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Eroica Fenice

Riflessioni culturali

Fare la guerra ai tempi di internet (e del Co-vid19)

Col Co-vid19 da un giorno all’altro, o quasi, ci siamo ritrovati tutti in una situazione inimmaginabile: una pandemia mondiale (l’ultima risaliva al 1968), che ha stravolto le nostre vite. Ma anche la nostra mente. Siamo tutti costantemente bombardati da notizie di ogni genere che ci allarmano o, al massimo, ci addolciscono la pillola (oggi la situazione è migliore ma si devono aspettare 3 giorni per esserne certi, che poi diventano 4 e poi 5 e così via). Tutti hanno paura di sbilanciarsi e noi abbiamo paura di crederci. Circondati da un milione di fake news anche preoccuparsi o risollevarsi spaventa. Ancora, ascoltare troppo spesso il telegiornale potrebbe renderci isterici ma non ascoltarlo mai potrebbe renderci infantili e disinformati. Contemporaneamente anche portare avanti un’idea diventa complicato: o si inneggia al senso civico, diventando porta bandiera di una guerra alle vie di mezzo, che giustifica ogni tipo di repressione e imposizione, facendo indossare a un paese disunitario la maschera dell’uguaglianza; o si lamentano le difficoltà della reclusione forzata, sfociando nell’illegalità e nell’egoismo puro, percependo prepotentemente la necessità di evadere a tutti i costi. Pretendere il bianco e il nero in un mondo in pieno caos. Diventare un criminale se hai portato il cane a più di 200 metri da casa o sottometterti alla testa ovattata e alla stessa aria opprimente delle tue quattro mura. La scelta d’appartenenza ad una di queste due fazioni implica scontri e dibattiti continui che si uniscono agli spari mediatici. Rifiutarsi di scegliere causa lo stesso problema, con l’aggravante della viltà, della mancata responsabilità nei confronti del proprio stato che, da un giorno all’altro, è tornato ad essere nazione. Aumentano allora i rumori, gli spari e le bombe nella nostra mente. E questa guerra silenziosa, combattuta nei nostri nidi, assume tutte le sembianze di quella vera. Non è in ballo la nostra vita, ma forse la nostra mente si. E nessuno si sofferma a pensare al perché. Nessuno si accorge che questa nuova minaccia ci ha reso tutti uguali perché vulnerabili, spaventanti ma anche e soprattutto instabili, senza distinzione di razza, età e sesso. È divenuta collante generazionale, capace di accomunare figli, genitori e nonni, occupanti del mondo veloce, che di giorno in giorno aumenta la distanza. Ma lo ha fatto nella maniera peggiore possibile. Colpendo la nostra mente e rendendoci fragili psicologicamente. Passare il tempo con la nostra famiglia, sviluppare i rapporti, organizzare una partita a carte o concedersi un gioco da tavola è diventata la più complessa delle azioni. E lo sforzo della convivenza assidua ci consuma come se avessimo i piedi incollati al suolo e una voglia pazzesca di correre. Allora rimpiangiamo la nostra dinamica quotidianità, che fino a poche settimane era il nostro continuo motivo di lamento. Il popolo di internet, tutto il mondo, è stato costretto a rallentare e bloccarsi ed è spaventato perché, non avendo più niente da rincorrere, potrebbe fermarsi a pensare.   Immagine in evidenza: pixabay.com

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Teatro

Capote, questa cosa chiamata amore al Piccolo Bellini

In scena dal 3 all’8 marzo al Piccolo Bellini è in scena Truman Capote, questa cosa chiamata amore con un bravissimo Gianluca Ferrato che, concedendo tutto sé stesso, ridà vita, a cinquant’anni dalla sua prima pubblicazione, al genio di Capote. Capote e le sfaccettature del tutto Truman Capote è di certo uno di più affascinanti e controversi autori di tutta la narrativa statunitense. Nato in un contesto familiare molto difficile, si dimostra fin da subito straordinario: ad 8 anni comincia a scrivere, a 12 possiede le conoscenze letterarie di un adulto ed è miglior amico del futuro Premio Pulitzer Harper Lee, autrice de Il buio oltre la siepe. Tre le sue opere più note c’è sicuramente Colazione da Tiffany, reso eterno dall’interpretazione di Audrey Hepburn in una delle più romantiche storie del grande schermo, e A sangue freddo, di tutt’altra fattura, inauguratore del genere de “il romanzo verità”, come da Capote stesso definito. Ma Truman è stato molto più che un semplice autore. Massimo Sgorbani, attraverso l’interpretazione di uno sfrenato Gianluca Ferrato, ha appunto proposto un’immagine poliedrica di Capote, rappresentato in tutte le sue sfaccettature, in tutte le sue controversie e in tutte le sue fragilità. Ripercorrendo la sua storia concede a chi lo osserva di rivivere i suoi tempi, esasperando il positivo e il negativo, sia del suo vissuto che dell’America – il più potente e sfarzoso stato del mondo – indossando un velo luccicante, tentava di celare le controversie della guerra in Vietnam, il bigottismo, il pregiudizio e la morte di alcuni tra i più importanti uomini della storia. Allo stesso modo, Truman si svela e si riconosce come il giullare di una società falsa ma poi si giustifica e si incorona re indiscusso della festa. Racconta i suoi disagi e le sue sofferenze, dalla voce acuta agli atteggiamenti effemminati, e vanta il lusso e i vizi, come il Black and White Ball lo sballo da alcol e farmaci. Ancora, decanta la sessualità e si dichiara amante delle donne nella maniera più pura, quella priva di contatto. Il rapporto con Perry Smith Tutta la sua frivolezza svanisce nelle parole che regala a Perry Smith, assassino dell’omicidio trattato in A Sangue Freddo. Per quell’uomo controverso, che fa poggiare su un cuscino una delle sue vittime per permettergli di stare più comodo, Truman proverà un affetto inspiegabile, al punto tale da sostenerlo fisicamente nei momenti più difficili. Ammette, così, di riconoscere in Perry una versione incontrollata di sé stesso, la forma possibile che avrebbe potuto assumere se si fosse fatto trascinare dagli eventi e se non avesse amato la scrittura. Riconosce nella sua necessità di essere stridulo per liberarsi dall’imbarazzo, come nel gesto incomprensibile dello sterminio di un’intera famiglia, una sola e pericolosa radice: la solitudine. Così afferma il dovere morale di scendere nelle cose, di andare oltre e urla ad alta voce il bisogno della verità, senza la quale diventeremo qualcosa di molto lontano da ciò che siamo. Capisce allora di aver interpretato sé stesso per tutta la vita e […]

