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Eroica Fenice

Musica

Epic Fail: intervista all’artista Frabolo

In occasione dell’uscita il 13 settembre dell’album Epic Fail per la IndiePendente – Gruppo Prima o Poi Music, abbiamo intervistato l’artista Francesco Bolognesi, in arte Frabolo. Al disco hanno lavorato anche Dr. Noise, Jimmy Burrow e Dj Myke. Dieci i brani dell’album. Intervista a Frabolo Cosa significa la musica per Frabolo? Esprimersi cercando di mantenere una sincerità, un’onesta di fondo che per me è fondamentale. Io mi sono avvicinato al rap perché secondo me può comunicare tanto. Comunicare, farsi ascoltare e ascoltare, anche, credo sia importante, specialmente in un contesto storico come questo, che è un mondo che ci vuole tutti connessi ma fondamentalmente ci lascia soli. Per Epic Fail hai scelto temi che potrebbero essere definiti pesanti, come mai? Pensi che l’album sia effettivamente pesante come dicono i commenti negli skit? Avevo iniziato a scrivere le prime canzoni senza pensare minimamente che poi sarei riuscito a fare effettivamente un album: scrivendo e continuando a scrivere mi sono reso conto che i brani iniziavano ad amalgamarsi tra di loro. Il tema ricorrente in ogni brano era fondamentalmente il mio stato d’animo in quel momento, che poi si poteva riflettere in una considerazione politica o musicale. A proposito di visione nel mondo, nell’album da una parte c’è una critica alla situazione attuale del paese, dall’altra l’orgoglio di non lasciarlo e la necessità di una rivoluzione. Come vedi il futuro di questo paese? Mi auguro di sbagliarmi ma lo vedo molto buio perché ho l’impressione che si possa peggiorare ancora, e tanto, e questa cosa mi fa paura. Siamo un popolo ingovernabile, nonostante sia legato al mio paese. Sono fiero di essere italiano però non so, è un concetto difficile da spiegare, ma se c’è del disagio a parlarne è proprio perché ci vorrebbe una situazione diversa. Faccio fatica anche a vedere una startup dalla quale poter partire perlomeno per adesso. Epic Fail: il rap di Frabolo   Per il momento non vedi possibilità di miglioramento? Se non quello non di una rivoluzione – perché in realtà “Complimenti alla trasmissione” parla proprio del fatto che oggi si è anche perso il concetto di rivoluzione, parliamo tutti di rivoluzione, però poi ci incantiamo ad ascoltare i bei discorsi del mondo -; credo si possa partire sicuramente dall’ascoltarsi, dal comunicare. Secondo me in questo momento manca la comunicazione: è paradossale perché siamo in un momento dove siamo tutti connessi ma non si sa bene a cosa, a niente. Tornando alle tematiche di Epic Fail, c’è anche una critica alla musica commerciale. Qual è il tuo rapporto con la scena musicale italiana? Non è una critica alla musica commerciale assolutamente, in realtà è una considerazione che faccio: in Italia la roba che ha successo diventa automaticamente migliore. E oggi, tornando al discorso di prima, visto che dovremmo essere tutti connessi, ognuno può andarsi a cercare quello che gli piace ma credo che la maggior parte delle persone si accontenti di quello che offre la mensa, non c’è ricerca. Non è una critica alla musica, è […]

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Libri

Quantum Age: centoventicinque anni dopo Black Hammer

Il 18 luglio la Bao Publishing ha pubblicato Quantum Age, miniserie ambientata nell’universo di Black Hammer, oltre un secolo dopo le vicende della serie principale. Questa volta a Jeff Lemire, Dean Ormston e Dave Stewart si aggiunge come ulteriore disegnatore Wilfredo Torres, che ha lavorato già su The Shadow: Year One, Batman ’66, Legion e Jupiter’s Circle. La serie è stata pubblicata in sei albi separati dalla Dark Horse, raccolti in un unico volume per l’Italia dalla Bao Publishing. È il secondo spin-off autoconclusivo della serie (l’altro è Sherlock Frankenstein e la Legione del male) e si colloca dopo Black Hammer – Volume 3. La storia inizia cento anni dopo la scomparsa dei supereroi visti in Black Hammer: Abraham Slam, Barbalien, Black Hammer, Colonnello Weird (con Talkie-Walkie), Golden Gail e Madame Butterfly. Il mondo è cambiato, tra progresso tecnologico ed interazione con altri pianeti, ma per certi aspetti non è cambiato molto. I supercattivi sono sempre all’opera per minacciare l’universo ed un gruppo di supereroi si allea per proteggere l’universo. Fondano la Quantum League, ispirata ai supereroi del passato scomparsi nel nulla: li vediamo lottare per l’universo e rimanere segnati profondamente dalla battaglia. Si passa poi a venticinque anni dopo, quando l’universo è nuovamente in pericolo a causa dello spietato dittatore della Terra: nel tentativo di sconfiggerlo alcuni supereroi si troveranno a confrontarsi con gli accadimenti di centoventicinque anni prima, tuttora non chiariti e narrati nei tre volumi di Black Hammer. Quantum Age: spin-off di Black Hammer   Un’anteprima di Quantum Age a cura della Bao Publishing In contrasto con i volumi di Black Hammer in cui buona parte dell’azione è legata alla prigione in cui sono rinchiusi gli eroi e l’atmosfera è quella dei giorni nostri all’incirca, in Quantum Age l’ambientazione è l’intero universo e le atmosfere sono futuristiche, data l’ambientazione. Vediamo quindi gli eroi della Quantum League confrontarsi con altri pianeti e razze, anche se le problematiche in fondo sono le stesse di un secolo, tra supercattivi e nemici venuti dallo spazio. L’azione si svolge su due piani temporali diversi (oltre ad alcuni “salti temporali”), cento e centoventicinque anni dopo la scomparsa dei supereroi di Black Hammer. La loro alternanza dà un ritmo rapido alla narrazione e permette continui colpi di scena, legati anche alle scoperte sugli eroi del passato, il cui destino è rimasto ancora un mistero all’epoca della Quantum League. Per questi motivi la trama di Quantum Age è avvincente, ma pur essendo uno spin-off è molto legato ai volumi principali, per riuscire a seguirla appieno è quindi consigliabile averli letti. Francesco Di Nucci Fonte immagine: Ufficio Stampa Bao Publishing

