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Eroica Fenice

Attualità

Il congedo di paternità per l’avanzamento inclusivo

Ci siamo da poco lasciati alle spalle il 19 marzo e la Festa del Papà, sempre consacrata dalle tradizionali zeppole di San Giuseppe, vissuta da ognuno in maniera più o meno sentita. Certamente, però, questa ricorrenza, come tante altre, dovrebbe promuovere dibattiti e riflessioni riguardo temi poco discussi. Tra questi, certamente, il congedo di paternità. Si tratta del diritto di un’astensione dal lavoro, anche non continuativo, in cui si percepisce un’indennità economica, entro i cinque mesi da un parto, un’adozione o un affidamento. Tradizionalmente riconosciuto alla madre, se non in casi estremamente eccezionali, come l’abbandono da parte della stessa del bambino o condizioni inabilitanti di salute, i Paesi Europei avanzano, più o meno velocemente, concedendo diritti anche ai padri. Congedo di paternità: progressi in Italia, ma l’Europa? Alle donne italiane spettano attualmente 5 mesi. Grazie alla Legge di Bilancio e all’intervento della neoministra della Famiglia Elena Bonetti, il congedo di paternità è aumentato da 7 a 10 giorni, riconosciuto come obbligatorio e retribuito del 100%. Un successo importante, certamente, a cui però non si deve erroneamente guardare come un risultato. Basti pensare che nel 2017, i giorni erano 4 e, prima ancora, solo 2. I padri in Spagna usufruiscono di ben 16 settimane di congedo pagate al 100%, esattamente lo stesso periodo di tempo che è concesso alle madri. Stessa scelta per la Finlandia, che parifica la durata dei congedi a 164 giorni e permette ai genitori single di utilizzare entrambe le indennità. Il primato resta alla Svezia, con 240 giorni a genitore, richiedibili in ben 18 mesi. Certamente la gestione dei figli relegata alle donne è il prodotto di complessi precetti culturali, instaurati profondamente nelle società patriarcali e già superati, invece, dai paesi europei più moderni ed attenti alla parità di genere. L’attenzione a provvedimenti di questo tipo, però, potrebbe divenire proprio il mezzo di riduzione del gap di genere, che incoraggerebbe i neopapà ad accudire i propri figli, e a comprendere che uomini e donne hanno stesso diritto e dovere di accudire i propri figli. Inoltre, si porrebbe come intervento decisivo per l’interruzione delle discriminazioni sessuali sul lavoro e la penalizzazione delle madri lavoratrici. Certamente è necessario riequilibrare le discriminazioni sociali che le donne hanno vissuto e vivono fortemente tutt’oggi nella vita sociale e privata, che sfociano in più o meno gravi forme di disparità e violenza, fino al femminicidio. Certamente una società inclusiva ed equilibrata ha l’obbligo di tutelare i diritti di tutti a prescindere dal ruolo tradizionalmente svolto dagli stessi.