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Food

Opera Restaurant e le nuove esplosioni di sapore

Opera Restaurant, sito in via Simone Martini 2, regala agli ospiti la magia di sentirsi distanti, avvolti da una calda atmosfera che rende labili i confini. Il locale presenta un’impressionante commistione di stili che combaciano alla perfezione: il cocktail bar tipicamente americano, le ampie tende di velluto sulle vetrate da hotel di lusso e un incredibile albero della vita al centro della sala. Il tutto perfettamente incorniciato da un affascinante gioco di specchi, luci e musica che nel fine serata ci trasportano idealmente all’interno di un lounge bar newyorkese. Il locale, aperto quasi da un anno, vive ora di un’impronta rilevante, quella dello Chef Raffaele Campagnola che, dopo aver lavorato come braccio destro dello stellato Gianluca D’Agostino, prende le redini di Opera Restaurant con un nuovo e innovativo menù. La scelta è mirata e studiata: materie prime di alto livello, cotture semplici che ne rispettino la qualità, rispetto dell’ambiente (100% plastic free) e sapori esplosivi. Tutto ciò si basa su una scelta locale, oltre che su una particolare dedizione per i prodotti fatti a mano, come i grissini al burro e il pane bianco ottenuto con il lievito madre. I piatti di Opera Restaurant: ideazione e gusto L’idea dei piatti nasce sicuramente da un’attenta collaborazione e una particolare premura per i prodotti di stagione. La prova del gusto è, però, la detentrice della conferma: protagonista assoluto è il Mediterraneo, con una cura particolare rispetto alla classicità napoletana, avvolta da note orientali e americane. Spiccano l’uovo poché, il carciofo con fonduta di pecorino e pane croccante, i tortelli con genovese (questi ultimi due tra i preferiti dello chef) e la ribs di maiale di Parma con friarielli e crema di patate. Tra le proposte di pesce, invece, risaltano i mezzi paccheri con vongole veraci, lupini e broccoli baresi, gli spaghetti al ragù di seppie con pinoli e cicoria, il baccalà al vapore con cipolle in agrodolce e insalata di rinforzo. Sicuramente la proposta del menù degustazione permette di dare il giusto spazio ad ogni pietanza, oltre che a lasciarsi condurre attraverso un pensiero mirato e studiato. La cucina si dimostra pronta ad adattare la sua impronta personale alle diverse necessità del cliente, adoperandosi velocemente nell’accontentare richieste vegane e celiache, senza rinunciare al gusto. Questo sicuramente grazie ad un importante ed efficace lavoro di squadra che lo chef Campagnola tiene a sottolineare, dimostrando gratitudine per i suoi collaboratori: Daniele Pace e Simone Vicchiariello. Anche i dessert si differenziano per il sapore: la cheesecake rivisitata e il tortino con cioccolato e castagne con ganache di cioccolato bianco sono precedute da una vera esplosione, un mini predessert al frutto della passione che inebria totalmente il palato. I dolci sono poi accompagnati da cocktail particolari e frutta. L’attenzione per il vino, invece, resta centrale: si è scelto di prediligere cantine pregiate ma anche distanti da scelte classiche, per rendere, anche sotto questo punto vista, l’esperienza di Opera Restaurant unica ed esclusiva. Attraverso questo piacevole viaggio tra gusto, musica e atmosfera una cosa arriva diretta: il […]

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Musica

Ospiti Sanremo 2020: chi erano e quali sono stati i migliori?

Gli ospiti Sanremo 2020: un resoconto dell’ultima edizione del festival Febbraio è il mese del Festival di Sanremo. Anche quest’anno, l’evento più importante della canzone italiana ha riscosso successo: in media sono stati 13 milioni e 287 mila gli spettatori. Ottenendo il 57,43% di share, si è raggiunto un nuovo record rispetto alle passate edizioni, dimostrando che la storicità del Festival batte ancora nel 2020 le critiche e le lamentele ad esso inerenti. Merito è sicuramente della coppia Amadeus – Fiorello che mostra complicità e affinità, ricordando di essersi promessi, ben 35 anni prima, che avrebbero condotto insieme il Festival; sicuramente anche dei big, tra i quali qualche vecchio protagonista della canzone italiana, come Irene Grandi e Le Vibrazioni, e qualche nuovo partecipante più inatteso, come Elettra Lamborghini, Rancore e i Pinguini Tattici Nucleari. Ma gran parte dello spettacolo è dato dagli ospiti. La prima serata ha ospitato il cast del film di Gabriele Muccino Gli anni più belli, uscito nelle sale il 13 febbraio, con Pierfrancesco Favino, Kim Rossi Stuart, Micaela Ramazzotti e Claudio Santamaria. Poi Gessica Notaro, Miss Romagna 2007, sfregiata con l’acido dall’ex fidanzato, ha emozionato l’Ariston cantando una canzone di Antonio Maggio e Ermal Meta. Il più atteso momento di questa serata è stato sicuramente il ritorno di Albano e Romina che, oltre a proporre un medley dei loro più famosi classici, hanno presentato la loro nuova canzone, scritta da Cristiano Malgioglio. La seconda serata ha visto la tanto attesa reunion de I Ricchi e Poveri, con la formazione originale composta da Angela Brambati, Angelo Sotgiu, Franco Fatti e Marina Occhiena, poi Zucchero, Gigi D’Alessio e Paolo Palumbo, un ragazzo 19enne che, grazie a un sintetizzatore vocale, è riuscito ad esibirsi nonostante le difficoltà conseguite dalla SLA. La terza sera, quella delle cover e dei duetti, si è divisa tra nazionalità ed internazionalità: da un lato Massimo Ranieri, dall’altro Lewis Capaldi, il cantautore scozzese che in un solo anno è riuscito a raggiungere i primi posti delle classifiche mondiali, e Mika, ormai d’adozione italiana, che ha omaggiato Fabrizio De Andrè con Amore che vieni, amore che vai. Questa serata ha visto il tanto atteso ritorno sulle scene, dopo l’interpretazione al cinema di Geppetto in Pinocchio, del grande Roberto Benigni, che non compariva all’Ariston da ben 9 anni (l’ultima volta si era presentato su a cavallo). Entra scherzando, ricordando i tempi passati e confessa di voler cantare: «Ho cercato la canzone più bella, l’ho trovata. È una specie di cover, la più bella del mondo. È il Cantico dei Cantici che sta nella Bibbia. Non vi spaventate, è la canzone più bella nella storia dell’umanità, di 2400 anni fa». La scelta spiazza tutti e lui la giustifica apertamente: «Dentro al Cantico dei Cantici c’è erotismo, amore fisico, cose forti. […] La protagonista è una donna: molti autorevoli commentatori pensano che l’autrice sia una donna. Pensate, 2400 anni fa, una cosa inaudita. Una donna potrebbe aver scritto il libro più bello e voluttuoso della Bibbia. Dopo anni di buio […]

