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Eroica Fenice

Recensioni

LA CLASSE di Gabriele Russo al Teatro Bellini

La Bellini Teatro Factory mette in scena dal 15 al 20 ottobre 2019 “LA CLASSE – Ritratto di uno di noi“, diretto da Gabriele Russo su copione di Francesco Ferrara. Si tratta di una rappresentazione metateatrale incentrata sulla descrizione delle vicende del 2011, concernenti l’attentatore norvegese Anders Behring Breivik che il 22 luglio sterminò 77 connazionali. La Factory: un vero lavoro di gruppo La Factory è un progetto dell’Accademia del teatro Bellini che forma, con un percorso triennale attori, registi e drammaturghi. Nasce dalla volontà di scardinare l’elaborazione dello spettacolo teatrale dall’individualità per fare spazio a una dimensione collettiva dell’opera. Proprio questa necessità di dar voce al gruppo diviene il punto di partenza del lavoro di Gabriele Russo: si presentano quattordici studenti, aspiranti attori professionisti, che dibattono riguardo la messa in scena di uno spettacolo inerente l’attentato di Oslo. Sin da subito emergono le controversie riguardo alla rappresentazione di una figura e di un avvenimento così brutale e, al contempo, delicato. Se sia giusto comprendere, giustificare o condannare la follia umana diventa il cardine delle discussioni dei ragazzi-attori che, nonostante le diverse opinioni, sono accomunati dalla vulnerabilità dei vent’anni. La personalità di ognuno di loro tenta in più momenti della rappresentazione di prendere il sopravvento ma viene stroncata, nell’istante della massima tensione, dal richiamo alla realtà teatrale. Alcuni, a tratti, ne restano imprigionati, come schiacciati tra l’imponenza del personaggio che tentano di rappresentare e la difficoltà che questa interpretazione comporta. L’intensità è continuamente attenuata dall’abbattimento della quarta parete che mostra i ragazzi nella loro quotidianità di allievi. Così, le discussioni riguardo l’attentato si alternano a quelle di carattere personale, senza mai sminuire nessuno delle due. L’evoluzione della tensione tra luci ed ombre diretta da Gabriele Russo La messa in scena non è mai banale. L’attenzione spazia tra i vari livelli di discriminazione: comincia dalla paura del rifiuto del singolo individuo, tocca la violenza più vicina a noi, riconosciuta nella Camorra, poi incontra l’ostilità verso l’estraneo, incarnata nella banalità delle controversie calcistiche, fino a giungere al terrorismo nella concezione odierna. Questa evoluzione è accompagnata da un efficace gioco di luci, sostenuto dall’utilizzo delle torce degli smartphone: l’apice dell’azione è espresso dal buio, mentre la luce ritorna insieme alla realtà teatrale. Grande supporto è poi fornito dalla musica, che spazia dalle più importanti melodie classiche, fino al neomelodico e all’heavy metal. Sono affrontati i vari momenti che precedono e seguono l’attentato: la preparazione, l’ultimo abbraccio tra Breivik e sua madre, i tentativi di fuga delle vittime, il processo. La comprensione dello spettatore prosegue, quindi, di pari passo all’elaborazione dello spettacolo. Questo non conduce mai alla fissazione di un ruolo perché gli attori si interscambiano continuamente tra i vari personaggi. Quest’ elaborazione ci permette di interrogarci su quanto sia complesso immedesimarsi in un personaggio così controverso e, contemporaneamente, ci trasporta nella difficile comprensione delle sfaccettature della psicologia umana, senza darci una risposta, mostrandoci i vari punti di vista, trasformando anche noi in attori-personaggi, oltre in che possibili vittime dell’attentato, toccandoci nel profondo della nostra […]

