Jizō bosatsu: il protettore dei viaggiatori dalla veste nera

Avventurandosi nelle strade di tutto il Giappone è impossibile non imbattersi in Jizō Bosatsu.

Jizō (in realtà Jizō, 地蔵, traducibile con “Ventre della Terra”) è un bodhisattva (in giapponese bosatsu), del pantheon buddista giapponese, conosciuto soprattutto per essere protettore dei viaggiatori e dei bambini. Solitamente lo troviamo lungo le strade e l’ingresso di templi sotto forma di piccole statuette di pietra a forma di piccoli monaci dal capo rasato con il Cintamani, il gioiello prezioso conosciuto anche come “pietra dei desideri”, simbolo dell’intervento benevolo del bodhisattva e, a volte, con un lungo bastone nella mano destra, simbolo del monaco viandante, o con le mani congiunte a preghiera e i volti sorridenti, pronti ad accogliere con calore i visitatori. Viene raffigurato sempre con abiti molto semplici anziché le ricche vesti e la corona che spesso contraddistinguono gli altri bodhisattva. Inoltre, sono spesso protagonisti di simpatiche storie del folklore giapponese.

Caratteristiche principali di Jizō Bosatsu

Elemento Descrizione
Ruolo Protettore di bambini, viaggiatori e anime defunte.
Iconografia Monaco rasato, abiti semplici, bastone e gioiello Cintamani.
Tradizione Offerta di cappellini e sciarpe rosse (specialmente in autunno).
Significato nome “Ventre della Terra” (Kṣitigarbha).

Chi sono i bodhisattva e qual è il ruolo di Jizō?

I bodhisattva sono coloro che tramite la compassione, rinunciando temporaneamente al nirvana per aiutare chi è in difficoltà e per questo Jizō viene considerato anche protettore di coloro che soffrono nell’aldilà, aiutandoli nel cammino tra un mondo e l’altro.

Questo bodhisattva iniziò ad avere una certa rilevanza dopo la nascita dei culti della Terra Pura. In quell’ambito, Jizō bosatsu era colui che accompagnava i defunti fuori dall’inferno e che veniva sulla terra per scortare l’anima del defunto verso il paradiso di Amida.

Curiosità sulla devozione a Jizō

Una curiosità interessante è che verso novembre, quando inizia a fare freddo, è consuetudine vestire Jizō con un cappellino e una sciarpa, solitamente di colore rosso, per proteggere le statue dal freddo e per dimostrare rispetto e affetto. Inoltre, si crede che vestire Jizō offra la possibilità di interagire direttamente con il bodhisattva, rendendo l’offerta di una sciarpa o un cappello un atto di devozione. Questa usanza richiama una leggenda nella quale un vecchio venditore di sandali comprò con tutti i suoi soldi dei cappelli di paglia per coprire delle statue di Jizō che aveva incontrato lungo il suo cammino sotto la neve, invece di comprare il riso per portarlo a casa. Grazie a questo gesto di gran cuore Jizō gli donò tanto riso da averne abbastanza per tutta la vita.

Le origini del Jizo dalla veste nera

Circa 300 anni fa, in una limpida giornata autunnale, il signore del castello di Hamamatsu e molti dei suoi servi, uscirono con il capo villaggio Ichino Kan’emon, come guida per ispezionare le risaie. Da qualche parte giunse una voce che chiamava:“Kan’emon, Kan’emon’. Egli rimase sorpreso nel sentire la voce provenire da sotto le risaie, guardò nella direzione della voce e vide una figura nera come la pece, alta circa un metro, emergere dalla Terra. “Deve essere stata questa statua di Jizō a chiamare il mio nome” pensò Kan’emon, che si caricò la statua sulle spalle e tornò a casa. Quella notte mentre Kan’emon dormiva, sentì qualcuno chiamarlo accanto al suo letto. Si svegliò sorpreso e lì proprio accanto a sé, si ritrovò una statua di Jizō.

Non posso rimanere per sempre nella tua casa, Per favore portami al tempio Manpuku-ji e venerami, in cambio ti proteggerò fisicamente per il resto della tua vita e se hai qualche desiderio particolare lo esaudirò, quindi puoi stare tranquillo!” disse Jizō e poi scomparve. Sebbene si trattasse di un sogno, Kan’emon pensò che fosse un’occasione estremamente speciale e fece da come richiestogli.

Alcuni anni dopo Kan’emon si ritrovò a passare per il tempio di Manpuku-ji ma fu fermato da un samurai che volendo provare la sua nuova katana gli diede appuntamento al fiume il giorno successivo, e siccome in quell’epoca il samurai occupava uno dei posti più alti nella gerarchia, Kan’emon non ebbe altra scelta che accettare. Impaurito e non sapendo cosa fare si recò al tempio Manpuku-ji per pregare Jizō di proteggerlo. Il giorno dopo Kan’emon si presentò all’appuntamento, il samurai testò la sua nuova katana direttamente sul corpo di Kan’emon tagliandolo e ferendolo profondamente dalla spalla al ventre, e soddisfatto dell’affilatura della nuova lama, se ne andò senza voltarsi indietro mentre l’altro giaceva sull’argine. Quando Kan’emon riprese improvvisamente i sensi si rese conto che il dolore era cessato e le ferite erano sparite, quindi la sua preghiera era stata esaudita. Recandosi subito al tempio di Manpuku-ji vide che la statua nera di Jizō aveva un taglio profondo dalla spalla sinistra al ventre, Jizō lo aveva protetto sostituendosi con il suo corpo.

In seguito questa statua di Jizō, cominciò a essere venerata come il “Jizō dalla veste nera” e ancora oggi è custodita con grande cura nel tempio Kofuku-ji. Ogni anno il 24 novembre si riunisce un gran numero di fedeli e si tiene una cerimonia commemorativa.

 

Fonte immagine: wikicommons

Fotografo: Yoshi Canopus

Articolo aggiornato il: 04/01/2026

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