione” inizia ad infrangersi con Karma, quando i protagonisti si imbattono nel karma, qui dipinto come relazione causa-effetto, iniziando a rendersi conto che c’è qualcosa oltre l’esistenza standardizzata che ha conquistato l’universo. Voglio stare qua mostra come in realtà questa società distopica non sia riuscita ad annientare tutte le emozioni degli umani: la vita ripetitiva e omologata porta ovviamente alla frustrazione, rappresentata da un crescendo di musica assordante con un ritmo oppressivo, periodico come una catena di montaggio. La frustrazione culmina nella voglia di evasione di Paura, emozione prevalente in tutte le persone coinvolte in questa società-ingranaggio, ma l’esempio di qualcuno che si è ribellato è sempre presente e alla fine porta le persone a superare i loro timori. Kaos è sicuramente il pezzo più rumoroso e movimentato dell’album: non poteva essere altrimenti dato che rappresenta il momento in cui la frustrazione e l’alienazione dei cyborg li portano a cercare sfogo in locali e club in cui “regna il caos” delle chitarre urlanti. Al Kaos segue poi Il vuoto, dato che il primo è solo uno sfogo temporaneo, in attesa di tornare nuovamente all’omologazione e all’assenza di rapporti personali. Un vuoto esistenziale che accompagna gli umani dal primo all’ultimo giorno e di cui ben pochi si rendono conto. La base di questa sensazione è una musica inizialmente “leggera”, senza eccessi, che parte in crescendo assieme al crescere della percezione di vuoto interiore. Humana e il Karma: dalla distopia alla ribellione Il ritmo sincopato con inserti elettronici di Invisibile avvolge chi ascolta nella descrizione della gabbia di convenzioni in cui sono rinchiusi tutti gli umani. Alcuni iniziano a rendersi conto di ciò ed escono dalla gabbia per iniziare a vivere dopo anni di tran-tran che ha ridotto la loro vita a mera sopravvivenza. Iniziano finalmente a provare emozioni e questo porta anche lati negativi come traumi […]

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Fun & Tech

Incidente mortale durante test auto a guida autonoma di Uber

Il 18 marzo scorso un’auto a guida autonoma di Uber durante un test ha travolto un pedone a Tempe, Arizona. La donna, di nome Elaine Herzberg, è deceduta in ospedale per le ferite riportate nello scontro. L’auto di Uber viaggiava in modalità autonoma, pilotata dall’intelligenza artificiale ma con un guidatore a bordo per intervenire in caso di emergenza. Il veicolo viaggiava a circa 60 km/h, poco al di sotto del limite, quando il pedone ha attraversato la strada in una zona poco illuminata. L’auto non ha nemmeno iniziato una frenata e dai filmati delle telecamere di bordo il guidatore appare distratto fino a poco prima dell’impatto. Resta finora da accertare di chi sia la responsabilità dell’incidente. Auto a guida autonoma investe pedone Sicuramente Elaine Herzberg stava attraversando in una zona in cui l’attraversamento è vietato, ma ciò non scagiona né il sistema di guida autonoma né il guidatore. Nel filmato delle telecamere di bordo la donna sembra “sbucare dal nulla” ma è stato evidenziato come la capacità di visione della dashcam sia inferiore sia a quella del guidatore sia a quella dei sensori di bordo. Per Ryan Calo, docente in legge all’Università di Washington, “L’idea che il video assolva Uber è essenzialmente scorretta”. Secondo la ricostruzione di Brad Templeton (che ha lavorato dal 2010 al 2013 al progetto di auto a guida autonoma di Google) se il guidatore fosse stato attento alla strada sarebbe potuto intervenire in tempo ed almeno iniziare una frenata. Ancora peggiore la posizione del sistema autonomo, dato che parte dei sistemi di rilevamento sono indipendenti dalla visibilità della strada: il veicolo oltre alle telecamere montava un sistema di rilevazione a onde radar ed un lidar (Laser Imaging Detection and Ranging, rilevamento delle distanze basato sul laser). Per Templeton la ragione è da ricercarsi nel sistema lidar e nella gestione dei dati rilevati, dato che il sistema radar non è adatto a rilevare ostacoli in lento movimento come un pedone. La Velodyne, azienda produttrice del lidar installato sulla Volvo XC90 di Uber, ha dichiarato che il loro sistema ha sicuramente individuato il pedone in attraversamento e quindi la ragione dell’incidente sarebbe da imputare al sistema di gestione dei dati rilevati dai sensori (cioè ad Uber che lo ha realizzato). Secondo voci riferite da Templeton, il sistema lidar potrebbe essere stato spento per effettuare test solo con telecamere e radar, ma al momento non ci sono conferme di questa ipotesi. Uber sospende i test delle auto a guida autonoma Al momento Uber ha sospeso i test delle auto a guida autonoma, anche se nessuno Stato degli USA ha per ora imposto regole più restrittive sui test delle automobili a guida autonoma: il governo federale ha emanato solo linee guida ad adesione volontaria. Questo episodio mette in luce come ci siano ancora enormi margini di miglioramento sulle automobili a guida autonoma, che secondo i sostenitori di questa tecnologia dovrebbero ridurre il numero di incidenti. Anche se attualmente, secondo una ricerca della Morgan Stanley, sulle strade statunitensi in media avviene un […]