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Musica

Ronin – Bruto Minore: intervista a Bruno Dorella

Il 16 settembre è uscito l’album Bruto Minore dei Ronin (BlackCandy Produzioni), otto brani originali ed una cover degli Hun-Huur-Tu, tutti strumentali.  La nuova formazione è composta da Nicola Manzan, Roberto Villa, Alessandro Vagnoni e Bruno Dorella (fondatore della band), che abbiamo intervistato. Registrato allo studio analogico L’Amor Mio Non Muore di Roberto Villa col contributo di Giulio Favero, Bruto Minore è ispirato ai componimenti poetici di Giacomo Leopardi ed al tema della sconfitta. Intervista Bruno Dorella, fondatore dei Ronin L’ultimo album dei Ronin, Bruto Minore, è solo strumentale, registrato in analogico. Scelte singolari, da dove derivano? Il gruppo nasce come strumentale, inizialmente era una musica per colonne sonore immaginarie, poi sono arrivate anche le colonne sonore vere e quindi abbiamo distinto maggiormente il lavoro per il cinema da quello per le registrazioni degli album. Però l’idea di rimanere molto cinematografici e molto strumentali è rimasta nel tempo. Per quanto riguarda la registrazione analogica il nostro nuovo bassista, Roberto Villa, ha uno studio a Forlì chiamato L’amor mio non muore, caratterizzato dal fatto di lavorare esclusivamente in analogico su nastro. Avevamo otto piste a disposizione quindi è stata un’esperienza un po’ diversa rispetto a quella che fa la maggior parte dei gruppi al giorno d’oggi: suonare tutti insieme e cercare una performance convincente come si faceva una volta. Da un lato è un po’ anacronistico, dall’altro dà anche una grande soddisfazione. Una volta finita la take di registrazione il pezzo è pronto, ci si mette un po’ di più a trovare la performance giusta ma una volta che l’hai trovata praticamente il pezzo è finito, dopo c’è poco o niente da fare e la pasta sonora è decisamente più calda, più avvolgente, esattamente com’erano i dischi di una volta. Un’altra scelta singolare è la cover degli Hun-Huur-Tu, da dove è venuta questa idea? Dobbiamo risalire agli anni ’90, un giorno vedo su Rumore la recensione di un disco che si chiama “Voices From The Distant Steppe” del gruppo SHU-DE che viene descritto come il grind della steppa. L’utilizzo della voce che fanno questi gruppi tuvani, mongoli e del nord della Cina veniva descritto dalla rivista come un approccio metal, grind alla musica etnica di quelle parti. Si chiama throat singing, pemette di far uscire diverse note risonanti da un’unica emissione vocale, si va da questo suono gutturale di partenza anche a delle risonanze altissime, escono due, tre, quattro note da una sola emissione vocale. Il pezzo in particolare mi è subito piaciuto: fin da quando l’ho sentito, diversi anni fa, ho pensato di farne una cover con i Ronin e questo mi è sembrato l’album giusto dove inserirla. Passiamo ai temi dell’album, come mai la sconfitta, il fato e il suicidio come via d’uscita? Ci può essere una vittoria sul Fato, un’alternativa? No, non credo. L’indifferenza se non addirittura l’ostilità dalla parte della natura e del divino nei confronti dell’uomo viene vista da Leopardi e dall’eroe come un affronto o comunque come una cosa difficilmente accettabile. Mentre invece il Fato […]

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Fun e Tech

Pulmino hippie: il Volkswagen Type 2 e la controcultura

Ricoperto di disegni inneggianti al peace n’love e con a bordo gruppi di alternativi: quando si pensa ad un pulmino hippie viene in mente questo. Bus e pulmini hanno avuto un ruolo importante nella controcultura hippie, e ne sono stati anche uno degli aspetti più appariscenti: difficile non notare un Greyhound a colori sgargianti trasformato quasi in comune semovente. Diversi modelli di veicoli sono stati utilizzati dalla controcultura hippy, ma solo uno è nell’immaginario il “pulmino hippie” per eccellenza. È il Volkswagen Modello 2, generazioni T1 e T2, meglio noto come Transporter o Kombi. Il pulmino hippie: il Volkswagen Type 2 Inizialmente pensato come veicolo da lavoro basato sull’altrettanto famoso Maggiolino (Type 1 per la Volkswagen), il Type 2 negli Stati Uniti diventa il “pulmino hippie” per diversi motivi. Innanzitutto era relativamente economico da acquistare e manutenere, sia per la semplicità costruttiva che per la diffusione dei veicoli Volkswagen. A questo si aggiungevano una notevole robustezza del mezzo ed una scarsa necessità di manutenzione/riparazioni (che nel caso non erano nemmeno eccessivamente complicate). Era spazioso, per cui era possibile viverci all’interno, trasformandolo in una sorta di camper, e allo stesso tempo facile da guidare e poco assetato di carburante. Perfino l’aspetto lo rendeva controculturale. In quegli anni negli Stati Uniti erano di moda berline eleganti e muscle car dalle elevate prestazioni, di cui il Kombi era l’esatto opposto: un veicolo da lavoro spartano, lento (ma inarrestabile) e dalle linee amichevoli. Era insomma un simbolo di ribellione anche nella scelta di un veicolo. Unico aspetto meno brillante del “pulmino hippie” era il motore, che anche per avere bassi consumi, era poco potente, solo 25 hp. Nel Kombi era sfruttato al massimo delle sue potenzialità, permettendo un carico di nove passeggeri o 750 kg, ma velocità ed accelerazione ne risentivano. Questa però era una caratteristica apprezzata dai passeggeri del “pulmino hippie”, con la filosofia nell’andare piano e apprezzare il viaggio. Il Volkswagen Type 2 è insomma nato come mezzo da lavoro ma diventato noto come “pulmino hippie”. Ha dato un contributo notevole al movimento ed alla sua filosofia che includeva viaggi e festival, come mezzo di trasporto economico, anticonformista e facile da personalizzare per propagandare le proprie idee. La sua carriera non si è però fermata con la fine del movimento hippie alla fine degli anni Sessanta. La prima generazione del Type 2 è andata fuori produzione in Europa e USA nel 1967, che per una curiosa coincidenza è lo stesso anno in cui il movimento hippie organizzò il proprio funerale simbolico. La generazione successiva del pulmino hippie per antonomasia è rimasta invece in produzione, in particolare il modello T2c, in Brasile fino al 2013, ben 63 anni dopo il lancio del primo modello di Kombi. Francesco Di Nucci Immagine: foto (con modifiche e ridimensionata) di Marshall Astor, licenza CC BY-SA 2.0