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Teatro

Al TRAM, In fondo agli occhi dà nuova luce alla cecità

In fondo agli occhi in scena al TRAM sabato 15 e domenica 16 febbraio. Leggi qui la nostra recensione! Sabato 15 e domenica 16 febbraio il teatro TRAM ha presentato lo spettacolo “In fondo agli occhi” della prestigiosa compagnia Berardi Casolari, che vanta la presenza del vincitore del Premio UBU come “Miglior attore” nel 2018 con la regia di César Brie (Promo dello spettacolo). La storia racconta della cecità bipartita tra Tiresia (il cui nome dell’indovino cieco dell’Antigone), ipovedente, inscenato da Gianfranco Berardi, non vedente nella realtà, e Italia, interpretata da Gabriella Casolari, una barista delusa dalla sua vita, amante dell’uomo. L’invalidità di Tiresia-Gianfranco è da subito capovolta: salta, balla e canta, inneggiando allo “spoliticamente scorretto”, invitando il suo pubblico ad approfittare di questa situazione per cedere all’istintività animalesca del giudizio e del disprezzo, vanta tutta la sua fragilità e sventola a testa alta il terzo dito, simbolo della sua autonomia. Deride se stesso per deridere gli altri, tutti quelli che credono di vedere solo perché dotati di occhi. Ma nel mondo attuale, l’universo virtuale, quello costruito sulle impression e sui like, i cechi sono gli unici che ci vedono, capaci di oltrepassare il buio accecante e di camminare a tentoni, con le mani in avanti, senza paura degli spigoli. La malattia non è più in fondo agli occhi. È tutta nelle cose che ci circondano. E così pervade anche Italia-Gabriella, che schiacciata dalla sua storia, dai suoi rapporti e dalla sua posizione, lamenta continuamente di voler scappare ma di non essere in grado di trovare una via d’uscita, incapace di ambire anche solo alla mediocrità. Questa donna in crisi è l’incarnazione del nostro paese, rappresentato in tutta la sua immobilità, decantatore dell’amore vigliacco per la libertà. Così, ancora una volta il teatro TRAM dimostra che sensibilità e attenzione sono alla base del loro progetto: “Il percorso artistico e biografico di Berardi e Casolari rappresenta bene il valore della ricerca teatrale, di quanto sia importante essere se stessi e continuare ad esserlo anche dopo aver raggiunto il successo – commenta Mirko Di Martino, direttore artistico della sala di via Port’Alba -. Il TRAM si muove in questa linea, ospitando le compagnie teatrali con l’identità artistica più coerente. Siamo felici che questo incontro con Berardi e Casolari, a cui abbiamo lavorato a lungo con pazienza e perseveranza, sia stato possibile”. “In fondo agli occhi” è una storia reale, che grida forte e si fa sentire; una storia attuale che evita la retorica ed arriva diretta e con sincerità; è una storia che ci lascia il giusto spazio per riconoscerci, di volta in volta, nei due personaggi e nei loro problemi. Ed è una storia che arriva nella miglior maniera possibile: facendoci ridere e piangere senza delicatezza, ma invadendoci e rendendoci partecipi. Il vero messaggio, l’inno che risuona fino all’ultima scena dello spettacolo è la speranza: non perde la luce chi possiede l’amore e chi, con coraggio, attraversa le proprie invalidità, fisiche e, soprattutto, mentali. Fonte immagine: Ufficio Stampa.

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Food

La pizza Bulgogi di Grumè: la tradizione dai sapori orientali

La pizza Bulgogi di ispirazione coreana è la protagonista del menu di Grumè, in via San Domenico, 65, a Grumo Nevano, che esalta i sapori tradizionali con carne pregiata. A Napoli, come in tutto il resto della Campania, la pizza è sacra. È fatta di sapori, regole e immagini ben precise. Decidere di svincolarla dalla sua fissità, dal suo concetto ben preciso è lavoro arduo e, a tratti pericoloso. Ma il segreto è trasformare una novità in una proposta vincente attraverso la creazione di un’identità precisa, la stessa che ha ricercato Giuseppe Gargiulo, consulente marketing, quando ha dato inizio alla sua collaborazione con Grumè. Si tratta della prima bracepizzeria in Italia che propone una vasta scelta di carne di alta qualità, proveniente da allevamenti di fiducia e, addirittura, scelta grazie alla consulenza di esperti veterinari, in abbinamento alla pizza tradizionale. Quest’ultima non passa certamente in secondo piano e ci tiene a precisarlo Ernesto Cibelli: l’utilizzo di un pre-fermento, oltre a diminuire il picco glicemico, permette all’impasto di restare soffice anche quando la pizza si è ormai raffreddata, senza assumere quella sgradevole consistenza gommosa. Nasce la pizza Bulgogi Grumè Nasce, così, la pizza Bulgogi che prende nome e profumi dalla cucina coreana (bul indica “la carne” e gogi “il fuoco”): dopo essere stata cotta nel forno a legna con latticini e olio extravergine di oliva, è servita al tavolo accanto ad una pietra ollare, a disposizione dei clienti per preparare la carne, da soli o con l’aiuto dei camerieri, secondo il proprio gusto personale. Raggiunta la cottura gradita, si aggiungono gli straccetti sulla pizza e si procede all’assaggio. La carne subisce un precedente processo di marinatura: il manzo è insaporito da una salsa a base di olio di semi di sesamo, salsa di soia, pepe, cipollotto, aglio, miele sale e pepe, mentre al maiale si aggiunge aglio, rosmarino, timo, cipolla e, addirittura, caffè. Ma anche i fritti esaltano la qualità della carne: il crocchè alla brace accosta alla patata la pasta di salame, mentre timballo di tagliolini alla bolognese accentua il gusto del macinato. Non si rinuncia mai ai sapori della nonna, non solo perché ogni pizza passa dalla cucina prima di giungere in sala, per diventare una vera pietanza, ma anche per la proposta irrinunciabile della pizza con il classico ragù partenopeo, accostato alla mozzarella di bufala DOP, esaltato proprio dalla leggerezza dell’impasto. Non mancano ulteriori esempi dell’incontro carne-pizza nel resto del menù. E, così, si giunge al dessert: la tortina magra al cioccolato, un’antica ricetta siciliana, presenta accanto al cioccolato fondente, ai pinoli e all’uva sultanina un trito di filetto rosolato al burro. La proposta del locale, comunque, prevede anche fritti classici e pizze della tradizione, oltre che quelle con baccalà e tonno. I fratelli Angelo e  Crescenzo Rennella e il loro cugino Sandro Giglio, i tre titolari del locale, dimostrano, così, di aver creato un brand differente da ogni altra braceria e pizzeria, che non rinuncia alla qualità di nessun prodotto e di nessun gusto.

