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Eroica Fenice

Libri

Francesca Scotto Di Carlo, intervista alla giovane scrittrice

La scrittrice esordiente Francesca Scotto Di Carlo ha da poco pubblicato per la casa editrice GM PRESS il romanzo “Difendi il coraggio dell’amore”: un libro  che racconta l’amore in tutte le sue sfaccettature. Francesca Scotto Di Carlo è l’autrice del romanzo “Difendi il coraggio dell’amore”, da poco pubblicato dalla casa editrice casertana GM PRESS. Il romanzo è una dissertazione sull’Amore che non è solo il sentimento che si prova nei confronti di un compagno/a con il quale trascorrere un pezzetto del proprio percorso di vita (“quasi-amore”) ma è anche quello presente tra un/una  figlio/a e la madre o il padre, tra un fratello e una sorella. Il libro è un inno all’Amore: questo sentimento complesso e sfaccettato del quale ciascuno di noi  ha bisogno e del quale non possiamo esimerci, che ci causa sofferenza, ma anche un’immensa felicità. Francesca Scotto di Carlo utilizza nel testo un linguaggio molto semplice e scorrevole, quasi scrivesse una lettera a se stessa, rivolgendosi invece a tutti coloro per i quali prova amore. Una lettera nella quale vengono espressi i sentimenti di ciascuno, senza remore e senza lasciare che la razionalità prenda il sopravvento nelle scelte fatte; dove è il cuore che decide e nessun altro. In occasione dell’uscita del romanzo, abbiamo intervistato l’autrice. Come è nata l’idea di scrivere questo romanzo? Inizia da qui un nuovo capitolo della mia vita. Non conto più quanti giorni, mesi e anni sono passati, e “Difendi il coraggio dell’amore” è il mio volta pagina. Quando siamo in piedi un’altra volta tutto il resto non conta. C’è solo da respirare il futuro e da raccogliere. Intanto però i giorni passano e prima o poi tutto torna. E quando tutto torna c’è da farsi trovare più belli e più forti. E poi chissà come sarà riconoscersi più in là L’amore è il tema sul quale si basa il tuo romanzo. Perché questa scelta? È una cosa semplice. A essere in due ci vuole fortuna e ci vuole coraggio, e poi, va commentato anche un finale sbagliato. Come quando ti scopri a guardare una scena del tuo film e sorridi. L’amore è proprio questo. L’amore è coraggio. Il coraggio di dare, pur sapendo che l’unica cosa che possiamo aspettarci in cambio è che l’altra persona accetti quello che gli stiamo donando. Altrimenti si rischia di perdere tutto. Ciò che lo rende prezioso è proprio l’assenza di calcoli e interessi inutili. Sei è una scrittrice esordiente. Cosa consiglieresti a chi vuole intraprendere questa strada? Promettiti un ritorno tutto per te. Rompi il tuo silenzio fra presente e passato. In altre parole, porta con te un quaderno. Intendo sempre. Il mio mi aveva particolarmente colpito per le sue pagine arcobaleno. Disattiva il pilota automatico e focalizzati sull’essenziale. Sei tu. Sei fuori di te ma sei sulla strada del ritorno. Quando le parole sono intrappolate nello stomaco e hanno bisogno di uscire nonostante le paure e i segreti, tu mettile lì. Fa stare meglio, e farà bene anche ad uno come te. Poi chissà. […]

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Libri

Vuoto per i Bastardi di Pizzofalcone, l’ultimo romanzo di Maurizio De Giovanni (recensione)

Ecco a voi la recensione del romanzo “Vuoto”, l’ultimo episodio di De Giovanni sulla saga dei poliziotti denominati “Bastardi di Pizzofalcone”. Da poco è uscito nelle librerie l’ultimo romanzo dello scrittore napoletano Maurizio De Giovanni che si intitola “Vuoto” ed è edito da Einaudi. L’opera rappresenta l’ultimo episodio della saga che vede i Bastardi di Pizzofalcone come protagonisti che, per chi non li conoscesse, sono un gruppo di poliziotti che lavorano nel distretto di Pizzofalcone a Napoli e che sono accomunati dall’aver avuto un passato difficile (i libri sulla saga recensiti da Eroica Fenice sono molteplici, quali “Cuccioli”, “Souvenir”, “Pane“). Sono poliziotti con grande intuito che il più delle volte agiscono senza rispettare i protocolli operativi. Sinossi di “Vuoto per i Bastardi di Pizzofalcone”, di Maurizio de Giovanni Una professoressa scompare nel nulla. Una professoressa estremamente dedita al suo lavoro che, nell’istituto professionale dove è impiegata, ha tolto dalla strada molti ragazzi “difficili” e che, a uno di loro ha addirittura trasmesso la passione per la poesia. Una professoressa che è sposata con un ricco industriale della zona che oltre a dare lavoro a centinaia di persone, è dedito alla beneficenza. I “bastardi” di Maurizio De Giovanni non hanno casi tra le mani e decidono di dedicare il proprio tempo a questa “scomparsa” anche se non ci sono denunce formali né prove che avvalorino il loro lavoro ma solo la preoccupazione di  una collega della professoressa. Nient’altro. Per questo caso i bastardi possono contare anche su un nuovo elemento,  Elsa Martini, in sostituzione di Giorgio Pisanelli che è ricoverato in ospedale e che deve la vita a Marco Aragona che l’ha trovato in una pozza di sangue. Elsa Martini è anch’essa un personaggio sui generis: vive da sola con sua figlia e, a causa del suo passato difficile è stata costretta  a spostarsi varie volte da una città all’altra. È refrattaria alle regole e ai protocolli oltre ad essere portatrice di una grande aggressività che stride con il clima a volte cameratesco del distretto di Pizzofalcone. Cosa significa provare una sensazione di “vuoto”? Chi più e chi meno l’ha provata, sa bene cosa la suscita: è l’assenza. I bastardi la conoscono bene: Alex è alla ricerca disperata di un equilibrio tra la sua famiglia e la sua nuova vita, dove c’è Rosaria; Romano ama la sua Giorgia ma prova grande attrazione per Susi, la pediatra che ha curato la piccola Giorgia, e con la quale ha condiviso la preoccupazione per la salute della piccola che lui ha salvato in “Cuccioli”;  Giorgio Pisanelli  si sente più vicino a Marco Aragona che al suo stesso figlio, Lorenzo, che finalmente si è deciso ad andare a fargli visita in ospedale; Lojacono è sempre in bilico tra la sua relazione con la Piras e le preoccupazioni per sua figlia Marinella, soprattutto da quando sta ricevendo strane telefonate dalla Sicilia. Ma il vuoto più grande forse lo prova Ottavia, madre di un bambino autistico che si sente imprigionata in un matrimonio senza futuro e un figlio […]

