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Eroica Fenice

Food

Cantina La Barbera: autenticità e contemporaneità

Cantina La Barbera presenta una nuova veste, più leggera e contemporanea. L’omonimo palazzo ottocentesco del Vomero accoglie i clienti di Cantina La Barbera catapultandoli subito in un’atmosfera riservata, intima e serena. Il piccolo giardino segreto è curato nei minimi dettagli, con un suggestivo pergolato in fiore e le lampade da tipica route francese, perfetto per apertivi e cene romantiche o in compagnia. Ubicato in via Morghen 36/A, ti trasporta subito lontano, ancora prima di dar spazio al gusto. Chef Margotti e Ferrucci: Cantina La Barbera tra confronto e collaborazione Proprio l’attenzione al gusto ha spinto i due chef, Igor Margotti e Fabiana Ferrucci, a sviluppare una nuova proposta culinaria. I due si definiscono mente e braccio della cucina e rivelano che la completa collaborazione e il confronto sono il loro ingrediente segreto. Proprio da questo nasce l’idea di alleggerire il menù, anche e soprattutto in relazione alla stagione estiva, con la proposta di piatti freddi, come gli spaghettoni cold alla caprese in 2d e crumble di pane panko al profumo di limone. Di questo piatto la chef Fabiana Ferrucci parla con particolare soddisfazione: proporre un piatto di riciclo saporito fatto con acqua di pomodoro e acqua di mozzarella è l’esempio di un modo progressivo e intelligente di fare cucina. Accanto alle pietanze leggere, compaiono pietanze di mare. Il pesce è una vera novità in un locale storico, nato nel 1999, che ha reso nel tempo la carne e i formaggi il proprio punto di forza. Ritroviamo quindi una tagliatella con pesto di sedano, lampuga al grill e pomodorino nero aromatizzato al Lapsang e una bistecchina di lampuga crudo con scarola alla napoletana. Cocktail menù, la proposta di Francesco Esposito Tra le eccellenze del locale c’è sicuramente la carta dei vini, realizzata dal degustatore e sommelier Ais Steffen Wagner, autore delle frequenti serate di degustazione organizzate nella cantina del ristorante insieme ai produttori di vino. Ma anche sotto questo punto di vista, Cantina La Barbera si rinnova: dalla collaborazione con il bravissimo Francesco Esposito, nasce una proposta contemporanea di cocktail-menù, capace di esaltare e incorniciare le pietanze. Ritroviamo quindi l’”Islakula”, dolce e acido, da accompagnare agli antipasti e “Il conte in cantina”, un Negroni rivisitato con Grand Marnier e Vermouth extra dry, dal sapore corposo, per esaltare i primi e tanti altri ancora. Insieme alla dacquoise e mousse al tiramisù e al semifreddo alla mandorla e frutti di bosco, servito insieme al cocktail “Dalì”, la serata si conclude con parole di speranza, con la chiara volontà di tutto lo staff di esserci e di voler restare, di rinnovarsi insieme ai tempi ma di non perdere la propria autenticità. Addetto stampa: Laura Gambacorta

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Teatro

I dieci peccati capitali: dal TRAM a casa nostra

Il Teatro TRAM di via Port’Alba a Napoli non si ferma. Dal 9 giugno, infatti, ogni martedì e giovedì, metterà in scena un postcast di dieci episodi sul sito e sulla pagina Facebook del TRAM, I dieci peccati capitali. Si tratta del progetto debutto della nuova Compagnia under 30, dedita alla formazione di giovani attori che, interrotta dal lockdown, si è impegnata tramite videoconferenze. I peccati sono tradizionali sono accostati ad altri tre: il consumismo, l’egotismo e il razzismo, quelli propri della nostra società contemporanea. Questo progetto vuole appunto assumere il volto reale della nostra comunità umana, oltre che uno spazio personale di riflessione ed autoanalisi. Tanti i tanti podcast proposti in questo duro periodo, interpretati da attori come Orazio Cerino e Titti Nuzzolese, e tanta la voglia di ripartire. A pochi giorni dalla riapertura ufficiale dei teatri, che il Dpcm di metà maggio fissa nel 15 giugno, godiamoci un piccolo spaccato di teatro dalle poltrone delle nostre case. Qui di seguito, l’intervista a Mirko Di Martino, direttore artistico, che ci ha raccontato dell’idea, delle nuove modalità e delle nuove sensazioni legate a questo progetto. I dieci peccati capitali: intervista a Mirko Di Martino Perché i dieci  peccati capitali? Volevamo realizzare un progetto che potesse coinvolgere tutti i componenti della neonata compagnia under 30 del TRAM. Abbiamo pensato a quali format fossero adatti e permettessero anche di sviluppare un lavoro originale e attuale. I peccati capitali sono piaciuti subito a tutti, così riconoscibili e così aperti a tante possibilità di scrittura, ma c’era il problema che fossero solo sette. Ne abbiamo aggiunti tre, nuovi e contemporanei, scelti da noi, ed eccoci arrivati a dieci. Un altro numero simbolico, ovviamente. E perché modernizzarli? Ogni società, in ogni momento, definisce cosa sia giusto e cosa sbagliato. Abbiamo un’idea rigida del peccato capitale, lo immaginiamo come valido per tutti e al di fuori del tempo, ma non è così. La gola e la lussuria, tanto per citarne due, hanno un significato molto diverso da quello che avevano cinquanta anni fa. Volevamo creare un’opera che parlasse della nostra società, di ciò che siamo oggi, con sincerità e immediatezza. In fondo, si impara molto di più dalle proprie debolezze che dai punti di forza. Parlare di peccati significa parlare di emozioni. Ma le conosciamo davvero? Oggi c’è un abuso delle emozioni, siamo immersi fino a sentirci soffocare, eppure abbiamo smesso di comprenderle: la commozione lacrimevole dei pomeriggi in TV, l’indignazione per le immagini trasmesse dai TG, l’invidia per la felicità altrui che dilaga sui social. Non c’è bisogno di aggiornare i peccati: basta guardarsi intorno. Quanto la mediazione della piattaforma online fa cambiare forma al teatro? Nel nostro caso, trattandosi di un podcast, abbiamo scelto una forma artistica che punta esclusivamente sulla voce e sui suoni. Alcuni elementi sono simili al teatro: la scrittura e l’interpretazione. Ma i meccanismi di ideazione, produzione e fruizione cambiano molto. Il podcast, per noi, è un percorso parallelo, non abbiamo mai pensato né voluto sostituire il teatro dal vivo. […]