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Food

Bommarè a Cercola, a gran voce, porta il mare in cucina

Bommarè: il meglio del mare a tavola Apre a Cercola il ristorante Bommarè, il meglio del mare a tavola. Un nuovo indirizzo per appassionati di crudi e crostacei, di ostriche e tartare. Pescato fresco dal mare nostrum e prodotti di pregio provenienti da mari più lontani come il King Crab e il caviale Beluga. Il locale grida al mare in ogni dettaglio: dalle scelte cromatiche degli interni alle vasche per i crostacei e il banco dei pesci a vista. Il progetto Bommarè è figlio del lavoro e delle esperienze dello chef Vincenzo Esposito, dell’imprenditore Vincenzo Amabile e del direttore Gianluca Carbone. La ricercatezza, i dettagli, la qualità dei prodotti e la passione per il mare sono chiaramente percepibili nell’intervista a Vincenzo Esposito e Vincenzo Amabile. Quanto c’è di innovativo e quanto di tradizionale nei piatti? E in che proporzione equilibra queste due tendenze? Non c’è innovazione senza tradizione. La conoscenza della cucina tradizionale è alla base di tutto, del resto non si può fare innovazione se non si ha ben chiara la cucina delle proprie radici. Io ad esempio ho impresso nella memoria l’odore del ragù della domenica, oppure il ricordo di quando da bambino andavo al porto con mio padre per aspettare i pescherecci che rientravano. Con pochi soldi compravamo il pesci “poveri” che poi nelle mani di mia nonna diventavano piatti indimenticabili, lavorati con maestria, utilizzando marinature e fritture oppure prodotti usati per creare primi piatti eccezionali con spaghetti rigorosamente “sciulatielli”. Oggi nella cucina del Bommarè la filosofia è divisa tra 50 e 50: alla tradizione mi piace aggiungere sempre un tocco di innovazione acquisita mediante esperienze di lavoro pregresse, l’impiego di attrezzature e tecniche moderne oltre che un pizzico di personale estro creativo. Bommarè richiama al mare e al mondo acquatico a gran voce, e la scelta di costruire un’eccellenza specializzata nella cucina di mare dimostra un forte legame con esso. Da cosa nasce questo rapporto speciale? E come lo vive? Ho la fortuna di vivere tra il mare e la bellezza del Vesuvio. Il mare mi trasmette calma, serenità e quando penso a quello che ci offre si attiva un meccanismo di voglia di fare, provare, creare. È parte del mio modo di vivere. Chi ha la fortuna come me di vivere vicino al mare può capire perfettamente quello che provo. Gli interni del locale, firmati da uno studio napoletano, mostrano attenzione ai colori, cura e ricercatezza dei dettagli e giochi di equilibri. Tutto ciò come viene riportato nelle preparazioni e nei piatti? La mia cucina è strettamente interconnessa con il lavoro di interior svolto dallo studio We+Falconio Oranges. Lo si può notare ad esempio nell’attenzione che mettiamo nella ricerca di pescato di alta qualità, nella curare delle intensità cromatiche, Nei piccoli dettagli che fanno la differenza e nel tentativo di trovare sempre una forma di continuità e di rimando tra la presentazione del piatto e il design del locale. (Vincenzo Esposito) Cosa significa aprire un ristorante di alta gamma, con prospettive ambiziose e numerose eccellenze in un […]

