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Donne saudite

Donne saudite: diritto di voto e di candidatura

Il 12 dicembre, in Arabia Saudita, si terranno le elezioni municipali e, per la prima volta nella storia del paese, anche le donne saudite avranno possibilità di voto e di candidatura, fino a questo momento negate. Un evento che pone tutte le premesse per indebolire le consuetudini sessiste saudite e che vedono il trionfo di una battaglia compiuta dalle donne da oltre dieci anni.

La registrazione ufficiale perché fossero concesse alle donne le votazioni è stata possibile dal 22 agosto 2015, mentre quella per la candidatura dal 30 agosto, vincolando tale opportunità solo e unicamente alle elezioni comunali. Nel 2011, con il precedente sovrano Abdullah, erano riuscite ad ottenere una promessa che il successore Salman, quattro anni dopo, ha mantenuto. Il rischio di un passo indietro c’è stato solo nel passaggio da un sovrano all’altro, quando il Ministro dell’interno Mohamed Bin Nayef, promosso a principe ereditario dal re, estremamente conservatore, aveva cominciato ad acquisire maggiore influenza: era stato lui a reprimere ripetutamente la richiesta di ottenimento del diritto alla guida.

Attualmente – secondo il sito Arabnews sono più di 70 le donne saudite che hanno deciso di candidarsi alle elezioni. Le prime registrate per il voto hanno anche deciso di lasciare la propria testimonianza al Saudi Gazette, definendo la situazione «come un sogno»: Jamal al Saadi e Safinaz Abu al Shamat si sono registrate alla Mecca e a Medina, le quali hanno aperto le registrazioni una settimana prima rispetto a tutte le altre città saudite.

Gli attuali diritti delle donne saudite e la situazione araba

L’Arabia Saudita è una monarchia assoluta di stampo islamico ed è, anche per questo, uno tra i paesi più arretrati al mondo per i diritti delle donne. Il re Abdullah è stato considerato un sovrano “riformatore”, soprattutto per la scelta di aprire nel 2009 la prima Università saudita per classi miste. Il suo operato, però, è stato costantemente ostacolato, obbligandolo a prendere provvedimenti contro importanti capi religiosi. La ragione di una tale scelta, seppur rischiosa e deprecabile per la mentalità araba, era necessaria: il paese, nonostante sia un regno governato in maniera assoluta dalla famiglia Al Saud, a conti fatti deve dare credito al clero islamico, il quale ha una tale influenza da controllare quasi tutte le scuole del paese e il sistema giudiziario. Proprio da quest’ultimo, che professa una forma di Islam particolarmente intollerante, e dai settori più conservatori della società, sono arrivate le principali critiche a qualsiasi forma di ammodernamento: per rispettare tale mentalità, verranno infatti allestite le urne in modo tale che venga mantenuta la separazione tra i sessi e le donne candidate non dovranno in alcun modo mostrare sui volantini elettorali il proprio volto.

Nonostante l’importante traguardo, tutt’oggi le donne non possono compiere attività riconosciute come abituali nel mondo occidentale: non possono viaggiare all’estero, sposarsi, frequentare le scuole superiori, sottoporsi ad alcune procedure mediche, senza il permesso di un tutore maschio, che sia marito, padre, fratello, o persino figlio. Un vero e proprio sistema di tutela che comporta il trattare le donne come fossero minori. E per quanto non esista una vera e propria legge – né islamica – né del codice stradale saudita – che lo impedisca, è negato il diritto di guidare in qualsiasi condizione. A nulla sono servite le manifestazioni dell’associazione femminile “Women2Drive” perché si potesse ottenere l’abolizione di un divieto in vigore dal 1990.

Indubbiamente in una tale ottica, estranea al mondo occidentale, la conquista del diritto di voto e di candidatura si mostra realmente “come un sogno”, un sogno che permette, seppur con troppa lentezza ancora, alle donne islamiche saudite di cominciare a proiettarsi sempre più concretamente nello spiraglio di una effettiva emancipazione. Che possano così accompagnare ai loro doveri di donne, mogli e cittadine anche i corrispettivi e lecitissimi diritti.