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Culturalmente

Scrittori spagnoli: dai mulini di Cervantes al noir di Zafón

La letteratura iberica vanta un grande prestigio, oltre che una varietà di generi ed opere e numerosi scrittori diventati famosi in tutto il mondo. Il primo nome da ricordare è certamente quello di Miguel de Cervantes (1547-1616), conosciuto e apprezzato ovunque per il suo “Don Chisciotte de la Mancia” (El Ingenioso Hidalgo Don Quijote de la Mancha), inserito anche nei programmi scolastici, ritenuto uno dei capolavori della letteratura mondiale. Don Chisciotte, armato di una corazza obsoleta e di uno scudiero fedelissimo, affronterà i mulini a vento, i burattini e le greggi di pecore e ne uscirà sempre sconfitto e umiliato, dando voce alla pazzia, il vero di rifugio di chi rifiuta una realtà intollerabile. Quest’opera è considerata il primo vero romanzo moderno che, con oltre 500 milioni di copie, è il più venduto romanzo della storia. Tra i più rilevanti scrittori spagnoli spiccano una serie di autori vissuti tra il XIX e XX secolo. Mariano José de Larra, uno dei maggiori esponenti del romanticismo spagnolo, è diventato famoso per la sua unica pubblicazione, accostata alla carriera giornalistica, il Doncel di Don Enrique el Doliente, un dramma cavalleresco ambientato durante il regno di Enrique III de Castilla, soprannominato “el dolente” per le sue frequenti malattie. La vita di corte fa da contesto storico a una vicenda immaginaria, quella di un trovatore, Macías, che soffre per un amore sfortunato. Proprio questa caratteristica fa sì che si riconosca in lui l’alter ego di Larra, suicida a soli ventotto anni per i suoi fallimentari amori. Benito Pérez Galdós (1843-1920) è invece considerato tra i più eminenti scrittori spagnoli, secondo solo a Cervantes. Si dedicò al genere drammatico, di natura realista, interpretando l’omonima corrente francese in chiave iberica, arricchendola di riflessioni sulla società. Proprio i suoi frequenti viaggi e la scoperta delle realtà socio-culturali circostanti lo convinceranno a proporre un progetto di rinnovamento attraverso i suoi romanzi: Tormento, Fortunata y Jacinta e Tristana. Miguel de Unamuno y Jugo (1864/1936) fu un altro grande esponente del genere drammatico. Fortemente convinto che la vita fosse, in relazione alla ragione, una lotta eterna e senza vincitore, riconosce come modello ideale la figura di Don Chisciotte, per cui scrive la sua opera più importante, Vida di Don Chisciotte e Sancho. L’eroe appare come espressione dell’idealismo umano, nella sua lotta costante per raggiungere una meta, mai elemento di possesso ma pura utopia. Scrittori spagnoli: uno sguardo alla modernità Nel classificare alcuni tra i più famosi scrittori spagnoli non possono essere scartati nomi più moderni. Manuel Vázquez Montalbán, militante socialista per venti anni incarcerato, è l’inventore del detective privato Pepe Carvalho, un cinico investigatore catalano, protagonista di 18 romanzi e numerosi racconti, a cui Camilleri si ispirerà per il nostrano Montalbano. Appare doveroso concludere citando uno degli autori moderni che ha smosso le classifiche mondiali: Carlos Ruiz Zafón. Nel 2002, lo spagnolo pubblicò L’ombra del vento, ambientato nella Barcellona noir della Guerra civile, un capolavoro che ha registrato ben 8 milioni di vendite in tutto il mondo.   Foto in evidenza: […]

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Culturalmente

Simboli femminili: potenza ed evocazione

I simboli femminili ricercano da sempre di sintetizzare la complessa interiorità del gentil sesso. Conosciamoli meglio assieme. I simboli femminili tentano, da sempre, di sintetizzare l’essenza e l’interiorità delle donne e, nell’evolversi del loro ruolo individuale e sociale, sono sempre stati ottimi mezzi d’espressione . Questa qualità è in realtà propria dei simboli in generale, capaci di produrre un’associazione immediata tra la persona o la cosa a cui si riferisce e l’immagine mentale che ognuno ha di essa. La forza maggiore del simbolo è la sua potenziale abilità di unificare, capace di rendere un’idea condivisa da un gruppo più o meno vasto e riconosciuta socialmente, culturalmente e politicamente. Diventa, allora, elemento fondamentale nei contesti che richiedono una comunicazione immediata: dalle manifestazioni alle pubblicità online. Simboli femminili, ciclicità e sinuosità Sicuramente, il più diffuso ed immediato tra i simboli femminili, per un uso che risale al Rinascimento, è il cerchio con la croce attaccata in basso. Deriva a sua volta dal simbolo astronomico di Venere e sarebbe una stilizzazione dello specchio portatile della dea dell’amore e della bellezza: nell’antichità erano molto diffusi piccoli specchi circolari, dotati di un manico, fatti di metallo levigato. Proviamo ad analizzare e comprendere meglio quelli che sono i più comuni simboli femminili: Simboli femminili: Il cerchio o l’ovale Nei simboli femminili la ciclicità è riconosciuta come elemento caratterizzante della donna. Senza un inizio o una fine, possiede un andamento incessante. Non solo richiama alla circolarità della Madre Terra, la Natura, ma anche al ciclo mestruale e quello ormonale della fertilità o al ventre materno, assumendo così anche il senso di vita e rinascita. Fin dalla Preistoria, le rappresentazioni contemplative delle figure femminili esaltavano le forme tonde della donna, tanto da assumere caratteristiche fortemente sensuali. Simboli femminili: L’onda Questo non è solo un richiamo alla sinuosità femminile ma anche espressione di fluidità, capacità di modellarsi, di scendere a guardare nel fondo e risalire alla luce. Simboli femminili: La spirale Questo simbolo deriva dal cerchio e richiama alla ciclicità, questa volta sviluppata intorno ad un solo nucleo. Tra tutti i simboli femminili è quello che richiama, ancora, all’eterno ritorno: nascita, morte e rinascita, sicuramente ricollegabili alla donna generatrice. La falce di Luna La luna è da sempre simbolo femminile per il parallelismo tra i cicli lunari e quelli mestruali, con l’associazione tra le varie fasi delle due sequenze mensili. In particolare, la falce di Luna è simbolo della nascita, della luce che invade le tenebre, l’esordio della vita contro la morte. I cerchi concentrici I cerchi concentrici si formano dal centro e si allargano verso l’esterno. Indicano quindi l’energia creativa, che si espande e cresce sempre di più, oltre che il riferimento alla molteplicità dell’essenza femminile, ricca di sfaccettature e sfumature. Il fuso circolare Fin dall’antichità questo è il più diretto ed immediato simbolo della vulva, essenza della femminilità, e del corpo di donna in generale. Il triangolo Il triangolo, con la punta rivolta verso il basso, è un altro dei più antichi simboli femminili, con attestazioni che […]

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Culturalmente

Letture erotiche per lasciarsi stuzzicare? Ecco perché si!