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Attualità

Morto Stephen Hawking: la sua vita da Cambridge alla Teoria del tutto

Stephen Hawking, il noto cosmologo e astrofisico, è morto questa notte nella sua casa a Cambridge, all’età di 76 anni. Nella sua vita ha coniugato ricerca, con opere tra le più importanti della cosmologia moderna a partire dalla sua tesi Properties of expanding universes, e divulgazione per il grande pubblico con testi come Dal Big Bang ai buchi neri. Breve storia del tempo. Una malattia degenerativa di cui soffriva sin da giovane aveva costretto l’astrofisico alla paralisi e lo aveva privato della voce: non gli ha impedito di divenire un’icona né essere ottimista. Più volte ha dichiarato: “A parte la sfortuna di contrarre la mia grave malattia, sono stato fortunato sotto quasi ogni altro aspetto“. L’intreccio della sua vita con la ricerca e la malattia è stato narrato nel film La teoria del tutto, storia di sofferenza e d’amore per sua moglie e la scienza. Stephen Hawking, vita e morte di uno scienziato Stephen Hawking nasce nel 1942 ad Oxford, nel Regno Unito. Si laurea a soli vent’anni all’università di Cambridge e allo stesso tempo riceve una diagnosi di atrofia muscolare progressiva che l’avrebbe portato alla paralisi: all’epoca gli erano stati predetti soli due anni di vita. Questo non ferma il suo lavoro di ricerca, dedicandosi in particolare alla storia dell’universo e ai buchi neri ossia regioni dello spazio con un’attrazione gravitazionale talmente forte che nemmeno la luce può sfuggirgli. Eppure nel 1974 il cosmologo pubblicò un articolo su Nature dal titolo Black hole explosions? che ipotizzava che in realtà i buchi neri emettessero radiazioni (poi dette radiazioni di Hawking) che avrebbero poi portato alla loro scomparsa (ipotesi confermata in maniera sperimentale nel 2010). Altro settore a cui ha dedicato le sue ricerche è lo studio delle teorie di Einstein, soprattutto di quelle relative alla gravità e alle singolarità (un punto dello spazio con una densità infinita), concetti strettamente correlati ai buchi neri. Negli anni successivi ha anche continuato a studiare i buchi neri e le loro proprietà, lavorando nel frattempo all’idea di una “teoria del tutto”. Questa teoria, tuttora non ancora realizzata, dovrebbe integrare la teoria della relatività e la meccanica quantistica. Morto il divulgatore Stephen Hawking Ricordiamo Hawking anche per il suo lavoro di divulgazione scientifica in campo fisico e cosmologico. Era un fermo sostenitore del fatto che le scoperte in questo campo dovessero essere comprensibili a tutti: “Se dovessimo scoprire una teoria completa per tutto, dovrebbe diventare comprensibile per tutti, non solo per un gruppo di scienziati“. Il suo primo libro di divulgazione è stato Dal big bang ai buchi neri. Breve storia del tempo, del 1988, seguito da L’universo in un guscio di noce nel 2001 e da La grande storia del tempo nel 2005. Nel 2014 è uscito il film La teoria del tutto di James Marsh dedicato alla sua vita ed alla sua ricerca. Ha partecipato come ospite a svariati programmi televisivi, apparendo tra gli altri in I Simpson, Star Trek e The Big Bang Theory. Francesco Di Nucci