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Teatro

Ad occhi chiusi: le inquietanti sfumature della verità al TRAM

Dal 6 al 9 febbraio è in scena al teatro TRAM “Ad occhi chiusi”, scritto e diretto da Luca Pizzurro, in cui Andrea Fiorillo veste i panni di un inquietante criminale. L’allestimento della piccola sala ospitata da un antico palazzo di Port’Alba immerge subito i suoi ospiti nella penombra, filo conduttore di tutto lo spettacolo. La storia alterna luci ed ombre, quelle delle sfumature della vita di Bruno, un siciliano che rimpiange il cielo della sua terra da quando si è trasferito a Roma. Il protagonista, nonché l’unico attore, ci accoglie in pantofole, a casa sua, mentre sorseggia il caffè, svolgendo i rituali mattutini comuni a tutti noi. Poi legge un libro, lavora alle sue fotografie, racconta della sua famiglia, del trasferimento e degli abbondanti pranzi romani della domenica. Da subito presenta sé stesso rivolgendosi al pubblico, come guardandosi allo specchio, cercandosi negli occhi dei suoi spettatori. Così, ci trasporta all’interno della sua mente, tirandoci sempre più a fondo. Parla di un punto di non ritorno, di un confine che, una volta oltrepassato, ti segna per sempre. E ce lo fa vivere tutto, quel momento, perché il suo racconto diventa reale, e Bruno compie nuovamente le sue azioni. È pervaso completamente. Si mette a nudo e svela i suoi segreti: la sua passione irrefrenabile, la sua perversione, l’amore incontinente, prodotti di una repressione mentale che porta alla degenerazione. La vita si svolge “ad occhi chiusi”, in maniera distorta e spaventosa. Quell’uomo comune è in realtà un carnefice che, in questo modo, ci rende testimoni brutali e spettatori inermi e ci offre un punto di vista destabilizzante, che ci tocca nel profondo, come chiunque abbia realmente vissuto un’esperienza del genere. Lo spettacolo è stato ripresentato dieci anni dopo il suo debutto, a testimoniare la sua contemporaneità e la sua necessità di far luce, di urlare e denunciare l’incomprensibilità della violenza. “AD OCCHI CHIUSI risponde perfettamente alla necessità che ho quando scrivo, di trovare una storia che sento il bisogno di raccontare – spiega Luca Pizzurro – e la storia di Bruno, protagonista del mio spettacolo, si riesce a raccontare soltanto se ti abita dentro, o perché l’hai vissuta o perché l’hai conosciuta. Ciò su cui mi sono interrogato in occasione di questo nuovo allestimento è perché ritornare tra le pagine di quel copione dopo dieci anni dal suo debutto. E la risposta è stata semplicemente tragica, perché è una storia, ancora oggi, terribilmente attuale. Una storia ruvida da toccare, difficile da guardare, e che non può lasciare indifferente”. E non lascia indifferente soprattutto l’interpretazione di Andrea Fiorillo, completamente immerso, frustrato dai limiti del suo personaggio, rassicurato dalla sua facciata apparente, che soffre e suda tutte le pene del suo ruolo, con un’interpretazione emozionante, da pelle d’oca. “Ad occhi chiusi”, così, concede di superare il confine e permette a noi, dopo esserci immersi nell’oscurità, di guardare alla luce con occhi diversi. Sergio Siano PH.

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Viaggi e Miraggi

Cosa fare e vedere a Manchester: consigli di viaggio

Cosa fare e vedere a Manchester? Alcuni consigli Manchester è il perfetto connubio tra sviluppo e tradizione, ottima per trascorrere un fine settimana lontano da casa, alla scoperta di luoghi suggestivi e numerosissime attività interattive. Ubicata nella regione sud-orientale del Lancashire sul fiume Irwell, che l’attraversa completamente, Manchester è la seconda città più grande d’Inghilterra. Nasce come un insediamento celtico, rinominato poi dai romani Magna castra, ma attese il XVIII secolo per farsi notare, diventando la più importante città della rivoluzione industriale britannica, in particolare per l’industria tessile e la produzione di cotone. Tutt’oggi, il simbolo della città resta l’ape, la più operosa tra gli animali. Nel XX secolo è stata protagonista dello sviluppo informatico, essendo la città di Alan Turing, uno tra i primi costruttori e programmatori di computer. Proprio a partire dai progressi della città nasce il Science and Industry Museum: una prima parte è dedicata alla produzione tessile, con una dimostrazione pratica che vede rimettere in moto le macchine originali del ‘700; una seconda parte presenta lo sviluppo degli aerei e delle ferrovie, concedendo ai visitatori di guardare da vicino opere meccaniche straordinarie; una terza parte, invece, completamente interattiva, sensibilizza grandi e piccini sui fondamentali principi fisici e scientifici. Cosa fare e vedere a Manchester: cultura e calcio Sul piano culturale, la città presenta innumerevoli biblioteche e strutture universitarie dall’architettura affascinante, che ti trasportano con la mente nei corridoi di Hogwarts o tra le aule studio di Cambridge. In particolare, la John Rylands Library vanta di una costruzione capace di apparire avanzata e sviluppata, ma nel pieno rispetto della sua antica storia. Accoglie, poi, uno dei più rilevanti centri di studi filologici della Bibbia, sia del Nuovo che dell’Antico Testamento, a cui dedica un’esposizione straordinaria che permette di guardare da vicino alcuni tra i più antichi manoscritti biblici. Manchester è sicuramente famosa in tutto il mondo per il calcio. È la patria dei uno dei più importanti derby della Premier League, quello tra United e City, oltre che la città di accoglienza di alcuni dei più famosi calciatori del mondo, come Scholes, Beckham, Rooney e Ronaldo da un lato, e Tevez, Dzeko e Aguero dall’altro. Ma, oltre ai tour dell’Old Trafford e dell’Etihad Stadium, la città dedica al più famoso sport del mondo un particolarissimo museo, il National Football Museum, che, ricco di cimeli e attività interattive, ripercorre la storia del calcio inglese e non solo. La modernità della città si evince anche grazie all’attenzione per le minoranze. Molto forte è la comunità cinese che ha trasformato la China Town in un angolino orientale ricco di ristoranti tipici e pagode, lampade e dragoni. Subito accanto c’è il Gay Village, contornato di bandierine della pace, murales sull’uguaglianza e locali che offrono spettacolari esibizioni di Drag Queen. Contornata dalla romantica vista dei suoi canali, Manchester mostra la vera faccia dell’Inghilterra moderna: senza rinunciare alle villette a schiera dai mattoni rossi, alle cattedrali gotiche anglosassoni e alle costruzioni in pieno stile british, questa città equilibra perfettamente la sua storia con le […]

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Culturalmente

Gita scolastica a Napoli: cosa vedere con gli alunni

Gita scolastica a Napoli? Ecco dove portare gli alunni!  Napoli è una città eterogenea e piena di proposte culturali. Non solo vanta di un particolare territorio che presenta mare, montagne, isole e addirittura, un vulcano, ma anche numerose influenze storico-culturali. Per questo, appare tutt’oggi meta privilegiata per una gita scolastica. Ecco alcuni consigli su cosa vedere. Gita scolastica a Napoli, ecco i nostri consigli. Gita scolastica a Napoli? Prima tappa: Il Museo Cappella Sansevero Nel pieno cuore del centro storico, alle spalle di Piazza San Domenico Maggiore, questa cappella sconsacrata è uno dei migliori esempi di barocco napoletano. È conosciuta in tutto il mondo per ospitare capolavori come Il Cristo velato di Giuseppe Sanmartino, una rappresentazione del Cristo morto ricoperto da un velo marmoreo che si adagia sul suo corpo con la delicatezza della seta, e Il disinganno di Francesco Queirolo, oltre che le macchine anatomiche, due corpi scarnificati che permettono di osservare l’intero sistema circolatorio. Napoli sotterranea Sicuramente, la scelta di visitare la Napoli sotterranea appare tra le più interessanti, in grado di concedere un punto di osservazione completamente differente. La città è infatti attraversata da una fitta rete di cunicoli, acquedotti e gallerie utilizzate dall’uomo nelle diverse fasi storiche. Così, è oggi possibile compiere un viaggio di 2400 anni, a 40 mt di profondità. Si ammireranno i resti di un antico acquedotto greco-romano, dei rifugi antiaerei della Seconda guerra Mondiale e si tornerà in superfice per visitare un particolarissimo “vascio”, ricco di sorprese. Museo Archeologico Nazionale di Napoli (MANN) Non si tratta solo del più importante museo partenopeo ma il MANN vanta un patrimonio di opere d’arte e manufatti che lo pongono tra i più importanti musei archeologici del mondo. I maggiori punti d’interesse riguardano la collezione Farnese, costituita da reperti provenienti da Roma e dintorni, le collezioni pompeiane, con reperti provenienti dall’area vesuviana, e la collezione egizia, il vero fiore all’occhiello, che si colloca solo dopo le collezioni del museo egizio del Cairo e del museo egizio di Torino. Inoltre, il Mann ospita frequentemente mostre temporanee di altissimo valore: tra le più acclamate e visitate del 2019, Canova e l’antico, con famosissime sculture dell’autore provenienti dall’ Ermitage di San Pietroburgo, e il World press photo, la più importante mostra di fotogiornalismo del mondo. Il Parco Vergiliano a Piedigrotta Questo piccolo gioiello, posto a pochi passi dal lungomare di Mergellina, è spesso confuso con il parco Virgiliano di Posillipo. Si tratta, invece, di uno spazio verde che profuma di aria buona e offre una vista mozzafiato e, come se non bastasse, vanta un importante valore culturale: al suo interno, infatti, c’è, secondo la tradizione popolare, il sepolcro del poeta latino Virgilio ed il monumento sepolcrale che contiene le spoglie di Giacomo Leopardi. Città della Scienza SI tratta del primo museo scientifico interattivo italiano, un progetto che ci avvicina ai science centres diffusi in tutto il mondo. Qui viene proposto un nuovo tipo di apprendimento: partendo dal corpo umano e giungendo all’universo, analizzato grazie ad un planetario, i più piccoli […]

