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Parole e politica: tra formalizzazione e banalizzazione

Quanto risulta importante la comprensione della situazione politica in un’Italia in continua crisi, come quella dei giorni nostri? Quanto importante è questa stessa comprensione per noi giovani in un paese che invecchia sempre di più? E quanto è rilevante la relazione tra parole e politica?

La distanza tra i ragazzi e la politica cresce di anno in anno, di decreto in decreto e di governo in governo. Si tratta di una probabile conseguenza alla generale situazione di sfiducia indottaci da televisione e giornali, ma ancora prima dai dibattiti affrontati sulle tavole delle nostre case, dove genitori e parenti lamentano le frustrazioni di una gestione nazionale egoista e prepotente.
Negli ultimi mesi, in questi e in altri contesti, è diventato solito ascoltare parole come sfiducia, governo tecnico, coalizione, decreti, ognuna posseditrice di una propria connotazione specifica che, ai nostri occhi, appare troppo complessa.
La Costituzione italiana, promulgata nel 1947, possiede un codice comunicativo fortemente specifico e tecnico, appesantito dalla complessa materia che affronta. Dal momento della sua approvazione, la Costituzione è divenuta il modello di riferimento per la stesura delle leggi, in virtù della sua comprensibilità.
Così, i propositi dei suoi compositori, l’Assemblea costituente eletta a suffragio universale, erano proprio quelli di formulare una lingua piana e sobria che permettesse di comprendere facilmente ogni articolo di cui era costituita. “L’Italia è una Repubblica democratica, fondata sul lavoro”, incipit del primo articolo della nostra legislatura, è fisso nella nostra memoria sia per la rilevanza che possiede sia per la sua linearità.

Parole e politica nell’attuale scenario politico nazionale

Con il tempo, però, si è andata a costituire una nuova forma comunicativa, che ha raggiunto anche la stesura delle leggi, definita antilingua istituzionale, termine coniato da Italo Calvino nel 1965. Questo nuovo idioma ha reso difficile e fraintendibile alcuni tra i più importanti periodi della Costituzione italiana.
La politica, espressione fondamentale di uno stato, è inserita in un proprio contesto culturale da cui dipende e da cui è impossibile svincolarla. Il rapporto tra parole e politica è vincolato da una specificità lessicale che è necessario preservare. Rendere però la comprensione limitata perché correlata ad un linguaggio “colto” fa si che si vada a formare una cerchia ristretta, sola capace di masticarla e assimilarla.
La conoscenza, in questa maniera, resta limitata all’esperienza, ad aver, quindi, assistito al susseguirsi di vari fatti politici, rendendo partecipe, ancora una volta, un’Italia anagraficamente matura.
Contemporaneamente la svendita del linguaggio politico potrebbe avere l’effetto opposto e banalizzarne i contenuti. D’altronde, alla base del successo delle più grandi dittature c’era una propaganda incentrata proprio sullo sfruttamento del linguaggio comune, sull’apparire simile a chi si stava rivolgendo.
Come equilibrare, quindi, la rilevanza sociale e culturale di ogni aspetto della politica con una comprensione accessibile? Ancora una volta, l’istruzione appare risolutrice.

Svincolata dalle lezioni di educazione civica, dalla rigidezza degli schemi dei libri di storia o dalle cattedre delle aule di giurisprudenza, la politica potrebbe e dovrebbe diventare parte della nostra comunicazione quotidiana, parte del linguaggio dei giovani, elemento di accrescimento culturale e non limite invalicabile. Rendere ciò possibile è parte del dovere morale che ognuno di noi ha rispetto alla possibilità per cui una nostra scelta potrebbe essere rilevante per il futuro così incerto di questo paese.

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