Diversamente da come spesso si immagina, la trilogia di E.L. James, Cinquanta sfumature, cominciata nel 2011 e conclusasi nel 2018 a seguito dell’omonima produzione cinematografica, è un piccolo tassello di un più grande e complesso mosaico, quello delle letture erotiche. Le letture erotiche nel mondo antico Era già materia favorita degli antichi Greci che dedicavano all’erotismo sia poesie che riflessioni platoniche, sulla ricerca dell’entusiastico piacere dell’eros, da un lato, e sulla possibilità di viverlo spontaneamente e pienamente proprio grazie a un’attenta comprensione, dall’altro. Il mondo pagano viveva la vita in piena aderenza alla componente erotica, spesso ricollegata alle mitologiche storie d’amore degli Dei, simbolo della fecondità celeste. La materia erotica sarà predominante anche nella produzione latina, continuamente relegata a forme artistiche elevante: il Satyricon di Petronio, le Nugae di Catullo, l’Ars amatoria di Ovidio e le Metamorfosi di Apuleio sono alcuni esempi di opere eccezionali di autori importantissimi. Viene spontaneo citare, pensando alla storia letteraria del nostro Bel Paese, il Decameron di Boccaccio: divertimento ed erotismo sono sempre andati di pari passo ma in quest’opera la sessualità assume nuove funzioni ossia quella di rivendicare nel mondo immaginario erotico la banalità della vita quotidiana e quella di lottare contro la repressione della società per rendere il corpo e il sesso l’esemplificazione di un nuovo modello di vita. Erotismo o pornografia? Con il tempo, però, le letture erotiche sono state man mano sostituite dalla pornografia. Non è semplice riconoscere una linea di confine netta. Siamo mentalmente più abituati a relegare la masturbazione alla pornografia, piuttosto che agli scritti erotici. In particolare, l’autoerotismo femminile legato a una creazione mentale piuttosto che a un’immagine visivamente chiara ha causato l’attribuzione di questo genere letterario al solo pubblico femminile. Appare difficile, poi, comprendere quale forma sia più invogliata a scandalizzare e quale a far conoscere il sesso. Benefici e consigli A prescindere dal fine originale e singolare di ogni opera erotica, dalle nostre preferenze sessuali, dalla nostra apertura mentale, le letture erotiche hanno sicuramente tanti benefici: stimolare la fantasia, comprendere meglio il sesso e le nostre preferenze sessuali, spingerci a provare cose nuove, risvegliare o aumentare il desiderio (spesso sono consigliate letture di coppia), oltre che i restanti benefici psicofisici dovuti alla masturbazione. Ecco, allora, alcuni consigli riguardo alcune interessanti letture erotiche: Lolita – Nabokov “Era amore a prima vista, a ultima vista, a eterna vista”. L’amante di Lady Chatterley – Lawrence “Ed ella sentì come una fiamma di desiderio, sebbene così dolce, e sentì se stessa disciogliersi in quella fiamma. Si abbandonò”. Fanny Hill – John Clealand “Ancora in giovane età, arrivai a godere tutti i vantaggi che scaturiscono dall’amore”. Historie d’O – Dominique Aury “<Prima di partire vorrei farti frustrare> disse <e te lo chiedo, non te lo ordino. Accetti>  Accettò.  <Ti amo>. ripetè lui. Il delta di Venere – Anaϊs Nin “Il sesso deve essere innaffiato di lacrime, di risate, di parole, di promesse, di scenate, di tutte le spezie della paura, di viaggi all’estero, di facce nuove, di romanzi, di racconti, di […]

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Culturalmente

Poesie d’amore per lui: le nostre proposte

Parlare e non capirsi è molto frequente. Spesso per le difficoltà scaturite dall’atto comunicativo stesso, spesso per la complessità di esporre a parole ciò che davvero si pensa e si sente. Dante Alighieri, dopo poco essere asceso al Paradiso, afferma che «Trasumar significar per verba non si poria» (I, 70), proprio per indicare come le parole siano spesso rappresentanti incapaci. Scrivere è sempre stato un mezzo efficace per esprimere la fragilità dell’animo umano, per scavare a fondo nelle emozioni e per comprendere le mille sfaccettature della nostra essenza. Diffondere quelle parole, comunicarle e far si che gli altri possano riconoscersi nelle stesse è ciò che rende universale la scrittura e, in particolare, la poesia, da sempre decantatrice del più puro e complesso dei sentimenti, l’amore. Ecco, così, alcune delle più belle poesie d’amore per lui. Dal frasario di Saffo Sei giunto, finalmente, che impazzivo per te. Un po’ di refrigerio hai portato al mio cuore, che arde di desiderio. Il refrigerio del cuore, che arriva in pochi versi come la rigenerante aria fresca delle serate estive, risolleva dalla sofferenza causata dalla partecipazione erotica intensa di Saffo per le sue allieve. Si parla, infatti, di patologia erotica per intendere a pieno il dolore fisico che le emozioni provocano. Così, contemporaneamente l’amore che invade, rianima e risolleva un cuore rovente. Amo in te, Nazim Hikmet Amo in te l’avventura della nave che va verso il polo amo in te l’audacia dei giocatori delle grandi scoperte amo in te le cose lontane amo in te l’impossibile entro nei tuoi occhi come in un bosco pieno di sole e sudato affamato infuriato ho la passione del cacciatore per mordere nella tua carne. amo in te l’impossibile ma non la disperazione. Questa poesia è pura leggerezza e semplicità, irrigidita bruscamente dalla “disperazione” totale. Forse perché l’amore può davvero trascinarci profondamente in tutte le realtà possibili, tenendo testa a tutti i limiti, ma non può affrontare la chiusura, la passività e l’inazione interiore. Che sia l’amore tutto ciò che esiste, Emily Dickinson Che sia l’amore tutto ciò che esiste È ciò che noi sappiamo dell’amore; E può bastare che il suo peso sia Uguale al solco che lascia nel cuore. Emily Dickinson ci invita, in poche righe, a riflettere: il più decantato e ricercato dei sentimenti è incerto, vulnerabile e doloroso; eppure è così potente da riuscire a invaderci nonostante tutte le sue fragilità. Quando saremo due, Erri de Luca Quando saremo due saremo veglia e sonno affonderemo nella stessa polpa come il dente di latte e il suo secondo, saremo due come sono le acque, le dolci e le salate, come i cieli, del giorno e della notte, due come sono i piedi, gli occhi, i reni, come i tempi del battito i colpi del respiro. Quando saremo due non avremo metà saremo un due che non si può dividere con niente. Quando saremo due, nessuno sarà uno, uno sarà l’uguale di nessuno e l’unità consisterà nel due. Quando saremo due cambierà nome pure l’universo diventerà […]