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Cucina & Salute

Come si fa il gelato? Istruzioni per l’uso

Come si fa il gelato? Il gelato, uno dei dolci più conosciuti al mondo, può essere preparato in vari modi, proviamo ad illustrarvi i nostri preferiti Il gelato è uno dei dolci più conosciuti al mondo. Anche se molti ne attribuiscono la paternità all’Italia, in realtà non si sa con certezza dove sia nato. Secondo alcuni il gelato è nato nel periodo dell’Impero romano quando gli antichi romani inventarono i “nivatae potiones”, veri e propri dessert freddi. Nel Cinquecento, Firenze crea il gelato moderno, fatto di latte, panna e uova grazie all’architetto Bernardo Buontalenti. Il siciliano Francesco Procopio dei Coltelli aprì il primo caffè-gelateria della storia a Parigi, il famoso Caffè Procope. Alla fine del XVIII secolo l’italiano Filippo Lenzi aprì la prima gelateria in America, dove fu inventata la sorbetteria a manovella, brevettata nel XIX secolo da William Le Young. Ma il primo gelato industriale su stecco fu italiano, ed è stato il Mottarello al fiordilatte e nacque nel 1948.  (Fonte: www.istitutodelgelato.it) Ma come si fa il gelato? Per preparare il gelato occorre disporre di una gelatiera, ma se non ne siete provvisti ci sono vari modi per prepararlo usando il robot da cucina (es. il Bimby), l’estrattore o un semplice frullatore o usando solo il freezer! Gelato allo yogurt- Ricetta n. 1 (con gelatiera) Ingredienti per 700 gr di gelato Yogurt 500 ml Panna fresca liquida 125 ml Latte intero 125 ml Zucchero 120 gr Glucosio 10 gr Farina di semi di carrube 5 gr Procedimento: versare la panna e il latte in un pentolino, aggiungere lo zucchero , il glucosio e la farina di carrube  quindi mescolate per fare sciogliere tutti gli ingredienti: portate il composto a 80-85°, poi, mettete subito il pentolino a bagnomaria di acqua fredda e ghiaccio per abbattere velocemente la temperatura. Coprite il pentolino con un coperchio e mettete in frigorifero a raffreddare  per almeno due ore. Quando il composto sarà ben freddo unirlo allo yogurt (anch’esso molto freddo), mescolate per amalgamare gli ingredienti, successivamente mettete il tutto nella macchina per il gelato  e fate mantecare per almeno mezz’ora o fino a che il gelato non sarà cremoso e molto denso. Versate il gelato in un contenitore col coperchio e mettete in freezer per almeno tre-quattro ore. Buon appetito! Fonte: https://ricette.giallozafferano.it/Gelato-allo-yogurt.html Ricetta n. 2 Gelato di frutta (con il frullatore/tritatutto) Ingredienti: frutta 100 g (già congelata e tagliata in piccoli pezzi) zucchero a velo 4o g latte 150 g (già congelato nelle formine del ghiaccio) Procedimento: tirare fuori dal freezer 5 minuti prima frutta e latte congelati e poi mettere tutto nel frullatore, amalgamare fino a quando la consistenza non sarà buona e poi buon appetito! Fonte: http://www.piacerediconoscerti.it/2011/07/gelato-senza-gelatiera/ Ricetta n. 3- Gelato al caffè (senza gelatiera né frullatore) Ingredienti: 3 uova (da tenere prima in frigo) 100 gr di zucchero 500 ml di panna da montare (da tenere prima in frigo) 1 tazzina di caffè lungo (da tenere prima in frigo) 1 cucchiaino di caffè solubile 1 cucchiaino di cacao amaro 1 cucchiaino di liquore al caffè (opzionale, serve a non far ghiacciare il gelato) Procedimento:  Separare […]

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Cucina & Salute

Pancake light, la nostra ricetta

Pancake light (o pancakes light): storia, ricetta e consigli  I Pancake sono dolci che fanno parte della tradizione culinaria statunitense (chiamati anche “hotcake”, “griddlecake” o “flapjack” o “silver dollar pancake” se serviti con panna e marmellata o solo con il burro) ma, vengono preparati anche in altre parti del mondo, Italia compresa. I pancake non sono altro che frittelle, spesse circa 5 millimetri, quindi un po’ più spesse delle  crêpe.  I pancake vengono mangiati anche nel Regno Unito (qui vengono chiamati “Scotch pancake”, sono più piccoli di dimensioni e spesso vengono serviti accompagnati da zucchero e limone) e in Irlanda – come da tradizione- durante il Martedi Grasso (“Pancake Tuesday”). In Australia e Nuova Zelanda si chiamano pikelet, nei Paesi Bassi pannenkoek anche se sono più simili alle crêpe (anche qui c’è sia la versione salata che quella dolce dei pancake). In Argentina, Cile ed Uruguay i pancake, chiamati “panqueque”, vengono farciti con dolce di latte. Gli ingredienti per preparare i pancake nella versione classica sono il burro, la farina, il latte, il lievito, la vanillina, il sale, lo zucchero e le uova, ma molti aggiungono anche  la cannella o il miele o, invece, sostituiscono il latte con lo yogurt. Il più delle volte i pancake vengono serviti accompagnati dallo sciroppo d’acero, le confetture o il burro d’arachidi ma anche dalla frutta, tipo mirtilli o fragole. C’è chi li prepara anche in versione salata, in questo caso i pancake sono accompagnati dalle uova, dal bacon o dal burro fuso. Varie sono le ricette dei pancake, molteplici sono le versioni: light (senza uova, senza burro, senza lievito), vegan (sostituendo il burro con l’olio, il lievito con il bicarbonato di sodio, lo zucchero bianco con quello di canna), per celiaci quindi senza glutine (con la fecola di patate e la farina di riso). Vi proponiamo la ricetta dei pancake light dove si è scelto di non aggiungere il burro. Ricetta Pancake light  Ingredienti: 150 g di farina 00 50 g di zucchero 200 g di acqua 2 cucchiaini di olio d’oliva 1 pizzico di sale 1 cucchiaino di lievito per dolci Procedimento:  In una ciotola unire la  farina, il lievito, lo zucchero e il sale. Con una frusta aggiungere al composto ottenuto l’acqua e l’olio poco alla volta, sempre mescolando così da evitare la formazione di grumi. Versare tre cucchiai di pastella per ciascun pancake in una padella piccola leggermente unta e preriscaldata. Quando compaiono le bolle e i bordi iniziano ad asciugarsi, bisogna girare il pancake. Quando sarà cotto il pancake si staccherà con facilità.  Bisogna fare questa operazione per ciascun pancake. Servirli con il miele, la marmellata o con lo sciroppo d’acero. Fonte: https://blog.giallozafferano.it/maniamore/pancake-light-senza-uova-latte/   Fonte immagine: https://www.pexels.com/photo/appetizing-bread-breakfast-close-up-357573/