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Cinema e Serie tv

Modern Love: tutte le sfumature dell’amore

Amazon Prime Video sfodera una nuova serie tv da un profondo spessore umano, un cast stellato e una storia romantica dai tratti moderni. Si tratta, appunto, di Modern Love, una serie statunitense diretta da John Carney, composta da otto episodi di circa trenta minuti l’uno. Le varie storie narrate sono indipendenti tra di loro e accomunate solo dallo sfondo sempre stupefacente di New York City. Variano fortemente anche nei generi: amori perduti o dal finale incerto, amicizie speciali e passioni ormai mature. Tutti i racconti sono affrontati in maniera lineare e diretta, senza colpi di scena e, soprattutto, senza il tipico tono smielato delle commedie rosa. Le storie si rifanno a una rubrica del New York Times, che di settimana in settimana racconta spezzoni di vite comuni. Così la città diventa anch’essa protagonista: mostra una faccia diversa di volta in volta, allineandosi ai sentimenti dei personaggi, sostenendo ogni loro avventura e confermandosi come lo sfondo perfetto per ogni passione. Il risultato finale appare più che soddisfacente. Il merito è sicuramente dei dialoghi, dal tono colloquiale, ma ricchi di significato, capaci di porci importanti domande sulla vita, ma senza appesantirci o infastidirci. Il cast stellato che questa serie vanta ha fatto il resto: Tina Fey (Mean Girls), Anne Hathaway (Il diavolo veste Prada), Dev Patel (The Millionaire), Cristin Milioti (la Tracy di How I met your mother), Andy Garcia (Il padrino- parte III) e molti altri hanno interpretato alla perfezione il ruolo a loro assegnato, rispettando quella naturalezza che pare circondare tutta la produzione. I vari temi trattati, però, fanno sì che certi episodi appaiano più forti e coinvolgenti di altri. Tra quelli che hanno riscosso più successo c’è sicuramente il terzo, intitolato “Prendimi come sono, chiunque io sia” e interpretato proprio da Anne Hathaway: qui, la storia d’amore tra un uomo e una donna si infittisce di una sensibilità che diventa denuncia di una condizione psichica poco accettata e conosciuta. L’amore passionale diventa, allora, self-love, nel difficile percorso di accettazione che ognuno di noi compie. La stessa profondità vanta l’ultima storia, “La corsa diventa più dolce vicino all’ultimo giro”, che racconta delicatamente la nascita di un rapporto d’amore intorno agli 80 anni, quando la vita ha ormai un sapore maturo ma non ancora stantio. Di puntata in puntata, così, Modern Love tiene forte il filo dell’equilibrio, che non tende né verso un hollywoodiano e banale lieto fine, né verso una drammaticità opposta e quasi scontata. Modern Love centra l’obiettivo, sempre e solo raccontare l’amore, in ogni sua forma, con una lucidità e un realismo che ti fanno venire voglia di conoscerne il seguito, come se anche tu fossi seduto su una panchina di Central Park ad ascoltare un conoscente che si confida.   Foto in evidenza: Locandina serie tv (https://www.cinemagay.it/serie-tv/modern-love/)

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Eventi/Mostre/Convegni

A Figlia d”o Marinaro: pulizia, qualità, amore e beneficenza

La vita de ‘A Figlia d’’o Marinaro è stata raccontata in un fumetto intitolato “Assuntì: scetatè, scè!” realizzato dalla Scuola salernitana del Fumetto Comix Ars, il cui ricavato andrà in beneficenza all’Ospedale Pausillipon. Assunta Pacifico è una vera matrona napoletana. Frutto di una vita difficile, è riuscita a trasformare sacrifici e dolori in carattere, grinta e voglia di fare. Proprio per questo, ogni volta che può, chiede a chi parla male di lei di “ESAG(G)ERARE!”. A sette anni sognava la normalità, andare a scuola e giocare con le bambole. Invece, puliva le cozze e serviva “O bror e purpo” nel ristorante del papà, soprannominato “Papucc ‘o Marenaro”. Imparava, così, “la fatica di fare il mestiere”, le nozioni e i gesti per accertarsi della qualità del pesce e, soprattutto, a rapportarsi alle persone, a conoscerne l’animo. Con il tempo, quella bambina è diventata una delle più rilevanti imprenditrici della Campania e ha reso la sua cucina la capitale indiscussa della zuppa di cozze. Proprio la sua storia e la sua dedizione sono al centro dell’iniziativa benefica dedicata alla Fondazione Santobono Pausillipon Onlus, presentata alla stampa il 18 dicembre all’Hotel Romeo di Napoli. Nel corso della serata si discute di cultura della bontà che una città, tanto buona quanto traditrice come la nostra, dovrebbe praticare. Si parla allora di Noemi, la piccola di 4 anni rimasta ferita in un agguato lo scorso 3 maggio in Piazza Nazionale, e di tanti altri bambini che rischiano e, molte volte, perdono la vita per l’omertà e la disattenzione di tutto il resto della comunità, di cui ognuno di noi fa parte. Diffondere il senso di responsabilità, la premura e la cura verso gli altri diventa così motore di cambiamento. La tradizione, invece, è alla base del successo del ristorante, aperto da oltre sessanta anni in via Foria, diventato, in poco tempo, famoso in tutto il mondo per la qualità delle sue pietanze e per quell’aria di sana veracità che lo staff, come una grande famiglia, regala. Contemporaneamente, si propone come vetrina di varie eccellenze campane, dai taralli e dalle freselle, ai vini e ai babà. Assunta ha così creato una salda rete di sostegno tra i più rilevanti produttori di merci di prestigio e qualità che, durante l’evento, le dimostrano riconoscimento e, soprattutto, affetto sincero. Ed è proprio l’amore che la circonda a farla emozionare quando si commuove nel ringraziare il marito, Nunzio Scicchitano, e i suoi tre figli Giuseppe, Maria e Carmela, oltre che tutto lo staff, di cui sottolinea sempre l’importanza. Potevamo immaginarlo da una donna che, ogni volta che può, urla con fierezza che il suo motto è “Pulizia, Qualità e tanto cuore!” che, con dedizione, offre ai più e ai meno fortunati.

