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Eroica Fenice

Dove il Sì suona: la società Dante Alighieri premia Sanremo

Dove il Sì suona: la società Dante Alighieri premia a Sanremo

La fiumana incandescente del festival di Sanremo ha incendiato i primi giorni di febbraio, riunendo e spaccando l’Italia al tempo stesso: la musica si è infiltrata tra le pieghe dei siparietti, dei fiori e degli accesi dibattiti, che hanno animato la kermesse rendendola, come ogni anno, fenomeno sociale e antropologico.

Una sorta di enorme buco della serratura da cui spiare non solo lo stato di salute della musica leggera italiana, ma anche una lente privilegiata per cogliere le increspature della società e le contraddizioni che oscillano sul palco come i vestiti drappeggiati che brillano sulle scale dell’Ariston.

Anche la società Dante Alighieri e il Laboratorio Itals dell’Università Ca’ Foscari hanno rivolto la loro attenzione al 67° Festival di Sanremo, con la prima edizione del premio “Dove il Sì suona”

Con questo titolo, il riconoscimento rimanda a un celebre verso della Divina Commedia, (“Le genti del bel paese là dove ‘l sì suona”, Inferno, XXXIII, vv.79-80), con il quale Dante si rivolge direttamente a quell’Italia ancora in fieri, che vedeva nel “” il perno attorno a cui far ruotare un’identità linguistica fortemente aggregante, un filo rosso da allacciare fortemente ai corpi di tutte le genti della penisola, non per avvilupparli, ma per guidarne con fermezza i passi.

Ed è proprio dal concetto di unitarietà che germoglia l’iniziativa della società Dante Alighieri, che ha voluto scavare nella nuda essenza della musica, quella lontana dagli strass e dai lustrini del palcoscenico di Sanremo, quella lontana dalle classiche diatribe televisive, per estrarne la linfa viva e fremente: la creatura fatta di parole e testi da analizzare e scarnificare, per ricavarne la polpa del significato, la materia che sottende al testo e che si annida tra le pieghe della comprensione.

Il riconoscimento, che ha il patrocinio del Ministero degli Affari Esteri e della Cooperazione Internazionale e che vanta tra i membri della giuria illustri personalità della linguistica e della glottodidattica, tra cui Luca Serianni, Giuseppe Antonelli e Gabriella Cartago, viene assegnato alla canzone il cui significato si mostri capace di veicolare all’estero i valori italiani.

Rintracciare dei valori  italiani in una “società liquida” che si frammenta, si sbriciola e si scompone nel caleidoscopio della relatività e dei punti di vista è opera assai ardua: la soggettività e le personali debolezze individuali rendono difficile riunire una moltitudine di concetti sotto il vessillo del Made in Italy, ma un punto d’approdo rimane. Il più antico punto d’approdo: la vita.

La giuria ha deciso di premiare all’unanimità il testo della canzone Che sia benedetta, cantata da Fiorella Mannoia a Sanremo.

La riflessione sulla vita, tema sviscerato in innumerevoli modi e accarezzato da litri d’inchiostro, apparentemente banale, trito e ritrito e ripetitivo, costituisce il più antico punto d’approdo e punto di sutura di tanti valori stridenti tra loro e contrastanti. Il valore dell’istinto di sopravvivenza, che ci accompagna dal nostro primo vagito fuori dal ventre materno, il carattere sacro della vita che “è perfetta, e se cadi ti aspetta”, come ha cantato Fiorella Mannoia a Sanremo. La lingua italiana, capace di modellarsi e plasmarsi in modo camaleontico, riesce a esprimere tutte le vibrazioni dell’istinto vitale, dalla nascita alla morte. E se c’è un valore ampiamente celebrato e rimaneggiato, è proprio quello della sacralità dell’esistenza, amplificato dai singulti fonici e dalle potenti immagini che evoca.

Non è stato solo il testo della canzone cantata dalla Mannoia ad essere premiato, ma anche i testi di Ermal Meta, Francesco Gabbani, Samuel, Paola Turci, Marco Masini e Clementino. Ermal Meta, che ha calcato il palco di Sanremo con il testo  “Vietato morire”,  offre un tipo di scrittura lucida, talmente autobiografica da sembrare psicoanalitica, scavando tra le ferite e gli occhi neri della sua infanzia. Sembra quasi di sentire il terrore di un bambino, la sua paura dei lupi e dei pugni in faccia, come se la penna di Meta riuscisse a proiettarci tra i demoni della sua memoria, sublimata tra la violenza e l’amore per una madre da proteggere da due mani troppo forti. Un tipo di scrittura che balla e geme sul filo delle assonanze sofferte, che ci consegna il valore più prezioso: quello della disobbedienza ad una situazione che ci frantuma le ossa, perché anche questo è istinto di sopravvivenza.

Il testo di Francesco Gabbani“Occidentali’s Karma”, è invece la celebrazione di una macedonia di valori contemporanei distorti e scimmiottati, annegati tra un “Namasté”, un Nirvana e Buddha. Gabbani ha presentato a Sanremo un testo che fa dell’accostamento linguistico eterogeneo la sua cifra, per riproporre il contrasto stridente tra l’insaziabile appetito dello stomaco dei tuttologi del web, annegati tra il guazzabuglio e il fascino dell’Oriente. L’uomo, nient’altro che una scimmia nuda che balla nell’eco del proprio vuoto, retrocede a una condizione atavica di primate, perso tra le sue pseudo filosofie orientali che lo illudono di costruire una ricca e  fiorente interiore, mentre si ritrova a fissare le macerie della sua involuzione. Il testo, misticheggiante e sui generis, non è un semplice centrifugato di parole e concetti messi a casaccio nel frullatore, come ha ipotizzato una parte del popolo del web, ma  strizza l’occhio a Desmond Morris, zoologo e autore dell’opera “La Scimmia Nuda”, uscita nel 1967 che illustra le capacità di adattamento dell’umano all’ambiente. Un testo allucinato e allucinante, che serpeggia tra una cornice pop e una trama di riferimenti colti, da Siddharta fino al gergo del web, per tracciare i passi di un’evoluzione che inciampa e incespica tra i sassi dell’esistenza.

Ma tra molti testi promettenti e linguisticamente pregnanti, vi sono stati anche testi abbastanza banalotti, che di certo non saranno indimenticabili o brilleranno per significato: basti pensare al “Non ho bussato/però sono entrato piano”, di Bernabei o l’originale “Esisti solo tu/nei pensieri miei” di Albano o “Vorrei gli occhi tuoi nei miei” di Gigi D’Alessio, spia del fatto che non sempre le nuove leve sono capaci di portare significati interessanti così come i testi di cantanti datati come Albano non sono garanzia di indubbia qualità linguistica.

La vita non è solo la benedizione della Mannoia, ma anche il continuo incespicare della scimmia, che cade, si rialza, ma continua a ballare, scrollandosi di dosso la polvere della propria stessa miseria. E questo lo hanno capito bene i membri della giuria del premio della società Dante Alighieri, perché se non è possibile massificare sotto una stessa bandiera una moltitudine di valori italiani condivisi, è però possibile asserire che la benedizione della vita e la scimmia incespicante di Gabbani sono due vibrazioni che tremano sul medesimo grande corpo nudo, che è quello di noi stessi.