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Eroica Fenice

Cinema e Serie tv

Luca Guadagnino e il teen drama moderno: WAWWA

We are who we are è la nuova serie di Luca Guadagnino, nonché la sua prima prova sul piccolo schermo dopo l’enorme successo di Chiamami col tuo nome. Cominciata il 9 settembre e da poco conclusa, è una miniserie di 8 puntate, prodotta da HBO e Sky, che vanta tra gli sceneggiatori Francesca Manieri, Sean Conway e Paolo Giordano, autore de La solitudine dei numeri primi. L’Italia e il “microcosmo” di Chioggia Quello che Luca Guadagnino ci presenta è un teen drama di livello, arricchito da sviluppi complessi, moderni e all’avanguardia che lo rendono interessante per tutti. Ma, certamente, parla di giovani. Racconta infatti la vita di Fraser (Jack Dylan Grazer), giunto in Italia perché una delle sue madri è stata promossa a Colonello in una base militare americana in Veneto. Il ragazzo irrompe a Chioggia con i suoi vestiti stravaganti, la sua personalità irrequieta e lunatica e un modo tutto personale di percepire le cose. Proprio questo suo essere stridulo entra in contrasto con il microcosmo della base, omologato ed ordinato, che assume spesso i tratti di un luogo di vacanze e di una realtà sospesa e atemporale. Questa eccentricità attrae la figlia perfetta di un retrogrado graduato repubblicano, Caitlin (Jordan Kristine Seamón), che proprio grazie a Fraser comincerà a conoscersi, a capirsi e a mettersi in discussione, cullata costantemente dall’immensa comprensione del ragazzo. We are who we are di Luca Guadagnino: l’adolescenza in tutte le sue dicotomie Ed è così che irrompono le più attuali dinamiche adolescenziali: dal sesso alla musica, dalla droga alla religione, dalle questioni di genere ai contrasti familiari. Alle loro spalle, con dinamiche più o meno invasive, c’è la guerra, lontana ma onnipresente, intrinseca di responsabilità ma anche il più divertente tra i giochi. I ragazzi, insieme al loro gruppo di amici, sembrano vivere perfettamente all’interno di numerose dicotomie, la maturità e l’infantilismo, il matrimonio e i giochi da ragazzini, l’Italia, presentata con immagini meravigliose, e un’America patriotticamente sfrenata, su cui risuonano i discorsi elettorali di Trump non ancora presidente. Come riportato sulle pagine di Vogue, Alice Braga, che interpreta la compagna della madre di Fraser, ha voluto sottolineare, l’importanza di una serie così in questo momento storico. “Mi sono subito entusiasmata per il progetto, nato dalla volontà precisa di portare sugli schermi una storia che tratta i temi dell’identità sessuale fluida degli adolescenti, in modo veramente inconsueto”. “Siamo personaggi che non si vedono spesso in Tv”, ha voluto aggiungere Faith Alabi, che interpreta la mamma di Caitlin. E il valore aggiunto di questa storia sta nella capacità di una ragazza di seguire davvero il suo cuore. Non sempre è facile”. Ancora una volta, Guadagnino dimostra la sua abilità di attraversare le singole sensibilità, di trattare gli stati d’animo, le interazioni più complesse, aderendo agli aspetta più profondi del comportamento adolescenziale, senza mai rinunciare alle meravigliose immagini che ci offre. Fonte immagine: Facebook (Pagina italiana di We are who we are)

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Attualità

Cenando sotto un cielo diverso: la beneficenza si nutre di emozioni

La bellissima cornice di Villa Imperiale ha ospitato la rassegna stampa di “Cenando sotto un cielo diverso”, che si svolgerà martedì 29 settembre a Villa Alma Plena, Caserta. Alfonsina Longobardi, psicologa, sommelier ed esperta di food & beverage, è la madre appassionata di questo progetto, ideatrice e organizzatrice dell’evento, giunto alla dodicesima edizione. Questa è la più grande fin ora realizzata: 140 banchi di partecipanti, contro i 13 della prima edizione, tenuta al Castello di Lettere. L’evento di beneficenza ha l’obiettivo di raccogliere fondi per la costruzione di un laboratorio ludico-didattico per malati schizofrenici (finalità storica della kermesse) e per l’acquisto di giocattoli da distribuire durante il periodo natalizio ai bambini ricoverati nel reparto di nefrologia dell’ospedale Santobono Pausilipon. Il Buono dopo la tempesta: ripartire con le emozioni Il claim di questa edizione è “Il Buono dopo la tempesta“, ovviamente quella del Covid-19 e di tutte le sue conseguenze. Così, questo progetto, con tutta la sua voglia di promuovere innanzitutto le emozioni, assume in quest’edizione un senso ancora più importante: ricercare un senso di rinascita per un nuovo inizio, soprattutto per un settore, quello enogastronomico, che ha tanto sofferto e ancora soffre delle restrizioni, fondando il tutto su un senso di coesione, una rete collaborativa che permetta di sostenersi a vicenda. Diviene quindi aiutare e ad aiutarsi, in nome della semplicità e della voglia di dare. Coinvolge, allora, cuochi, pizzaioli, pasticceri, produttori del territorio campano e non, aziende, personaggi del mondo dello spettacolo e migliaia di persone che intervengono all’iniziativa per far del bene e mangiare bene. Anche se in luoghi meravigliosi, alla presenza di grandi chef (stellati e non) e grandi eccellenze, “Cenando sotto un cielo diverso” si trasforma in una grande cena familiare, in cui il senso di casa non passa mai in secondo piano. Cenando sotto un cielo diverso come promozione territoriale Come se il senso di solidarietà e la capacità di mettere in comunicazioni diverse personalità non fosse sufficiente, l’evento si pone un terzo obiettivo: diventare promotore del territorio. Basandosi sull’idea di dare il giusto valore al cibo, di salvaguardare la biodiversità e i prodotti buoni, di continuare a tener alto il nome della Campania felix, “Cenando sotto un cielo diverso” ricerca il contatto con la natura, particolarmente rilevante nel post-Covid, sia nella selezione dei luoghi scelti per ospitare l’evento, come la bellissima Villa Alma Plena selezionata per quest’edizione, sia nella promozione di vini e vitigni autoctoni, che diventano mezzo di conoscenza territoriale, e di tante piccole realtà di educazione e sostegno ambientalista. Quello che contraddistingue questo evento è il suo essere genuino e la sua grande componente amicale, che si percepisce chiaramente tra i discorsi, i sorrisi e l’incoraggiamento di tutti quelli intervenuti in conferenza. Il calore della famiglia di “Cenando sotto un cielo stellato” ti invita dolcemente a essere partecipe di qualcosa di importante e di bello. Sono intervenuti in conferenza stampa: – Alfonsina Longobardi, ideatrice ed organizzatrice dell’evento; – Maria Consiglia Izzo, ufficio stampa dell’evento (con Grazia Guarino, XY Agency); – Ciro Torlo, modello […]

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Culturalmente

Il nuovo numero di Aura: ‘il saggio è una biblioteca’