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Cinema e Serie tv

Se anche gli Avengers si rifanno a Lucano

Il Bellum Civile, o Pharsalia, da considerarsi per importanza come il secondo poema epico della storia della romanità, preceduto solo dall’Eneide, è prodotto della mano di Marco Anneo Lucano, la cui prima pubblicazione risale al 61 d.C. circa. Captain America: Civil War, sequel di Captain America: The Winter Soldier, è il tredicesimo film del Marvel Cinematic Universe, scritto da Christopher Markus e Stephen McFeely,personaggio fumettistico ideato da Stan Lee, arrivato in Italia il 4 maggio 2016. Nonostante 1955 anni di distanza, un infinito quantitativo di progressi che vanno dall’età Medievale a quella Moderna, svariate Guerre mondiali, genoci e pandemie, un impianto socio-culturale completamente diverso ed il passaggio dalla scrittura alla rappresentazione cinematografica queste due produzioni si somigliano più di quanto è naturale credere. Certamente questo è dovuto alla rilevanza di un autore come Lucano, creatore di uno stile linguistico e, soprattutto, di una prospettiva di analisi storico-letteraria di cui, irrimediabilmente, subiamo le influenze, oltre che della tendenza presente dal giorno zero di reinventare e ricreare su topoi enormi, quali certamente il tema delle guerre interne. La guerra ed i personaggi: Cesare e Pompeo – Captain America e Iron Man Se quelle di Lucano si presentano come “plus quam civilia”, perché combattute tra parenti, ovvero Cesare e Pompeo, tra loro suocero e genero, quelle del mondo Marvel sono invece interne ad un gruppo di individui singolari ed eccezionali, gli Avengers, i Vendicatori, finora accomunati dalla volontà di combattere il male. Lo scontro avverrà tra quelli che diverranno i condottieri delle due fazioni, Iron Man, in vesti umane Tony Stark (Robert Downey Jr.) e Captain America, anche Steve Rogers (Chris Evans), non troppo lontani dai loro corrispettivi latini, Pompeo e Cesare. Se, infatti, Cesare – Captain America appaiono come comandanti decisi, incapaci di scendere a compromessi e certi di non essere sopraffatti, al contrario Pompeo – Iron Man si presentano più docili e concilianti, speranzosi di evitare uno scontro, psicologicamente più complessi e più coinvolti. In entrambi i casi, la vera minaccia si sviluppa all’interno delle fazioni: quando Cesare, superando il Rubicone, comincia la terribile avanzata verso Roma, incapace di sottostare al potere di ben due padroni e quando Captain America, rifiutando di firmare gli accordi di Sokovia, che approvavano il monitoraggio delle missioni dei supereroi da parte di un ente governativo, dichiara di essere in contrasto con Tony, da sempre figura di riferimento per le scelte degli Avengers. Ancora possiamo riconoscere una correlazione tra le figure intermedie: Giulia, moglie di Pompeo e figlia di Cesare, morta prematuramente, e da viva capace di “congiungere le mani armate”; Vedova Nera, il cui vero nome è Natasha Romanoff (Scarlett Johansson), con la testa dalla parte di Tony, ma con il cuore dalla parte di Steve. Certamente, però, le storie si concludono in maniera opposta, in quanto negli Avengers questo scontro non causerà una frattura tale da determinare la distruzione totale di una delle due parti, anche se vi si avvicinerà molto nello scontro conclusivo. Questo piccolo esperimento di comparazione potrebbe essere protratto ed allargato. […]

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Culturalmente

Prossemica: quanto possiamo stare vicini?

La prossemica è un sistema di contatto, che concerne la percezione, l’organizzazione e l’uso dello spazio, della distanza e del territorio nei confronti degli altri. Interessa la semiologia e la psicologia del linguaggio e nasce dagli studi di Edward Hall. Partendo da studi effettuati su soggetti nordamericani, Hall ha suddiviso lo spazio in quattro distanze interpersonali, relative alla distanza che la persona pone tra sé e gli altri, da quella più personale a quella più formale. Distinguiamo quattro diverse zone: –Zona intima (fra 0 e 0.5 m circa): è la distanza delle relazioni intime. Ci si può toccare, sentire l’odore del partner, parlare sottovoce. –Zona personale (fra 0.5 e 1m circa): è l’area invisibile che circonda in maniera costante il nostro corpo e la cui distanza varia da interazione a interazione. È possibile toccare l’altro, vederlo in modo distinto, ma non sentirne l’odore. –Zona sociale (fra 1 e circa 4 m): è la distanza per le interazioni meno personali; è il territorio in cui l’individuo sente di avere libertà di movimento in maniera regolare e abituale. –Zona pubblica (oltre i 4 m): è la distanza ottenuta in situazioni pubbliche ufficiali che comporta un’enfatizzazione dei movimenti e una intensità elevata della voce. Come tutti i linguaggi, la prossemica varia per individuo e luogo. Infatti, radicata nella cultura di ognuno di noi, c’è l’abitudine di stare più o meno a contatto: le popolazioni europee, asiatiche e indiane sono caratterizzate da una cultura della distanza, mentre le popolazioni arabe, sudamericane e latine sono caratterizzate da una cultura della vicinanza. Prossemica e aptica Accanto alla prossemica, si pone il sistema aptico: l’aptica concerne le azioni di contatto corporeo nei confronti di altri. Si tratta di uno dei bisogni fondamentali della specie umana, al pari delle altre specie animali. Nei primati non umani una considerevole quantità di tempo è trascorsa nell’attività di grooming, l’azione di cura e la toilettatura reciproca del pelo, che comporta un prolungato contatto fisico e che mantiene relazioni di affiliazione, dominanza e sottomissione. Particolarmente rivelante è questo sistema nei neonati che comunicano principalmente attraverso comunicazione tattile, sia per esigenze biologiche, come l’allattamento, che psicologiche, come il bisogno di rassicurazione. Nell’aptica si è soliti distinguere: – sequenze di contatto reciproco: formate da due o più azioni di contatto compiute in modo reciproco nel corso della medesima interazione. Questa ripetizione comporta una funzione di supporto affettivo all’interno di una relazione di parità – contatto individuale: è unidirezionale ed è rivolto da un soggetto ad un altro. Comprendere adeguatamente questi sistemi è fondamentale al pari di conoscere una lingua: affinché la comunicazione sia efficace è necessario fare attenzione ai segnali non verbali che l’interlocutore invia (segnali di allontanamento/avvicinamento) e porsi ad una distanza relazionale che l’altro desidera venga mantenuta. In questa maniera, sarà possibile rispettarsi e non ferirsi, senza impelagarsi nel dilemma del porcospino. Immagine in evidenza: Pixabay