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Culturalmente

Regioni minerarie tedesche: ieri e oggi

L’industria mineraria ha giocato un ruolo fondamentale nella storia delle regioni minerarie tedesche sin dalla sua nascita.  Partendo dal Medioevo fino ad arrivare all’epoca moderna e contemporanea,  è stata alla base dello sviluppo industriale ed economico della Germania, basato sulle risorse provenienti dalle regioni minerarie tedesche, per l’appunto. Ha avuto influenza su politica e società del paese, oggi invece sta gradualmente perdendo importanza (ad esempio per il passaggio alle energie rinnovabili) pur rimanendo ancora un settore strategico dell’economia tedesca. Regioni minerarie tedesche ieri L’industria mineraria ha interessato una parte non piccola del territorio della Germania, basti vedere la distribuzione delle regioni minerarie tedesche. Miniere di ferro erano presenti in Sassonia e Renania Settentrionale-Vestfalia (che include la zona della Ruhr); miniere di argento in Baden-Württemberg e Sassonia-Anhalt, miniere di metalli vari come rame, zinco e piombo in Baden-Württemberg e Bassa Sassonia; miniere di carbone e lignite in Brandenburgo, Lusazia, Renania, Renania Settentrionale-Vestfalia, Saarland; miniere di potassa in Assia, Bassa Sassonia, Sassonia-Anhalt, Turingia; miniere di sale nel sud della Germania. Questa abbondanza di materie prime ha avuto un ruolo fondamentale nello sviluppo industriale tedesco e nella sua storia, basta pensare al contenzioso per la Ruhr dalle guerre franco-prussiane alla seconda guerra mondiale. Più tardi porterà invece all’adesione alla CECA, Comunità europea del carbone e dell’acciaio, mercato comune per carbone e acciaio, antesignana dell’Unione Europea. Anche la società è stata influenzata dalle numerose regioni minerarie tedesche: è nelle miniere che nascono alcuni dei primi sindacati e delle prime organizzazioni di sinistra in Germania. L’industria mineraria tedesca oggi Oggi l’industria mineraria in Germania è stata ridimensionata, per motivazioni ambientali ed economiche, diminuendo quindi il numero di miniere attive nelle regioni minerarie tedesche. Oggi vengono estratti soprattutto lignite, potassa e salgemma, dopo che le miniere di carbone sono state chiuse nel 2018 dato che il governo tedesco mira a chiudere le centrali a carbone puntando sulle energie rinnovabili. Rimangono nel frattempo attive, come soluzione transitoria, le miniere di lignite, note per il loro elevato impatto ambientale e sociale: sono enormi miniere a cielo aperto  che espandendosi comportano il ricollocamento di intere comunità. Per questo e per motivi ambientali non si prospetta quindi una vita operativa ancora lunga per le miniere di lignite ancora attive. Francesco Di Nucci Fonte immagine: https://pixabay.com/it/photos/lignite-miniere-a-cielo-aperto-2318919/

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Libri

Fabio Carta: intervista all’autore di Ambrose e Arma Infero

Intervistiamo Fabio Carta, scrittore di fantascienza, laureato in Scienze Politiche, autore del libro Ambrose e della serie Arma Infero (Il Mastro di Forgia, I Cieli di Muareb, Il Risveglio del Pagan ed un quarto volume in uscita). Classe 1975, Fabio Carta ha esordito nel 2015 con il primo volume di Arma Infero, Il Mastro Di Forgia, seguito da I Cieli di Muareb nel 2016, Ambrose nel 2017 e Il Risveglio del Pagan nel 2018. Dalle scienze politiche alla fantascienza, come ha iniziato a scrivere? C’è molta politica nella fantascienza e non parlo soltanto degli sviluppi che dagli anni ’80, e mi riferisco al cyberpunk, hanno portato al successo una visione della fantascienza che si pone in polemica con la contemporaneità immaginando un futuro in cui i difetti del presente sono portati al parossismo. La vicinanza tra fantascienza tout court e la politica è stata infatti, di recente, evidenziata dal famoso autore Ted Chiang (suo il racconto che ha ispirato il film Arrival) in un’intervista su Repubblica. Per Chiang, la fantascienza tutta, presentando e ipotizzando l’esistenza di mondi e realtà diverse, è un ottimo esercizio intellettuale alla diversità, contro ogni visione monolitica del proprio stile di vita. Non poca roba, quindi… Detto questo, non voglio presentarmi come una specie di intellettuale politicamente impegnato. Nel mio anelito alla letteratura “sci-fi” c’è molta più ingenuità, vanità e voglia di giocare di quanto vorrei mai ammettere. Ha scritto soprattutto opere distopiche, qual è la sua visione del futuro? Nei suoi libri ci sono rimandi a temi politici ed attuali? La distopia è la vita nelle macerie che custodisce in sé i germi di una rinascita, carica di quelle speranze che spesso fanno anche ben volere la catastrofica “tabula rasa” da cui tutta la vicenda ha origine. In “Arma Infero” la catastrofe è praticamente innestata in ogni epoca del background, prima, durante e dopo gli eventi narrati; si respira una inevitabilità storica che opprime gli uomini e, nella sua spaventosa grandezza, ne ridicolizza ogni sforzo, impregnato di misere vanità e aspirazioni. In “Ambrose”, in quanto cyberpunk d.o.c. (o almeno spero) la polemica e la critica di costume sono decisamente più chiare e palpabili. Ma come ho detto, anche qui la rovina generale è il preambolo inevitabile a una rinascita. Intervista a Fabio Carta, autore di Ambrose e Arma Infero Il linguaggio dei suoi libri a volte potrebbe essere giudicato desueto o molto tecnico, è una scelta voluta? Secondo lei influenza la godibilità dei testi? Il mio linguaggio era quasi un obbligo nella prima persona di “Arma Infero”: in fondo a parlare era un pomposo maniscalco, impegnato in un’altisonante agiografia messianica. Che altro aspettarsi? In “Ambrose”, invece, ho cercato di creare un contrasto tra la narrazione in terza persona, molto forbita, e lo slang quasi incomprensibile dei personaggi, su cui però primeggia lo spettro anacronistico dell’entità che dà il titolo al libro. Per rispondere: sì, ho voluto e ricercato quel tipo di linguaggio. È funzionale a una fruizione facile e d’intrattenimento? Non so, non credo. Ma […]