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Culturalmente

L’eroe romano: la storia di Romolo e di Enea

L’eroe romano, una breve disamina  L’eroe è il protagonista dei miti: né dio né uomo ma un essere la cui caratteristica è data dalla diversità delle condizioni mitiche e dalla funzione fondamentale che gli viene attribuita. Si distingue quindi l’eroe culturale, che fonda istituzioni civili o economiche, l’eroe antenato, che fonda una stirpe o un popolo, e l’eroe eponimo, che qualifica una realtà d’origine geografica. Nella storia della cultura delle civiltà la rilevanza dei miti è fondamentale, sia per quel che riguarda le credenze popolari, sia in relazione alla storiografia e all’annalistica, che li rapporta alla realtà storica. In particolare, svolge un ruolo fondamentale nella cultura italica la mitologia romana, di certa derivazione ellenistica ma con uno sviluppo proprio. L’eroe romano, diversamente da quello greco, non appare come uomo soggetto alle debolezze e alle difficoltà: è completamente dedito all’amor di patria, al coraggio militare, alla semplicità e all’onestà. É, quindi, la personificazione degli aspetti fondanti del mos maiorum, il nucleo della morale tradizionale della civiltà romana. Tutta la tradizione romanza nasce facendo riferimento a due eroi: Romolo e Remo. Figli di Rea Silva e Marte e concepiti per volere divino, appena nati, vennero espulsi da Alba perché nipoti del re Numitore, spodestato dal fratello Amulio. Nel timore che crescendo potessero rivendicare il trono, Amulio ordinò che i gemelli fossero annegati nel fiume Tevere; tuttavia, riuscirono ad evitare la morte ancora una volta, grazie all’intervento divino: dapprima, una lupa li allattò, poi Faustolo, pastore delle greggi di Amulio, e la sua compagna Acca Larenzia accolsero i gemelli e li allevarono. Divenuti adulti, Romolo e Remo uccisero Amulio e, secondo il volere degli déi, fondarono una città proprio sul colle Palatino, nel luogo dove la lupa li aveva trovati e salvati. Fu Romolo a scegliere il nome della città, Roma, e a tracciare il solco che nessuno poteva attraversare armato. Remo, però, invidioso del fratello, decise di varcare il solco con le armi in pugno. Fu così che Romolo uccise il fratello Remo e divenne il primo re dei sette re di Roma. Era il 21 aprile del 753 a.C. Enea, un eroe romano? In realtà, proprio le teorie sulla fondazione di Roma fanno da sfondo alle avventure dei più importanti eroi latini. Enea è sicuramente il più rilevante. Il mito dell’eroe Enea esisteva anche prima del periodo augusteo ma assunse un ruolo fondamentale in quel momento storico, proprio per la necessità di ricavare un collegamento con la cultura e la società greca: così Enea, dopo la sconfitta di Troia, fonderà una nuova città per vendicare il tranello del cavallo e la vittoria degli Achei. Inoltre, di particolare importanza, è la figura di Ascanio Iulio, figlio di Enea e progenitore della gens Iulia, cioè la stirpe originaria di Giulio Cesare e di Ottaviano Augusto. L’Eneide è la storia di una missione voluta dal fato, che renderà possibile la fondazione di Roma e la conseguente salvazione della stessa da parte di Augusto. Enea è il protagonista di questa missione straordinaria, completamente dedito alla […]

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Riflessioni culturali

Fare la guerra ai tempi di internet (e del Co-vid19)

Col Co-vid19 da un giorno all’altro, o quasi, ci siamo ritrovati tutti in una situazione inimmaginabile: una pandemia mondiale (l’ultima risaliva al 1968), che ha stravolto le nostre vite. Ma anche la nostra mente. Siamo tutti costantemente bombardati da notizie di ogni genere che ci allarmano o, al massimo, ci addolciscono la pillola (oggi la situazione è migliore ma si devono aspettare 3 giorni per esserne certi, che poi diventano 4 e poi 5 e così via). Tutti hanno paura di sbilanciarsi e noi abbiamo paura di crederci. Circondati da un milione di fake news anche preoccuparsi o risollevarsi spaventa. Ancora, ascoltare troppo spesso il telegiornale potrebbe renderci isterici ma non ascoltarlo mai potrebbe renderci infantili e disinformati. Contemporaneamente anche portare avanti un’idea diventa complicato: o si inneggia al senso civico, diventando porta bandiera di una guerra alle vie di mezzo, che giustifica ogni tipo di repressione e imposizione, facendo indossare a un paese disunitario la maschera dell’uguaglianza; o si lamentano le difficoltà della reclusione forzata, sfociando nell’illegalità e nell’egoismo puro, percependo prepotentemente la necessità di evadere a tutti i costi. Pretendere il bianco e il nero in un mondo in pieno caos. Diventare un criminale se hai portato il cane a più di 200 metri da casa o sottometterti alla testa ovattata e alla stessa aria opprimente delle tue quattro mura. La scelta d’appartenenza ad una di queste due fazioni implica scontri e dibattiti continui che si uniscono agli spari mediatici. Rifiutarsi di scegliere causa lo stesso problema, con l’aggravante della viltà, della mancata responsabilità nei confronti del proprio stato che, da un giorno all’altro, è tornato ad essere nazione. Aumentano allora i rumori, gli spari e le bombe nella nostra mente. E questa guerra silenziosa, combattuta nei nostri nidi, assume tutte le sembianze di quella vera. Non è in ballo la nostra vita, ma forse la nostra mente si. E nessuno si sofferma a pensare al perché. Nessuno si accorge che questa nuova minaccia ci ha reso tutti uguali perché vulnerabili, spaventanti ma anche e soprattutto instabili, senza distinzione di razza, età e sesso. È divenuta collante generazionale, capace di accomunare figli, genitori e nonni, occupanti del mondo veloce, che di giorno in giorno aumenta la distanza. Ma lo ha fatto nella maniera peggiore possibile. Colpendo la nostra mente e rendendoci fragili psicologicamente. Passare il tempo con la nostra famiglia, sviluppare i rapporti, organizzare una partita a carte o concedersi un gioco da tavola è diventata la più complessa delle azioni. E lo sforzo della convivenza assidua ci consuma come se avessimo i piedi incollati al suolo e una voglia pazzesca di correre. Allora rimpiangiamo la nostra dinamica quotidianità, che fino a poche settimane era il nostro continuo motivo di lamento. Il popolo di internet, tutto il mondo, è stato costretto a rallentare e bloccarsi ed è spaventato perché, non avendo più niente da rincorrere, potrebbe fermarsi a pensare.   Immagine in evidenza: pixabay.com