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Cucina & Salute

Genovese napoletana, la ricetta e due varianti

La genovese napoletana è un sugo che fa parte della tradizione culinaria partenopea, ecco a voi la ricetta e due interessanti varianti La “Genovese” è un sugo  cult della cucina napoletana, si avete letto bene, napoletana e non genovese. Allora da dove proviene tale denominazione? Secondo varie fonti la genovese napoletana risale al periodo aragonese: si narra che in quel periodo a Napoli ci fossero molte taverne gestite da cuochi genovesi che cucinavano un piatto con cipolle e carne, riconducibile proprio alla Genovese. Secondo altre fonti invece, la genovese si chiama così perché il cuoco che l’ha ideato, malgrado fosse napoletano, veniva soprannominato ” ‘O genovese”. E, ancora, c’è chi afferma che  il termine “Genovese” derivi dal francese “Geneve”, cioè Ginevra, la città della Svizzera. Qualunque sia l’origine, la Genovese è un ragù buonissimo, al quale il popolo partenopeo è molto affezionato tant’è che a Napoli è stata organizzata addirittura una manifestazione alla quale eravamo presenti anche noi di Eroica Fenice: “Genovese 7su7”. Ricetta tradizionale della Genovese napoletana Ingredienti 600 g Manzo (girello, magatello o lacerto) 1 kg Cipolle dorate 60g Sedano 60 g Carote 1 ciuffo Prezzemolo 1 foglia di Alloro 100 g Vino bianco Olio extravergine d’oliva q.b. Sale fino q.b. Pepe nero q.b. Parmigiano reggiano q.b Procedimento: La preparazione del ragù della genovese inizia con l’affettare le cipolle in maniera molto sottile per poi trasferirle in un recipiente. Dopodiché si sbucciano e si tritano finemente carota e sedano senza buttare il ciuffo. Si passa poi alla carne che deve essere ripulita dal grasso in eccesso e poi tagliata in pezzettoni (5 o 6). Riprendere il ciuffo di sedano, unire al prezzemolo e alla foglia di alloro e legare il tutto con uno spago da cucina per creare un mazzetto odoroso. A questo punto spostarsi ai fornelli. Mettere le cipolle con abbondante olio in una pentola capiente, unire sedano, carota e lasciare insaporire per un paio di minuti a fuoco dolce. Aggiungere la carne, un pizzico di sale e il mazzetto odoroso, mescolare e lasciare insaporire. Poi abbassare la fiamma e coprire con il coperchio. Da questo momento in poi bisogna cuocere il tutto per almeno 3 ore. Controllare e mescolare la genovese di tanto in tanto, non è necessario aggiungere acqua o brodo perché le cipolle non permetteranno che il composto si asciughi. Passate le tre ore, eliminare il mazzetto odoroso e aggiungere il vino, alzando leggermente la fiamma e mescolare. Far cuocere per almeno un’altra ora senza coperchio mescolando spesso e bagnando con il vino man mano che il fondo si sarà asciugato. Poi togliere un pezzo di carne, sminuzzarlo su un tagliere e tenere da parte se preferite usare la genovese come primo piatto. La pasta per eccellenza da usare per la genovese sono gli ziti. In questo caso la carne servirà da condimento. Aggiungere abbondante parmigiano e un po’ di pepe e servire. Fonte: https://ricette.giallozafferano.it/Genovese.html Ricetta della Genovese- prima variante (Genovese di Tonno di Pasquale Torrente) Ingredienti  400 gr. di ziti lunghi spezzati in 8 parti prima della cottura 1 carota […]

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Libri

Paleolithic, l’esordio di Stefania Nicolai | Recensione

Recensione di “Paleolithic. The next free land” (edizioni Espera, 2018), libro d’esordio dell’insegnante Stefania Nicolai Da pochissimo è uscito “Paleolithic. The next free land”, un romanzo ambientato nella Siberia di 22mila anni fa. L’opera è il libro d’esordio dell’insegnante Stefania Nicolai ed è edito da Espera. Il romanzo ha una trama molto originale ed accattivante anche se, ad una prima lettura, la storia – poiché si snoda tra le vicende di tribù dell’era Paleolitica e per di più stanziate nella Siberia di migliaia di anni fa – potrebbe apparire poco interessante. Niente di più sbagliato. Paleolithic, la trama del romanzo di Stefania Nicolai Sei sono le tribù: il popolo Lenida (che vive nella Terra di Len), forte e pacifico, quello “Atarita” (che abita la collina Atar) basso e tarchiato, soprattutto se visto dai Norkesh, un popolo che viene dal Nord (dal Monte Malok) e che viene considerato addirittura “Gigante”, perché costituito da uomini e donne molto alti, le Donne Guerriere, un popolo costituito da sole donne combattenti che cresce solo figlie femmine, per educarle a combattere e la tribù Wakidi (che abita la terra di Waki) un popolo di guerrieri e conquistatori e, infine, il Popolo Nomade, assoggettato ai Wakidi. La storia comincia da una profezia non ascoltata: le donne guerriere devono raggiungere il popolo dei Lenidi, dove la tenace Barz ha lasciato uno dei suoi figli maschi che ha concepito con Naran il capo tribù, e scelgono di percorrere una strada che li farà imbattere nel violento popolo Wakidi, capeggiato da Aturk. Ciò cambierà inesorabilmente il corso degli eventi e porterà a conflitti tribali per il possesso della terra e dell’erba sacra, capace di guarire qualsiasi malattia. “Paleolithic” di Stefania Nicolai è un libro ben scritto, dotato di una narrazione fluida e intrigante in quanto descrive in maniera esemplare le varie condizioni dell’animo umano che vanno dall’amicizia, all’amore (anche omosessuale), alle lotte di potere, alle prime alleanze politiche, ma anche alla volontà di emancipazione, come mostra Ariun, figlia di Barz e Naran (capo tribù dei Lenidi) che rifiuta di appartenere alla Tribù delle Donne Guerriere e di sottoporsi al loro cruento rito di iniziazione. Leggere Paleolithic è avere uno sguardo sul passato, permette di conoscere usi e costumi delle tribù dell’era paleolitica dove si combatte con le lance e ci si procura il cibo cacciando, si lavora l’ossidiana, ci si ubriaca con le bacche scure e tutti rispettano l’autorità del capo tribù e dello Sciamano. E, ancora, il romanzo permette di immergersi in questi scenari naturali siberiani incontaminati dove la tundra si alterna alle conifere, tra il mare e laghi spettacolari. Molteplici saranno i colpi di scena, con un finale che lascia  presagire l’intenzione di scrivere un sequel. Se è così, lo attendiamo con ansia. Altamente consigliato a chi ama la storia, e non vuole rinunciare ad una trama avvincente e ricca di colpi di scena. Fonte immagine: http://nonsololibritraisassi.blogspot.com/2018/10/presentazione-nella-capitale-del.html