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Teatro

Sweet Swan Sway di Nyko Piscopo: la psicologia della donna al Bellini

Giovedì 10 ottobre, al Piccolo Bellini di Napoli, è andato in scena” Sweet Swan Sway!”, una nuova lettura in chiave contemporanea de Il Lago dei Cigni di Pëtr Il’ič Čajkovskij, rivisitata dal regista e coreografo Nyko Piscopo. Sweet Swan Sway! di Nyko Piscopo: il Lago dei Cigni tra ispirazione e caricatura Elisabetta Violante e Leopoldo Guadagno, l’uomo e la donna, il primo dualismo di questo spettacolo, accolgono il pubblico già in scena, rendendo ancora più avvolgente l’area magica del Piccolo Bellini, quasi un caffè parigino degli anni della Belle Epoque. Sullo sfondo completamente nero, contrastato dalla luce dei vestiti bianchi, ci sono solo condutture dell’acqua, smontate. Comincia sinuosamente la scoperta dell’altro, che diventa tocco, poi presa, poi imposizione. La donna è soggiogata, al punto da perdere percezione della realtà e svenire. Nel lato, intanto, riposa un ammasso di donne, Sibilla Celesia Monica Cristiano, e Roberta Zavino, che nascono, prendono vita, ma sono ancora anatroccoli. Una magnifica interpretazione parodica degli iconici cignetti del balletto, le ragazze stramazzano, si prendono in giro e complottano per conquistare l’unico uomo in scena. Lui dà sfoggio di sé stesso, nelle perfette forme lineari del danzatore, e di controparte i cignetti rispondono nella migliore delle maniere: twerkando! Segue un passo a due, sulla musica originale del balletto, che ne ricalca i movimenti e mostra la donna nella sua natura più vulnerabile che permette all’uomo, ancora una volta, di dominarla. Il cambio di musica determina un cambio di registro: la donna-cigno si mostra, cerca di andare oltre, con gli occhi sicuri, trasformarsi da vittima a dominatrice. Questa costrizione, però, le sta stretta e, ancora una volta, finisce a terra tra le convulsioni e i respiri affannosi. I tre cignetti sono gelosi e decidono di complottare: usano i tubi, fanno gli addominali, si allenano e diventano guerriere, quasi suffragette. Ma la donna-cigno non riesce a prenderne parte, resta chiusa in sé stessa, nella sua forma non definibile. Solo un colpo di scena sarà in grado di cambiare le cose. La costrizione della forma: da cigno a donna Il Lago dei cigni è il più famoso tra i balletti classici e il danzatore-cigno è l’emblema dell’eleganza e della forma. In questa versione è proprio la forma a soffrire della sua stessa condizione: i cigni bianchi non sono più graziosi e raffinati, ma diventano donne-papere che pettegolano, complottano, litigano e, addirittura, ci fanno ridere; le musiche classiche assumono sfumature hip-hop e i movimenti lineari si spezzano completamente. La stessa costrizione del ballerino e del danzatore-cigno si riversa nella mente della donna: la donna-cigno, di volta in volta, interpreta il ruolo a lei assegnato, in linea alla mutevolezza delle cose. Ma ogni forma che investe, ogni pelle che indossa, non è stata scelta da lei, ma impostagli da un uomo, da un gruppo o da una convenzione. Così Nyko Piscopo, con l’aiuto dell’assistente Nicolas Grimaldi Capitello e del collaboratore artistico Francesco Russo, mostra in questo spettacolo il disagio dello stereotipo, della forma definita e dell’aspettativa. Un viaggio che ci trasporta dal mondo […]