È finalmente online il secondo numero di Aura, rivista trimestrale di saggistica umanistica, ideata da Nicola De Rosa con la collaborazione di Sara Gemma. Aura è un opificio orizzontale di scrittura saggistica, in cui gli autori trovano uno spazio per dar voce al proprio interesse in campo letterario e filosofico e si confrontano con compagni di viaggio, ampliando la loro conoscenza degli strumenti della forma-saggio. Aura dà voce a entità come le opere d’arte e i prodotti culturali, che più rischiano la malaugurata riduzione a “cose” di consumo della bulimica società digitale. Aura è un momento di sospensione, di rischiaramento che precede la creazione artistica, ma anche di scardinamento delle certezze circostanti che spesso portano ad una realtà fissa e senza dialettica. In omaggio a questa seconda pubblicazione, abbiamo incontrato gli artefici del progetto di Aura: Nicola De Rosa, laureato in Discipline musicali presso il Conservatorio di Musica “San Pietro a Majella” di Napoli e ora iscritto alla facoltà di Lettere moderne della “Federico II”, e Sara Gemma, attualmente impegnata nella magistrale in Filologia moderna presso l’Ateneo federiciano e da poco ritornata da un soggiorno semestrale presso l’Université de Lorraine di Nancy. Perché Aura? L’aura è una categoria benjaminiana, diciamo che è la componente spirituale dell’opera d’arte. Oggi, nell’epoca della riproducibilità digitale, ci si chiede se l’aura possa animare ancora l’opera d’arte, se si sia dissolta in altre forme, o se abbia abbandonato il campo artistico, della poiesis del per sempre. Come e quando nasce il progetto? Aura è nata da una constatazione: la scrittura saggistica appare trascurata nell’ambito della didattica accademica europea, in cui oggi si scrive o troppo e male o troppo poco. Concretamente, poi, Aura si è realizzata nei mesi in cui, in stato pandemico, il mondo si è praticamente disconnesso dalla realtà per dedicarsi completamente alla virtualità. Sorgeva spontaneo il bisogno di un punto centripeto, la necessità di un riferimento solido all’interno di quella virtualità il più delle volte centrifuga e senza punti di concentrazione. A seguito di questa premessa, come guardate al digitale? L’ambizione di Aura è di porsi nei confronti del digitale con uno sguardo eretico: guardare a una rete di comunicazione che ci appare immateriale, leggera e veloce, comprendendone invece il carico di opportunità e di rischio, affinché venga utilizzata per veicolare dal suo interno un’idea a lei contraria: che la complessità del reale e quindi anche delle manifestazioni artistiche richiedono ben più di un click, che la conoscenza può essere divulgata attraverso il mezzo digitale, ma non delegata a esso, fino ad arrivare a un circolo vizioso che ha come fine la de-responsabilizzazione dell’individuo stesso. Perché scegliere il saggio come genere di divulgazione? Il saggio fa interagire il lettore con l’io dell’autore, col suo bagaglio di conoscenze e di insicurezze. Quando l’autore fornisce delle coordinate testuali in una semplice nota a piè di pagina, è come se il lettore entrasse nella sua officina, rivivendo il momento di selezione, ricerca ed elaborazione di tutti i testi che risorgono all’interno di quello finale. Si […]

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Musica

All that’s jazz al Torchio: un viaggio lontano e potente

Sabato 12 settembre, alle ore 20.00, il Teatro Cerca Casa e l’Associazione Il Torchio hanno presentato a Somma Vesuviana “All that’s jazz – Un viaggio musicale”, un concerto-spettacolo ideato e interpretato da Maria Rosaria De Medici, accompagnata dal pianoforte di Mariella Pandolfi e dal contrabbasso di Massimo Mercogliano. Lo Spazio Torchio si presenta subito come un posto speciale: alle pendici del Vesuvio, illuminato da candele e lampadine, ricco di vino locale e di tanta familiarità. L’accoglienza è in piena linea con il principio cardine del Teatro Cerca Casa che si prefissa il compito di lavorare completamente a favore delle compagnie teatrali, svincolando il teatro da quella formalità che per tanto tempo lo ha relegato a una dimensione elitaria. Così, l’idea di un cartellone itinerante che giri per gli appartamenti della Campania e che diventi anche nuovo metodo di conoscenza dei luoghi, oltre che della gente. Infatti, chiunque ha la possibilità di ospitare almeno 30 persone è invitato ad offrire la propria casa, scegliere lo spettacolo che più preferisce e diventare, così, parte della famiglia. Per fortuna le iniziative sono riprese post-Covid, senza danni, sfruttando spazi grandi e all’aperto. Così Il Torchio ci ha dato il benvenuto e ci ha permesso di intraprendere un bellissimo viaggio, quello di All that’s jazz, presentato subito in tutta la sua complessità perché è difficile relegarlo in una sola definizione: la presenza di un pubblico è jazz, il non sapere cosa succederà è jazz o anche, solo e mai banalmente, l’entusiasmo e la felicità sono jazz. Tra musica, parole, video e letture si rivivono le Jazz Parade di New Orleans, così potenti da travolgerci e farci dimenticare, per qualche minuto, tutto quello che stavamo facendo. E ancora le esperienze personali, la vita musicale, le motivazioni e i caratteri straordinari delle più influenti figure del jaz, da Louis Armstrong a Paul Desmond e Dave Brubeck, da Thelonious Monk a Ella Fitzgerald e ancora dal Bebop al Cool Jazz. La storia continua ma l’entusiasmo non scema. Tutti, inconsciamente, con movimenti e gesti impercettibili partecipano a quel processo di continua creazione che è il jazz, incessante e potente, volenteroso di afferrare il momento, in piena linea col Carpe diem o semplicemente con la voglia di viverlo. “All that’s jazz – racconta Maria Rosaria De Medici – è un viaggio sulle onde del ‘suono dei continenti’ perché è il mare quello che unisce. Lungo le rotte oceaniche si incrociano navi cariche di suoni… vengono dall’Africa e dall’Europa e vanno verso il ‘mondo nuovo’. Da New Orleans a Salvador de Bahia i suoni della tradizione americana si portano dentro le radici africane e le influenze europee. All that’s jazz… “ L’antropologia, quella che definisce i popoli, diviene collante di elementi lontani che insieme combaciano alla perfezione perché prodotto della stessa specie, quella umana. Questo spettacolo-viaggio ti arriva diretto e potente, ti rende spettatore e partecipe, ti educa, ti mette alla prova e ti saluta lasciandoti impregnato di quella stessa sensazione di felicità di cui si nutre il jazz e, più […]