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Food

#pizzAward2019, vetrina di eccellenza e tradizione

Napoli è la patria della pizza. Per questo, la scelta della città in cui svolgere la premiazione della quarta edizione dei #pizzAward2019 è stata ovvia. La serata conclusiva di questo fortunatissimo contest, che quest’anno è durato ben sei mesi ed ha raccolto quasi tre milioni di visualizzazioni, si è svolta la sera del 26 Novembre. Ad ospitarla la meravigliosa location del Palazzo Caracciolo MGallery by Sofitel, allestita in maniera elegante e raffinata e con un forte carattere partenopeo, con carte napoletane classiche gigantesche, esposizione di prodotti di qualità e le canzoni di Pino Daniele in sottofondo. L’accoglienza si è contraddistinta grazie all’aperitivo “Ahi Poke Cucina Healthy” a cura della Scuola Dolce&Salato dello chef Peppe Daddio, e dai vini di Cantine Riunite. La premiazione è stata, invece, inaugurata dalla performance dai ritmi caldi di Ciccio Merolla e Ibrahim Drabo. Il progetto pizzAward di MySocialRecipe nei primi due anni ha sostenuto l’Arte del Pizzaiuolo a Patrimonio dell’Unesco ed ha successivamente celebrato il risultato raggiunto. Quest’anno si è rinnovato con la volontà di individuare le numerose eccellenze presenti in linea con i gusti e i pareri di un vasto pubblico, tanto da aver accostato alle due fasi tradizionali di selezione, quella web e quella live, una fase social svoltasi sulla pagina Facebook. La gara ha visto sfidarsi ben 100 pizzaioli provenienti da ogni parte del mondo e il riconoscimento è stato ottenuto da Nicola Falanga di Terzigno (Na) con la sua “Crisommola blu”, che richiama il colore della mozzarella di bufala utilizzata. Il premio per la migliore pizza interpretazione della tradizione è per Christian Riccio di Roma con la sua “AmatRiccia”, mentre per la più creativa si è distinto Massimiliano Pica da Copenaghen con la “Sannita”. A decretare i vincitori è stata una giuria di giornalisti enogastronomici ed esperti del settore, composta da Giuseppe Cerasa (Le guide di Repubblica), Alessandro Circiello (Dirigente della Federazione Italiana Cuochi FIC e personaggio televisivo), Patrizio Roversi (conduttore televisivo), con il coordinamento di Giuseppe Giorgio (giornalista enogastronomico), Tante altre premiazioni hanno contraddistinto la serata: il “Pizza Science Award”, simbolo della ricerca tra la classicità della pizza e le nuove innovazioni scientifiche e tecnologiche in questo stesso ambito, hanno visto protagonisti gli scienziati Annamaria Colao, Silvano Gallus e Bruno Siciliano, che hanno ricevuto una statuetta in rame, un’oliera con mitra e pastorale di San Gennaro, realizzata dal maestro artigiano Pasquale Merone. I presenti, tra cui gli entusiasti Patrizio Rispo e Alberto Rossi, volti noti della serie Rai “Un Posto al Sole”, sono stati accompagnati per tutta la durata dell’evento dall’odore dei forni a legna pronti ad accogliere la pizza fusion di Gino Sorbillo e Salvatore La Regione, la pizza Pascalina di Diego Tafone e la Tradizionale napoletana di Teresa Iorio e Vincenzo Iannucci. I #PizzAward riescono così ad esaltare la capacità e la tecnica che è alle spalle di uno dei cibi più buoni e diffusi in tutto il mondo, oltre che le abilità di comunicazione di questa pregiatissima e antichissima arte. L’apertura all’universo social ha dimostrato che i […]

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Attualità

Io sono Giorgia, tra parodia e propaganda

In sole due settimane, il remix “Io sono Giorgia” ha raggiunto oltre i 5 milioni di visualizzazioni. Realizzato da MEM & J, si tratta di una canzone creata con gli spezzoni del discorso del 19 ottobre scorso, pronunciato da Giorgia Meloni, leader di Fratelli d’Italia, durante il comizio svoltosi a Roma. La hit ha spopolato tra i vari social e i vari profili, anche di personaggi dello spettacolo, come Luciana Littizzietto, Malgioglio e M¥SS KETA. Le intenzioni degli autori erano quelle di creare un inno a favore della comunità LGBT+, l’associazione che celebra l’orgoglio, la diversità e la libertà sessuale, proprio deridendo la Meloni sulla sua ormai celebre affermazione “Vogliono che siamo Genitore 1 e Genitore 2”. Parodia e effetto boomerang Il successo ottenuto ha, però, creato un vero effetto boomerang: quelli che avrebbero dovuto subire il colpo, gli elettori di “destra” e la leader del partito, lo hanno trasformato in un canto di celebrazione. La stessa Meloni ha rivelato in un’intervista a Radio1 di considerarlo un vero e proprio tormentone, che entra in testa e non ne esce più. Così, la parodia di Io sono Giorgia si è mostrata costituita, ancora una volta, da una linea sottilissima ed ha deviato il percorso volutamente intrapreso: una cerchia numerosissima di giovani e giovanissimi è, in questo modo, entrata in contatto con gli ideali della Meloni, canticchiando una canzone che, senza un fondamento politico o una conoscenza adeguata, non è più una denuncia, ma solo musica. Così, far giungere il messaggio che una donna è tale perché una madre e una cristiana o che siamo circondati da costanti tentativi di sradicamento dell’identità e delle nostre radici è diventato più semplice del previsto e ha riscosso più successo di qualsiasi discorso politico degli ultimi tempi. Gli stessi giovanissimi, nell’ascoltarla, hanno guardato per 2 minuti e 33 secondi sbandierare un tricolore italiano posto su una scritta che cita “Una Patria da amare e difendere”. I nuovi espedienti della retorica politica Questo episodio si inserisce così in una più complessa riflessione, fortemente attuale: la retorica politica, quella celebrata dai più grandi studiosi dell’antica Roma, è stata sostituita da un linguaggio semplice e diretto, dall’utilizzo dei social come mezzo di comunicazione primaria, dalla ripetizione insistente degli stessi termini facilmente memorizzabili e utilizzabili. Questa stessa fruibilità viene poi accostata al fattore emotivo, al tentativo di mostrarsi partecipi di una più ampia e condivisa condizione, di fare populismo. Questi elementi appaiono come la versione evoluta delle più antiche tecniche di propaganda dei totalitarismi del secolo scorso, dai caratteri vistosi alle immagini di vita quotidiana. Così, liberandosi da ogni preconcetto complottista, è necessario fare attenzione e riflettere sul fatto che il diretto e il semplice non sono sempre elementi indicativi di un’intenzione sincera. Rendere comprensibile, divertente e popolare la politica, senza tenere conto di quanta disinformazione dilaga a riguardo tra i giovani e non, induce a dimenticare che si tratta di una cosa seria, oltre che molto importante. La prossima volta che canteremo un motivetto popolare dagli ideali retrogradi […]