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Eventi/Mostre/Convegni

Napoli suona ancora:la napoletanità in progetto online

Napoli suona ancora è Il grande progetto sulla Musica ideato da Arealive e sostenuto dall’Assessorato alla Cultura e al Turismo del Comune di Napoli. Attraverso performance online, Napoli suona ancora fonderà due delle iconografiche caratteristiche della nostra città: la bellezza sempre sorprendente di luoghi e siti ormai famosi e l’inimitabile musica napoletana. Inaugurato nel weekend passato da una clip di Francesco Di Bella, ogni giorno con performance alle 14.00 e alle 18.00, Napoli suona ancora presenterà spettacoli musicali realizzati al PAN|Palazzo delle Arti di Napoli, occasionalmente trasformato in una sala concerti. Sarà possibile goderne attraverso le pagine social dell’Assessorato, del progetto e dai canali Youtube dedicati. Marco Zurzolo, Dario Sansone, Maldestro, Roberto Colella, Ebbanesis, Fiorenza Calogero, Flo, Maurizio Capone, Fede ‘n’ Marlen e Gianni Lamagna sono solo alcuni dei nomi che hanno aderito a questo grande progetto che ci permetterà di spaziare tra i generi, che vanno dal jazz al rock, al cantautorato alla musica popolare, e di lasciarci respirare, attraverso suggestive riprese, l’aria di Napoli. Dal 20 gennaio alle performance artistiche registrate si aggiungeranno delle “cartoline digitali”, realizzate in esterno nei più bei luoghi partenopei, con l’intento di promuovere turisticamente il nostro patrimonio culturale e musicale. Ripercorreremo gli stretti vicoli della città fino a giungere al Palazzo dello Spagnolo, passando per la Chiesa della Sanità e il Chiostro di San Domenico percorrendo via Filangieri e, attraversando i cavalli di Piazza Plebiscito, raggiungeremo la collina del Vomero nel Piazzale di San Martino. Senza dimenticarci, ovviamente, del nostro prezioso mare, ripreso da Castel dell’Ovo. Per concedere a un così bel progetto un meritato finale, a fine mese verrà mandato in onda uno show radio-televisivo a cura di CRC, media partner ufficiale, dal titolo “Frequency speciale Napoli suona ancora“, trasmettendo il 30 gennaio i dj-set registrati dalla terrazza del Maschio Angioino e, nella serata di domenica 31, andrà in diretta televisiva un programma creato ad hoc con tanti ospiti ed esibizioni. La città, la musica e molti dei suoi illustri interpreti saranno una boccata d’aria fresca per tutti gli amanti di Napoli e non solo, per un settore gravemente penalizzato, simboleggiando la volontà intrinsecamente napoletana di non lasciarsi mai schiacciare dalle difficoltà. Immagine in evidenza: ufficio stampa