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Culturalmente

Chanson de Roland tra alterità e genere

La Chanson de Roland è la più importante canzone di gesta epica in antico francese, in varietà anglonormanna, che narra le gesta di Orlando, paladino e nipote di Carlomagno, in lotta contro i Saraceni che avevano, storicamente, occupato la Spagna. Vista la rilevanza dell’opera, i temi trattati sono stati frequentemente oggetto di studio. Particolarmente interessante e moderno appare, rispetto alla tradizionale visione classica della Chanson de Roland, il saggio di Sharon Kinoshita “Pagans are wrongs and Christians are right”: Alterity, Gender and Nation in the Chanson de Roland (‘I pagani hanno torto e i cristiani hanno ragione: alterità, genere e nazione nella Chanson de Roland). La trattazione si concentra sull’analisi delle differenze all’interno del Chanson de Roland che si identificano nella contrapposizione tra Cristiani e Saraceni e nella marginalizzazione delle figure femminili. Kinoshita sottolinea come la differenziazione che viene spesso attribuita ai due gruppi religiosi all’interno dell’opera risieda in realtà solo nelle differenze di credo. Pagani e Cristiani parlano la stessa lingua, presentano la stessa gerarchizzazione di classe e credono in entità superiori e lottano in nome dei loro favori. Questa contrapposizione è enfatizzata dalle posizioni speculari delle uniche due donne presenti nell’opera: da un lato Aude, la cristiana che muore in nome della fedeltà per Orlando, e dall’altro Bramimonde, la regina saracena che è disposta a convertirsi e a rinunciare alla sua stessa comunità. Riporto qui di seguito la traduzione delle parti più importanti del saggio di Kinoshita. Parte I La ChR assume quest’eminenza nell’epica francese per il contesto del XIX secolo, grazie a Gaston Paris: la nascita di un sentimento nazionale francese che mirasse a sostituire l’umiliazione subita dalla guerra franco-prussiana nella Terza Repubblica. In particolare, l’ufficializzazione dell’annessione dell’Algeria, nuova colonia francese in Sud-Africa, sottolineò il ruolo civilizzatore del colonizzatore francese. In generale, l’Europa viene vista come un regno moderno, nazionale e illuminato, in opposizione all’oriente visto come statico, decadente e dispotico. Per sottolineare questa dicotomia, gli europei presero a sostegno le tesi della differenza biologica innata della razza. Bartlett ritiene che nel Medioevo questa differenza non si basasse sulla razza ma sui costumi, caratterizzati dal fatto che questi ultimi potevano, diversamente dai primi, essere cambiati sia di generazione in generazione, sia individualmente. Nonostante nella ChR sia forte il richiamo alla fisionomia ‘nera’, questa rappresentazione non è esemplificativa della visione medievale dello straniero. Le categorie principali sono i Saraceni e i Cristiani. I Saraceni non vengono, tuttavia, identificati con la razza ma con la cultura e per questo risultano quasi indistinguibili dai Cristiani, se non per i nomi. Entrambi parlano la stessa lingua, gli accampamenti hanno gerarchie, immaginano gli dei come dispensatori di favori in cambio di devozione. Fondamentalmente, differiscono solo per la religione. Infatti, come i Cristiani sono definiti tali poiché vassalli di Carlomagno, così ai Saraceni, anche loro nobili vassalli, basterebbe convertirsi per identificarsi completamente nei cristiani. Questo potenziale della conversione non è mai realizzato, quindi tutti i personaggi pagani dell’opera sono destinati a morire, guardando con sospetto la possibilità di cristianizzazione come puro espediente per […]

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Attualità

L’estate perduta e l’incontro con Pavese a Capodimonte

L’estate perduta e l’incontro con Pavese alla Reggia di Capodimonte Il Napoli Teatro Festival ha presentato il 16 luglio in prima assoluta, presso il Cortile della Reggia di Capodimonte, con ben tre repliche durante la serata L’estate perduta – ballata per Cesare Pavese, uno spettacolo con Alessio Boni, Marcello Prayer, Francesco Forni, Roberto Aldorasi, dedicato alla figura dello scrittore Cesare Pavese. Quattro interpreti si presentano sul palco. Quattro voci e due strumenti. Leggono, cantano, si fanno il verso, si completano le frasi. Tutti, però, costituiscono un uno. Un solo, ed è Cesare, che si presenta nelle sue sfaccettature, con la voce interiore della sua anima, del suo prima e del suo dopo, e con il peso di una storia, quella della sua vita, sfregiata da profonde ferite. Così, parla con sé stesso, con quello che era e con noi. Ma sempre nudo, come fosse da solo. Formula quasi un flusso di coscienza, mai arrestato, mai completamente inibito, scandito solo dalle melodie delle chitarre. Nella cornice magica della Reggia di Capodimonte, le luci fioche e le voci emozionanti di questi quattro interpreti trasformano lo spettacolo in una ninna nanna, che ti culla e ti trasporta, ma improvvisamente ti colpisce e ti rivolta. Perché la vita di Cesare, come quella di ognuno, sembra sempre tendere agli eccessi. Così ci lancia in faccia uno spaventoso e meraviglioso dualismo, costante in ogni espressione. Il dualismo campagna-città e L’estate perduta Fin da subito si presenta il tema della contrapposizione campagna-città, che sorregge inevitabilmente quello di fanciullezza-maturità. Cesare afferma che la vita vera, per quanto aspra e contradditoria, l’ha trovata in città; che la crescita, la maturazione sono il prodotto di quel contatto con la città. Forse perché è più semplice camminare sulla strada che non ci appartiene, forse perché è giusto che certe cose, pure, vere e lontane, siano lasciate dove sono, senza toccarle. Ma il prezzo da pagare resta caro e Cesare pare sentire a pieno il peso di ciò che perde: l’estate. Quella che, negli anni in campagna, sembrava un tempo infinito e unico, pervaso da una noia che era serenità, che trasformava il vento in vuoto e il vuoto in musica, è andata perduta. Ora, in città, il vento si è trasformato in carne, in donna. Il sesso, l’America e la solitudine Ed anche l’amore, il desiderio di condivisione, addirittura il sesso finiscono per essere scissi, da donne spregiudicate, indipendenti, approfittatrici, che lo dominano e lo rivoltano a loro piacimento. Ma anche in questo caso, lui le subisce, perché, rapito, riconosce in loro, come nel sesso, la più profonda antitesi dell’esistenza: vita e morte. Questa stessa contrapposizione è incarnata perfettamente nell’Italia del secondo dopoguerra e nel mito dell’America liberale e spregiudicata, quella che Cesare cercava in Hemingway, Lowell e la Stein, ma che non incontrerà mai realmente, se non nei suoi libri. Particolarmente coinvolgente è la rilettura e la reinterpretazione della Genesi, in una forma caricaturale in cui Adamo ed Eva dibattono sul peso della solitudine che diviene il motivo scatenante del […]