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Attualità

Strage di Parkland, Trump: armi agli insegnanti

Il 14 febbraio negli Stati Uniti per l’ennesima volta uno (ex)studente armato fino ai denti è entrato in una scuola facendo strage, che d’ora in poi verrà ricordata come strage di Parkland. Il diciannovenne Nikolas Cruz è entrato nel liceo di Parkland, California, con un fucile d’assalto AR-15 (praticamente l’equivalente a stelle e strisce di un kalashnikov). Ha ucciso 17 persone e ferito 14. È stato poi arrestato dalla polizia mentre tentava di fuggire. L’FBI ha poi ammesso di essere a conoscenza del pericolo rappresentato da Cruz e di non aver indagato ulteriormente. La sparatoria ha ovviamente riacceso il dibattito sulla sicurezza e sul controllo delle armi negli USA. La legislazione statunitense è estremamente permissiva in fatto di armi: nella maggior parte degli Stati bastano 18 anni (21 per le pistole) ed un documento d’identità per l’acquisto di fucili come gli AR-15. Per fare un paragone, anche per l’acquisto di alcolici sono necessari 21 anni. Nessun controllo viene effettuato sugli acquirenti: in molti Stati è anche possibile girare armati in pubblico senza particolari autorizzazioni, è persino possibile entrare legalmente in aereoporto con un fucile d’assalto con caricatore da 100 colpi. Si legge infatti nel Secondo emendamento della Costituzione degli Stati Uniti: “Essendo necessaria alla sicurezza di uno Stato libero una ben organizzata milizia, il diritto dei cittadini di detenere e portare armi non potrà essere infranto.” A causa delle pressioni delle lobby delle armi (riunite nella NRA, National Rifle Association) questo viene interpretato come esteso a tutti i cittadini seppur non inquadrati in milizie. Come conseguenza chiunque, inclusi squilibrati e potenziali terroristi purché cittadini statunitensi, ha facile accesso ad armi da guerra. Il risultato è che in media negli Stati Uniti c’è almeno una sparatoria di massa (non meno di quattro vittime) al giorno. Strage di Parkland, la risposta di Trump: più armi Numerosi studenti, particolarmente in Florida e a Washnigton, hanno manifestato per chiedere una regolamentazione delle armi. Alcune scuole hanno risposto minacciando sanzioni per chi partecipasse a manifestazioni del genere, soprattutto in Texas. Il presidente Trump ha dichiarato di voler quindi potenziare i controlli sui precedenti (fedina penale, ecc.) al momento dell’acquisto di un’arma. Molti hanno criticato l’iniziativa come insufficiente: le armi da guerra continuerebbero a circolare e sarebbe comunque possibile procurarsele senza controlli (tramite compravendite tra privati, non soggette agli stessi controlli di un’armeria). Altro provvedimento palliatorio proposto dal presidente: regolamentare i bump stock, accessori che permettono di sparare rapidamente con armi semiautomatiche sfruttando il rinculo. Regolamentazione quasi inutile quando è possibile acquistare armi automatiche. Ultima scandalosa proposta di Trump: armare gli insegnanti al posto di diminuire il numero di armi in circolazione. Secondo il presidente, un 40% di insegnanti armati ed addestrati a portare armi e a reagire agli attacchi renderebbe le scuole più sicure. Una soluzione paradossale che vorrebbe quasi militarizzare le scuole e non ha garanzie di efficacia. Basti vedere lo stesso caso della sparatoria di Parkland: una guardia armata è arrivata sul luogo della sparatoria poco dopo l’inizio ma non è intervenuta. Persino […]