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Riflessioni culturali

TED talk: come affrontare la paura del rifiuto

La paura del rifiuto è tra le più comuni, frequenti e limitanti: è interiorizzata, è difficile da comunicare e bisogna farci i conti tutti i giorni, in ogni ambito della vita quotidiana. Tra i TED talks, numerosissimi sull’omonima pagina, c’è però un interessante e divertente dibattito su come affrontarla. TED talks: cosa sono Una tra le piattaforme streaming gratuite più interessanti e originali degli ultimi anni è sicuramente la TED, che diffonde i dibattiti affrontati nelle conferenze annuali, prima limitate agli Stati Uniti ed ora diffusisi in tutto il mondo. Alla base dell’iniziativa ci sono eventi non-profit, speakers senza compenso e registrazioni complete degli incontri. La sua missione è indicata nella formula “ideas worth spreading”, idee che vale la pena di diffondere: si spazia dalla scienza e dalla tecnologia alla crescita personale e al senso d’identità. I relatori delle lezioni provengono, quindi, da esperienze straordinarie e studi molto differenti. Tra i più celebri Bill Clinton, ex presidente degli USA, il Premio Nobel per la medicina James Dewey Watson, il cofondatore di Wikipedia Jimmy Wales e il fondatore di Microsoft Bill Gates. Accanto a questi grandi nomi, però, si presentano persone comuni, rappresentanti di fatti degni di conoscenza. Questi dibattiti sono spesso di ispirazione e di incoraggiamento e sono un’ottima modalità per la trasmissione veloce e divertente di notizie e idee sempre interessanti. “Cosa ho imparato da cento giorni di rifiuto” : La paura del rifiuto in un TED talk Jia Jiang, uno dei relatori, ha ottenuto più di 5.700.000 visualizzazioni nel suo dibattito riguardo la paura del rifiuto, dimostrazione di quanto questa sia temuta da molti di noi. Raccontando la sua esperienza, riconosce la nascita della sua patologia in un esperimento avvenuto alla scuola elementari in cui l’insegnante aveva tentato di incoraggiare i compagni a farsi complimenti tra di loro: arrivato il suo turno, però, nessuno aveva cose carine da dirgli e lui si sentì pubblicamente umiliato. Con il tempo è cresciuto volenteroso e ispirato, grazie soprattutto a un discorso di Bill Gates che lo motivò rispetto al suo futuro ma ogni volta che aveva idee nuove e buoni propositi si sentiva bloccato da quel bambino di sei anni che aveva paura di non sentirsi accettato. Così, intento a svincolarsi dai suoi stessi ostacoli, finisce su un sito online, “Rejection therapy”, ed accetta la sfida proposta: andare in giro per trenta giorni alla ricerca di rifiuti, per desensibilizzarsi dal dolore. Crea quindi un blog dedicato a questo suo nuovo esperimento e comincia a fare le proposte più assurde. Alla prima – farsi prestare 100 dollari da uno sconosciuto – reagì fuggendo, sconvolto dalla negazione ricevuta. Continuò chiedendo al cameriere di una paninoteca se fosse possibile riempire di nuovo il suo hamburger e questa volta, nonostante il rifiuto, tentò di spiegarsi. Ma la vera svolta avvenne quando, entrato in un negozio di dolci, chiese alla pasticcera se fosse possibile una ciambella a forma di simbolo olimpico. Lei, dopo quindici minuti, gli consegnò proprio quello che aveva richiesto. Ciò lo spinse a […]

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Culturalmente

Poesia come merce, tra Pasolini e i social network

Poesia come merce, una riflessione Pier Paolo Pasolini, uno dei maggiori artisti e intellettuali italiani del XX secolo, in un’intervista del 1971, affermava che la poesia non poteva essere definita come merce o, almeno, non come una merce comune. Differentemente da tutte le altre, quella merce, sua e di tutti, è un prodotto inconsumabile. Continua immaginando una vera rivoluzione industriale avviata dalla produzione di un paio di scarpe dalla suola inconsumabile e ci spinge a riflettere su come la poesia sia il corrispettivo di quella stessa merce. La sua posizione decisa e provocatoria e la sua condanna della civiltà tecnologico-industriale, giudicata ipocrita e colpevole di aver omogeneizzato e cancellato la molteplicità culturale, appare straordinariamente attuale. Poesia come merce, il ruolo dei social L’incremento di questo sviluppo ha prodotto, negli anni successivi alla sua vita, nuova merce e nuovi profitti. Internet è diventato il nuovo mercato mondiale, le bacheche dei social network sono le nuove cassette bancarie e lì, oltre a circolare soldi, si commerciano followers e likes. Tra i vari prodotti esposti nelle vetrine di Facebook e Instagram, negli ultimi tempi, ha riscontrato successo la “vendita” di poesie. Che si tratti di giovani artisti emergenti che formulano frasi d’amore dalla sintassi breve e lineare o di veri e propri zibaldoni di rime e versi, la poesia è la nuova merce che circola velocemente tra le chat ed i post. Inserire, però, una tra le più tradizionali espressioni artistiche in un contesto così lontano dalla sua collocazione abituale comporta una serie di interrogativi. In una nuova epoca che si sviluppa in linea alla velocità e all’immediatezza, quanto è fondamentale attenersi alla critica letteraria? Rinunciare a una parziale comprensione esaustiva e incrementare l’interesse e la circolazione della poesia, da sempre relegata alle interrogazioni e ai libri scolastici, potrebbe non solo divenire incentivo allo sviluppo di una nuova formula comunicativa ma anche, e soprattutto, motore di una nuova sensibilità utile per i più giovani. Contemporaneamente, quanto valore ha il potere comunicativo dei più bei scritti d’amore, di solitudine, di paura e passione se svincolato da tutto il contesto in cui è nato? E quale prezzo deve pagare la classicità della poetica tradizionale per divenire strumento popolare tra i giovani? Leggere L’Infinito di Leopardi inconsapevoli del suo stato d’animo durante la sua reclusione nella biblioteca paterna di Recanati, citare Montale senza conoscere l’amore e la devozione che provava per la moglie “Mosca” o parlare di Pasolini non considerando il suo carattere irreverente e rivoluzionario snatura davvero il senso poetico? Ed è questo un prezzo che siamo disposti a pagare pur di rendere fruibile l’arte? “Morirò io, morirà il mio editore, morirà il capitalismo, moriremo tutti noi, morirà tutta la nostra società, ma la poesia resterà inconsumata.” (Pier Paolo Pasolini) Fonte immagine dell’ articolo “Poesia come merce, tra Pasolini e i social network”: https://www.flickr.com/photos/iltorosanto/24397304901