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Libri

Non è successo niente di Nicolò Targhetta: recensione

Non è successo niente è una raccolta di storie brevi di Nicolò Targhetta, uscito a inizio maggio per la Becco Giallo. Nicolò Targhetta, padovano classe 1989, è autore della pagina Facebook/blog Non è successo niente, dove da tre anni pubblica ogni giorno un racconto breve e da cui sono tratte le storie del libro. Il titolo è ispirato a vicende dell’autore, “Non è successo niente è quello che dicevo ai miei quando, da piccolo, tornavo a casa da scuola. Mi succedevano le cose più spaventose in quella scuola, cicatrici esperienziali che mi avrebbero segnato tutta la vita e io a “com’è andata oggi?” rispondevo sempre “non è successo niente”. La cosa si è ripetuta dopo l’università. 110 e lode, applausi e poi non è successo niente. Anche per colpa mia, si intende. Ma mi sono scoperto a riutilizzare quella scusa. Quando qualcuno ti dice che “non è successo niente”, significa, di solito, che è successo tutto quanto“. Non è successo niente di Nicolò Targhetta: ironia e cinismo Per la sinossi, Non è successo niente è una raccolta di storie brevi, cinicamente ironiche e corrosive, che può creare dipendenza. In queste si alternano atmosfere da monologo interiore, atmosfere fantasy, atmosfere legate alle esperienze dell’autore, altre surreali ma con un piede per terra, tutte però legate da un’ironia di fondo con cui esorcizzare le paure del lettore. Sono tutti racconti autoconclusivi, collegati da più fili conduttori, più o meno interconnessi. Filone principale è quello della crescita e dell’affrontare la realtà, dell’aver superato i trent’anni, dei primi bilanci e di come affrontarli con un po’ di cinismo. In questo contesto si aggirano un alter ego dell’autore in prima persona o tre amici scapestrati (Nicolò, Primo e Sergej), tra feste di ventenni da scansare e esami per attestare di essere un buon trentenne (pena corsi rieducativi). Il surreale è un altro filo conduttore dei racconti, tra cani/coscienza parlanti, libri viventi e protagonisti, dialoghi con la morte, con fantasmi dei videogiochi e col mostro sotto al letto. Altro filo sono i monologhi interiori, con l’esilarante assemblea delle personalità del protagonista negli anni, o alter ego psichiatri che affollano la mente del protagonista e si muovono tra i suoi settori. Non si può non confermare l’avvertenza del libro sulla dipendenza: difficile staccarsene, una storia tira l’altra. Ancor più difficile è non ridere durante la lettura, che rassicura ed aiuta ad affrontare le paure dei protagonisti, che in fondo sono anche nostre. Francesco Di Nucci Fonte immagine beccogiallo.it

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Musica

Cose Difficili: EP d’esordio funk, nu soul e pop

Il 12 aprile è uscito per la Lumaca Dischi l‘EP “Cose Difficili” dell’omonima band. All’esordio con questo disco, Cose Difficili è una band calabrese nata nel 2017. È composta da Mattia Tenuta (cantautore), Giuseppe Rimini alias Dj Kerò (dj e produttore) e Mario D’Ambrosio (bassista), il suo genere è un misto di Funk, nu soul e Pop. Il nome della band è un omaggio al brano “Cose Difficili” dei Casino Royale, e non è l’unico richiamo presente nell’album, con ogni brano che presenta influenze diverse, ad esempio Favola di Plastica ha riferimenti come Ainè e Serena Brancale, Se Fossi Tu è ispirata a Luther Vandross e Curtis Mayfield, È Tempo invece è ispirata all’underground anni ’90, dai Subsonica a Casino Royale. L’EP conta cinque brani, per una durata complessiva di circa venti minuti: Favola di Plastica, Se Fossi Tu, È Tempo, Tutto Semplice, Ora Che Sono Qui. Apre l’album il brano Favola Di Plastica, soul con notevoli influenze elettroniche ed un ritmo lento, che parla delle illusioni che servono ad andare avanti e a ritenersi falsamente soddisfatti, in assenza di riferimenti certi. Segue Se Fossi Tu, in pieno genere funk con qualche accenno di elettronica, storia di una relazione movimentata i cui protagonisti in fondo non si conoscono veramente, pur desiderandolo. Terzo brano È Tempo, il cui videoclip è uscito in anteprima per la promozione dell’EP. Anima marcatamente elettronica e ritmo coinvolgente in linea con il testo, che tratta dello scorrere inarrestabile del tempo e sulla necessità di impegnarsi per provare a realizzare i propri sogni. Cose Difficili: EP d’esordio della band omonima per la Lumaca Dischi   Penultimo brano Tutto Semplice, prevalentemente hip-hop con influenze funk, testo sulla apparente semplicità di una relazione, che nasconde una complessità non evidente, basata su ingenuità, finzione e maschere da abbandonare. Chiude Ora Che Sono Qui, brano elettronico con un ritmo vivace, sul confronto tra un passato da ricordare e chiudere ed un presente da vivere “ora che si è qui”. L’EP spazia su generi diversi tra di loro, nonostante questo non c’è un distacco tra i brani, collegati dalla sonorità della band, riconoscibile seppur declinata in diversi generi. Misto di generi diversi, “Cose Difficili” è un EP relativamente breve e scorre veloce, leggero nei testi e nella musicalità. Francesco Di Nucci Fonte immagine: www.lalumacadischi.com

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Libri

Licia Troisi: dal Mondo Emerso a Monster Allergy

Da qualche mese è stata annunciata la collaborazione di Licia Troisi alla stesura del soggetto dei nuovi volumi del fumetto Monster Allergy Evolution edito dalla Tunuè. Scrittrice di fantasy da milioni di copie, Licia Troisi è autrice delle serie di libri Cronache del Mondo Emerso, Le guerre del Mondo Emerso, Le leggende del Mondo Emerso, La ragazza drago, I regni di Nashira, Pandora e La saga del Dominio. Partiamo dall’ultimo progetto, il soggetto di un numero di Monster Allergy Evolution, cosa cambia tra il lavorare su di un libro e su di un fumetto? Innanzitutto, si tratta di un lavoro collettivo. Quando scrivo un libro, ho il controllo di tutto il processo produttivo, e alla fine ho sempre l’ultima parola. Nel caso del fumetto, sono stata solo una rotella di un meccanismo più grande, e devo dire che la cosa non mi è dispiaciuta affatto: a volte è davvero bello lavorare in gruppo, soprattutto quando si condivide la visione d’insieme. Per il resto, Katja e Francesco sono stati molto bravi a farmi sentire subito a mio agio nel team, e alla fine ho potuto apportare un contributo che fosse molto mio, sia in termini di contenuti e immaginario che anche meramente tecnico. Insomma, non mi sono sentita mai un pesce fuor d’acqua, nonostante non fossi nei terreni a me più congeniali. Una carriera che inizia nel 2004 con le Cronache del Mondo Emerso e continua negli anni con numerose saghe fantasy, passando dal Mondo Emerso alla saga del Dominio, dalla ragazza drago a Pandora. Come cambiano negli anni la scrittrice, la sua vita e i suoi personaggi? La mia vita è cambiata in modo radicale; del resto sono passati quindici anni… Quando ho iniziato, ero una studentessa di laurea che viveva coi suoi. Oggi ho il dottorato di ricerca, ho fatto lo scienziato come sognavo da bambina, sono sposata e ho una figlia. Indubbiamente, alcuni di questi cambiamenti sono anche frutto del mio successo. Per quel che riguarda la mia scrittura, spero di essere migliorata stilisticamente, e di essere più abile nel processo di costruzione del mondo e dei personaggi. Se ci sia riuscita, però, sta al lettore dirlo. Dove nasce la sua passione per la scrittura? Ho sempre amato raccontare storie, fin da piccola, e ho iniziato a scriverle quando mi hanno insegnato fisicamente a farlo. Col tempo ho imparato a considerarlo un tratto caratteriale. Perché proprio il fantasy come genere principale? È stata una scelta facile, fatta sin dall’inizio? Cosa pensa di chi lo ritiene un genere “leggero”, per ragazzini? Non è stata realmente una scelta. La prima idea di cui mi fidassi a sufficienza da convincermi a sedermi alla scrivania e scrivere è stata fantasy, e, dato che avevo un gran bisogno di scrittura, l’ho subito assecondata. Col senno di poi, tutte le cose che ho scritto avevano un seme di fantastico dentro, ma non ne ero consapevole. Per quel che riguarda la “leggerezza”, innanzitutto non mi sembra un demerito; la lettura è pur sempre qualcosa che […]