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Interviste

Using Bridge: intervista al gruppo grunge-stoner

Gli Using Bridge sono un quartetto rock grunge–stoner, nato nel 2002. A gennaio 2018 hanno pubblicato l’album Floatin’ Pieces. Abbiamo intervistato Manuel Ottaviani, cantante del gruppo. 1) Gli Using Bridge sono in carriera da sedici anni, quattro dischi contando anche l’ultimo: Floatin’ Pieces. Come sono cambiati il gruppo e la sua musica negli anni? Nasciamo con delle forti influenze anni ’90, con tanto grunge. Quella che si è aggiunta negli anni è la vena stoner, lì si parla più di primi 2000. Nel gruppo si sono avvicendati diversi batteristi dietro ai fusti fino ad oggi e abbiamo fatto praticamente un disco con ognuno. 2) Che fanno gli Using Bridge nella vita? Abbiamo un infermiere, Federico Arcangeli (chitarrista), Alessandro Bernabei (il batterista) lavora come tecnico audio, Simone Antonelli (l’altro chitarrista) fa il fotografo ed organizza viaggi, poi ci sono io disoccupato, figlio della crisi che attanaglia i trentenni d’Italia. Oltre a suonare live dal 2009 organizziamo concerti, eventi e feste nella zona di Rimini sotto il nome di Alternative. 3) Come mai la scelta di cantare in inglese? Parlo per me, poiché i testi al 99% li scrivo io: Federico mi aiuta a dare una sistemata. Altre volte li scrive anche lui, ad esempio in questo disco sua è Run to You. Io sono cresciuto ascoltando gruppi che cantavano in inglese: non è stata una decisione in realtà ma una cosa naturale. Mi piace molto la musicalità che ha l’inglese all’interno di un genere come il rock per il tipo di cadenza che ha: le parole inglesi, le frasi all’interno di un pezzo secondo me risultano più musicali, più facili. 4) Passiamo a Floatin’ Pieces, l’ultimo album del gruppo. I temi principali sono interiorità, ricordi, sentimenti: come mai la scelta di insistere su questi temi? Anche questa è stata una scelta più istintiva che ragionata. Quello che scrivo sono “pezzi di me”. A volte sono delle storie vere, a volte delle emozioni che traduco in storie, dei pensieri, dei ragionamenti su tutto quello che mi capita. 5) Quindi non c’è un messaggio da lanciare? Ogni brano ha un messaggio personale, che non è votato al sociale o altro ma è semplicemente un mio modo di vedere la vita, vedere le cose, e di provare emozioni, che cerco di descrivere alle persone. Succede come per pezzi di altri artisti dove il messaggio è intimo, personale. Mi ci ritrovo, mi ci rispecchio, mi fanno capire qualcosa in più di me. Su due piedi posso pensare che un messaggio, se c’è, è più intrinseco che esplicito. Un messaggio di resistenza e resilienza, di riuscire a resistere portandosi dietro tutti i pezzi che ognuno ha nella propria vita e a volte vorrebbe anche abbandonare per liberarsi di alcuni pesi. Invece portarseli dietro fa in modo che questi pezzi non vengano dimenticati ma costruiscano in realtà la tua storia, la storia di chi se li porta dietro e diventino qualcosa di importante su cui costruire il resto. 6) I pezzi dell’album hanno una loro storia diversa, quale […]