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Attualità

Parole e politica: tra formalizzazione e banalizzazione

Quanto risulta importante la comprensione della situazione politica in un’Italia in continua crisi, come quella dei giorni nostri? Quanto importante è questa stessa comprensione per noi giovani in un paese che invecchia sempre di più? E quanto è rilevante la relazione tra parole e politica? La distanza tra i ragazzi e la politica cresce di anno in anno, di decreto in decreto e di governo in governo. Si tratta di una probabile conseguenza alla generale situazione di sfiducia indottaci da televisione e giornali, ma ancora prima dai dibattiti affrontati sulle tavole delle nostre case, dove genitori e parenti lamentano le frustrazioni di una gestione nazionale egoista e prepotente. Negli ultimi mesi, in questi e in altri contesti, è diventato solito ascoltare parole come sfiducia, governo tecnico, coalizione, decreti, ognuna posseditrice di una propria connotazione specifica che, ai nostri occhi, appare troppo complessa. La Costituzione italiana, promulgata nel 1947, possiede un codice comunicativo fortemente specifico e tecnico, appesantito dalla complessa materia che affronta. Dal momento della sua approvazione, la Costituzione è divenuta il modello di riferimento per la stesura delle leggi, in virtù della sua comprensibilità. Così, i propositi dei suoi compositori, l’Assemblea costituente eletta a suffragio universale, erano proprio quelli di formulare una lingua piana e sobria che permettesse di comprendere facilmente ogni articolo di cui era costituita. “L’Italia è una Repubblica democratica, fondata sul lavoro”, incipit del primo articolo della nostra legislatura, è fisso nella nostra memoria sia per la rilevanza che possiede sia per la sua linearità. Parole e politica nell’attuale scenario politico nazionale Con il tempo, però, si è andata a costituire una nuova forma comunicativa, che ha raggiunto anche la stesura delle leggi, definita antilingua istituzionale, termine coniato da Italo Calvino nel 1965. Questo nuovo idioma ha reso difficile e fraintendibile alcuni tra i più importanti periodi della Costituzione italiana. La politica, espressione fondamentale di uno stato, è inserita in un proprio contesto culturale da cui dipende e da cui è impossibile svincolarla. Il rapporto tra parole e politica è vincolato da una specificità lessicale che è necessario preservare. Rendere però la comprensione limitata perché correlata ad un linguaggio “colto” fa si che si vada a formare una cerchia ristretta, sola capace di masticarla e assimilarla. La conoscenza, in questa maniera, resta limitata all’esperienza, ad aver, quindi, assistito al susseguirsi di vari fatti politici, rendendo partecipe, ancora una volta, un’Italia anagraficamente matura. Contemporaneamente la svendita del linguaggio politico potrebbe avere l’effetto opposto e banalizzarne i contenuti. D’altronde, alla base del successo delle più grandi dittature c’era una propaganda incentrata proprio sullo sfruttamento del linguaggio comune, sull’apparire simile a chi si stava rivolgendo. Come equilibrare, quindi, la rilevanza sociale e culturale di ogni aspetto della politica con una comprensione accessibile? Ancora una volta, l’istruzione appare risolutrice. Svincolata dalle lezioni di educazione civica, dalla rigidezza degli schemi dei libri di storia o dalle cattedre delle aule di giurisprudenza, la politica potrebbe e dovrebbe diventare parte della nostra comunicazione quotidiana, parte del linguaggio dei giovani, elemento di accrescimento culturale […]

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