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Cucina & Salute

Ricette con i friarielli napoletani, le 5 più buone

Le migliori 5 ricette con i friarielli napoletani? Scoprile con noi! I “friarielli”  così definiti in Campania (in Lazio vengono chiamati “broccoletti”, “rapini” in Toscana e “cime di rapa” in Puglia) sono le infiorescenze delle cime di rapa e vengono coltivati prevalentemente in Campania (soprattutto a nord-est di Napoli. Una volta i friarielli venivano coltivati anche nella stessa città di Napoli, in particolare al Vomero, che era infatti noto come ‘o colle d’ ‘e friarielle“), in Lazio e in Toscana (Lucca). I friarielli sono un alimento cult della cucina napoletana ma vengono utilizzati anche in altre regioni d’Italia e all’estero (in Spagna, in Portogallo e, addirittura, in Cina). I friarielli napoletani sono ricchi di  vitamine (A, C e K) e sali minerali (di potassio che aiuta a regolare la pressione arteriosa, di calcio, di magnesio, di ferro). Sono verdure “amare”, pertanto aiutano il fegato a disintossicarsi in quanto contengono fitonutrienti. Inoltre i friarielli napoletani sono privi di colesterolo e hanno un basso contenuto di grassi. Naturalmente i benefici apportati dai friarielli sono maggiori laddove vengano cucinati in maniera sana. Elenchiamo le ricette che ci piacciono di più, che, forse tanto sane non sono però come si dice…ogni tanto si può fare uno strappo alla regola! Ricetta con i friarielli napoletani: “Salsiccia e friarielli” Ingredienti: 8 nodi salsiccia di maiale 4 mazzi di friarielli 4 spicchi d’aglio n. 1 peperoncino rosso piccante 1/2 bicchiere di olio evo 1/2 bicchiere vino bianco sale q.b. Procedimento: dopo aver pulito i friarielli, mettete a scaldare l’olio extravergine d’oliva insieme all’aglio e al peperoncino spezzettato.Quando l’olio inizia a sfrigolare, aggiungete i friarielli e fateli cuocere a fiamma vivace a padella coperta. Lasciate cuocere i friarielli finché il liquido che si è formato sul fondo della padella non sarà completamente evaporato. Nel frattempo dividete le salsicce e bucherellate il budello con un coltello appuntito. Scaldate in padella l’olio e l’aglio quindi unite le salsicce e fatele rosolare per bene. Sfumate quindi le salsicce con il vino bianco a fiamma vivace. Protraete la cottura delle salsicce per qualche altro minuto.  Scolate le salsicce dal fondo di cottura e passatele in padella con i friarielli. Dopo averle lasciate insaporire per qualche minuto…il piatto è pronto! Fonte: https://www.cookaround.com/ricetta/Salsicce-e-friarielli-1.html Ricetta con i friarielli n. 2 Timballo di polenta filante con fonduta e friarielli Ingredienti: (per n. 4 persone) 320 g di polenta 25 g di burro 25 g di farina 280 g di parmigiano friarielli napoletani 500 g di latte uno scalogno una foglia di alloro noce moscata q.b. Procedimento:   iniziate a preparare un roux con burro e farina, poi fate bollire il latte e unitelo al roux.  Fate bollire per un paio di minuti, per poi aggiungervi il parmigiano. Cuocete la polenta in abbondante acqua per 40 minuti. La polenta è cotta quando si stacca con facilità dalla pentola. Una volta pronta, riponete la polenta negli stampini per i timballi e lasciate riposare un paio d’ore. Al momento di servirla occorre scaldarla in forno per 5 minuti, capovolgetela dagli stampini  insieme alla fonduta di parmigiano e ai […]

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Cucina & Salute

Dolci con albumi d’uovo: 3 buonissime ricette

Dolci con albumi d’uovo, le nostre tre proposte   L’albume d’uovo è un alimento importante nella dieta, in quanto è composto principalmente da acqua e proteine, da sali minerali (magnesio, sodio, potassio), da vitamine del gruppo B e glucidi. Proprio per la sua composizione, l’albume d’uovo è uno degli alimenti preferiti dagli atleti che lo mangiano sotto forma di barrette o pasta proteica.  L’unico neo dell’albume d’uovo è che può causare manifestazioni allergiche nei bambini perciò va introdotto gradualmente nella dieta. Nell’alimentazione quotidiana il più delle volte è il tuorlo d’uovo ad essere preferito, sia perché più digeribile, sia perché più versatile in cucina, perciò spesso accade di ritrovarsi con avanzi di albume d’uovo da smaltire. Vi consigliamo pertanto 3 ricette facili e veloci per preparare dolci con albumi d’uovo. Ricetta n.1 di dolci con albumi d’uovo – Meringhe Ingredienti per 1 dose 130 g di albumi (circa 4 bianchi d’uovo) 130 g di zucchero semolato 130 g di zucchero a velo Procedimento: Mescola insieme lo zucchero semolato e quello a velo e dividi il composto in due parti più o meno uguali. Metti gli albumi in una ciotola perfettamente pulita e asciutta, aggiungi la prima metà degli zuccheri e monta a neve ben ferma con il frullino elettrico. Se usi una planetaria dovrai montare per circa 5-7 minuti, almeno 10 minuti con un frullino elettrico. Devi ottenere un composto bianco, sodo. Setaccia la parte restante degli zuccheri direttamente sopra la ciotola e incorpora lentamente usando una spatola di silicone, facendo attenzione a lavorare piano, dall’esterno verso l’interno. Metti la meringa in una sac-à-poche. La meringa si cuoce a 105°C nel forno statico. Se usi il forno ventilato, diventeranno gialline. Il tempo di cottura varia a seconda della dimensione delle meringhe, per ottenere le piccole meringhe da caffè basta spremerle sulla teglia rivestita di carta forno e cuocere per 1 ora. Quando il tempo di cottura è terminato, apri lo sportello del forno e lascia che le meringhe perdano calore tenendole all’interno. Staccale dalla carta solo quando saranno fredde. Conservale sopra un vassoio o in un barattolo (si mantengono 5 giorni). (Fonte: Csaba dalla zora) Ricetta n. 2 di dolci con albumi d’uovo – Lingue di gatto Ingredienti (per 30 lingue di gatto)  100 g burro a temperatura ambiente  100 g zucchero a velo  100 g farina 00  100 g albumi a temperatura ambiente Procedimento Per preparare le lingue di gatto metti il burro a temperatura ambiente in una ciotola insieme allo zucchero a velo e lavora il tutto con le fruste fino ad ottenere una crema liscia. Separa i tuorli dagli albumi, aggiungi metà dose di albume, mescola, e versa metà dose di farina setacciata poco alla volta, continuando sempre con le fruste. Unisci anche l’altra metà degli albumi e mescola, quindi il resto della farina fino ad ottenere un composto omogeneo. Trasferisci il composto ottenuto in un sac-à-poche munita di una bocchetta liscia da 10 mm  e metti in frigorifero per 10 minuti a riposare. Trascorso il tempo necessario, su una […]