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Fun & Tech

Xian: torre contro l’inquinamento atmosferico

Nella città di Xian, nella regione centrale dello Shaanxi in Cina, è stata inaugurata una torre per ripulire l’aria da sostanze inquinanti. Il complesso occupa 2580 metri quadrati, è costituita da una torre alta 100 metri e da una serie di serre: lo smog viene aspirato e convogliato in delle serre alla base della torre. Riscaldato dall’energia solare risale lungo la torre, in questa attraversa dei filtri che rimuovono gli inquinanti. Alla fine l’aria ripulita viene rilasciata nuovamente nell’atmosfera. Secondo i dati dei ricercatori dell’Accademia cinese delle scienze, che hanno progettato il complesso, la torre è in grado di trattare 10 milioni di metri cubi di aria al giorno, e questo dovrebbe influenzare la qualità dell’aria in un’area di 10 chilometri quadrati. La torre di Xian è la versione ridotta di un sistema teoricamente in grado di purificare l’aria di una piccola cittadina. Il sistema completo includerebbe una torre da 500 metri d’altezza e 200 di diametro, con 30 chilometri quadri di serre. Torre di Xian: qual è l’efficacia? Ci sono però dei dubbi sull’efficacia della torre di Xian, espressi ad esempio dall’Independent. Basta considerare che l’inquinamento viene disperso nell’atmosfera a distanze notevoli mentre la torre è in grado di trattare solo l’aria prossima al suolo. Non è in grado di contrastare l’inquinamento a quote più alte che però influenza la qualità dell’aria della città dove si trova la torre. Inoltre la torre ripulisce sì una notevole quantità d’aria, ma questa è piccola se paragonata al volume di smog che avvolge una città. Ad esempio considerando una citta di 10×10 chilometri ed uno strato d’atmosfera alto 1 chilometro abbiamo un cubo di 100 km3. La torre di Xian è in grado di ripulire ogni giorno 10 milioni di metri cubi: 0,01 km3 su 100. Per questo motivo i dati sui miglioramenti della qualità dell’aria sono da prendere con il beneficio del dubbio. È ancora da dimostrare sul lungo periodo che i miglioramenti siano dovuti all’impianto per la depurazione dell’aria e non a fenomeni climatici favorevoli. Per contrastare l’inquinamento è più proficuo investire sulla prevenzione, bloccando le sostanze inquinanti prima che siano disperse nell’atmosfera. Per questo probabilmente la torre di Xian avrà lo stesso destino di altre tecnologie pensate per riassorbire l’inquinamento, abbandonate per scarsa efficienza o effetti trascurabili. Basta vedere la vernice pensata per riassorbire gli ossidi di azoto dall’atmosfera tramite una reazione chimica. Il governo inglese ha pubblicato uno studio per valutare l’efficacia di un eventuale uso a Londra: avrebbe avuto gli stessi problemi della torre di Xian (nessun contrasto all’inquinamento in quota ecc.). Per questo anche utilizzandola in quantità abnormi gli effetti sarebbero stati trascurabili. Francesco Di Nucci