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Musica

ENEA: recensione dell’album degli EPO

ENEA è l’ultimo album degli EPO, quintetto rock napoletano, che ha collaborato per l’occasione con Roy Paci ai fiati e Rodrigo D’Erasmo agli archi. Prodotto da Daniele “Ilmafio” Tortora, è uscito il 1° marzo per la SoundFly. La carriera degli EPO (Ciro Tuzzi, Michele De Finis, Jonathan Maurano, Gabriele Lazzarotti e Mauro Rosati) inizia nel 2000, da allora hanno realizzato quattro dischi: Il mattino ha l’oro in bocca (2002), Silenzio Assenso (2006), Ogni Cosa è Al Suo posto (2012) e l’EP Serpenti (2016). Tornano ora con ENEA, 10+1 tracce per tre quarti d’ora di rock in napoletano: Addò staje tu, ‘A primma vota, Nun ce guardammo arete, Dimmello mò, Luntano, Damme ‘na voce, Sirene, Auciello, Malammore, Ombra si’ tu, Appriesso ‘e stelle (traccia bonus del CD). Tutti i testi e le musiche sono degli EPO, tranne Ombra si’ tu, cover del brano di Canetti e Valente del 1925. L’album ENEA è caratterizzato dall’utilizzo del napoletano, che ne influenza positivamente la musicalità (per eventuali “problemi” di comprensibilità, sul canale YouTube degli EPO troviamo anche i testi “tradotti”). Il titolo è ispirato al viandante del mito, dato che ENEA degli EPO costituisce un viaggio tra sonorità diverse, sempre trasognate e rilassanti, in una sorta di soft rock. Influenzato ovviamente da un uso non marginale di archi e fiati, che danno una nota particolare e riflessiva a questo album. ENEA degli EPO: track by track Apre l’album il brano Addò staje tu, storia di una persona che cerca di ricominciare da una passato difficile, con l’aiuto di una presenza costante ma silenziosa. Si prosegue con ‘A primma vota, un invito a vivere ogni piccolezza del quotidiano come fosse la prima volta, per poter agire per amore. Il successivo Nun ce guardammo arete è un invito a non pensare al passato e a guardare avanti, legato al successivo Dimmello mò, che è un richiamo alla giovinezza, in cui ci si chiede dove si sia andati a finire. Inizia con Luntano – una canzone su di un amore andato perso e su di chi sia stata la colpa in ciò – la parte dell’album dedicata all’amore, alle delusioni e alle speranze. Queste sono trattate in Damme ‘na voce, storia di un amore che sta per iniziare e delle incertezze degli innamorati. Sirene è invece il canto di un marinaio in mezzo al mare, che pensa alla sua amata ed al canto delle sirene che forse non gli permetterà di tornare da lei. Auciello, temporanea digressione, è dedicata ad una ragazza leggera come un cardellino, che può essere portata via dal vento. Con Malammore si torna al tema amoroso, questa volta cantando di un amore tormentato, tema anche della successiva Ombra si’ tu, lettera amara di un innamorato a chi lo ha ingannato e deluso. Chiude l’album Appriesso ‘e stelle, parlando di chi lotta per cambiare il mondo, anche se sembra un combattimento contro i mulini a vento. L’album degli EPO è insomma un viaggio tra ritmi, tematiche e sonorità diversi eppure ben amalgamati, ENEA scorre veloce quasi come […]

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Libri

Black Hammer: Volume 3 – l’Era del Terrore ha inizio

Con l’uscita il 28 marzo di Black Hammer – Volume 3 la Bao Publishing prosegue la pubblicazione della serie a fumetti Black Hammer di Jeff Lemire, Dean Ormston e Dave Stewart. Come già anticipato nel secondo volume c’è un “cambio di serie”, ora denominata Black Hammer: Age of Doom. Questo terzo volume ne raccoglie i primi cinque numeri sotto il nome di Black Hammer: l’Era del Terrore parte 1. I precedenti volumi del fumetto narrano il passato dei supereroi Abraham Slam, Barbalien, Black Hammer, Colonnello Weird, Golden Gail e Madame Butterfly. Per proteggere la città di Spiral City, sconfiggendo il despota cosmico Anti-Dio, i sei assieme a Talkie-Walkie, l’aiutante robotica del colonnello, si ritrovano bloccati in un mondo dove i supereroi non esistono. Poco dopo Black Hammer muore nel tentativo di lasciare quella “prigione” dove i suoi compagni di sventura rimarranno intrappolati per un decennio, senza alcuna novità fino all’arrivo improvviso di Lucy Weber. Figlia di Black Hammer, alla fine del precedente volume era divenuta lei stessa una supereroina grazie al martello del padre. In questo terzo volume di Black Hammer sarà lei, anche affrontando un viaggio tra altri mondi e dimensioni, ad aiutare gli altri supereroi. Riuscirà infatti a risolvere l’enigma del loro esilio, con una risposta che solleverà molte altre domande e problemi. Un’anteprima del fumetto a cura della Bao Publishing Black Hammer: l’Era del Terrore parte 1 – continuo di L’Evento In questo volume, grazie al viaggio di Lucy Weber, l’ambientazione principale si sposta dalla fattoria e da Spiral City ad un insieme di mondi paralleli, abitati da creature bizzarre od inquietanti, immerse in atmosfere da incubo. Queste non richiamano più i fumetti della Golden Age, si fanno anzi più cupe ed inquietanti, grazie ai nuovi intrighi legati all’esilio ed ai mondi paralleli attraversati da Lucy. Si arriva al punto in cui nemmeno il mondo/prigione rurale nel finale non è più così tranquillo, con l’azione che finalmente lo travolge dopo anni di sonnolenza. I ritmi della narrazione sono meno veloci dei fumetti precedenti, ed è necessario l’intero volume a svelare il mistero dell’esilio, ma restano avvincenti, anche per via dei viaggi interdimensionali di Lucy. Infatti lungi dall’essere un diversivo per allungare la trama, mondi e personaggi che incontra sono accattivanti e singolari. Per questo il volume è godibile anche senza aver letto i precedenti, tuttavia per poter seguire agevolmente la trama sarebbe meglio averli letti prima di iniziare questo terzo volume della serie. Il tutto si chiude con un cliffhanger che lascia con il fiato in sospeso ed impazienti di sapere come proseguiranno le storie dei protagonisti della serie. Francesco Di Nucci