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Teatro

Capote, questa cosa chiamata amore al Piccolo Bellini

In scena dal 3 all’8 marzo al Piccolo Bellini è in scena Truman Capote, questa cosa chiamata amore con un bravissimo Gianluca Ferrato che, concedendo tutto sé stesso, ridà vita, a cinquant’anni dalla sua prima pubblicazione, al genio di Capote. Capote e le sfaccettature del tutto Truman Capote è di certo uno di più affascinanti e controversi autori di tutta la narrativa statunitense. Nato in un contesto familiare molto difficile, si dimostra fin da subito straordinario: ad 8 anni comincia a scrivere, a 12 possiede le conoscenze letterarie di un adulto ed è miglior amico del futuro Premio Pulitzer Harper Lee, autrice de Il buio oltre la siepe. Tre le sue opere più note c’è sicuramente Colazione da Tiffany, reso eterno dall’interpretazione di Audrey Hepburn in una delle più romantiche storie del grande schermo, e A sangue freddo, di tutt’altra fattura, inauguratore del genere de “il romanzo verità”, come da Capote stesso definito. Ma Truman è stato molto più che un semplice autore. Massimo Sgorbani, attraverso l’interpretazione di uno sfrenato Gianluca Ferrato, ha appunto proposto un’immagine poliedrica di Capote, rappresentato in tutte le sue sfaccettature, in tutte le sue controversie e in tutte le sue fragilità. Ripercorrendo la sua storia concede a chi lo osserva di rivivere i suoi tempi, esasperando il positivo e il negativo, sia del suo vissuto che dell’America – il più potente e sfarzoso stato del mondo – indossando un velo luccicante, tentava di celare le controversie della guerra in Vietnam, il bigottismo, il pregiudizio e la morte di alcuni tra i più importanti uomini della storia. Allo stesso modo, Truman si svela e si riconosce come il giullare di una società falsa ma poi si giustifica e si incorona re indiscusso della festa. Racconta i suoi disagi e le sue sofferenze, dalla voce acuta agli atteggiamenti effemminati, e vanta il lusso e i vizi, come il Black and White Ball lo sballo da alcol e farmaci. Ancora, decanta la sessualità e si dichiara amante delle donne nella maniera più pura, quella priva di contatto. Il rapporto con Perry Smith Tutta la sua frivolezza svanisce nelle parole che regala a Perry Smith, assassino dell’omicidio trattato in A Sangue Freddo. Per quell’uomo controverso, che fa poggiare su un cuscino una delle sue vittime per permettergli di stare più comodo, Truman proverà un affetto inspiegabile, al punto tale da sostenerlo fisicamente nei momenti più difficili. Ammette, così, di riconoscere in Perry una versione incontrollata di sé stesso, la forma possibile che avrebbe potuto assumere se si fosse fatto trascinare dagli eventi e se non avesse amato la scrittura. Riconosce nella sua necessità di essere stridulo per liberarsi dall’imbarazzo, come nel gesto incomprensibile dello sterminio di un’intera famiglia, una sola e pericolosa radice: la solitudine. Così afferma il dovere morale di scendere nelle cose, di andare oltre e urla ad alta voce il bisogno della verità, senza la quale diventeremo qualcosa di molto lontano da ciò che siamo. Capisce allora di aver interpretato sé stesso per tutta la vita e […]

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Food

Opera Restaurant e le nuove esplosioni di sapore

Opera Restaurant, sito in via Simone Martini 2, regala agli ospiti la magia di sentirsi distanti, avvolti da una calda atmosfera che rende labili i confini. Il locale presenta un’impressionante commistione di stili che combaciano alla perfezione: il cocktail bar tipicamente americano, le ampie tende di velluto sulle vetrate da hotel di lusso e un incredibile albero della vita al centro della sala. Il tutto perfettamente incorniciato da un affascinante gioco di specchi, luci e musica che nel fine serata ci trasportano idealmente all’interno di un lounge bar newyorkese. Il locale, aperto quasi da un anno, vive ora di un’impronta rilevante, quella dello Chef Raffaele Campagnola che, dopo aver lavorato come braccio destro dello stellato Gianluca D’Agostino, prende le redini di Opera Restaurant con un nuovo e innovativo menù. La scelta è mirata e studiata: materie prime di alto livello, cotture semplici che ne rispettino la qualità, rispetto dell’ambiente (100% plastic free) e sapori esplosivi. Tutto ciò si basa su una scelta locale, oltre che su una particolare dedizione per i prodotti fatti a mano, come i grissini al burro e il pane bianco ottenuto con il lievito madre. I piatti di Opera Restaurant: ideazione e gusto L’idea dei piatti nasce sicuramente da un’attenta collaborazione e una particolare premura per i prodotti di stagione. La prova del gusto è, però, la detentrice della conferma: protagonista assoluto è il Mediterraneo, con una cura particolare rispetto alla classicità napoletana, avvolta da note orientali e americane. Spiccano l’uovo poché, il carciofo con fonduta di pecorino e pane croccante, i tortelli con genovese (questi ultimi due tra i preferiti dello chef) e la ribs di maiale di Parma con friarielli e crema di patate. Tra le proposte di pesce, invece, risaltano i mezzi paccheri con vongole veraci, lupini e broccoli baresi, gli spaghetti al ragù di seppie con pinoli e cicoria, il baccalà al vapore con cipolle in agrodolce e insalata di rinforzo. Sicuramente la proposta del menù degustazione permette di dare il giusto spazio ad ogni pietanza, oltre che a lasciarsi condurre attraverso un pensiero mirato e studiato. La cucina si dimostra pronta ad adattare la sua impronta personale alle diverse necessità del cliente, adoperandosi velocemente nell’accontentare richieste vegane e celiache, senza rinunciare al gusto. Questo sicuramente grazie ad un importante ed efficace lavoro di squadra che lo chef Campagnola tiene a sottolineare, dimostrando gratitudine per i suoi collaboratori: Daniele Pace e Simone Vicchiariello. Anche i dessert si differenziano per il sapore: la cheesecake rivisitata e il tortino con cioccolato e castagne con ganache di cioccolato bianco sono precedute da una vera esplosione, un mini predessert al frutto della passione che inebria totalmente il palato. I dolci sono poi accompagnati da cocktail particolari e frutta. L’attenzione per il vino, invece, resta centrale: si è scelto di prediligere cantine pregiate ma anche distanti da scelte classiche, per rendere, anche sotto questo punto vista, l’esperienza di Opera Restaurant unica ed esclusiva. Attraverso questo piacevole viaggio tra gusto, musica e atmosfera una cosa arriva diretta: il […]

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Musica

Ospiti Sanremo 2020: chi erano e quali sono stati i migliori?

Gli ospiti Sanremo 2020: un resoconto dell’ultima edizione del festival Febbraio è il mese del Festival di Sanremo. Anche quest’anno, l’evento più importante della canzone italiana ha riscosso successo: in media sono stati 13 milioni e 287 mila gli spettatori. Ottenendo il 57,43% di share, si è raggiunto un nuovo record rispetto alle passate edizioni, dimostrando che la storicità del Festival batte ancora nel 2020 le critiche e le lamentele ad esso inerenti. Merito è sicuramente della coppia Amadeus – Fiorello che mostra complicità e affinità, ricordando di essersi promessi, ben 35 anni prima, che avrebbero condotto insieme il Festival; sicuramente anche dei big, tra i quali qualche vecchio protagonista della canzone italiana, come Irene Grandi e Le Vibrazioni, e qualche nuovo partecipante più inatteso, come Elettra Lamborghini, Rancore e i Pinguini Tattici Nucleari. Ma gran parte dello spettacolo è dato dagli ospiti. La prima serata ha ospitato il cast del film di Gabriele Muccino Gli anni più belli, uscito nelle sale il 13 febbraio, con Pierfrancesco Favino, Kim Rossi Stuart, Micaela Ramazzotti e Claudio Santamaria. Poi Gessica Notaro, Miss Romagna 2007, sfregiata con l’acido dall’ex fidanzato, ha emozionato l’Ariston cantando una canzone di Antonio Maggio e Ermal Meta. Il più atteso momento di questa serata è stato sicuramente il ritorno di Albano e Romina che, oltre a proporre un medley dei loro più famosi classici, hanno presentato la loro nuova canzone, scritta da Cristiano Malgioglio. La seconda serata ha visto la tanto attesa reunion de I Ricchi e Poveri, con la formazione originale composta da Angela Brambati, Angelo Sotgiu, Franco Fatti e Marina Occhiena, poi Zucchero, Gigi D’Alessio e Paolo Palumbo, un ragazzo 19enne che, grazie a un sintetizzatore vocale, è riuscito ad esibirsi nonostante le difficoltà conseguite dalla SLA. La terza sera, quella delle cover e dei duetti, si è divisa tra nazionalità ed internazionalità: da un lato Massimo Ranieri, dall’altro Lewis Capaldi, il cantautore scozzese che in un solo anno è riuscito a raggiungere i primi posti delle classifiche mondiali, e Mika, ormai d’adozione italiana, che ha omaggiato Fabrizio De Andrè con Amore che vieni, amore che vai. Questa serata ha visto il tanto atteso ritorno sulle scene, dopo l’interpretazione al cinema di Geppetto in Pinocchio, del grande Roberto Benigni, che non compariva all’Ariston da ben 9 anni (l’ultima volta si era presentato su a cavallo). Entra scherzando, ricordando i tempi passati e confessa di voler cantare: «Ho cercato la canzone più bella, l’ho trovata. È una specie di cover, la più bella del mondo. È il Cantico dei Cantici che sta nella Bibbia. Non vi spaventate, è la canzone più bella nella storia dell’umanità, di 2400 anni fa». La scelta spiazza tutti e lui la giustifica apertamente: «Dentro al Cantico dei Cantici c’è erotismo, amore fisico, cose forti. […] La protagonista è una donna: molti autorevoli commentatori pensano che l’autrice sia una donna. Pensate, 2400 anni fa, una cosa inaudita. Una donna potrebbe aver scritto il libro più bello e voluttuoso della Bibbia. Dopo anni di buio […]