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Recensioni

Black Hammer volume 2: l’evento continuo di Origini segrete

Continua la serie di Black Hammer, di Jeff Lemire, Dean Ormston e Dave Stewart, stavolta con la partecipazione di David Rubìn. Torna con un nuovo volume, L’evento, pubblicato nuovamente dalla Bao Publishing, che include i volumi da 7 ad 11 ed il 13° della serie. Nel volume precedente avevamo visto un mondo rurale nel quale sono bloccati, da un decennio, cinque supereroi: Abraham Slam, Barbalien, Colonnello Weird, Golden Gail, Madame Butterfly. Con loro anche Talkie-Walkie, l’aiutante robotica del colonnello, e Black Hammer, morto poco dopo l’arrivo nel tentativo di lasciare la prigione bucolica. L’evento si apre con l’arrivo di Lucy Weber, figlia di Black Hammer e giornalista. Purtroppo non ricorda com’è arrivata alla fattoria, tantomeno come eventualmente tornare indietro. Dopo aver scoperto che il padre è morto, inizia ad indagare sullo strano mondo in cui si trovano: i supereroi le dicono quel poco che sanno, quasi rassegnati a rimanere lì. Lucy scopre molti dettagli fuori posto in quel mondo, costruito affinché chi vi capita non si faccia troppe domande. Tra i supereroi però c’è qualcuno che non vuole andare via di lì. Anzi, cerca di nascosto di ostacolare la fuga in ogni modo… Black Hammer volume 2: l’evento, continuo di Origini segrete I temi principali sono sempre l’America rurale (o l’illusione che la rappresenta per i protagonisti) ed i supereroi, visti però in una chiave atipica. Hanno infatti numerosi problemi personali: dalla vita quotidiana ad un passato difficile con cui fare i conti. Qualcuno cerca di rifarsi una vita nella “prigione”, in fuga dai fallimenti del mondo reale; altri invece hanno ottimi motivi per cercare di fuggire, e si struggono nell’impossibilità di riuscirci. Lo stile ricorda volutamente i fumetti della Golden Age statunitense, con le storie passate dei protagonisti presentate come albi dedicati. In questi continui flashback vediamo ad esempio come Golden Gail ed Abraham Slam si erano ritirati dalla lotta al crimine prima dell’ultima battaglia per Spiral City. Scopriamo anche la storia di Joseph Weber, che da assistente sociale nei bassifondi diventa Black Hammer. Un supereroe con famiglia, che ha ovvi problemi a conciliare lavoro nel sociale, famiglia e lotte per salvare il mondo. Altro tratto distintivo è la presenza di “cliffhanger”, colpi di scena per tenere alta l’attenzione. Come nel volume precedente, Black Hammer: l’evento non è autoconclusivo. Il volume si chiude infatti con un cliffhanger che sospende la narrazione ad un punto cruciale, che lascia il lettore impaziente di leggere il seguito. Seguito che non tarderà a giungere: sarà pubblicato negli USA dalla Dark Horse a partire da aprile 2018. Stavolta andrà sotto il nome di Black Hammer: Age of Doom, una sorta di nuova serie. Scelta degli autori dovuta al fatto che «Black Hammer commenta il mondo dei fumetti di supereroi. Un mondo dove gli universi dei supereroi sono ricreati e rilanciati ogni anno. Sentivamo che dovevamo trafficare con l’idea, ma mettendoci un tocco di Black Hammer». La nuova serie continuerà infatti a narrare le avventure degli eroi intrappolati dopo il salvataggio di Spiral City. Nel […]

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Attualità

Le sigarette elettroniche fanno male? Risponde la New York University

Le sigarette elettroniche fanno male? Secondo una ricerca della New York University le sigarette elettroniche non sono innocue. Effettuata da un gruppo guidato da Moon-Shong Tang e pubblicata sulla rivista Proceedings of the National Academy of Sciences, la ricerca analizza gli effetti dell’esposizione a nicotina e derivati su topi e cellule umane. Nei topi sono stati rilevati danni al DNA, in particolare nelle cellule di cuore, polmoni e vescica. In laboratorio simili effetti sono stati osservati su cellule umane di polmone e vescica, oltre ad un aumento nel rischio di mutazioni e trasformazioni in cellule tumorali. Significa che gli utilizzatori di sigarette elettroniche potrebbero avere un maggior rischio, rispetto ai non fumatori, di sviluppare malattie cardiache e tumori polmonari e/o della vescica. Le sigarette elettroniche fanno male? E il tabacco? Secondo alcuni in realtà i risultati della ricerca sarebbero fuorvianti. Per Riccardo Polosa, docente presso l’Università di Catania, fondatore e direttore scientifico della Lega Italiana Anti Fumo (Liaf) “Il metodo descritto dagli autori non mima le normali condizioni d’uso dei prodotti da svapo. Le condizioni riprodotte in questi esperimenti sono esasperate e favoriscono la produzione di sostanze tossiche alla stessa stregua di un ‘tostapane’ che viene settato per bruciare il pancarrè.” Per altri invece si tratta di osservare i risultati inserendoli nel giusto scenario. Secondo il Professor Fabio Beatrice dell’Università di Torino, Direttore della S.C. di Otorinolaringoiatria e del Centro Antifumo dell’Ospedale S. Giovanni Bosco di Torino: “È necessario individuare la corretta prospettiva dalla quale analizzare lo scenario del fumo elettronico. Le sigarette elettroniche producono una quantità di sostanze cancerogene ed irritanti nettamente inferiore rispetto al fumo tradizionale. La produzione di cancerogeni nel vapore di sigaretta elettronica è stata ampiamente studiata. E quando questa grandezza viene correttamente analizzata, lo si fa mettendola a paragone con la produzione di cancerogeni delle sigarette tradizionali. In questo modo, le evidenze scientifiche hanno dimostrato che le sigarette elettroniche producono sostanze nocive in misura di almeno il 95% inferiore rispetto al normale fumo da combustione dei prodotti del tabacco tradizionale”. Le sigarette elettroniche sarebbero quindi sì dannose, ma meno rispetto al tabacco tradizionale, quindi sempre secondo Beatrice “il fumo elettronico costituisce una formidabile alternativa per tutti i fumatori incalliti che non riescono o che non vogliono smettere di fumare. Si chiama riduzione del rischio”. Non avrebbe senso perciò considerarle come sigarette che non fanno male. Commenta inoltre Roberta Pacifici, Direttrice del centro farmaco e tossicodipendenze dell’Istituto superiore di sanità, che “Dobbiamo anche studiare gli effetti sui polmoni degli aromi, come quelli alla vaniglia o al cioccolato, che mandano in circolo microparticelle studiate solo come additivi alimentari e non da inalazione.” In ogni caso è meglio astenersi da ambedue i tipi di fumo, a beneficio della salute e del portafoglio. Ricordiamo infatti che da gennaio 2018 anche i liquidi per sigarette elettroniche sono sottoposti a tassazione da parte del Monopolio di stato. Francesco Di Nucci