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Cucina & Salute

Salsicce in padella: 3 ricette facili e veloci

Le salsicce in padella si preparano in poco tempo e sono un piatto semplice ed economico. Oltre alla ricetta base, esistono varie modalità di preparazione: ne abbiamo scelte tre che ci sono piaciute particolarmente. Spesso la differenza la fanno i contorni, come vedremo in dettaglio nelle ricette. La ricetta base prevede di sciacquare la salciccia, asciugarla, tagliarla a pezzi e metterla a cuocere in una padella antiaderente da far riscaldare in precedenza a fuoco molto alto.  Per eliminare un po’ di grasso della salsiccia si può bucherellare con la forchetta quando è ancora cruda. Se si vuole, in fase di cottura, si può aggiungere alla salsiccia del rosmarino e dell’aglio tagliato a metà. Una volta che la salsiccia avrà rilasciato il grasso, bisogna farla cuocere a fuoco lento per altri 15 minuti circa finché non sarà cotta. (Fonte). Salsicce in padella con vino bianco ed alloro Ingredienti 500 gr. di salsiccia tipo luganega 1 foglia di alloro 1 spicchio di aglio 1 bicchiere e mezzo di vino bianco secco Pepe nero q.b. Procedimento: Punzecchiate la salsiccia con uno stuzzicadenti in modo tale che durante la cottura il grasso fuoriesca. Tagliatela in pezzi con le forbici. Prendete una padella antiaderente, accendete il fuoco e sistemateci i pezzi di salsiccia. Unite subito la foglia di alloro e lo spicchio di aglio pelato e intero. Lasciate colorire le salsicce girandole spesso con un forchettone di legno. Quindi spolverizzate con pepe nero appena macinato e sfumate con il vino bianco secco. Lasciate evaporare la parte alcolica e continuate la cottura per 10 minuti a fiamma medio bassa, girandola spesso. A fine cottura le salsicce si saranno dorate e il fondo di cottura si sarà quasi del tutto asciugato. Impiattate e portate in tavola le salsicce ben calde. (Fonte) Salsicce in padella con friarielli Ingredienti:  4 salsicce  3 fasci di friarielli  1 spicchio di aglio  1 peperoncino  vino bianco  olio evo  sale Procedimento: Mondate i friarielli (verdura tipica napoletana) togliendo i gambi e le foglie più dure. Cuocete le salsicce in una padella con un filo d’acqua.Dopo circa 10 minuti, con la forchetta, punzecchiate le salsicce. Eliminate l’acqua e aggiungete un filo d’olio, poi sfumate con il vino bianco e fate rosolare per circa 10 minuti. In una padella a parte, fate rosolare uno spicchio di aglio e un peperoncino nell’olio. Mettete i friarielli, salate e coprite con un coperchio. Appena i friarielli saranno ammorbiditi, togliete il coperchio e continuare la cottura a fuoco vivace per altri 5 minuti circa. Unite le salsicce nella padella con i friarielli e lasciare insaporire per altri 5 minuti. (Fonte). Questo è un piatto tipico della cucina parteneopea. Salsicce in padella con i lampascioni Ingredienti 1 kg. di salsiccia alla salentina 500 gr. di lampascioni puliti 1 bicchiere di vino bianco secco olio sale Procedimento: Lavate bene i lampascioni (simili a delle cipolle, sono tipici del Salento) e se volete ridurre un poco il loro tipico gusto amarognolo sbollentateli per qualche minuto.Tagliateli a spicchi. Mettete a rosolare la salsiccia in un po’d’olio. Poi aggiungete i lampascioni, fateli rosolare qualche minuto con […]

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Fun & Tech

Abbonamento Netflix condiviso, Together price è la soluzione

Sapete che esiste l’abbonamento Netflix condiviso grazie alla piattaforma Together price? Tutti ormai conoscono Netflix, probabilmente la piattaforma streaming più famosa del mondo mediante la quale è possibile vedere serie Tv, film e documentari. Naturalmente ha un costo: ci sono vari piani di abbonamento dove è possibile condividere le spese con i vari utilizzatori. Nella realtà non è così semplice, perché bisogna raccogliere le quote di ciascuno (e c’è sempre il furbetto che non paga) e fare attenzione all’utilizzo combinato dei dispositivi. Per ovviare a tali inconvenienti nasce “Together price”, vediamo come funziona. Step 1 per avere un abbonamento Netflix condiviso Innanzitutto si accede alla app mediante il seguente link: https://www.togetherprice.com. Da qui puoi scegliere se essere “Admin” o “Joiner”. In pratica sei Admin se metti a disposizione degli altri il tuo abbonamento,mentre sei Joiner se ti aggreghi all’abbonamento di un altro utente. Step 2- Admin Vai su login (puoi accedere anche mediante il profilo facebook o gmail ) Clicca sul tasto “Crea” Valida il tuo cellulare Clicca su “Abbonamenti” Seleziona l’abbonamento desiderato (Netflix, ecc.) Inserisci i dati del servizio Accetta i termini e le condizioni d’uso Accetta le richieste dei partecipanti Le quote sostano nel “Wallet” e dopo 25 giorni possono essere trasferite sul proprio conto il servizio è gratuito per l’admin Step 3-Joiner Vai su login (puoi accedere anche mediante il profilo facebook o gmail) Clicca sul tasto “Partecipa” Clicca sulla condivisione dell’abbonamento  che preferisci Invia una richiesta all’Admin Aspetta di essere accettato Invia la tua quota con carta Mastercard o Visa  comprensiva delle commissioni di Together Price per le spese di transazione bancaria e di gestione della condivisione che sono pari a 0,99 euro (che invece l’Admin non paga) Together Price è un network made in Italy, nasce nel 2016 e registra attualmente più di 140mila utenti.  Non è attivo solo per Netflix ma anche per altre piattaforme, quali Dazn, Spotify, Apple Music, Google Play Music, Now Tv, Tidal, Amazon Music. Together Price dà anche la possibilità di condividere gli acquisti di software con licenze multiutente, software gestionali o accessi multiaccount e servizi business  (come G­Suite, Dropbox, Office, Adobe ,  Xbox e Steam e provider di Vpn). Abbonamento Netflix condiviso e l’affidabilità di Together Price I trasferimenti di denaro (mediante carta di credito e iban)  avvengono mediante la piattaforma Together Price, questo conferisce affidabilità al sistema. Tutto si basa su un rating di affidabilità che si basa sulla valutazione che gli utenti fanno gli uni con gli altri. E se poi, la “fregatura” dovesse comunque verificarsi, Together Price ti rimborsa.  Tutto è perfettamente legale e coerente in un’ottica di sharing economy anche perché la condivisione è possibile solo per abbonamenti multiaccount. Unico neo:  la condivisione è ammissibile – nel caso di alcuni client come Spotify – solo per persone che condividono lo stesso indirizzo, non importa se parenti o coinquilini.

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Cucina & Salute

Sugo di Noci, gustoso e salutare. Usi e ricetta

Il Sugo di Noci, salsa tipicamente ligure al pari del pesto alla genovese, è usata principalmente per condire i primi piatti, in particolare i tradizionali  “pansoti “ (un tipo di pasta simile ai ravioli), le trofie di castagne e i corzetti, ma è ottima da spalmare anche su pane e crostini. Si prepara con gherigli di noci, latte, pane, pinoli e olio extravergine di oliva. Tradizionalmente la salsa di noci era chiamata “tocco de nux” o “sarsa de noxe “e veniva preparata con le noci che si andavano a raccogliere durante l’autunno. Preparare  il sugo di noci è molto semplice; riportiamo qui una delle varie ricette che si trovano in rete, noi abbiamo scelto quella proposta da Giallo Zafferano. Ricetta del Sugo di Noci: Ingredienti: Noci 160 g Olio extravergine d’oliva 70 g Aglio 1 spicchio Pinoli 20 g Parmigiano reggiano 30 g Latte intero 160 g Maggiorana 4 g Pane mollica 30 g Procedimento Scottare nell’acqua bollente i gherigli per almeno 5 minuti così da privarli della buccia con più facilità.  Scolarli e metterli su un canovaccio pulito affinché si asciughino e si intiepidiscano. Nel frattempo mettere in una ciotola il latte con la mollica di pane finché non si sarà ammorbidita. A questo punto, con un colino togliere il latte in eccesso dal pane, esercitando, se occorre, una leggera pressione con una spatola. Tenere da parte il latte in eccesso. Togliere la buccia dai gherigli e unirli nel frullatore insieme al pane ammollato con i pinoli. Unire poi anche l’aglio, la maggiorana e il formaggio grattugiato. Poco alla volta vanno aggiunti anche l’olio e il latte tenuto da parte, per rendere la salsa più densa. Aggiustare di sale e pepe. Per chi lo preferisce, il sugo di noci può essere preparato anche senza l’aglio. Il Sugo di Noci, tutta salute Il Sugo di Noci si prepara essenzialmente con le noci che, come tutti sanno, rappresentano un alimento altamente salutare e molto versatile in cucina.  Le noci sono molto ricche di sali minerali, sono fonte di vitamina E, contengono omega 3 e melatonina, sono ricche di antiossidanti e aiutano ad abbassare il colesterolo. Sono infatti indicate per la prevenzione delle malattie cardiovascolari (riducono infatti il rischio di mortalità per ictus) e sono utili e benefiche per il cervello e il sistema nervoso. Sono altresì un alimento molto calorico  (650-660 calorie ogni 100 grammi) ed energetico, infatti sono consigliate per chi pratica sport. Malgrado ciò le noci vengono considerate dai nutrizionisti un alimento che contribuisce a contrastare i chili di troppo se inserite in una dieta bilanciata perché contrastano l’insorgere di patologie come la pressione alta, valori alti di glicemia nel sangue e bassi livelli di lipoproteine ad alta densità di colesterolo. Pochi sanno che esistono molteplici varietà di noci come le noci di mongongo, le noci brasiliane, le noci macadamia, le noci pecan, le noci candela o noci kemiri, le noci di betel, le noci rosse, le noci di cocco di mare.  