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Teatro

Roberto Solofria e Pau Miró al NTF: una commedia nera

Roberto Solofria porta lo spettacolo del drammaturgo Pau Miró al Napoli Teatro Festival. Rua Catalana – Femmene comme a me, in scena al Palazzo Fondi di Napoli, il 7 e l’8 Luglio, è uno spettacolo di Pau Miró, con regia di Roberto Solofria, frutto della collaborazione già piena di successo della produzione napoletana-catalana che ha dato forma a spettacoli fortunati, in grado di aprire la strada a una sorta di scrittura transmediterranea. Femmene comme a me è una commedia nera, che racconta di solitudine, di affermazione, di amicizia e fragilità con sincerità e schiettezza, che raggiunge lo spettatore grazie alle splendide interpretazioni di Michele Brasilio, Marina Cioppa, Ilaria Delli Paoli, Roberto Solofria. «Il teatro rinasce con te» è lo slogan d’apertura della tredicesima edizione del Napoli Teatro Festival, inaugurata il primo di luglio, con attenzione alle restrizioni e in rispetto delle regole. Il teatro, come ogni forma d’arte, è certamente un’esperienza intima, da elaborare nella propria coscienza, assorbendo gli impulsi esterni e trasformandoli in proprietà interne. Ma più di tutte le altre, il teatro è l’arte di tutti, da sempre l’espressione più connessa alla collettività. Ma il teatro, in questa nuova realtà che ci viene offerta, si offre alla nostra anima con ancora più chiarezza. La bellezza di Palazzo Fondi e l’intimità della platea e della scena creano un’atmosfera suggestiva e lontana. Ma ciò che abbiamo avanti nello spettacolo con regia di Roberto Solofria è Napoli. Quartieri spagnoli. Lo studio di un avvocato, scarno di arredamenti e pieno di oggetti. Un bunker a metà tra la realtà e un mondo parallelo. Il rifugio di quattro donne, una biologa che lavora in un casello, un’architetta senza lavoro, un’archeologa che pulisce condomini, una maestra appena licenziata. Quattro “femmene comme a me”, perse tra le loro dinamiche sociali e familiari, schiacciate dalle responsabilità e arrese a queste. La prima a nascondersi lì è l’architetta, che esce di casa, determinata a non tornarci più, lasciando un marito e un figlio, decisa a non guardarsi indietro ma nemmeno a camminare in avanti. Vuole stare sola, guardare serie tv e mangiare pizza, ricopiare appunti di letteratura trovati per sbaglio, dormire tutto il giorno. Al massimo guardare da dietro la finestra, disprezzare il caos e ritornare in sé stessa. Una donna di cinquant’anni lontana dalla moda della seconda gioventù, disinteressata a cercarla, ma arresa alla sua condizione, nascosta in una scatola da mago, desiderosa di sparire senza sapere dove tornare. Intorno a lei, si stringono le sue amiche, respinte e non volute, volenterose di condividere e così concentrare sulla loro solitudine. Rimangono sempre, costituendo un circolo di inette, arrese al fatto che non sono donne che possono fare miracoli. Eppure ci provano: si incolpano di essere diventate pesanti per l’ossessiva ricerca di trovare un senso alle cose, allora si ricordano che i piccoli problemi della vita quotidiana possono colmare i buchi più profondi, chiudere a chiave le camere in cui ci nascondiamo. Ma anche in quella camera di 30 metri quadri che è diventato il loro vero rifugio, arrivano […]

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Food

Cantina La Barbera: autenticità e contemporaneità

Cantina La Barbera presenta una nuova veste, più leggera e contemporanea. L’omonimo palazzo ottocentesco del Vomero accoglie i clienti di Cantina La Barbera catapultandoli subito in un’atmosfera riservata, intima e serena. Il piccolo giardino segreto è curato nei minimi dettagli, con un suggestivo pergolato in fiore e le lampade da tipica route francese, perfetto per apertivi e cene romantiche o in compagnia. Ubicato in via Morghen 36/A, ti trasporta subito lontano, ancora prima di dar spazio al gusto. Chef Margotti e Ferrucci: Cantina La Barbera tra confronto e collaborazione Proprio l’attenzione al gusto ha spinto i due chef, Igor Margotti e Fabiana Ferrucci, a sviluppare una nuova proposta culinaria. I due si definiscono mente e braccio della cucina e rivelano che la completa collaborazione e il confronto sono il loro ingrediente segreto. Proprio da questo nasce l’idea di alleggerire il menù, anche e soprattutto in relazione alla stagione estiva, con la proposta di piatti freddi, come gli spaghettoni cold alla caprese in 2d e crumble di pane panko al profumo di limone. Di questo piatto la chef Fabiana Ferrucci parla con particolare soddisfazione: proporre un piatto di riciclo saporito fatto con acqua di pomodoro e acqua di mozzarella è l’esempio di un modo progressivo e intelligente di fare cucina. Accanto alle pietanze leggere, compaiono pietanze di mare. Il pesce è una vera novità in un locale storico, nato nel 1999, che ha reso nel tempo la carne e i formaggi il proprio punto di forza. Ritroviamo quindi una tagliatella con pesto di sedano, lampuga al grill e pomodorino nero aromatizzato al Lapsang e una bistecchina di lampuga crudo con scarola alla napoletana. Cocktail menù, la proposta di Francesco Esposito Tra le eccellenze del locale c’è sicuramente la carta dei vini, realizzata dal degustatore e sommelier Ais Steffen Wagner, autore delle frequenti serate di degustazione organizzate nella cantina del ristorante insieme ai produttori di vino. Ma anche sotto questo punto di vista, Cantina La Barbera si rinnova: dalla collaborazione con il bravissimo Francesco Esposito, nasce una proposta contemporanea di cocktail-menù, capace di esaltare e incorniciare le pietanze. Ritroviamo quindi l’”Islakula”, dolce e acido, da accompagnare agli antipasti e “Il conte in cantina”, un Negroni rivisitato con Grand Marnier e Vermouth extra dry, dal sapore corposo, per esaltare i primi e tanti altri ancora. Insieme alla dacquoise e mousse al tiramisù e al semifreddo alla mandorla e frutti di bosco, servito insieme al cocktail “Dalì”, la serata si conclude con parole di speranza, con la chiara volontà di tutto lo staff di esserci e di voler restare, di rinnovarsi insieme ai tempi ma di non perdere la propria autenticità. Addetto stampa: Laura Gambacorta