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Teatro

Al TRAM, In fondo agli occhi dà nuova luce alla cecità

In fondo agli occhi in scena al TRAM sabato 15 e domenica 16 febbraio. Leggi qui la nostra recensione! Sabato 15 e domenica 16 febbraio il teatro TRAM ha presentato lo spettacolo “In fondo agli occhi” della prestigiosa compagnia Berardi Casolari, che vanta la presenza del vincitore del Premio UBU come “Miglior attore” nel 2018 con la regia di César Brie (Promo dello spettacolo). La storia racconta della cecità bipartita tra Tiresia (il cui nome dell’indovino cieco dell’Antigone), ipovedente, inscenato da Gianfranco Berardi, non vedente nella realtà, e Italia, interpretata da Gabriella Casolari, una barista delusa dalla sua vita, amante dell’uomo. L’invalidità di Tiresia-Gianfranco è da subito capovolta: salta, balla e canta, inneggiando allo “spoliticamente scorretto”, invitando il suo pubblico ad approfittare di questa situazione per cedere all’istintività animalesca del giudizio e del disprezzo, vanta tutta la sua fragilità e sventola a testa alta il terzo dito, simbolo della sua autonomia. Deride se stesso per deridere gli altri, tutti quelli che credono di vedere solo perché dotati di occhi. Ma nel mondo attuale, l’universo virtuale, quello costruito sulle impression e sui like, i cechi sono gli unici che ci vedono, capaci di oltrepassare il buio accecante e di camminare a tentoni, con le mani in avanti, senza paura degli spigoli. La malattia non è più in fondo agli occhi. È tutta nelle cose che ci circondano. E così pervade anche Italia-Gabriella, che schiacciata dalla sua storia, dai suoi rapporti e dalla sua posizione, lamenta continuamente di voler scappare ma di non essere in grado di trovare una via d’uscita, incapace di ambire anche solo alla mediocrità. Questa donna in crisi è l’incarnazione del nostro paese, rappresentato in tutta la sua immobilità, decantatore dell’amore vigliacco per la libertà. Così, ancora una volta il teatro TRAM dimostra che sensibilità e attenzione sono alla base del loro progetto: “Il percorso artistico e biografico di Berardi e Casolari rappresenta bene il valore della ricerca teatrale, di quanto sia importante essere se stessi e continuare ad esserlo anche dopo aver raggiunto il successo – commenta Mirko Di Martino, direttore artistico della sala di via Port’Alba -. Il TRAM si muove in questa linea, ospitando le compagnie teatrali con l’identità artistica più coerente. Siamo felici che questo incontro con Berardi e Casolari, a cui abbiamo lavorato a lungo con pazienza e perseveranza, sia stato possibile”. “In fondo agli occhi” è una storia reale, che grida forte e si fa sentire; una storia attuale che evita la retorica ed arriva diretta e con sincerità; è una storia che ci lascia il giusto spazio per riconoscerci, di volta in volta, nei due personaggi e nei loro problemi. Ed è una storia che arriva nella miglior maniera possibile: facendoci ridere e piangere senza delicatezza, ma invadendoci e rendendoci partecipi. Il vero messaggio, l’inno che risuona fino all’ultima scena dello spettacolo è la speranza: non perde la luce chi possiede l’amore e chi, con coraggio, attraversa le proprie invalidità, fisiche e, soprattutto, mentali. Fonte immagine: Ufficio Stampa.

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Food

La pizza Bulgogi di Grumè: la tradizione dai sapori orientali

La pizza Bulgogi di ispirazione coreana è la protagonista del menu di Grumè, in via San Domenico, 65, a Grumo Nevano, che esalta i sapori tradizionali con carne pregiata. A Napoli, come in tutto il resto della Campania, la pizza è sacra. È fatta di sapori, regole e immagini ben precise. Decidere di svincolarla dalla sua fissità, dal suo concetto ben preciso è lavoro arduo e, a tratti pericoloso. Ma il segreto è trasformare una novità in una proposta vincente attraverso la creazione di un’identità precisa, la stessa che ha ricercato Giuseppe Gargiulo, consulente marketing, quando ha dato inizio alla sua collaborazione con Grumè. Si tratta della prima bracepizzeria in Italia che propone una vasta scelta di carne di alta qualità, proveniente da allevamenti di fiducia e, addirittura, scelta grazie alla consulenza di esperti veterinari, in abbinamento alla pizza tradizionale. Quest’ultima non passa certamente in secondo piano e ci tiene a precisarlo Ernesto Cibelli: l’utilizzo di un pre-fermento, oltre a diminuire il picco glicemico, permette all’impasto di restare soffice anche quando la pizza si è ormai raffreddata, senza assumere quella sgradevole consistenza gommosa. Nasce la pizza Bulgogi Grumè Nasce, così, la pizza Bulgogi che prende nome e profumi dalla cucina coreana (bul indica “la carne” e gogi “il fuoco”): dopo essere stata cotta nel forno a legna con latticini e olio extravergine di oliva, è servita al tavolo accanto ad una pietra ollare, a disposizione dei clienti per preparare la carne, da soli o con l’aiuto dei camerieri, secondo il proprio gusto personale. Raggiunta la cottura gradita, si aggiungono gli straccetti sulla pizza e si procede all’assaggio. La carne subisce un precedente processo di marinatura: il manzo è insaporito da una salsa a base di olio di semi di sesamo, salsa di soia, pepe, cipollotto, aglio, miele sale e pepe, mentre al maiale si aggiunge aglio, rosmarino, timo, cipolla e, addirittura, caffè. Ma anche i fritti esaltano la qualità della carne: il crocchè alla brace accosta alla patata la pasta di salame, mentre timballo di tagliolini alla bolognese accentua il gusto del macinato. Non si rinuncia mai ai sapori della nonna, non solo perché ogni pizza passa dalla cucina prima di giungere in sala, per diventare una vera pietanza, ma anche per la proposta irrinunciabile della pizza con il classico ragù partenopeo, accostato alla mozzarella di bufala DOP, esaltato proprio dalla leggerezza dell’impasto. Non mancano ulteriori esempi dell’incontro carne-pizza nel resto del menù. E, così, si giunge al dessert: la tortina magra al cioccolato, un’antica ricetta siciliana, presenta accanto al cioccolato fondente, ai pinoli e all’uva sultanina un trito di filetto rosolato al burro. La proposta del locale, comunque, prevede anche fritti classici e pizze della tradizione, oltre che quelle con baccalà e tonno. I fratelli Angelo e  Crescenzo Rennella e il loro cugino Sandro Giglio, i tre titolari del locale, dimostrano, così, di aver creato un brand differente da ogni altra braceria e pizzeria, che non rinuncia alla qualità di nessun prodotto e di nessun gusto.