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Musica

Intervista a Law in Arm, dj autore di Inside Blue

Inside Blue è l’ultimo singolo dance del dj Law in Arm, nome d’arte di Mauro Lanzieri,  prodotto dalla iM Elettronica, che ha scalato la top chart di Chicago. Law in Arm, dj dagli anni ‘90, negli ultimi cinque anni anche produttore, da Torre Annunziata ha suonato in tutta Italia, lo abbiamo intervistato in occasione di questa scalata alle classifiche. Law in Arm, chi si cela dietro lo pseudonimo? Come mai questo nome? È il nome d’arte di Mauro Lanzieri, ho preso spunto dai miei studi giuridici. Nell’ambito musicale ho iniziato a suonare pianoforte a 8 anni. Figlio degli anni 90, ho sempre covato una grandissima passione per la musica dance. Come deejay ho lavorato in vari locali a Napoli e a Milano, ho suonato alle feste in piazza nella provincia partenopea. Come si arriva da Torre Annunziata in cima alle classifiche di Chicago? Sicuramente abitare in una grande città, come Napoli, dà più opportunità: i dj trovano locali dove suonare con meno fatica, i producer hanno a disposizione più sale di incisione. Questo, però, non deve essere visto come un limite. Vivere in provincia ormai non è più un problema, grazie ai mezzi di comunicazione possiamo arrivare ovunque. Grazie a internet, infatti, siamo connessi globalmente con tutto il mondo da qualsiasi remota città. Il limite è solo quello che eventualmente ci poniamo lasciando che la paura di non farcela decida per noi. Chicago è stata una sorpresa anche per me, non era il mio obiettivo principale, anche perché è una città che ama sonorità molto particolari e raffinate. Ne sono venuto a conoscenza dal direttore artistico di una radio con sede lì, il quale mi ha rivolto le sue congratulazioni. Dopo poco più di un mese mi sono ritrovato al primo posto. Questo penso dimostri che lavorando con professionalità, impegno, costanza e passione i risultati arrivano perché le persone percepiscono tutto ciò. Da dove vengono le sonorità di Inside Blue? Quali sono i lavori precedenti? Il progetto “Inside Blue” nasce dall’idea di coniugare la musica EDM con quella classica. Infatti, oltre la versione Original mix, Inside Blue ha altre due versioni “Radio Edit” e “Vocal mix”, con la voce della soprano Annamaddalena Capasso, in arte The Eternal Diva che ha sposato in pieno la mia idea e ha dato, con la sua professionalità, quel qualcosa in più e di diverso al progetto stesso. Doppio lavoro, da dj e da produttore, quali i lavori realizzati come produttore? Prospettive future per ambedue le carriere? Oggigiorno, pensando ai grandi nomi del settore, fare dj e produttore sembra la stessa cosa, ma non lo è. Un produttore fa anche il dj per promuovere i propri progetti, non necessariamente il contrario. I miei lavori precedenti sono Demostration ed Euphoria che è stata anche utilizzata come sigla di un programma televisivo. Per il futuro, ho da poco firmato un contratto per la mia nuova uscita con una casa discografica di Los Angeles. Stiamo perfezionando i dettagli e il mese prossimo ufficializzeremo il tutto. Sicuramente, poi, seguirà la […]

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Libri

Super Santa for Peace: intervista all’ideatore Stefano Labbia

A febbraio 2019 è stata pubblicata l’edizione digitale di Super Santa for Peace, fumetto supereroistico ambientato nell’universo di Kremisi. Il ricavato della vendita del volume andrà in aiuto delle popolazioni del Messico colpite dal terremoto del settembre 2017. In Super Santa vediamo all’opera quella che è la versione supereroistica di Babbo Natale, in illustrazioni realizzate grazie all’associazione Aster Academy da numerosi artisti, su idea di Stefano Labbia. Scrittore e fumettista classe 1984, autore anche di Killer’s Loop e Kremisi, di prossima uscita, lo abbiamo intervistato. Intervista all’ideatore di Super Santa for Peace, Stefano Labbia In Super Santa vediamo Babbo Natale in versione supereroe che lotta contro il crimine, da dove nasce quest’idea? Questa idea nasce nel 2015 e se è vero che i tratti e le caratteristiche di Santa sono evidenti nel personaggio, non ho fatto altro che pensare, durante tutto il corso della genesi del fumetto, a come poter distaccarmi dalla storia tradizionale e inserendovi elementi nuovi all’interno ma senza snaturarla troppo. Il risultato è un classic comics hero american style che però strizza l’occhio per la composizione delle tavole, per lo stile della narrazione e per i contenuti, a quella che è la tradizione italiana. Super Santa for Peace nasce dalla collaborazione di numerosi artisti, come è stato gestire un progetto del genere? Sicuramente un’esperienza molto… intensa. Gli illustratori partecipanti provengono davvero da ogni parte del mondo: siamo riusciti ad arrivare assieme alla meta grazie allo spirito umanitario del progetto. Io ringrazio tutti i partecipanti, Aster Academy per l’enorme lavoro di logistica svolto ed il prezioso supporto che continua a dare nella diffusione dello stesso. Un grazie speciale va alla Dottoressa Emanuela Mauri di emygraph.it per il prezioso aiuto nell’editing del libro! Qual è il messaggio che vuole portare Super Santa for Peace? Cosa lo differenzia dalle storie di supereroi in stile statunitense? Sicuramente i contenuti. Qui non si tratta di supereroi con superproblemi. O meglio… non solo. Il mondo di Super Santa e Kremisi è affollato di criminali di ogni genere e soprattutto da una popolazione che, da mediocre quale è, ha lasciato a loro il completo dominio, dandogli così non solo modo di dominare la specie intera ma di, letteralmente, fare il bello e il cattivo tempo creando nuovi modi per morire. Il ricavato della vendita andrà ad aiutare le popolazioni colpite dal sisma in Messico nel 2017, come mai questa scelta? L’intero progetto Super Santa for Peace è nato in concomitanza di quel tragico evento. Sentivo l’esigenza di dover fare qualcosa e l’unica cosa che ero in grado di fare in quel momento era di coinvolgere illustratori da ogni parte del mondo e, assieme a un’associazione internazionale culturale, dare vita a questo progetto, nella speranza di poter aiutare le popolazioni colpite dal sisma. Francesco Di Nucci