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Teatro

I dieci peccati capitali: dal TRAM a casa nostra

Il Teatro TRAM di via Port’Alba a Napoli non si ferma. Dal 9 giugno, infatti, ogni martedì e giovedì, metterà in scena un postcast di dieci episodi sul sito e sulla pagina Facebook del TRAM, I dieci peccati capitali. Si tratta del progetto debutto della nuova Compagnia under 30, dedita alla formazione di giovani attori che, interrotta dal lockdown, si è impegnata tramite videoconferenze. I peccati sono tradizionali sono accostati ad altri tre: il consumismo, l’egotismo e il razzismo, quelli propri della nostra società contemporanea. Questo progetto vuole appunto assumere il volto reale della nostra comunità umana, oltre che uno spazio personale di riflessione ed autoanalisi. Tanti i tanti podcast proposti in questo duro periodo, interpretati da attori come Orazio Cerino e Titti Nuzzolese, e tanta la voglia di ripartire. A pochi giorni dalla riapertura ufficiale dei teatri, che il Dpcm di metà maggio fissa nel 15 giugno, godiamoci un piccolo spaccato di teatro dalle poltrone delle nostre case. Qui di seguito, l’intervista a Mirko Di Martino, direttore artistico, che ci ha raccontato dell’idea, delle nuove modalità e delle nuove sensazioni legate a questo progetto. I dieci peccati capitali: intervista a Mirko Di Martino Perché i dieci  peccati capitali? Volevamo realizzare un progetto che potesse coinvolgere tutti i componenti della neonata compagnia under 30 del TRAM. Abbiamo pensato a quali format fossero adatti e permettessero anche di sviluppare un lavoro originale e attuale. I peccati capitali sono piaciuti subito a tutti, così riconoscibili e così aperti a tante possibilità di scrittura, ma c’era il problema che fossero solo sette. Ne abbiamo aggiunti tre, nuovi e contemporanei, scelti da noi, ed eccoci arrivati a dieci. Un altro numero simbolico, ovviamente. E perché modernizzarli? Ogni società, in ogni momento, definisce cosa sia giusto e cosa sbagliato. Abbiamo un’idea rigida del peccato capitale, lo immaginiamo come valido per tutti e al di fuori del tempo, ma non è così. La gola e la lussuria, tanto per citarne due, hanno un significato molto diverso da quello che avevano cinquanta anni fa. Volevamo creare un’opera che parlasse della nostra società, di ciò che siamo oggi, con sincerità e immediatezza. In fondo, si impara molto di più dalle proprie debolezze che dai punti di forza. Parlare di peccati significa parlare di emozioni. Ma le conosciamo davvero? Oggi c’è un abuso delle emozioni, siamo immersi fino a sentirci soffocare, eppure abbiamo smesso di comprenderle: la commozione lacrimevole dei pomeriggi in TV, l’indignazione per le immagini trasmesse dai TG, l’invidia per la felicità altrui che dilaga sui social. Non c’è bisogno di aggiornare i peccati: basta guardarsi intorno. Quanto la mediazione della piattaforma online fa cambiare forma al teatro? Nel nostro caso, trattandosi di un podcast, abbiamo scelto una forma artistica che punta esclusivamente sulla voce e sui suoni. Alcuni elementi sono simili al teatro: la scrittura e l’interpretazione. Ma i meccanismi di ideazione, produzione e fruizione cambiano molto. Il podcast, per noi, è un percorso parallelo, non abbiamo mai pensato né voluto sostituire il teatro dal vivo. […]

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Culturalmente

Scrittori spagnoli: dai mulini di Cervantes al noir di Zafón

La letteratura iberica vanta un grande prestigio, oltre che una varietà di generi ed opere e numerosi scrittori diventati famosi in tutto il mondo. Il primo nome da ricordare è certamente quello di Miguel de Cervantes (1547-1616), conosciuto e apprezzato ovunque per il suo “Don Chisciotte de la Mancia” (El Ingenioso Hidalgo Don Quijote de la Mancha), inserito anche nei programmi scolastici, ritenuto uno dei capolavori della letteratura mondiale. Don Chisciotte, armato di una corazza obsoleta e di uno scudiero fedelissimo, affronterà i mulini a vento, i burattini e le greggi di pecore e ne uscirà sempre sconfitto e umiliato, dando voce alla pazzia, il vero di rifugio di chi rifiuta una realtà intollerabile. Quest’opera è considerata il primo vero romanzo moderno che, con oltre 500 milioni di copie, è il più venduto romanzo della storia. Tra i più rilevanti scrittori spagnoli spiccano una serie di autori vissuti tra il XIX e XX secolo. Mariano José de Larra, uno dei maggiori esponenti del romanticismo spagnolo, è diventato famoso per la sua unica pubblicazione, accostata alla carriera giornalistica, il Doncel di Don Enrique el Doliente, un dramma cavalleresco ambientato durante il regno di Enrique III de Castilla, soprannominato “el dolente” per le sue frequenti malattie. La vita di corte fa da contesto storico a una vicenda immaginaria, quella di un trovatore, Macías, che soffre per un amore sfortunato. Proprio questa caratteristica fa sì che si riconosca in lui l’alter ego di Larra, suicida a soli ventotto anni per i suoi fallimentari amori. Benito Pérez Galdós (1843-1920) è invece considerato tra i più eminenti scrittori spagnoli, secondo solo a Cervantes. Si dedicò al genere drammatico, di natura realista, interpretando l’omonima corrente francese in chiave iberica, arricchendola di riflessioni sulla società. Proprio i suoi frequenti viaggi e la scoperta delle realtà socio-culturali circostanti lo convinceranno a proporre un progetto di rinnovamento attraverso i suoi romanzi: Tormento, Fortunata y Jacinta e Tristana. Miguel de Unamuno y Jugo (1864/1936) fu un altro grande esponente del genere drammatico. Fortemente convinto che la vita fosse, in relazione alla ragione, una lotta eterna e senza vincitore, riconosce come modello ideale la figura di Don Chisciotte, per cui scrive la sua opera più importante, Vida di Don Chisciotte e Sancho. L’eroe appare come espressione dell’idealismo umano, nella sua lotta costante per raggiungere una meta, mai elemento di possesso ma pura utopia. Scrittori spagnoli: uno sguardo alla modernità Nel classificare alcuni tra i più famosi scrittori spagnoli non possono essere scartati nomi più moderni. Manuel Vázquez Montalbán, militante socialista per venti anni incarcerato, è l’inventore del detective privato Pepe Carvalho, un cinico investigatore catalano, protagonista di 18 romanzi e numerosi racconti, a cui Camilleri si ispirerà per il nostrano Montalbano. Appare doveroso concludere citando uno degli autori moderni che ha smosso le classifiche mondiali: Carlos Ruiz Zafón. Nel 2002, lo spagnolo pubblicò L’ombra del vento, ambientato nella Barcellona noir della Guerra civile, un capolavoro che ha registrato ben 8 milioni di vendite in tutto il mondo.   Foto in evidenza: […]

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Culturalmente

Simboli femminili: potenza ed evocazione

I simboli femminili ricercano da sempre di sintetizzare la complessa interiorità del gentil sesso. Conosciamoli meglio assieme. I simboli femminili tentano, da sempre, di sintetizzare l’essenza e l’interiorità delle donne e, nell’evolversi del loro ruolo individuale e sociale, sono sempre stati ottimi mezzi d’espressione . Questa qualità è in realtà propria dei simboli in generale, capaci di produrre un’associazione immediata tra la persona o la cosa a cui si riferisce e l’immagine mentale che ognuno ha di essa. La forza maggiore del simbolo è la sua potenziale abilità di unificare, capace di rendere un’idea condivisa da un gruppo più o meno vasto e riconosciuta socialmente, culturalmente e politicamente. Diventa, allora, elemento fondamentale nei contesti che richiedono una comunicazione immediata: dalle manifestazioni alle pubblicità online. Simboli femminili, ciclicità e sinuosità Sicuramente, il più diffuso ed immediato tra i simboli femminili, per un uso che risale al Rinascimento, è il cerchio con la croce attaccata in basso. Deriva a sua volta dal simbolo astronomico di Venere e sarebbe una stilizzazione dello specchio portatile della dea dell’amore e della bellezza: nell’antichità erano molto diffusi piccoli specchi circolari, dotati di un manico, fatti di metallo levigato. Proviamo ad analizzare e comprendere meglio quelli che sono i più comuni simboli femminili: Simboli femminili: Il cerchio o l’ovale Nei simboli femminili la ciclicità è riconosciuta come elemento caratterizzante della donna. Senza un inizio o una fine, possiede un andamento incessante. Non solo richiama alla circolarità della Madre Terra, la Natura, ma anche al ciclo mestruale e quello ormonale della fertilità o al ventre materno, assumendo così anche il senso di vita e rinascita. Fin dalla Preistoria, le rappresentazioni contemplative delle figure femminili esaltavano le forme tonde della donna, tanto da assumere caratteristiche fortemente sensuali. Simboli femminili: L’onda Questo non è solo un richiamo alla sinuosità femminile ma anche espressione di fluidità, capacità di modellarsi, di scendere a guardare nel fondo e risalire alla luce. Simboli femminili: La spirale Questo simbolo deriva dal cerchio e richiama alla ciclicità, questa volta sviluppata intorno ad un solo nucleo. Tra tutti i simboli femminili è quello che richiama, ancora, all’eterno ritorno: nascita, morte e rinascita, sicuramente ricollegabili alla donna generatrice. La falce di Luna La luna è da sempre simbolo femminile per il parallelismo tra i cicli lunari e quelli mestruali, con l’associazione tra le varie fasi delle due sequenze mensili. In particolare, la falce di Luna è simbolo della nascita, della luce che invade le tenebre, l’esordio della vita contro la morte. I cerchi concentrici I cerchi concentrici si formano dal centro e si allargano verso l’esterno. Indicano quindi l’energia creativa, che si espande e cresce sempre di più, oltre che il riferimento alla molteplicità dell’essenza femminile, ricca di sfaccettature e sfumature. Il fuso circolare Fin dall’antichità questo è il più diretto ed immediato simbolo della vulva, essenza della femminilità, e del corpo di donna in generale. Il triangolo Il triangolo, con la punta rivolta verso il basso, è un altro dei più antichi simboli femminili, con attestazioni che […]