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Teatro

Jules e Roméo porta al Bellini l’amore rivoluzionario

Il 5 e 6 novembre il Piccolo Bellini ha presentato Jules & Roméo una ripresa neoclassica della tragica storia shakespeariana di Romeo e Giulietta, rivisitato attraverso la messa in scena di un amore omosessuale. Jules & Roméo: collaborazioni di prestigio Questa creazione nasce dalla collaborazione tra Jean-Sébastien Colau e Grégory Gaillard, entrambi ballerini dell’Opera di Parigi, sostenuti dall’impianto musicale di Stéphane Jounot, compositore di musica elettronica. Proprio Jean-Sébastien Colau è tra gli educatori di danza di maggiore spessore dei giorni nostri, grazie alla sua profonda conoscenza delle scuole di balletto francesi, fortemente contaminate da stili e tecniche acquisite nelle sue numerose collaborazioni intercontinentali. Il corpo di ballo tutto campano vanta, invece, la collaborazione con alcuni tra i più promettenti ballerini del Teatro San Carlo di Napoli, tra cui Valeria Iacomino, Tommaso Palladino, Angelo Eragese e Danilo Di Leo. Completamente all’altezza anche la performance di Nastassia Avolio e Vincenzo Veneruso. La scenografia si alterna ad immagini e filmati, in piena chiave moderna, di Francesca Tortorelli, Giuliana Tarallo, Nicole Gaudio, Ludovica Sciannamblo. Jules & Roméo l’amore eterno tra rivoluzione e integrazione La storia tratta di Paris, una promettente fotografa, che vive una storia d’amore con Jules. Durante la serata di presentazione della mostra d’arte, tra la folla e la musica, Jules incontra Romèo. Il colpo di fulmine è immediato e irrefrenabile. La musica cambia, l’intorno svanisce. Si resta sospesi nella sensazione inspiegabile della connessione. Così, i due ragazzi sono sospinti da una forza attrattiva che gli impedisce di restare lontani, li trasporta in una dimensione estranea e privata, formata solo dalla loro percezione. Quest’attimo è completamente sostenuto dal Destino, il vero marionettista di quest’opera, che, come nell’originale, interviene sulla scena manovrando a suo piacimento i personaggi e gestendo in prima persona i rapporti e i movimenti di ognuno di loro. In occasione di una cena, Thibalt, sorella di Jules e amica di Paris, scopre la relazione tra i due amanti. Diverrà, allora, la rappresentazione dell’odio omossessuale, tutta riversata su Mercuzio, la figura più gioiosa e vitale del balletto. Lo scandalo esplode e diviene motore dell’azione tragica. I personaggi si relazionano e si interscambiano tra loro, mettendo in rilievo l’artisticità individuale, mai sopraffatta dal gruppo, oltre che il punto di vista di ogni personaggio. In questo modo, a dominare la scena è l’amore: un sentimento universale ed eterno che, svincolato dalle definizioni, dal sesso e dall’etichette, diviene simbolo rivoluzionario. E rivoluzionario è l’atto che questa messa in scena rappresenta: nella volontà di andare in profondità, di prescindere dalla concezione personale di ognuno di noi, il teatro, ma soprattutto la danza, tenta di smuoversi dalla sua fissità e dai pregiudizi che la riguardano per diventare tramite di tematiche sociali e promotore dell’integrazione. Così, la più famosa e passionale tra le storie, scritta intorno al 1594, diviene modernità, senza mai rinunciare all’intensità dell’amore verso cui, ognuno di noi, a prescindere dalla propria sessualità, è privo di difese. Ufficio stampa Teatro Bellini: Katia Prota

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Food

Il nuovo panino solidale di D’Ausilio

La macelleria-burgeria D’Ausilio di Napoli lancia un nuovo panino “solidale” per sostenere Montesanto. Raffaele D’Ausilio è il volto di una storia e una passione antica, radicata nella sua famiglia da ben quattro generazioni: l’amore per la carne. Passione e appartenenza sono alla base del progetto nato nel 2005 che ha visto costruirsi in via Tarsia 9, nel cuore di Montesanto, prima la Macelleria e, da tre anni a questa parte, l’adiacente burgeria, gestita gastronomicamente in collaborazione con il griller Venerando Valastro, il mago del barbecue proveniente da Scampia. Il nuovo progetto per La scalzabanda La stessa dedizione, che viene offerta nelle proposte gastronomiche della burgeria, diviene cura e premura per un quartiere come Montesanto, bisognoso di una rivalutazione sociale, essendo uno dei cuori pulsanti della città, in cui è possibile ammirare, ascoltare e assaporare la vera essenza della Napoli popolare. Infatti, D’Ausilio ha costruito un progetto solidale in segno di riconoscenza a quella via che qualche anno fa lo ha accolto: il panino Capitano Raf, un bun contenente un burger di sashi beef, pregiata carne di vacca finlandese, con fondo di cottura: è il nuovo simbolo dell’integrazione sociale. Per ogni panino acquistato dal 22 ottobre al 31 marzo 2020, infatti, tre euro saranno riservati all’acquisto di strumenti musicali da donare a La scalzabanda, l’orchestra del quartiere. Questo progetto, nato nel febbraio del 2012, accoglie oggi 75 musicisti, tra ragazzi e bambini di Montesanto, oltre che extra comunitari e giovani diversamente abili, dalla provenienza socio-economica eterogenea. Il nuovo panino solidale di D’Ausilio: qualità e tradizione Il Capitano Raf ha un sapore semplice e puro come l’iniziativa che rappresenta. E allo stesso modo si presenta il nuovo menù dalle proposte molto varie. Si parte dalle classiche bombette pugliesi, rigorosamente girate a mano durante la cottura, per decisa volontà del griller, accompagnate da patate alla brace cotte con la buccia. Sicuramente da provare è la ricercatezza e la raffinatezza del panino Bicentenario, un burger di porchetta e marchigiana accompagnato da provola di bufala, crema di patate al rosmarino, tappo di sfogliatella riccia e maionese al tartufo. La purezza è riproposta nella tagliata di costata danese, maturata quaranta giorni, condita dal sale di Maldon, cioè sale cristallizzato in leggerissimi fiocchi, che rispettano e sostengono il sapore della carne e che ti stupisce a colpo d’occhio e di naso. Si assapora poi la tradizione con una rivisitazione della tradizione napoletana: ‘O piezzo ‘e carne è un panino con tagliata di Angus, parmigiana di cipolle alla genovese e maionese al pepe nero. Per rendere al meglio questo nuovo progetto, propriamente partenopeo, i piatti sono accompagnati da birre artigianali napoletane del birrificio Kbirr di Fabio Ditto, dalle note piacevolissime. Il progetto D’Ausilio si propone così come un nuovo modello di incontro tra eccellenze imprenditoriali e centro rivalutativo di Montesanto, oltre che come punto di riferimento ottimale per la vendita e il consumo di carne di alta qualità. Fonte immagine: ufficio stampa Laura Gambacorta.