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Fun e Tech

A cosa servono i Bitcoin? Storia e pareri sulla criptovaluta più famosa

A cosa servono i Bitcoin? Cerchiamo di capirlo insieme! I Bitcoin, saliti alla ribalta un anno fa, quando il loro valore è schizzato a 20.000 dollari, sono una criptovaluta: una valuta digitale, basata sulla crittografia e decentralizzata. In altre parole sono un mezzo di scambio che non esiste in forma “fisica”, che funziona grazie alla crittografia asimmetrica e ad altre tecniche crittografiche e che non è controllato da alcuna autorità statale. A cosa servono i Bitcoin In estrema sintesi i Bitcoin servono alle stesse cose per cui serve una moneta come l’euro: accettare e fare pagamenti, compravendita di beni, scambio con altre valute, utilizzo in strumenti finanziari. Le similitudini finiscono qui. La prima differenza è nel valore: quello di una normale valuta dipende dall’istituzione che lo emette e dalla situazione politico/economica dello Stato, quello del Bitcoin invece è dovuto solo a domanda e offerta. Questo spiega le oscillazioni estreme del suo valore, dai pochi centesimi dell’esordio ai ventimila dollari dell’anno scorso, fino ai circa tremila/quattromila dollari attuali. A causa di quest’estrema volatilità, i Bitcoin non hanno avuto grandissima diffusione, ma sono accettati in una discreta quantità di attività commerciali, soprattutto online. Poiché sono un mezzo di pagamento “anonimo”, per il particolare meccanismo di funzionamento, hanno rivestito e rivestono anche un ruolo in traffici illeciti, in particolare per trasferimenti di denaro nel cosiddetto dark web. Come funzionano Il funzionamento della rete che c’è dietro i Bitcoin non è facile da sintetizzare e spiegare senza tecnicismi, volendo è possibile approfondirlo in diversi livelli di dettaglio, dai più semplici ai più tecnici. Volendo semplificare esiste una rete peer-to-peer dove ogni utente è un nodo e ha un “portafoglio” a cui corrisponde un indirizzo e in cui conserva i suoi Bitcoin. Basta installare un software apposito per crearne uno, non esiste quindi nessun registro che associ un indirizzo ad una data persona. Le transazioni tra indirizzi vengono registrate nella blockchain, una sorta di libro mastro pubblico che è distribuito tra tutti gli utenti che partecipano alla rete Bitcoin. Come tutto ciò che riguarda i Bitcoin, anche questo processo è basato sulla crittografia. Inserire le nuove transazioni nel libro mastro richiede la soluzione di complessi problemi matematici di cui si occupano i cosiddetti miners, che sono utenti che sfruttano la potenza di calcolo dei propri computer per risolvere questi problemi crittografici. In cambio ottengono una ricompensa in Bitcoin al momento della soluzione, in parte dovuta al sistema stesso (che dimezza questa ricompensa ogni quattro anni), in parte dovuta ad una eventuale commissione per eseguire la transazione. Per vari motivi la difficoltà dei calcoli è legata al numero di miners: più cresce, più la difficoltà è alta. Uno dei motivi di questa scelta è per rallentare la creazione di nuova criptovaluta, dato che il numero di Bitcoin che possono essere creati è limitato a ventuno milioni, (di cui diciotto milioni in circolazione) per evitare l’inflazione. Conseguenza di questi limiti è stato l’aumento della capacità di calcolo necessaria per gestire la rete Bitcoin. I problemi sono così […]

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Libri

Royal City Volume 3: ultimo volume della graphic novel di Jeff Lemire

Royal City 3, ultimo capitolo della graphic novel Royal City di Jeff Lemire | Recensione Royal City Volume 3, terzo ed ultimo volume della graphic novel Royal City di Jeff Lemire, è uscito il 24 gennaio per la Bao Publishing. Sceneggiatore e fumettista canadese, tra le opere a cui Lemire ha collaborato o di cui è autore ci sono Essex County, Il saldatore subacqueo, Descender, Plutona, Black Hammer e Niente da perdere. Protagonista dell’ultimo capitolo della trilogia, come nei due volumi precedenti, è la famiglia Pike, la cui storia si dipana tra gli anni ‘90 ed il presente nella città fittizia di Royal City, centro industriale del New Jersey ora in declino. La famiglia Pike è composta dai genitori, Peter e Patty, e dai loro figli Pat, Tara, Richie e Tommy. A causa di un evento inaspettato sono stati costretti a riunirsi a Royal City, dove si trovano a fare i conti con un presente problematico per tutti loro e soprattutto con il loro ancor più problematico passato, al quale tutti sono rimasti ancorati. Infatti Tommy, il più piccolo dei fratelli, è morto nel 1993 in circostanze poco chiare. Eppure tutti i familiari ne vedono il fantasma, seppur ad età diverse, che li accompagna nelle loro vite, come se queste si fossero in parte fermate alla sua morte. Ora anche grazie a lui, o meglio a quello che immaginano di Tommy, i Pike riusciranno finalmente a fare i conti con la propria storia ed andare verso un futuro che appare migliore. Royal City, il volume 3 del romanzo grafico di Jeff Lemire La storia di Royal City si sviluppa su diversi piani temporali e spaziali che interagiscono tra di loro. Innanzitutto si alternano il presente, con tutti i suoi problemi e le storie dei protagonisti, ed il passato, con i suoi eventi tragici e le scelte che hanno portato tutti i personaggi a diventare quello che sono nel presente. Poi c’è un’alternanza tra la realtà, dove i protagonisti cercano di cambiare le loro vite, ed il sogno, quasi delle visioni oniriche, che spesso accompagnano i momenti di riflessione e di ritorno al passato dei personaggi. Sono opera di Jeff Lemire sia la sceneggiatura che i disegni, realizzati in tinte acquerellate, quasi sfumate. Nel fumetto si alternano colori caldi e freddi a seconda delle situazioni rappresentate, tra le sfumature accentuate di sogni e ricordi e la vividezza del presente e delle sue novità. Con quest’ultimo volume di Royal City si chiude la trilogia con i protagonisti che finalmente riescono ad affrontare il loro passato e quasi non ci si accorge dello scorrere delle pagine e delle storie che man mano si intrecciano e scorrono anch’esse verso il finale. Royal City 3 di Jeff Lemire: [amazon_link asins=’8832732041′ template=’ProductCarousel’ store=’eroifenu-21′ marketplace=’IT’ link_id=’f1a894b1-5d7e-41ec-a820-df4b4773c866′] Immagine dal web: www.amazon.it