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Culturalmente

Letture erotiche per lasciarsi stuzzicare? Ecco perché si!

Diversamente da come spesso si immagina, la trilogia di E.L. James, Cinquanta sfumature, cominciata nel 2011 e conclusasi nel 2018 a seguito dell’omonima produzione cinematografica, è un piccolo tassello di un più grande e complesso mosaico, quello delle letture erotiche. Le letture erotiche nel mondo antico Era già materia favorita degli antichi Greci che dedicavano all’erotismo sia poesie che riflessioni platoniche, sulla ricerca dell’entusiastico piacere dell’eros, da un lato, e sulla possibilità di viverlo spontaneamente e pienamente proprio grazie a un’attenta comprensione, dall’altro. Il mondo pagano viveva la vita in piena aderenza alla componente erotica, spesso ricollegata alle mitologiche storie d’amore degli Dei, simbolo della fecondità celeste. La materia erotica sarà predominante anche nella produzione latina, continuamente relegata a forme artistiche elevante: il Satyricon di Petronio, le Nugae di Catullo, l’Ars amatoria di Ovidio e le Metamorfosi di Apuleio sono alcuni esempi di opere eccezionali di autori importantissimi. Viene spontaneo citare, pensando alla storia letteraria del nostro Bel Paese, il Decameron di Boccaccio: divertimento ed erotismo sono sempre andati di pari passo ma in quest’opera la sessualità assume nuove funzioni ossia quella di rivendicare nel mondo immaginario erotico la banalità della vita quotidiana e quella di lottare contro la repressione della società per rendere il corpo e il sesso l’esemplificazione di un nuovo modello di vita. Erotismo o pornografia? Con il tempo, però, le letture erotiche sono state man mano sostituite dalla pornografia. Non è semplice riconoscere una linea di confine netta. Siamo mentalmente più abituati a relegare la masturbazione alla pornografia, piuttosto che agli scritti erotici. In particolare, l’autoerotismo femminile legato a una creazione mentale piuttosto che a un’immagine visivamente chiara ha causato l’attribuzione di questo genere letterario al solo pubblico femminile. Appare difficile, poi, comprendere quale forma sia più invogliata a scandalizzare e quale a far conoscere il sesso. Benefici e consigli A prescindere dal fine originale e singolare di ogni opera erotica, dalle nostre preferenze sessuali, dalla nostra apertura mentale, le letture erotiche hanno sicuramente tanti benefici: stimolare la fantasia, comprendere meglio il sesso e le nostre preferenze sessuali, spingerci a provare cose nuove, risvegliare o aumentare il desiderio (spesso sono consigliate letture di coppia), oltre che i restanti benefici psicofisici dovuti alla masturbazione. Ecco, allora, alcuni consigli riguardo alcune interessanti letture erotiche: Lolita – Nabokov “Era amore a prima vista, a ultima vista, a eterna vista”. L’amante di Lady Chatterley – Lawrence “Ed ella sentì come una fiamma di desiderio, sebbene così dolce, e sentì se stessa disciogliersi in quella fiamma. Si abbandonò”. Fanny Hill – John Clealand “Ancora in giovane età, arrivai a godere tutti i vantaggi che scaturiscono dall’amore”. Historie d’O – Dominique Aury “<Prima di partire vorrei farti frustrare> disse <e te lo chiedo, non te lo ordino. Accetti>  Accettò.  <Ti amo>. ripetè lui. Il delta di Venere – Anaϊs Nin “Il sesso deve essere innaffiato di lacrime, di risate, di parole, di promesse, di scenate, di tutte le spezie della paura, di viaggi all’estero, di facce nuove, di romanzi, di racconti, di […]

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Culturalmente

Poesie d’amore per lui: le nostre proposte

Parlare e non capirsi è molto frequente. Spesso per le difficoltà scaturite dall’atto comunicativo stesso, spesso per la complessità di esporre a parole ciò che davvero si pensa e si sente. Dante Alighieri, dopo poco essere asceso al Paradiso, afferma che «Trasumar significar per verba non si poria» (I, 70), proprio per indicare come le parole siano spesso rappresentanti incapaci. Scrivere è sempre stato un mezzo efficace per esprimere la fragilità dell’animo umano, per scavare a fondo nelle emozioni e per comprendere le mille sfaccettature della nostra essenza. Diffondere quelle parole, comunicarle e far si che gli altri possano riconoscersi nelle stesse è ciò che rende universale la scrittura e, in particolare, la poesia, da sempre decantatrice del più puro e complesso dei sentimenti, l’amore. Ecco, così, alcune delle più belle poesie d’amore per lui. Dal frasario di Saffo Sei giunto, finalmente, che impazzivo per te. Un po’ di refrigerio hai portato al mio cuore, che arde di desiderio. Il refrigerio del cuore, che arriva in pochi versi come la rigenerante aria fresca delle serate estive, risolleva dalla sofferenza causata dalla partecipazione erotica intensa di Saffo per le sue allieve. Si parla, infatti, di patologia erotica per intendere a pieno il dolore fisico che le emozioni provocano. Così, contemporaneamente l’amore che invade, rianima e risolleva un cuore rovente. Amo in te, Nazim Hikmet Amo in te l’avventura della nave che va verso il polo amo in te l’audacia dei giocatori delle grandi scoperte amo in te le cose lontane amo in te l’impossibile entro nei tuoi occhi come in un bosco pieno di sole e sudato affamato infuriato ho la passione del cacciatore per mordere nella tua carne. amo in te l’impossibile ma non la disperazione. Questa poesia è pura leggerezza e semplicità, irrigidita bruscamente dalla “disperazione” totale. Forse perché l’amore può davvero trascinarci profondamente in tutte le realtà possibili, tenendo testa a tutti i limiti, ma non può affrontare la chiusura, la passività e l’inazione interiore. Che sia l’amore tutto ciò che esiste, Emily Dickinson Che sia l’amore tutto ciò che esiste È ciò che noi sappiamo dell’amore; E può bastare che il suo peso sia Uguale al solco che lascia nel cuore. Emily Dickinson ci invita, in poche righe, a riflettere: il più decantato e ricercato dei sentimenti è incerto, vulnerabile e doloroso; eppure è così potente da riuscire a invaderci nonostante tutte le sue fragilità. Quando saremo due, Erri de Luca Quando saremo due saremo veglia e sonno affonderemo nella stessa polpa come il dente di latte e il suo secondo, saremo due come sono le acque, le dolci e le salate, come i cieli, del giorno e della notte, due come sono i piedi, gli occhi, i reni, come i tempi del battito i colpi del respiro. Quando saremo due non avremo metà saremo un due che non si può dividere con niente. Quando saremo due, nessuno sarà uno, uno sarà l’uguale di nessuno e l’unità consisterà nel due. Quando saremo due cambierà nome pure l’universo diventerà […]