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Teatro

Ad occhi chiusi: le inquietanti sfumature della verità al TRAM

Dal 6 al 9 febbraio è in scena al teatro TRAM “Ad occhi chiusi”, scritto e diretto da Luca Pizzurro, in cui Andrea Fiorillo veste i panni di un inquietante criminale. L’allestimento della piccola sala ospitata da un antico palazzo di Port’Alba immerge subito i suoi ospiti nella penombra, filo conduttore di tutto lo spettacolo. La storia alterna luci ed ombre, quelle delle sfumature della vita di Bruno, un siciliano che rimpiange il cielo della sua terra da quando si è trasferito a Roma. Il protagonista, nonché l’unico attore, ci accoglie in pantofole, a casa sua, mentre sorseggia il caffè, svolgendo i rituali mattutini comuni a tutti noi. Poi legge un libro, lavora alle sue fotografie, racconta della sua famiglia, del trasferimento e degli abbondanti pranzi romani della domenica. Da subito presenta sé stesso rivolgendosi al pubblico, come guardandosi allo specchio, cercandosi negli occhi dei suoi spettatori. Così, ci trasporta all’interno della sua mente, tirandoci sempre più a fondo. Parla di un punto di non ritorno, di un confine che, una volta oltrepassato, ti segna per sempre. E ce lo fa vivere tutto, quel momento, perché il suo racconto diventa reale, e Bruno compie nuovamente le sue azioni. È pervaso completamente. Si mette a nudo e svela i suoi segreti: la sua passione irrefrenabile, la sua perversione, l’amore incontinente, prodotti di una repressione mentale che porta alla degenerazione. La vita si svolge “ad occhi chiusi”, in maniera distorta e spaventosa. Quell’uomo comune è in realtà un carnefice che, in questo modo, ci rende testimoni brutali e spettatori inermi e ci offre un punto di vista destabilizzante, che ci tocca nel profondo, come chiunque abbia realmente vissuto un’esperienza del genere. Lo spettacolo è stato ripresentato dieci anni dopo il suo debutto, a testimoniare la sua contemporaneità e la sua necessità di far luce, di urlare e denunciare l’incomprensibilità della violenza. “AD OCCHI CHIUSI risponde perfettamente alla necessità che ho quando scrivo, di trovare una storia che sento il bisogno di raccontare – spiega Luca Pizzurro – e la storia di Bruno, protagonista del mio spettacolo, si riesce a raccontare soltanto se ti abita dentro, o perché l’hai vissuta o perché l’hai conosciuta. Ciò su cui mi sono interrogato in occasione di questo nuovo allestimento è perché ritornare tra le pagine di quel copione dopo dieci anni dal suo debutto. E la risposta è stata semplicemente tragica, perché è una storia, ancora oggi, terribilmente attuale. Una storia ruvida da toccare, difficile da guardare, e che non può lasciare indifferente”. E non lascia indifferente soprattutto l’interpretazione di Andrea Fiorillo, completamente immerso, frustrato dai limiti del suo personaggio, rassicurato dalla sua facciata apparente, che soffre e suda tutte le pene del suo ruolo, con un’interpretazione emozionante, da pelle d’oca. “Ad occhi chiusi”, così, concede di superare il confine e permette a noi, dopo esserci immersi nell’oscurità, di guardare alla luce con occhi diversi. Sergio Siano PH.

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Viaggi e Miraggi

Cosa fare e vedere a Manchester: consigli di viaggio

Cosa fare e vedere a Manchester? Alcuni consigli Manchester è il perfetto connubio tra sviluppo e tradizione, ottima per trascorrere un fine settimana lontano da casa, alla scoperta di luoghi suggestivi e numerosissime attività interattive. Ubicata nella regione sud-orientale del Lancashire sul fiume Irwell, che l’attraversa completamente, Manchester è la seconda città più grande d’Inghilterra. Nasce come un insediamento celtico, rinominato poi dai romani Magna castra, ma attese il XVIII secolo per farsi notare, diventando la più importante città della rivoluzione industriale britannica, in particolare per l’industria tessile e la produzione di cotone. Tutt’oggi, il simbolo della città resta l’ape, la più operosa tra gli animali. Nel XX secolo è stata protagonista dello sviluppo informatico, essendo la città di Alan Turing, uno tra i primi costruttori e programmatori di computer. Proprio a partire dai progressi della città nasce il Science and Industry Museum: una prima parte è dedicata alla produzione tessile, con una dimostrazione pratica che vede rimettere in moto le macchine originali del ‘700; una seconda parte presenta lo sviluppo degli aerei e delle ferrovie, concedendo ai visitatori di guardare da vicino opere meccaniche straordinarie; una terza parte, invece, completamente interattiva, sensibilizza grandi e piccini sui fondamentali principi fisici e scientifici. Cosa fare e vedere a Manchester: cultura e calcio Sul piano culturale, la città presenta innumerevoli biblioteche e strutture universitarie dall’architettura affascinante, che ti trasportano con la mente nei corridoi di Hogwarts o tra le aule studio di Cambridge. In particolare, la John Rylands Library vanta di una costruzione capace di apparire avanzata e sviluppata, ma nel pieno rispetto della sua antica storia. Accoglie, poi, uno dei più rilevanti centri di studi filologici della Bibbia, sia del Nuovo che dell’Antico Testamento, a cui dedica un’esposizione straordinaria che permette di guardare da vicino alcuni tra i più antichi manoscritti biblici. Manchester è sicuramente famosa in tutto il mondo per il calcio. È la patria dei uno dei più importanti derby della Premier League, quello tra United e City, oltre che la città di accoglienza di alcuni dei più famosi calciatori del mondo, come Scholes, Beckham, Rooney e Ronaldo da un lato, e Tevez, Dzeko e Aguero dall’altro. Ma, oltre ai tour dell’Old Trafford e dell’Etihad Stadium, la città dedica al più famoso sport del mondo un particolarissimo museo, il National Football Museum, che, ricco di cimeli e attività interattive, ripercorre la storia del calcio inglese e non solo. La modernità della città si evince anche grazie all’attenzione per le minoranze. Molto forte è la comunità cinese che ha trasformato la China Town in un angolino orientale ricco di ristoranti tipici e pagode, lampade e dragoni. Subito accanto c’è il Gay Village, contornato di bandierine della pace, murales sull’uguaglianza e locali che offrono spettacolari esibizioni di Drag Queen. Contornata dalla romantica vista dei suoi canali, Manchester mostra la vera faccia dell’Inghilterra moderna: senza rinunciare alle villette a schiera dai mattoni rossi, alle cattedrali gotiche anglosassoni e alle costruzioni in pieno stile british, questa città equilibra perfettamente la sua storia con le […]