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Culturalmente

Nobel per la pace 2018: Denis Mukwege e Nadia Murad

Denis Mukwege e Nadia Muradricevono il Nobel per la pace 2018 Il Nobel per la pace 2018 è stato conferito a Denis Mukwege e Nadia Murad per il loro encomiabile impegno nel combattere la violenza sessuale in un contesto di guerra.  I candidati  per il Nobel per la pace 2018 erano 331, di cui 216 persone e 115 organizzazioni. Nobel per la pace 2018: chi sono Denis Mukwege e Nadia Murad Denis Mukwege, già candidato per il Nobel per la pace nel 2014, è un ginecologo congolese, fondatore del Panzi Hospital a Bukavu (Congo), dove cura le donne che hanno subìto danni fisici a causa dello stupro e lotta ogni giorno contro la violenza.  Nel 2014 è stato insignito dal Parlamento europeo con il Premio Sakharov per la libertà di pensiero, due anni dopo, Nadia Murad sarà insignita della medesima onorificenza. Nadia Murad è una ragazza irachena- di etnia yazida- di 25 anni che nel 2014 è stata rapita e tenuta in ostaggio dall’ISIS. Dal 2016 è ambasciatrice Onu per la dignità dei sopravvissuti alla tratta di esseri umani. La storia di Nadia è a dir poco agghiacciante. Nell’agosto 2014 l’Isis è giunta nel suo villaggio e lì ha ucciso 600 persone tra cui i suoi fratelli. Dopodiché Nadia Murad è stata fatta prigioniera insieme ad altre 6700 donne e portata a Mosul dove ha subìto ogni genere di tortura e di violenza sessuale. Da lì è riuscita a scappare fino a raggiungere la Germania.  Da quel momento ha deciso di dedicare la sua vita per combattere le violenze e la tratta degli esseri umani. Sempre nel 2016 Nadia ha intrapreso, grazie al supporto dell’avvocata Amal Clooney, un’azione legale contro i comandanti Isis che, continuano a praticare violenze di ogni genere nelle zone da loro controllate. La sua storia è raccontata nell’autobiografia  L’ultima ragazza edito da Mondadori. Nobel per la pace – la storia Istituito nel 1895 da Alfred Nobel, il Nobel per la pace è stato assegnato per la prima volta nel 1901. Viene assegnato ogni anno (ad ottobre viene annunciato mentre la consegna ha luogo successivamente) in Norvegia (e non in Svezia come gli altri Nobel) dal Comitato per il Nobel norvegese, composto da 5 membri scelti dal Parlamento norvegese. La procedura di assegnazione è infatti differente da quella usata per gli altri premi Nobel. Il Comitato sceglie i candidati confrontandosi con varie istituzioni internazionali e nazionali quali la Corte internazionale di Giustizia, la Corte di arbitrato, con la Commissione dell’ufficio permanente internazionale di pace; con i governi di diversi paesi, ecc. Le istituzioni interpellate manderanno le loro segnalazioni al Comitato (entro il primo febbraio) che, dopo averle esaminate e selezionate, procederà al voto.  Il primo Nobel per la pace è stato assegnato a Jean Henri Dunant, fondatore della Croce Rossa ed ideatore delle Convenzioni di Ginevra per i diritti umani. Altri personaggi premiati degni di menzione sono: Kofi Annan, Yasser Arafat, Shimon Peres e Yitzhak Rabin. Mentre tra le organizzazioni vincitrici, oltre all’Onu e alla Croce Rossa, ci sono l’Unione Europea, il Permanent International Peace Bureau, l’Organizzazione per la proibizione delle armi chimiche.   Libri sul Nobel!

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Libri

Mato Grosso, il nuovo libro di Ian Manook (recensione)

Ian Manook, giornalista, scrittore ed editore francese, ha da poco pubblicato per Fazi editore, Mato Grosso,  nell’ambito della collana “Darkside” (tradotto da Maurizio Ferrara). Dopo la fortunata trilogia “Yeruldelgger” (Yeruldegger, Morte nella steppa del 2016, Yeruldegger 2, Tempi selvaggi del 2017, Yeruldegger 3, La morte nomade del 2018, tutti editi da Fazi per la collana “Darkside” e per i quali lo scrittore ha avuto vari riconoscimenti, tra cui il Prix SNCF du polar) ambientata in Mongolia, Ian Manook, con Mato Grosso ci invita a conoscere un Brasile tropicale, ombroso e affascinante fatto di avventura, mistero e corruzione. Mato Grosso, la trama Siamo in Brasile, a Rio de Janiero. Lo scrittore Haret, autore di un bestseller intitolato “Romanzo brasiliano”, viene preso in ostaggio e dovrà rispondere delle scelte narrative del suo libro pubblicato ormai trent’anni fa. Molte persone sono morte a causa sua, a causa della sua penna. Almeno questo gli fa credere Figueiras, ex poliziotto conosciuto trent’anni prima proprio in Brasile, durante l’inondazione del Pantanal nel Mato Grosso, della quale Haret scrive anche nel suo libro. Figueiras decide di vendicarsi di Haret, colpevole di essere un assassino nella finzione o lo è anche nella realtà? Mato Grosso è un libro dove realtà e finzione non hanno confini  ben definiti e, quindi, finiscono per mescolarsi. Ian Manook e Mato Grosso Ian Manook, autore affermato, riesce a mettere insieme, in Mato Grosso, stili narrativi differenti che vanno dal noir al romanzo d’avventura, combinando caratteristiche letterarie tipiche della narrativa francese a quelle più prettamente americane. Pertanto, Ian Manook si conferma ancora una volta, come nei romanzi precedenti, uno scrittore di spessore, in grado di emozionare i suoi lettori con descrizioni accurate dei luoghi in cui si snoda la trama del romanzo. Saranno i luoghi i veri protagonisti del romanzo. Con Mato Grosso Ian Manook trasporta il lettore fisicamente in Brasile, nel Pantanal, pianura considerata il secondo ecosistema più grande del mondo, situata vicino all’Amazzonia e alla quale si accede attraverso la Transpantaneira, strada sterrata e incompiuta. Si legge di caimani, boa e di giboia delle paludi, di notti umide,  di torpore dei pomeriggi brasiliani, di stagioni delle piogge. Così come la natura viene descritta in maniera violenta ed estrema, allo stesso modo i sentimenti che si ritrovano in Mato Grosso vanno dall’amore sfrenato, alla passione che può condurre, talvolta, alla violenza e alla morte. “E Dio mi è testimone che, se ci fosse altrettanta gente per portare alle labbra il frutto polposo dei suoi parti di quanta ce n’è per ricamare le sue ghiande secche sul bicorno, il mondo potrebbe addormentarsi nell’eterno torpore di un pomeriggio brasiliano, a Cuaibà”