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Fun & Tech

Software libero: le alternative al software proprietario

Software libero vs software proprietario, quali le migliori opzioni? Spesso si parla di FOSS o FLOSS, sigla dietro cui si nasconde il cosiddetto “software libero”. Un software si definisce tale se garantisce agli utenti delle libertà: libertà di utilizzo, libertà di studio del software (de facto accesso al codice sorgente), libertà di ridistribuire copie e libertà di creare e distribuire versioni modificate del software. Il software libero non coincide con software open source: quest’ultimo è software di cui è disponibile il codice sorgente (l’algoritmo che poi verrà tradotto in linguaggio macchina). Un software può essere open source ma non libero poiché non garantisce le libertà di cui prima. Esistono gli equivalenti liberi di molti software, questa ne è una lista non esaustiva. Software libero: una lista per dare l’addio al software proprietario Browser I più noti sono Chrome, Opera, Safari ed il “famigerato” Internet Explorer/Edge. L’alternativa principale è Firefox, che dalla recente versione denominata Quantum propone una navigazione veloce e relativamente poco avida di risorse rispetto alla concorrenza, oltre ad una miriade di componenti aggiuntivi disponibili. Non è l’unico software libero per la navigazione: tra gli altri ci sono Iceweasel, GNU Icecat, SeaMonkey, Midori ed altri. Alcuni sono pensati per usare poche risorse, altri per essere compatibili con determinate licenze, in ogni caso hanno quote di “mercato” marginali rispetto a Firefox. Client BitTorrent BitTorrent e μTorrent sono i più noti client per il p2p su protocollo BitTorrent ma esistono numerose alternative. Ad esempio Deluge, KTorrent, qBittorent e Transmission: disponibili per vari sistemi operativi, la scelta dipende dall’utente: cambiano le interfacce, le risorse richieste, l’efficienza nel gestire le connessioni e le funzionalità extra offerte da ogni client. Grafica Bisogna ammettere che i migliori della categoria sono i software della Adobe, Photoshop ed Illustrator, e che le controparti non arrivano allo stesso livello. Nonostante questo i software liberi restano un’alternativa valida ed estremamente più economica. Per la grafica raster c’è Gimp, per la vettoriale Inkscape. Se si cerca invece un’alternativa a Paint, possibilmente con più funzionalità, ci sono Paint.NET e Pinta. File compressi Creare file compressi (zip, rar, cab ecc.) permette di risparmiare spazio sul disco: tra i più noti software WinRAR, WinZip e ZipGenius. Numerose le alternative, la più famosa è sicuramente 7-Zip. Leggero, supporta numerosi tipi di archivi (anche se alcuni solo in lettura) tra cui il 7z, basato su LZMA ed estremamente efficiente nella compressione. Unico neo il supporto solo per Windows: su Linux l’equivalente è p7zip, keka su OS X. Lettore multimediale Un lettore multimediale serve a riprodurre file audio/video, ne sono esempi Windows Media Player e Winamp. L’alternativa è VLC media player, sotto licenza GNU LGPL, che consente la riproduzione di pressoché tutte le tipologie di file multimediali più comuni, dischi, flussi di rete ecc. È disponibile per i principali sistemi operativi per computer e smartphone. Sistema operativo Molti sono sorpresi quando scoprono che Windows non è l’unico sistema operativo disponibile per i computer. Esiste una miriade di sistemi alternativi, sia proprietari come OS X che liberi come quelli […]

