Seguici e condividi:

Eroica Fenice

Keywan Karimi: “Volevo dirti che lunedì entro in prigione”

“Volevo dirti che lunedì entro in prigione”, sono queste le parole di commiato del regista Iraniano Keywan Karimi, il quale è stato condannato dal tribunale rivoluzionario Islamico, prima nel 2015 a 6 anni di carcere e 223 frustrate, fino ad arrivare alla sentenza attuale: un anno di carcere e 223 frustrate per oltraggio all’Islam. Il corpo del reato è lo “scandaloso” documentario Writing on the city (Scrivere sulla città). Un documentario di 60 minuti in cui il regista cerca di raccontare il suo Iran attraverso un collage di graffiti; basandosi sulle incisioni scritte sui muri della città, dunque, Karimi ci dona un racconto dal basso che mostra una società la cui complessità supera ogni storytelling occidentale.

«Non capisco perché la gente non parla del mio caso», afferma Karimi. A questa domanda, legittima, si può rispondere parzialmente, anche se resta comunque inaccettabile che il suo essere curdo pesi come un macigno sulla sua situazione e sul silenzio del resto del mondo. «Sì, temo anche io che il mio essere curdo pesi molto nella mia situazione…»

Il calvario

Il calvario del regista parte nel 2003 quando sconta 15 giorni di isolamento per aver girato il suddetto film nel quale, tra i graffiti mostrati, se ne trovano molti di protesta. All’uscita del trailer arrivò la condanna, forse perché vi erano inserite immagini di poliziotti che picchiavano studenti. Da allora Karimi ha vissuto in un limbo, perché la carcerazione non arrivava e non poteva lasciare il paese. Tanto è vero che la sua altra opera, DRUM, presentata al Festival di Venezia, è stata proiettata senza che il suo regista fosse lì a ricevere riconoscimenti ed applausi. Simbolicamente vuota al Festival di Venezia rimase la sua sedia, simbolo di una Resistenza che non c’è più. Il suo calvario, fatto di convocazioni, interrogatori e minacce, trova la sua brutale conclusione nella pena di un anno di prigione e 223 frustrate.

«Amo l’Iran, se quelli come me se ne vanno, chi resterà a ricostruirlo? Credo di dover rimanere nella mia terra malgrado i suoi problemi, e lavorare per migliorare le condizioni di tutti»

Il corpo del reato: Writing on the city

Il documentario racconta la storia della Repubblica Islamica dalla Rivoluzione sino al secondo mandato di Ahmadinejad. I Graffiti, scritti sulle pareti della città negli ultimi 200 anni, spesso sono riflesso, nei concetti e nelle intenzioni, della stortura della società iraniana. Keywan Karimi va oltre il racconto storico-politico della evoluzione della società iraniana proposto dal filmati di repertorio: il film solleva dibattiti universali che il tempo ha trasformato in una metafora implacabile per la resistenza, correlando etica ed estetica.

Keywan Karimi: “Volevo dirti che Lunedì entro in Prigione”

Gli artisti autentici non sono mai al servizio del potere. E guai ad esserlo. L’arte per la sua forza contraddittoria, rivelatrice, tende alla verità. E la verità è un arma pericolosa sia per chi la impugna, sia per chi ne subisce l’effetto. Purtroppo il ventunesimo secolo si è mostrato un tempo censorio, repressivo nei confronti dell’arte e di qualunque atto puro di resistenza, nemmeno l’Italia ne è estranea. Ricordiamo, per onestà intellettuale, il processo intentato ai danni di Erri De Luca, poi assolto. Ricordiamo che Roberto Saviano è costretto a vivere sotto scorta e, come per Kwyan Karimi, il suo corpo del reato è la verità.

Quando un artista viene relegato dietro a delle sbarre per il solo fatto di essere un artista, nel silenzio generale di un occidente troppo impegnato ad esportare democrazia, c’è qualcosa che non quadra. E l’espressione “democrazie guaste” diventa un eufemismo divertente.

Print Friendly, PDF & Email