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Eroica Fenice

diritto di voto alle donne

Storia del diritto di voto alle donne dall’Ottocento al Dopoguerra

La storia del diritto di voto alle donne è costellata da importanti battaglie per la parità dei sessi e si sviluppa in un arco temporale che va dall’Italia pre-unitaria al Dopoguerra. Scoprite con noi le date più decisive della politica sociale del nostro Paese e le figure che hanno lottato in nome dell’affermazione femminile.

La storia del diritto di voto alle donne ha origine nell’Ottocento, secolo che sancisce la possibilità per la donna di dare un voto amministrativo. Le donne benestanti, che possedevano terre e beni, potevano esprimere una loro preferenza elettorale a livello locale attraverso un tutore e, in alcuni comuni, essere elette. Ciò valeva specialmente per le regioni che godevano di una politica amministrativa avanzata, quale il Lombardo-Veneto, che, attraverso riforme sociali di stampo illuministico, cercava di uscire dall’ottica arretrata italiana e guardare al modello europeo.
In occasione del plebiscito del Veneto nel 1866, anche le donne vollero esprimere la propria preferenza per la creazione di un’Unità d’Italia, e per questo motivo inviarono al Re Vittorio Emanuele II lettere di protesta di forte carattere patriottico e di rivendicazione del diritto con accenni di protesta e umiliazione.
Con l’avvenuta Unità, il diritto di voto garantito a livello locale venne meno e le donne scontarono una totale esclusione dalla vita politica del Paese. Il novello Regno d’Italia ignorava la sua componente femminile e per tale motivo le donne lombarde, audacemente definendosi “cittadine italiane“, inviarono una petizione alla Camera per ottenere un diritto di voto esteso a tutto il Paese.
I disegni di legge di Minghetti, di Ricasoli, ministri dell’Italia post-unitaria, posero l’accento sulla necessità dell’estensione di voto, ma la questione si risolse negativamente con il discorso dell’onorevole Boncompagni, relatore alla camera sul progetto. Costui affermò che i costumi italiani non permettevano alla donna di frammettersi nel comizio degli elettori, e la dichiarò, infine, non eleggibile, ponendola alla stregua di analfabeti, falliti e condannati.
Agostino Depretis, nel 1880, propose di estendere il diritto di voto ai cittadini di ambo i sessi, maggiorenni, in possesso di diritti civili e paganti imposte, ma non fu preso in considerazione. Giuseppe Zanardelli, infatti, oppose al disegno il carattere propriamente maschile del suffragio, giacché l’uomo si è sempre battuto per i diritti civili, mentre la donna si è da sempre occupata dell’educazione, della famiglia; opinione, del resto, incalzata anche da Francesco Crispi nel 1883.
La prima conquista della storia del diritto di voto alle donne avvenne nel 1890: la legge n. 6972 del 17 luglio conferiva alle donne la possibilità di votare e di essere votate nei consigli di amministrazione delle istituzioni di beneficenza.
Seguirono le leggi:
n. 295 del 16 giugno 1893 che ammetteva le donne al voto nei collegi probiviri chiamati a risolvere i conflitti di lavoro;
n. 121 del 20 marzo 1910 che conferiva alle donne la partecipazione elettorale nelle Camere di Commercio;
n. 487 del 4 giugno 1911 con la quale le donne potevano partecipare alle elezioni di organi dell’istruzione elementare e popolare.

La storia del diritto di voto alle donne dall’età fascista al Dopoguerra

Salito Mussolini al governo, partecipò nel 1923 al IX Congresso della Federazione Internazionale Pro Suffragio e promise di concedere il voto amministrativo alle donne italiane e invitò gli uomini ad essere rassicurati da questa decisione, parlando di “conseguenze benefiche” a tale concessione. Mussolini pose in evidenza il carattere pacifico e conciliatore delle suffragette italiane, che reclamavano il diritto di voto senza accenti aggressivi o manifestazioni violente di protesta.
Il 9 giugno apparve il disegno di legge sulla concessione del voto amministrativo limitato alle eroine della Patria, alle madri o alle vedove di caduti in guerra, alle donne benestanti o istruite.
La legge del 22 novembre 1925 diede per la prima volta diritto di voto alle donne in ambito amministrativo. Questa legge fu però, in virtù della nuova riforma podestarile entrata in vigore pochi mesi dopo, resa vana.
Per quanto concerne il voto politico, il suo percorso fu molto più accidentato rispetto a quello amministrativo.
Anna Maria Mozzoni è considerata la più importante sostenitrice del suffragio nell’Italia dell’Ottocento. Nei suoi numerosi scritti sosteneva che dare voce agli interessi femminili fosse l’unica maniera per fare dell’Italia una società moderna. L’impegno della Mozzoni ha dato un importante contributo a sostegno dei movimenti di suffragette del Novecento.
Nel Novecento i disegni di legge riguardanti l’estensione del suffragio iniziarono a essere considerati maggiormente, dal momento che erano entrati in Parlamento gruppi di cattolici e di socialisti che da sempre trattavano le questioni più strettamente legate al popolo, anche se è con la Grande Guerra che le donne ebbero un riconoscimento importante, quando sostituirono nel lavoro gli uomini partiti per il fronte, e ancor più durante la Seconda Guerra Mondiale, che vide le donne partecipi della Resistenza di fianco agli uomini.
La maggioranza dei partiti che nacquero dopo la Resistenza, in modo particolare il PC, si dimostrò favorevole all’estensione del voto.
Le prime elezioni amministrative alle quali le donne furono chiamate a votare si svolsero a partire dal 10 marzo 1946 mentre le prime elezioni politiche, svoltesi assieme al Referendum istituzionale monarchia-repubblica, si tennero il 2 giugno 1946.
Dopo un travagliato percorso durato oltre un secolo, la Costituzione italiana del 1948 garantì alle donne pari diritti e pari dignità sociale in ogni campo (articolo tre).
Importante è oggi ricordare le dure lotte che la donna ha dovuto affrontare per emergere, per avere una voce, per uscire fuori dagli schemi precostituiti. Dimenticare il passato, significa dare agio a derive estremistiche e letali, che ignorano il senso di umanità che ognuno di noi dovrebbe tutelare.

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