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Fun & Tech

Bitcoin: oltre 20.000$, boom della criptovaluta

Nell’ultimo anno i bitcoin sono saliti prepotentemente alla ribalta, con un utilizzo in vari campi illeciti ed un valore che ha quasi raggiunto i 20.000 dollari. Nel 2010 un bitcoin valeva 7 centesimi di dollaro, nel 2013 ha superato i 100$ ed in quest’ultimo anno è schizzato da 1000$ a quasi 20.000$. Come si spiega una crescita così vertiginosa? Bitcoin: il funzionamento Partiamo dall’inizio: i bitcoin sono una moneta virtuale “open source”. Nascono nel 2009 per iniziativa di Satoshi Nakamoto, pseudonimo di autore ignoto. Scopo del progetto: creare un sistema monetario decentralizzato, libero da ogni controllo esterno e basato sulla crittografia. Per poter utilizzare dei bitcoin basta un software da installare sul computer e diventare così un nodo della rete. Il funzionamento è abbastanza complesso e meritevole di approfondimenti, proviamo a spiegarlo in sintesi. Le transazioni tra gli utenti sono basate sulla crittografia asimmetrica, uno scambio di criptovaluta è praticamente uno scambio di messaggi cifrati. Questo garantisce che il trasferimento possa avvenire solo tra gli indirizzi che hanno concordato lo scambio (ma non ne garantisce l’identità nel mondo reale: non è di solito possibile risalire a chi c’è dietro un indirizzo bitcoin). Poi c’è la blockchain, il libro mastro di tutte le transazioni, di cui ogni utente ha una copia. Affinché una transazione in bitcoin sia valida deve essere inserita nella blockchain, questo è un processo basato sul calcolo di hash SHA-256. Richiede numerosi calcoli ripetitivi, svolti da nodi detti miners, che ottengono una ricompensa in bitcoin se trovano la soluzione (ricompensa che si dimezza ogni quattro anni). Maggiore è il numero di miners, maggiore è la difficoltà di calcolo e quindi la quantità di energia necessaria a risolverli: attualmente i calcolatori della rete bitcoin consumano più elettricità dell’Irlanda in un intero anno. Le transazioni possono includere una commissione che sarà riscossa dal nodo che la inserirà nella blockchain, guadagno aggiuntivo per i miner. Altro fattore da tenere in conto: la criptovaluta è progettata in modo tale da permettere la creazione solamente di 21 milioni di bitcoin. Raggiunto questo limite i miner guadagneranno solamente dalla commissione, portando probabilmente ad un innalzamento dei prezzi delle stesse (le transazioni con commissione più alta avrebbero ovviamente precedenza per l’inserimento nella blockchain). Detto questo, l’idea di moneta indipendente per ora non si è realizzata: attualmente gli intermediari ed i gestori di nodi e/o pool con una notevole capacità di calcolo hanno una notevole influenza sull’andamento del bitcoin. Finiti gli aspetti tecnici si passa a quelli finanziari: da dove arriva il valore record di 20.000 dollari? Non esiste una banca centrale che possa regolare il valore del bitcoin, il cambio dipende dalla volontà degli intermediari e dalla legge della domanda e dell’offerta. Negli anni passati il prezzo del bitcoin era salito grazie all’uso su siti come Silk Road, negozi online di droga e merci illecite di ogni tipo. Un meccanismo anonimo come bitcoin era l’ideale per attività del genere, ma molto probabilmente non sono state quelle a generare l’incedibile aumento di prezzo del 2017. Infatti […]

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