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Recensioni

LA CLASSE di Gabriele Russo al Teatro Bellini

La Bellini Teatro Factory mette in scena dal 15 al 20 ottobre 2019 “LA CLASSE – Ritratto di uno di noi“, diretto da Gabriele Russo su copione di Francesco Ferrara. Si tratta di una rappresentazione metateatrale incentrata sulla descrizione delle vicende del 2011, concernenti l’attentatore norvegese Anders Behring Breivik che il 22 luglio sterminò 77 connazionali. La Factory: un vero lavoro di gruppo La Factory è un progetto dell’Accademia del teatro Bellini che forma, con un percorso triennale attori, registi e drammaturghi. Nasce dalla volontà di scardinare l’elaborazione dello spettacolo teatrale dall’individualità per fare spazio a una dimensione collettiva dell’opera. Proprio questa necessità di dar voce al gruppo diviene il punto di partenza del lavoro di Gabriele Russo: si presentano quattordici studenti, aspiranti attori professionisti, che dibattono riguardo la messa in scena di uno spettacolo inerente l’attentato di Oslo. Sin da subito emergono le controversie riguardo alla rappresentazione di una figura e di un avvenimento così brutale e, al contempo, delicato. Se sia giusto comprendere, giustificare o condannare la follia umana diventa il cardine delle discussioni dei ragazzi-attori che, nonostante le diverse opinioni, sono accomunati dalla vulnerabilità dei vent’anni. La personalità di ognuno di loro tenta in più momenti della rappresentazione di prendere il sopravvento ma viene stroncata, nell’istante della massima tensione, dal richiamo alla realtà teatrale. Alcuni, a tratti, ne restano imprigionati, come schiacciati tra l’imponenza del personaggio che tentano di rappresentare e la difficoltà che questa interpretazione comporta. L’intensità è continuamente attenuata dall’abbattimento della quarta parete che mostra i ragazzi nella loro quotidianità di allievi. Così, le discussioni riguardo l’attentato si alternano a quelle di carattere personale, senza mai sminuire nessuno delle due. L’evoluzione della tensione tra luci ed ombre diretta da Gabriele Russo La messa in scena non è mai banale. L’attenzione spazia tra i vari livelli di discriminazione: comincia dalla paura del rifiuto del singolo individuo, tocca la violenza più vicina a noi, riconosciuta nella Camorra, poi incontra l’ostilità verso l’estraneo, incarnata nella banalità delle controversie calcistiche, fino a giungere al terrorismo nella concezione odierna. Questa evoluzione è accompagnata da un efficace gioco di luci, sostenuto dall’utilizzo delle torce degli smartphone: l’apice dell’azione è espresso dal buio, mentre la luce ritorna insieme alla realtà teatrale. Grande supporto è poi fornito dalla musica, che spazia dalle più importanti melodie classiche, fino al neomelodico e all’heavy metal. Sono affrontati i vari momenti che precedono e seguono l’attentato: la preparazione, l’ultimo abbraccio tra Breivik e sua madre, i tentativi di fuga delle vittime, il processo. La comprensione dello spettatore prosegue, quindi, di pari passo all’elaborazione dello spettacolo. Questo non conduce mai alla fissazione di un ruolo perché gli attori si interscambiano continuamente tra i vari personaggi. Quest’ elaborazione ci permette di interrogarci su quanto sia complesso immedesimarsi in un personaggio così controverso e, contemporaneamente, ci trasporta nella difficile comprensione delle sfaccettature della psicologia umana, senza darci una risposta, mostrandoci i vari punti di vista, trasformando anche noi in attori-personaggi, oltre in che possibili vittime dell’attentato, toccandoci nel profondo della nostra […]

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Teatro

Sweet Swan Sway di Nyko Piscopo: la psicologia della donna al Bellini

Giovedì 10 ottobre, al Piccolo Bellini di Napoli, è andato in scena” Sweet Swan Sway!”, una nuova lettura in chiave contemporanea de Il Lago dei Cigni di Pëtr Il’ič Čajkovskij, rivisitata dal regista e coreografo Nyko Piscopo. Sweet Swan Sway! di Nyko Piscopo: il Lago dei Cigni tra ispirazione e caricatura Elisabetta Violante e Leopoldo Guadagno, l’uomo e la donna, il primo dualismo di questo spettacolo, accolgono il pubblico già in scena, rendendo ancora più avvolgente l’area magica del Piccolo Bellini, quasi un caffè parigino degli anni della Belle Epoque. Sullo sfondo completamente nero, contrastato dalla luce dei vestiti bianchi, ci sono solo condutture dell’acqua, smontate. Comincia sinuosamente la scoperta dell’altro, che diventa tocco, poi presa, poi imposizione. La donna è soggiogata, al punto da perdere percezione della realtà e svenire. Nel lato, intanto, riposa un ammasso di donne, Sibilla Celesia Monica Cristiano, e Roberta Zavino, che nascono, prendono vita, ma sono ancora anatroccoli. Una magnifica interpretazione parodica degli iconici cignetti del balletto, le ragazze stramazzano, si prendono in giro e complottano per conquistare l’unico uomo in scena. Lui dà sfoggio di sé stesso, nelle perfette forme lineari del danzatore, e di controparte i cignetti rispondono nella migliore delle maniere: twerkando! Segue un passo a due, sulla musica originale del balletto, che ne ricalca i movimenti e mostra la donna nella sua natura più vulnerabile che permette all’uomo, ancora una volta, di dominarla. Il cambio di musica determina un cambio di registro: la donna-cigno si mostra, cerca di andare oltre, con gli occhi sicuri, trasformarsi da vittima a dominatrice. Questa costrizione, però, le sta stretta e, ancora una volta, finisce a terra tra le convulsioni e i respiri affannosi. I tre cignetti sono gelosi e decidono di complottare: usano i tubi, fanno gli addominali, si allenano e diventano guerriere, quasi suffragette. Ma la donna-cigno non riesce a prenderne parte, resta chiusa in sé stessa, nella sua forma non definibile. Solo un colpo di scena sarà in grado di cambiare le cose. La costrizione della forma: da cigno a donna Il Lago dei cigni è il più famoso tra i balletti classici e il danzatore-cigno è l’emblema dell’eleganza e della forma. In questa versione è proprio la forma a soffrire della sua stessa condizione: i cigni bianchi non sono più graziosi e raffinati, ma diventano donne-papere che pettegolano, complottano, litigano e, addirittura, ci fanno ridere; le musiche classiche assumono sfumature hip-hop e i movimenti lineari si spezzano completamente. La stessa costrizione del ballerino e del danzatore-cigno si riversa nella mente della donna: la donna-cigno, di volta in volta, interpreta il ruolo a lei assegnato, in linea alla mutevolezza delle cose. Ma ogni forma che investe, ogni pelle che indossa, non è stata scelta da lei, ma impostagli da un uomo, da un gruppo o da una convenzione. Così Nyko Piscopo, con l’aiuto dell’assistente Nicolas Grimaldi Capitello e del collaboratore artistico Francesco Russo, mostra in questo spettacolo il disagio dello stereotipo, della forma definita e dell’aspettativa. Un viaggio che ci trasporta dal mondo […]

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