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La Polonia in piazza per il diritto all'aborto

La Polonia in piazza per il diritto all’aborto

Le proteste a Varsavia e dintorni per il diritto all’aborto

Lo scorso trenta ottobre più di centomila persone hanno affollato le strade e le piazze di Varsavia, la capitale polacca: protestavano contro una recente sentenza della Corte Costituzionale, che di fatto ha reso praticamente impossibile ricorrere al diritto di aborto, in quello che è già uno dei paesi più conservatori d’Europa, dalla storia particolarmente intricata. Una giornata storica, il trenta ottobre del 2020, per lo stato europeo. Così tante persone infatti non si vedevano in giro, per manifestare contro o per una causa comune, dai tempi della caduta del muro di Berlino.

Quella polacca è infatti una storia sofferta, di un popolo che più e più volte nel corso della propria esistenza si è visto distruggere tutto quel che aveva, d’innanzi ai propri occhi, per poi ricominciare daccapo. È la storia di un popolo che è stato invaso per primo dalle forze del Terzo Reich, generando lo scoppio della seconda guerra mondiale; ma anche di chi, finito quel conflitto, ha vissuto più di quarant’anni sotto l’egemonia comunista, quale stato satellite del blocco sovietico, alla totale egemonia di Mosca. È la storia di un popolo sofferto, quello polacco, che tuttavia non ha mai perso del tutto quello che è a tutt’oggi uno degli elementi cardine della propria identità nazionale: la fede cristiana, cattolica in particolare, a differenza dei vicini tedeschi e russi, rispettivamente cattolici ed ortodossi per la maggiore.

Il ruolo giocato dal cattolicesimo in Polonia è infatti estremamente importante anche al giorno d’oggi, e fondamentale per capire le proteste che continuano anche in questi giorni. Grazie ad un patto tacito, unico tra i paesi del blocco sovietico, tra Chiesa e Partito comunista, il cattolicesimo continuò ad essere praticato per tutto il dopoguerra, e le maggiori vicende del paese di quell’epoca sono legate imprescindibilmente alla fede: l’elezione di Karol Wojtyła, alias Giovanni Paolo II, alla carica pontificia e il movimento operaio Solidarność, di forte matrice cattolica e che contribuì alla caduta del regime, grazie all’opera del suo leader Lech Wałęsa, premio Nobel per la pace.

Il cattolicesimo esercita un’influenza fortissima sulla vita sociale del paese

Ancora oggi le parrocchie, soprattutto nelle aree rurali del paese, fungono da perno della vita sociale e garantiscono servizi di assistenza alla popolazione in ambito sociale, sanitario ed educativo. Praticamente in Polonia si è passati, nell’arco di trent’anni, da un regime comunista a un esecutivo di destra e dai modi praticamente autoritari, ma che di fatto esercita il potere avvalendosi delle stesse opzioni di prima. Le migliaia di persone viste a Varsavia e nei maggiori centri del paese negli scorsi giorni infatti sono scese in piazza per manifestare contro la sentenza della Corte, che ha dichiarato illegittimo il ricorso alla pratica abortiva anche nel caso di malformazione del feto.

Per le donne sarà possibile ricorrervi solo nel caso di incesto o di stupro, ma vai a capire se e come quest’ultimo sarà riconosciuto, in uno stato dai tratti così conservatori. La vicenda polacca è estremamente interessante perché rispecchia moltissimo la storia del paese: l’esecutivo guidato da Morawiecki e dal suo vice, il leader di Pis, Jarosław Kaczyński, non fanno altro che usare dal 2015, anno in cui Diritto e Giustizia è diventato il partito di maggioranza, lo strumento della fede per accattivarsi le grazie e i consensi di un popolo molto legato alle sue radici.

Allo stesso tempo è però una vicenda importante perché in questa parte dell’Est europeo accadono dinamiche già verificatesi e conosciute a molteplici latitudini: la paura della globalizzazione, la distanza tra il popolo ed i rappresentanti, il mito di un’età dell’oro ormai alle spalle, che portano i grandi centri progressisti ed europei di Varsavia e Cracovia ad opporsi a Pis, mentre le grandi aree rurali diventano bacini di voti per Kaczyński. Le ultime vicende si intrecciano poi con la diffusione del Covid-19, che ha toccato anche la Polonia e che di certo non dispone delle attrezzature della vicina e ricca Germania: i dati dell’ultima settimana indicano che sono oltre ventisettemila i contagi da Coronavirus, ed i posti in terapia intensiva nel paese sono praticamente finiti.

Le incognite della Polonia, tra Covid e negazione dei diritti umani

I ristoranti e i bar sono già chiusi dalla scorsa settimana e a breve seguiranno misure ancora più restrittive, in uno scenario che purtroppo già conosciamo a menadito; si parla addirittura di trasformare lo stadio nazionale di Varsavia, teatro di Euro 2012, un’arena da oltre sessantamila posti, in un’ospedale a tempo indeterminato. Probabile dunque che le proteste si spegneranno già sul nascere, e c’è chi addita la Corte di aver aspettato opportunamente questo momento per seguire le indicazioni di Pis, forte dei suoi quattordici membri su quindici di dichiarato orientamento conservatore.

Non si fatica dunque a vedere nella piccola Polonia, a dispetto della forte tradizione cattolica che tanto ha inciso sulla storia del paese, un laboratorio di dinamiche già intraviste altrove. Il discorso tocca poi da vicino le istituzioni europee, che forse dovrebbero interrogarsi una volta di più sulla presenza di un alleato di tale portata, che peraltro continua imperterrito nelle due frequenti discriminazioni contro le minoranze, in particolare quella LGBT+.

Non è raro infatti imbattersi nel paese in discriminazioni contro la comunità anche nei luoghi frequentati abitualmente dalla gente, che sia ad esempio anche una semplice spesa al supermercato: il dibattito politico è enormemente divisivo ed inquinato dal linguaggio e dal fare violento e autoritario di chi ha il potere. Kaczyński, come qualsiasi Trump o Bolsonaro che si rispetti, è infatti un personaggio estremamente polarizzante: o si sta con lui o contro. Per cui, o si sta dalla parte della chiesa, altrimenti c’è il nichilismo: la propaganda incessante di TVP, la televisione nazionale, è a livelli che non si erano neanche visti ai tempi del comunismo.

Il paese ha bisogno di un’alternativa credibile, che riesca a convogliare le forze progressiste viste in piazza negli scorsi giorni in qualcosa di più grande e duraturo. Il rischio è però che le proteste scemino di intensità nel breve termine, a causa di diversi fattori. Il Covid costringe gran parte dei manifestanti al distanziamento sociale, ma c’è da tenere anche in conto la lontananza dalle prossime elezioni, che si terranno tra tre anni. La Polonia ha votato nella scorsa primavera e si corre dunque il rischio che le manifestazioni siano lo specchio di un malessere temporaneo, più che il riflesso di qualcosa di più grande e con il quale finalmente è venuto il momento di fare i conti.

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