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Musica

Hide Vincent e il suo nuovo EP: The House Marring

The House Marring, nuovo EP di Hide Vincent, quattro ballate folk L’11 gennaio è uscito The House Marring, secondo EP di Hide Vincent, alias Mario Perna, musicista e cantautore classe ‘93. Viene pubblicato dalla I Make Records, casa produttrice di Nocera, registrato e arrangiato con l’MR Recording Studio di Salerno. Inizia la sua carriera nel 2012 con una demo autoprodotta, Imperfection, in seguito alla quale entra nel 2015 nell’etichetta che ha prodotto i suoi successivi EP. Segue nel 2017 l’EP di esordio Hide Vincent, poi, a distanza di due anni, il nuovo The House Marring. Quest’ultimo è un lavoro breve, intenso, degno dell’attenzione dell’ascoltatore, sole quattro tracce per un quarto d’ora di ballate folk: Barely Naked, Come Up, Drop The Glass, Home Alone. Una notevole differenza con l’album precedente, composto da ben dieci tracce, rispetto al quale mostra però una maturazione dei suoni e dei contenuti, con The House Marring che è più orientato verso l’intimità ed i sentimenti. The House Marring: ultimo EP di Hide Vincent Il titolo dell’EP letteralmente vuol dire “deturpare, danneggiare la casa”. In questo caso indica la distruzione di quel che si conosce, delle relazioni, di ciò che ostacola il cambiamento, dei legami col passato, fantasmi da affrontare per poter poi finalmente ricominciare e guardare al futuro. The House Marring è costituito da lente ballate, in stile folk/rock, caratterizzato da uno stile pacato ma mai noioso. Apparentemente semplice, in realtà espressivo e ricco di sfumature sonore, quasi sembra finire troppo presto. L’EP The House Marring si apre con Barely Naked, traccia con una voce calda e tendente al malinconico, sullo sfondo di un avvolgente intreccio di chitarra ed archi. La successiva Come Up è caratterizzata invece da una melodia più ipnotica, con l’uso anche di pianoforte e percussioni, un alternarsi di alti e bassi nella voce, di ritmi quasi dilatati e poi più concitati. Il terzo brano, Come Up, è venato della stessa malinconia di Barely Naked, ma con un’apertura al futuro. Melodicamente tornano ad avere nuovamente importanza gli archi, e la voce si fa più calda, quasi ad indicare l’inizio della ricostruzione dopo la distruzione. A chiudere l’EP troviamo Home Alone, melodia di chitarra e percussioni, voce calda in bilico tra la nostalgia per il passato e l’avvicinarsi di un nuovo inizio. The House Marring è un lavoro breve ma completo, meritevole di attenzione, un risultato più che degno dei due anni di lavoro che lo separano dall’EP precedente. Francesco Di Nucci

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Musica

No Time for Beauty di Makoto Holmberg, intervista

No Time for Beauty è il secondo album, dopo il primo EP Slow Night, di Makoto Holmberg, alias Andrea Apicella, uscito il 19 ottobre scorso per la VolumeUP. Cinque tracce di sola musica elettronica strumentale arricchita dal field recording, ne abbiamo intervistato l’autore. 1. Makoto Holmberg, dove e come nasce questo progetto di musica elettronica? Il progetto nasce nel 2015, nella mia stanza, letteralmente. In quel periodo avevo la seria intenzione di fermare quello che era il mio percorso artistico per dedicarmi ad altro. Ho sempre avuto un rapporto di odio-amore con la musica. Quindi i primi lavori come Makoto Holmberg sono nati e si sono evoluti nella mia stanza, senza l’intenzione di pubblicarli. Quando ho capito che non aveva senso trattenere il materiale rinchiuso in un hard disk, allora ho deciso di condividerlo con il mondo. Essendo il mio un linguaggio sonoro molto vicino a generi ascoltati principalmente fuori Italia, sono riuscito a suonare, tra la fine del 2015 e l’inizio del 2016, in improbabili posti, prima in Inghilterra e poi in Germania, presentando i miei improbabili lavori ad altrettanto improbabili serate di musica. 2. Qual è lʼispirazione per lʼalbum “No Time for Beauty”? No Time for Beauty è un progetto che ho sempre sentito dentro. È tutto ciò che fin da ragazzo mi sarebbe piaciuto esprimere in maniera artistica. Quindi l’ispirazione non è partita da un agente esterno, ma semplicemente dalla promessa che mi ero fatto da adolescente nel momento in cui avevo deciso che avrei voluto fare musica. No Time for Beauty: la musica elettronica di Makoto Holmberg 3. Come mai cinque tracce solo strumentali, qual è il loro significato? Parto dal presupposto che la voce sia uno strumento così come lo è un basso, un pianoforte, il suono della pioggia o il rumore bianco. Credo che l’uso della voce nel senso classico del suo significato, cioè con il fine di farla emergere tra gli altri elementi di un brano, costringa chi fa musica ad attenersi a certi standard, sia in termini di resa sonora, di pulizia, sia in termini di strutture. Uno dei miei punti cardine per No Time for Beauty era proprio il non voler ripetermi all’interno dei brani. Nulla suona uguale per più di due volte, anche un semplice beat di batteria ha variazioni, seppur impercettibili, che danno l’idea di qualcosa di spontaneo, di improvvisato, di creato in maniera istintiva. Non penso che in questo genere di musica la presenza di una voce segni un netta differenza. Ci sono tanti elementi, e la voce è solo una di questa, non meno importante, ma neanche più importante. Dipende da ciò che si vuole dire e come lo si vuole dire. 4. In questo album rispetto al precedente c’è una maggior componente umana e di sottofondo grazie anche al field recording, come mai questa scelta? Altre differenze tra i due album? Non amo particolarmente lʼidea del “campionato”, cioè di un elemento che viene tagliato e collocato più volte in una casella. Non mi piace perché è […]

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