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Napoli & Dintorni

Festa della Madonna delle Galline: un mix tra sacro e profano

A Pagani, una cittadina in provincia di Salerno, viene festeggiata la “Festa della Madonna delle Galline” un evento che ha luogo tutti gli anni nel periodo che va dal venerdi dell’ottava di Pasqua al lunedì successivo, quindi, di solito tra marzo ed aprile. La festa, dove coesistono il sacro e il profano, viene organizzata dai Padri Carmelitani del Santuario della Madonna delle Galline e dall’Arciconfraternita della Madonna delle Galline. La festa si caratterizza per la presenza della “tammurriata”, musica e danza popolare della Campania (un sottogruppo della tarantella) che viene suonata e ballata dal venerdì in albis presso i “toselli” per tre giorni e tre notti fino al lunedì successivo, con la deposizione delle tammorre da parte dei devoti ai piedi della Madonna mentre cantano, senza voltare le spalle all’altare, la Madonna de la Grazia, un canto popolare tradizionale.  Dove ha origine la festa della Madonna delle Galline Si racconta che in una chiesa di Tramonti – un’altra cittadina della provincia di Salerno – fosse custodita una tavola lignea raffigurante la Madonna del Carmine. Questa, di notte, apparve in sogno al sacrestano chiedendogli di far riparare la chiesa, altrimenti la Madonna sarebbe andata via. Il prete non diede peso al sogno. Un giorno, un forte temporale portò la tavola della Madonna a valle, fino al Comune di Pagani finché nel XVI secolo, nell’ottava di Pasqua, alcune galline, razzolando in un pollaio, riportarono alla luce la  tavola lignea. Si racconta che il quadro avesse compiuto miracoli portando alla guarigione otto persone e ciò attirò molti devoti della Madonna, poi battezzata “Madonna delle Galline” al quale si decise di costruire una chiesa. Come si svolge la festa della Madonna delle Galline La festa inizia formalmente con l’apertura delle porte del Santuario, chiuse dal giorno di Pasqua per allestire il trono e preparare la statua della Santa Vergine, oscurata tutto l’anno e usata solo per la processione. La domenica in albis inizia la processione della statua della Madonna del Carmine che viene trasportata su un carro e alla quale i fedeli offrono galline, papere, tacchini, pavoni, gallinelle e, anche  dolci,  “tortani” (pizze salate).  La statua si trova a girare per le strade piena di volatili e cibarie. I fedeli lungo la strada creano dei “toselli” che sono edicole votive allestite con raso e merletti. Nei toselli più grandi, viene posta anche una statuetta della Vergine, allestiti pollai, banchetti e vengono suonate tammurriate. La Vergine, arrivata alla Basilica pontificia di Sant’Alfonso riceverà in dono dai Padri Redentoristi una coppia di galline e in cambio vengono date loro due colombe (rito dello scambio). Dopodiché la processione continua per sostare nella Piazza Corpo di Cristo, dove viene celebrata la messa solenne, presieduta dal vescovo. Al termine la Madonna torna al santuario e viene cantato a conclusione il Magnificat. Piatti tipici della festa sono i tagliolini – che secondo tradizione devono macchiare la camicia del commensale, producendo il cosiddetto “schizzetto” – il ragù, il tortano, il casatiello e i carciofi arrostiti. La Madonna delle Galline e la Tammurriata La Tammurriata è […]

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Food

Cassatina napoletana, ricetta di un cult partenopeo

Napoli, come tutti ben sappiamo, vanta una ricca tradizione culinaria natalizia: tra tante leccornie c’è anche la cassatina napoletana che, malgrado sia molto simile alla cassata siciliana e alla sua variante napoletana,  presenta proprie e specifiche peculiarità. Il termine “cassata” deriva dal latino “caseus” che significa “formaggio” poiché è un dolce a base di ricotta, secondo altri il termine deriva dall’arabo: “al Quas’at” che significa “tondeggiante”, una delle sue principali  caratteristiche. La cassatina viene chiamata anche “raffiuolo”, termine che dovrebbe derivare dalla parola iberica“grafioles” che, tradotto letteralmente, significa “biscotto a forma di S”: si dice che questi dolcetti sarebbero state ideati dalle monache benedettine del Convento di San Gregorio Armeno che, intorno al 1700, pensarono di preparare dei “ravioli dolci”. La cassatina è un dolce piccolo dalla formale ovale, ripieno di ricotta e ricoperto di glassa bianca; non è ricoperto di cioccolato fondente come accade nella cassata napoletana e ha una  preparazione differente da quella siciliana, molto più “barocca” delle altre. Esistono due versioni di cassatina: quella semplice che è farcita solo con la confettura di albicocche e quella che presenta gli elementi caratteristici della cassata siciliana (gocce di cioccolato, canditi, ecc.) Cassatina napoletana, la ricetta Molteplici sono le ricette della cassatina napoletana che si trovano in rete, ne riportiamo una da noi testata di persona con grande successo! Ingredienti:  Per la base: 75 gr di zucchero; 75 gr di farina 00; 4 gr di lievito per dolci; 2 uova; Per la crema abbiamo bisogno di: 300 gr di ricotta;  80 gr di zucchero a velo; 50 gr di gocce di cioccolato Per la glassa reale servono: 2 albumi; 300 gr di zucchero a velo, del succo di limone e 100 gr di marzapane verde Procedimento:  Iniziamo lavorando la ricotta con lo zucchero. Aggiungete le gocce di cioccolato e mescolate, quindi ricoprite e mettete quanto preparato in frigorifero. Secondo step: il pan di Spagna. Montate le uova a neve con lo zucchero. Incorporate la farina ed il lievito e mescolate di nuovo. Versate ora il composto ottenuto negli stampini a forma tonda o meglio ancora, ovale. Cuocete in forno preriscaldato a 180 °C per almeno 10 minuti. Lasciate raffreddare per una buona mezz’ora e tagliate poi a metà le cupolette. Farcite con la crema di ricotta e ricoprite con un altro dischetto, spennellate con cura quindi con un po’ di gelatina di albicocche la superficie. Dedicatevi poi alla glassa unendo agli albumi lo zucchero setacciato ed il succo di limone. Disponete su ogni cassatina un pezzettino di marzapane e ricopritelo con la glassa preparata. Se quest’ultima dovesse risultare troppo liquida, vi consigliamo di aggiungere altro zucchero e fate il secondo strato. Lasciate asciugare per almeno 1 ora. Le vostre cassatine napoletane sono pronte per essere portate in tavola. Buon appetito! ———– Cassatina napoletana e altri dolci