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Culturalmente

L’eroe romano: la storia di Romolo e di Enea

L’eroe romano, una breve disamina  L’eroe è il protagonista dei miti: né dio né uomo ma un essere la cui caratteristica è data dalla diversità delle condizioni mitiche e dalla funzione fondamentale che gli viene attribuita. Si distingue quindi l’eroe culturale, che fonda istituzioni civili o economiche, l’eroe antenato, che fonda una stirpe o un popolo, e l’eroe eponimo, che qualifica una realtà d’origine geografica. Nella storia della cultura delle civiltà la rilevanza dei miti è fondamentale, sia per quel che riguarda le credenze popolari, sia in relazione alla storiografia e all’annalistica, che li rapporta alla realtà storica. In particolare, svolge un ruolo fondamentale nella cultura italica la mitologia romana, di certa derivazione ellenistica ma con uno sviluppo proprio. L’eroe romano, diversamente da quello greco, non appare come uomo soggetto alle debolezze e alle difficoltà: è completamente dedito all’amor di patria, al coraggio militare, alla semplicità e all’onestà. É, quindi, la personificazione degli aspetti fondanti del mos maiorum, il nucleo della morale tradizionale della civiltà romana. Tutta la tradizione romanza nasce facendo riferimento a due eroi: Romolo e Remo. Figli di Rea Silva e Marte e concepiti per volere divino, appena nati, vennero espulsi da Alba perché nipoti del re Numitore, spodestato dal fratello Amulio. Nel timore che crescendo potessero rivendicare il trono, Amulio ordinò che i gemelli fossero annegati nel fiume Tevere; tuttavia, riuscirono ad evitare la morte ancora una volta, grazie all’intervento divino: dapprima, una lupa li allattò, poi Faustolo, pastore delle greggi di Amulio, e la sua compagna Acca Larenzia accolsero i gemelli e li allevarono. Divenuti adulti, Romolo e Remo uccisero Amulio e, secondo il volere degli déi, fondarono una città proprio sul colle Palatino, nel luogo dove la lupa li aveva trovati e salvati. Fu Romolo a scegliere il nome della città, Roma, e a tracciare il solco che nessuno poteva attraversare armato. Remo, però, invidioso del fratello, decise di varcare il solco con le armi in pugno. Fu così che Romolo uccise il fratello Remo e divenne il primo re dei sette re di Roma. Era il 21 aprile del 753 a.C. Enea, un eroe romano? In realtà, proprio le teorie sulla fondazione di Roma fanno da sfondo alle avventure dei più importanti eroi latini. Enea è sicuramente il più rilevante. Il mito dell’eroe Enea esisteva anche prima del periodo augusteo ma assunse un ruolo fondamentale in quel momento storico, proprio per la necessità di ricavare un collegamento con la cultura e la società greca: così Enea, dopo la sconfitta di Troia, fonderà una nuova città per vendicare il tranello del cavallo e la vittoria degli Achei. Inoltre, di particolare importanza, è la figura di Ascanio Iulio, figlio di Enea e progenitore della gens Iulia, cioè la stirpe originaria di Giulio Cesare e di Ottaviano Augusto. L’Eneide è la storia di una missione voluta dal fato, che renderà possibile la fondazione di Roma e la conseguente salvazione della stessa da parte di Augusto. Enea è il protagonista di questa missione straordinaria, completamente dedito alla […]

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Riflessioni culturali

Fare la guerra ai tempi di internet (e del Co-vid19)

Col Co-vid19 da un giorno all’altro, o quasi, ci siamo ritrovati tutti in una situazione inimmaginabile: una pandemia mondiale (l’ultima risaliva al 1968), che ha stravolto le nostre vite. Ma anche la nostra mente. Siamo tutti costantemente bombardati da notizie di ogni genere che ci allarmano o, al massimo, ci addolciscono la pillola (oggi la situazione è migliore ma si devono aspettare 3 giorni per esserne certi, che poi diventano 4 e poi 5 e così via). Tutti hanno paura di sbilanciarsi e noi abbiamo paura di crederci. Circondati da un milione di fake news anche preoccuparsi o risollevarsi spaventa. Ancora, ascoltare troppo spesso il telegiornale potrebbe renderci isterici ma non ascoltarlo mai potrebbe renderci infantili e disinformati. Contemporaneamente anche portare avanti un’idea diventa complicato: o si inneggia al senso civico, diventando porta bandiera di una guerra alle vie di mezzo, che giustifica ogni tipo di repressione e imposizione, facendo indossare a un paese disunitario la maschera dell’uguaglianza; o si lamentano le difficoltà della reclusione forzata, sfociando nell’illegalità e nell’egoismo puro, percependo prepotentemente la necessità di evadere a tutti i costi. Pretendere il bianco e il nero in un mondo in pieno caos. Diventare un criminale se hai portato il cane a più di 200 metri da casa o sottometterti alla testa ovattata e alla stessa aria opprimente delle tue quattro mura. La scelta d’appartenenza ad una di queste due fazioni implica scontri e dibattiti continui che si uniscono agli spari mediatici. Rifiutarsi di scegliere causa lo stesso problema, con l’aggravante della viltà, della mancata responsabilità nei confronti del proprio stato che, da un giorno all’altro, è tornato ad essere nazione. Aumentano allora i rumori, gli spari e le bombe nella nostra mente. E questa guerra silenziosa, combattuta nei nostri nidi, assume tutte le sembianze di quella vera. Non è in ballo la nostra vita, ma forse la nostra mente si. E nessuno si sofferma a pensare al perché. Nessuno si accorge che questa nuova minaccia ci ha reso tutti uguali perché vulnerabili, spaventanti ma anche e soprattutto instabili, senza distinzione di razza, età e sesso. È divenuta collante generazionale, capace di accomunare figli, genitori e nonni, occupanti del mondo veloce, che di giorno in giorno aumenta la distanza. Ma lo ha fatto nella maniera peggiore possibile. Colpendo la nostra mente e rendendoci fragili psicologicamente. Passare il tempo con la nostra famiglia, sviluppare i rapporti, organizzare una partita a carte o concedersi un gioco da tavola è diventata la più complessa delle azioni. E lo sforzo della convivenza assidua ci consuma come se avessimo i piedi incollati al suolo e una voglia pazzesca di correre. Allora rimpiangiamo la nostra dinamica quotidianità, che fino a poche settimane era il nostro continuo motivo di lamento. Il popolo di internet, tutto il mondo, è stato costretto a rallentare e bloccarsi ed è spaventato perché, non avendo più niente da rincorrere, potrebbe fermarsi a pensare.   Immagine in evidenza: pixabay.com