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Culturalmente

Gita scolastica a Napoli: cosa vedere con gli alunni

Gita scolastica a Napoli? Ecco dove portare gli alunni!  Napoli è una città eterogenea e piena di proposte culturali. Non solo vanta di un particolare territorio che presenta mare, montagne, isole e addirittura, un vulcano, ma anche numerose influenze storico-culturali. Per questo, appare tutt’oggi meta privilegiata per una gita scolastica. Ecco alcuni consigli su cosa vedere. Gita scolastica a Napoli, ecco i nostri consigli. Gita scolastica a Napoli? Prima tappa: Il Museo Cappella Sansevero Nel pieno cuore del centro storico, alle spalle di Piazza San Domenico Maggiore, questa cappella sconsacrata è uno dei migliori esempi di barocco napoletano. È conosciuta in tutto il mondo per ospitare capolavori come Il Cristo velato di Giuseppe Sanmartino, una rappresentazione del Cristo morto ricoperto da un velo marmoreo che si adagia sul suo corpo con la delicatezza della seta, e Il disinganno di Francesco Queirolo, oltre che le macchine anatomiche, due corpi scarnificati che permettono di osservare l’intero sistema circolatorio. Napoli sotterranea Sicuramente, la scelta di visitare la Napoli sotterranea appare tra le più interessanti, in grado di concedere un punto di osservazione completamente differente. La città è infatti attraversata da una fitta rete di cunicoli, acquedotti e gallerie utilizzate dall’uomo nelle diverse fasi storiche. Così, è oggi possibile compiere un viaggio di 2400 anni, a 40 mt di profondità. Si ammireranno i resti di un antico acquedotto greco-romano, dei rifugi antiaerei della Seconda guerra Mondiale e si tornerà in superfice per visitare un particolarissimo “vascio”, ricco di sorprese. Museo Archeologico Nazionale di Napoli (MANN) Non si tratta solo del più importante museo partenopeo ma il MANN vanta un patrimonio di opere d’arte e manufatti che lo pongono tra i più importanti musei archeologici del mondo. I maggiori punti d’interesse riguardano la collezione Farnese, costituita da reperti provenienti da Roma e dintorni, le collezioni pompeiane, con reperti provenienti dall’area vesuviana, e la collezione egizia, il vero fiore all’occhiello, che si colloca solo dopo le collezioni del museo egizio del Cairo e del museo egizio di Torino. Inoltre, il Mann ospita frequentemente mostre temporanee di altissimo valore: tra le più acclamate e visitate del 2019, Canova e l’antico, con famosissime sculture dell’autore provenienti dall’ Ermitage di San Pietroburgo, e il World press photo, la più importante mostra di fotogiornalismo del mondo. Il Parco Vergiliano a Piedigrotta Questo piccolo gioiello, posto a pochi passi dal lungomare di Mergellina, è spesso confuso con il parco Virgiliano di Posillipo. Si tratta, invece, di uno spazio verde che profuma di aria buona e offre una vista mozzafiato e, come se non bastasse, vanta un importante valore culturale: al suo interno, infatti, c’è, secondo la tradizione popolare, il sepolcro del poeta latino Virgilio ed il monumento sepolcrale che contiene le spoglie di Giacomo Leopardi. Città della Scienza SI tratta del primo museo scientifico interattivo italiano, un progetto che ci avvicina ai science centres diffusi in tutto il mondo. Qui viene proposto un nuovo tipo di apprendimento: partendo dal corpo umano e giungendo all’universo, analizzato grazie ad un planetario, i più piccoli […]

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Cinema e Serie tv

Modern Love: tutte le sfumature dell’amore

Amazon Prime Video sfodera una nuova serie tv da un profondo spessore umano, un cast stellato e una storia romantica dai tratti moderni. Si tratta, appunto, di Modern Love, una serie statunitense diretta da John Carney, composta da otto episodi di circa trenta minuti l’uno. Le varie storie narrate sono indipendenti tra di loro e accomunate solo dallo sfondo sempre stupefacente di New York City. Variano fortemente anche nei generi: amori perduti o dal finale incerto, amicizie speciali e passioni ormai mature. Tutti i racconti sono affrontati in maniera lineare e diretta, senza colpi di scena e, soprattutto, senza il tipico tono smielato delle commedie rosa. Le storie si rifanno a una rubrica del New York Times, che di settimana in settimana racconta spezzoni di vite comuni. Così la città diventa anch’essa protagonista: mostra una faccia diversa di volta in volta, allineandosi ai sentimenti dei personaggi, sostenendo ogni loro avventura e confermandosi come lo sfondo perfetto per ogni passione. Il risultato finale appare più che soddisfacente. Il merito è sicuramente dei dialoghi, dal tono colloquiale, ma ricchi di significato, capaci di porci importanti domande sulla vita, ma senza appesantirci o infastidirci. Il cast stellato che questa serie vanta ha fatto il resto: Tina Fey (Mean Girls), Anne Hathaway (Il diavolo veste Prada), Dev Patel (The Millionaire), Cristin Milioti (la Tracy di How I met your mother), Andy Garcia (Il padrino- parte III) e molti altri hanno interpretato alla perfezione il ruolo a loro assegnato, rispettando quella naturalezza che pare circondare tutta la produzione. I vari temi trattati, però, fanno sì che certi episodi appaiano più forti e coinvolgenti di altri. Tra quelli che hanno riscosso più successo c’è sicuramente il terzo, intitolato “Prendimi come sono, chiunque io sia” e interpretato proprio da Anne Hathaway: qui, la storia d’amore tra un uomo e una donna si infittisce di una sensibilità che diventa denuncia di una condizione psichica poco accettata e conosciuta. L’amore passionale diventa, allora, self-love, nel difficile percorso di accettazione che ognuno di noi compie. La stessa profondità vanta l’ultima storia, “La corsa diventa più dolce vicino all’ultimo giro”, che racconta delicatamente la nascita di un rapporto d’amore intorno agli 80 anni, quando la vita ha ormai un sapore maturo ma non ancora stantio. Di puntata in puntata, così, Modern Love tiene forte il filo dell’equilibrio, che non tende né verso un hollywoodiano e banale lieto fine, né verso una drammaticità opposta e quasi scontata. Modern Love centra l’obiettivo, sempre e solo raccontare l’amore, in ogni sua forma, con una lucidità e un realismo che ti fanno venire voglia di conoscerne il seguito, come se anche tu fossi seduto su una panchina di Central Park ad ascoltare un conoscente che si confida.   Foto in evidenza: Locandina serie tv (https://www.cinemagay.it/serie-tv/modern-love/)

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