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Libri

La ragazza con la Leica, premio Strega 2018 (recensione)

“La ragazza con la Leica” di Helena Janeczek e pubblicato dalla casa editrice Guanda nel  settembre 2017, è il libro vincitore del Premio Strega 2018 (vedi articolo di Eroica Fenice). La ragazza con la Leica, la sinossi Il libro, ambientato negli anni Trenta, vede come protagonista Gerda Taro, fotografa di guerra nonché compagna di Robert Capa, entrambi autori di importanti reportage realizzati nel corso della guerra  civile spagnola (1936-1939) e pubblicati presso importanti riviste quali “Regards” e “Vu”. Gerda Taro, pseudonimo di Gerta Pohorylle, era una ragazza ebrea di origini polacche ma nata in Germania. Fu costretta a trasferirsi all’estero perché il suo attivismo nei movimenti socialisti, nonché le sue origini, le procureranno non pochi problemi con il governo nazista dell’epoca. L’incontro con Robert Capa, la porterà in Spagna. Il libro della Helena Janeczek parla di una ragazza molto appassionata verso il suo lavoro, verso la vita, con un grande senso della giustizia. Una ragazza coraggiosa, il cui spirito antifascista la spingerà a realizzare reportage di guerra anche in condizioni estremamente rischiose. Infatti, Gerda Taro perderà la vita proprio durante la guerra, travolta da un carro armato a soli 27 anni. La ragazza con la Leica, una biografia Il romanzo è una biografia raccontata attraverso le memorie di  tre persone  che hanno fatto parte della vita di Gerda Taro: il dottor Willy Chardack, di origine ebree come Gerda e Georg Kuritzkes entrambi suoi ex amanti  e, infine, Ruth Cerf, la sua amica di sempre, con la quale ha condiviso gioie e dolori. Gerda viene descritta come una ragazza troppo moderna per il periodo storico in cui viveva, troppo entusiasta della vita per sottostare al razzismo e troppo emancipata per non ribellarsi. “Gerda era Gerda: una donna smaliziata che nei piccoli disguidi di un amplesso scoppiava a ridere come una ragazzina, un’amante dalla grazia principesca e dalla spigliatezza di una cameriera, un talento naturale che non somigliava alle borghesi né alle proletarie e, tantomeno alle scimmie edeniche di sua madre che forse non esistevano nemmeno” “La ragazza con la Leica” è pertanto un romanzo nostalgico, dove si racconta di uno dei periodi più nefasti della storia europea, con le dittature imperanti ovunque e il genocidio degli ebrei ma anche della giovinezza dei protagonisti, delle passioni, dei loro ideali che sono rappresentati dalla figura di Gerda Taro. Il romanzo è ben scritto- in particolare il prologo che risulta decisamente accattivante- ma, in alcuni passaggi, la narrazione- strutturata sul racconto in terza persona- rischia di stancare, a causa della presenza di molteplici salti spazio-temporali. La ragazza con la Leica e le altre opere di Helena Janeczek Altre opere di Helena Janeczek sono: la raccolta di poesie in lingua tedesca Ins Freie (Suhrkamp, 1989), il romanzo, Lezioni di tenebra (Guanda 2011, Premio Bagutta Opera Prima), Cibo (Mondadori, 2002), Le rondini di Montecassino (Guanda, 2010), finalista al Premio Comisso e vincitore del Premio Napoli, del Premio Sandro Onofri e del Premio Pisa. La ragazza con la Leica, acquista online  

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Cucina & Salute

Probiotico e prebiotico: qual è la differenza?

Chi di voi non ha mai sentito parlare di probiotico e prebiotico? Nella nostra era “salutista” dove chi non va dal nutrizionista viene guardato con sospetto, la maggior parte delle persone è ben consapevole dell’importanza nella dieta dei “fermenti lattici”(i probiotici così vengono di solito chiamati dalle persone comuni) ma pochi conoscono la differenza tra probiotici e prebiotici. I probiotici, come dicevamo, vengono volgarmente chiamati “fermenti lattici” ma in realtà tale definizione comprende solo uno dei ceppi dei probiotici, quello dei “batteri lattici” che sono capaci di metabolizzare il lattosio, lo zucchero contenuto nel latte. I probiotici vanno a costituire la flora intestinale (o flora batterica) di ciascun essere umano che rappresenta una sorta di “muro difensivo” presente nella nostra pancia. Spesso questa barriera difensiva viene alterata da infezioni, infiammazioni, stress, cattiva alimentazione e quindi bisogna intervenire per ripristinarla, al fine di rafforzare il sistema immunitario (l’80% del sistema immunitario si trova nel colon). Di conseguenza, i medici consigliano di assumere “fermenti lattici” sotto forma di integratori o di mangiare alimenti che li contengono quali  i cibi fermentati (the kombucha, miso, kefir, tempeh e crauti),  yogurt, formaggi fermentati. Dal punto di vista etimologico, il termine “probiotico” deriva dall’unione della preposizione latina pro (“a favore di”) e dell’aggettivo greco βιωτικός (biotico), derivante a sua volta dal sostantivo βίος (bios, “vita”).   Secondo la definizione ufficiale di FAO e OMS, i probiotici sono “micro-organismi vivi che, somministrati in quantità adeguata, apportano un beneficio alla salute dell’ospite”. (Wikipedia). Ma che benefici danno?  Secondo gli studi di settore e come abbiamo detto in precedenza, esistono vari ceppi di probiotici ciascuno dei quali è più adatto per rispondere ad una problematica specifica: alcuni ceppi danno benefici in termini di funzionalità del sistema immunitario, prevenendo le infezioni; aiutano in caso si soffra di intolleranza al lattosio; favoriscono il riequilibrio intestinale, sia in caso di infiammazioni che in caso di squilibri dovuti all’assunzione di antibiotici o in presenza di infezioni (come nel caso dell’Helicobacter Pylori); sono utili in caso di infezioni urogenitali o in caso di malassorbimento di minerali; ancora, i probiotici aiutano a ristabilire la pressione sanguigna, a ridurre il colesterolo e dulcis in fundo, a ridurre il rischio di cancro al colon. Differenza tra probiotico e prebiotico I prebiotici sono specifiche sostanze presenti nel cibo (si tratta soprattutto di carboidrati, in particolare oligosaccaridi, come l’inulina, considerato il prebiotico di maggiore interesse) che non vengono assorbite dall’organismo ma utilizzate dalla flora intestinale (in particolare costituiscono l’habitat ideale per i lactobatteri), diciamo che rappresentano l’elemento mediante il quale i probiotici hanno bisogno di vivere e proliferare. I prebiotici godono anche di proprietà nutrizionali in caso di diabete, di sindrome metabolica, obesità e allergia. Dove si trovano i prebiotici? Gli alimenti che li contengono sono: la banana, la mela, l’aglio, la cipolla, il cacao, l’orzo, l’avena, il porro, la radice di cicoria, il tarassaco (spesso si usa sotto forma di tisana), asparagi, semi di lino, alghe, la crusca di frumento.  In sintesi, per stare bene in salute, prevenendo l’insorgere di malasseri e infezioni, occorre […]

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