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Teatro

Capote, questa cosa chiamata amore al Piccolo Bellini

In scena dal 3 all’8 marzo al Piccolo Bellini è in scena Truman Capote, questa cosa chiamata amore con un bravissimo Gianluca Ferrato che, concedendo tutto sé stesso, ridà vita, a cinquant’anni dalla sua prima pubblicazione, al genio di Capote. Capote e le sfaccettature del tutto Truman Capote è di certo uno di più affascinanti e controversi autori di tutta la narrativa statunitense. Nato in un contesto familiare molto difficile, si dimostra fin da subito straordinario: ad 8 anni comincia a scrivere, a 12 possiede le conoscenze letterarie di un adulto ed è miglior amico del futuro Premio Pulitzer Harper Lee, autrice de Il buio oltre la siepe. Tre le sue opere più note c’è sicuramente Colazione da Tiffany, reso eterno dall’interpretazione di Audrey Hepburn in una delle più romantiche storie del grande schermo, e A sangue freddo, di tutt’altra fattura, inauguratore del genere de “il romanzo verità”, come da Capote stesso definito. Ma Truman è stato molto più che un semplice autore. Massimo Sgorbani, attraverso l’interpretazione di uno sfrenato Gianluca Ferrato, ha appunto proposto un’immagine poliedrica di Capote, rappresentato in tutte le sue sfaccettature, in tutte le sue controversie e in tutte le sue fragilità. Ripercorrendo la sua storia concede a chi lo osserva di rivivere i suoi tempi, esasperando il positivo e il negativo, sia del suo vissuto che dell’America – il più potente e sfarzoso stato del mondo – indossando un velo luccicante, tentava di celare le controversie della guerra in Vietnam, il bigottismo, il pregiudizio e la morte di alcuni tra i più importanti uomini della storia. Allo stesso modo, Truman si svela e si riconosce come il giullare di una società falsa ma poi si giustifica e si incorona re indiscusso della festa. Racconta i suoi disagi e le sue sofferenze, dalla voce acuta agli atteggiamenti effemminati, e vanta il lusso e i vizi, come il Black and White Ball lo sballo da alcol e farmaci. Ancora, decanta la sessualità e si dichiara amante delle donne nella maniera più pura, quella priva di contatto. Il rapporto con Perry Smith Tutta la sua frivolezza svanisce nelle parole che regala a Perry Smith, assassino dell’omicidio trattato in A Sangue Freddo. Per quell’uomo controverso, che fa poggiare su un cuscino una delle sue vittime per permettergli di stare più comodo, Truman proverà un affetto inspiegabile, al punto tale da sostenerlo fisicamente nei momenti più difficili. Ammette, così, di riconoscere in Perry una versione incontrollata di sé stesso, la forma possibile che avrebbe potuto assumere se si fosse fatto trascinare dagli eventi e se non avesse amato la scrittura. Riconosce nella sua necessità di essere stridulo per liberarsi dall’imbarazzo, come nel gesto incomprensibile dello sterminio di un’intera famiglia, una sola e pericolosa radice: la solitudine. Così afferma il dovere morale di scendere nelle cose, di andare oltre e urla ad alta voce il bisogno della verità, senza la quale diventeremo qualcosa di molto lontano da ciò che siamo. Capisce allora di aver interpretato sé stesso per tutta la vita e […]

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Food

Opera Restaurant e le nuove esplosioni di sapore

Opera Restaurant, sito in via Simone Martini 2, regala agli ospiti la magia di sentirsi distanti, avvolti da una calda atmosfera che rende labili i confini. Il locale presenta un’impressionante commistione di stili che combaciano alla perfezione: il cocktail bar tipicamente americano, le ampie tende di velluto sulle vetrate da hotel di lusso e un incredibile albero della vita al centro della sala. Il tutto perfettamente incorniciato da un affascinante gioco di specchi, luci e musica che nel fine serata ci trasportano idealmente all’interno di un lounge bar newyorkese. Il locale, aperto quasi da un anno, vive ora di un’impronta rilevante, quella dello Chef Raffaele Campagnola che, dopo aver lavorato come braccio destro dello stellato Gianluca D’Agostino, prende le redini di Opera Restaurant con un nuovo e innovativo menù. La scelta è mirata e studiata: materie prime di alto livello, cotture semplici che ne rispettino la qualità, rispetto dell’ambiente (100% plastic free) e sapori esplosivi. Tutto ciò si basa su una scelta locale, oltre che su una particolare dedizione per i prodotti fatti a mano, come i grissini al burro e il pane bianco ottenuto con il lievito madre. I piatti di Opera Restaurant: ideazione e gusto L’idea dei piatti nasce sicuramente da un’attenta collaborazione e una particolare premura per i prodotti di stagione. La prova del gusto è, però, la detentrice della conferma: protagonista assoluto è il Mediterraneo, con una cura particolare rispetto alla classicità napoletana, avvolta da note orientali e americane. Spiccano l’uovo poché, il carciofo con fonduta di pecorino e pane croccante, i tortelli con genovese (questi ultimi due tra i preferiti dello chef) e la ribs di maiale di Parma con friarielli e crema di patate. Tra le proposte di pesce, invece, risaltano i mezzi paccheri con vongole veraci, lupini e broccoli baresi, gli spaghetti al ragù di seppie con pinoli e cicoria, il baccalà al vapore con cipolle in agrodolce e insalata di rinforzo. Sicuramente la proposta del menù degustazione permette di dare il giusto spazio ad ogni pietanza, oltre che a lasciarsi condurre attraverso un pensiero mirato e studiato. La cucina si dimostra pronta ad adattare la sua impronta personale alle diverse necessità del cliente, adoperandosi velocemente nell’accontentare richieste vegane e celiache, senza rinunciare al gusto. Questo sicuramente grazie ad un importante ed efficace lavoro di squadra che lo chef Campagnola tiene a sottolineare, dimostrando gratitudine per i suoi collaboratori: Daniele Pace e Simone Vicchiariello. Anche i dessert si differenziano per il sapore: la cheesecake rivisitata e il tortino con cioccolato e castagne con ganache di cioccolato bianco sono precedute da una vera esplosione, un mini predessert al frutto della passione che inebria totalmente il palato. I dolci sono poi accompagnati da cocktail particolari e frutta. L’attenzione per il vino, invece, resta centrale: si è scelto di prediligere cantine pregiate ma anche distanti da scelte classiche, per rendere, anche sotto questo punto vista, l’esperienza di Opera Restaurant unica ed esclusiva. Attraverso questo piacevole viaggio tra gusto, musica e atmosfera una cosa arriva diretta: il […]

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