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Attualità

Mario Paciolla: il coraggio che merita la verità

Mario Paciolla era un giovane napoletano che lavorava per la pace. E lo voleva così tanto che questo suo desiderio gli ha fatto perdere la vita, il 15 luglio 2020, in una maniera articolata e misteriosa, banalmente archiviata come “suicidio per impiccagione”. Aveva 33 anni ed era in Colombia per conto delle Nazioni Unite, inviato per assicurare il rispetto degli accordi di pace tra il Governo colombiano e gli ex guerriglieri FARC, stipulati nel 2016 dopo 40 anni di scontri, in realtà mai completamente conclusesi. Infatti, il caso Paciolla si colloca in una ben più profonda rete di atti intimidatori, attuati dai gruppi armati che si contendono da decenni il controllo della regione di Caquetá, nella Colombia sudorientale, territorio particolarmente ambito dalle mafie locali per interessi che riguardano la produzione e l’esportazione di cocaina, la deforestazione massiva e le licenze petrolifere. Mario si occupava anche di incontri con le autorità locali, della stesura dei report della Missione, oltre che di un bellissimo progetto di riconversione: il fiume Caguán, utilizzato in passato dai trafficanti di droga per il trasporto di cocaina, grazie a “Remando por la Paz – Rafting for Peace”, è divenuto luogo di allenamento e simbolo della Nazionale colombiana di Rafting che, ai Mondiali in Australia, ha partecipato con cinque ex guerriglieri e tre contadini di San Vicente del Caguán. Il confine tra riconoscenza e ingratitudine in luoghi così culturalmente fragili e con equilibri quasi inesistesti è sottilissimo. Il 29 agosto 2019, l’esercito colombiano effettua un bombardamento sul centro di comando di RogelioBolivar Cordova, detto El Cucho, il comandante di una delle fazioni di dissidenti delle Farc, volenteroso di interrompere il processo di disarmo e smobilitazione decretato dagli accordi di pace. Paciolla era stato incaricato di stilare un rapporto sulla vicenda in cui avevano perso la vita ben sette minorenni. Proprio questo documento viene utilizzato impropriamente  poco dopo dal senatore Barreras per denunciare pubblicamente il fatto che Botero, ministro della difesa, aveva tenuto nascosta all’opinione pubblica la morte dei minorenni, causando le dimissioni dello stesso. Allora Mario comincia a sentirsi in pericolo: il suo rapporto, contenente il suo nome e cognome, che doveva rimanere riservato, era stato utilizzato per un attacco politico di enorme portata. Decide di chiedere il trasferimento, di essere aiutato, ma l’ONU lo ignora. Ne parla con la madre, con gli amici, con la fidanzata. Rivela di avere paura ed esprime il suo ultimo desiderio: bagnarsi nel mare di Napoli per non sentirsi più sporco. Mario acquista un biglietto di ritorno, ma la notte prima di partire, la sua vita finisce. Tante sono le ragioni che portano a scartare l’ipotesi di suicidio. Non entriamo in merito, ma vogliamo sottolineare certi aspetti improtanti, per cui vale la pena sapere di Mario e della sua vita. Grazie al video introduttivo gentilmente inviato dai genitori di Paciolla, al racconto di alcuni studenti che hanno inquadrato il contesto della cooperazione colombiana e l’esperienza di Mario stesso e grazie anche alla preziosa memoria dei suoi amici (impegnati nel comitato “In memoria […]

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Cinema e Serie tv

Film sullo sport: F1, Tennis, Atletica, Wrestling e Football

Film sullo sport, dal tennis all’atletica leggera. Lo sport è parte integrante della nostra vita e di molte importanti trame cinematografiche. Ecco alcuni tra i migliori film sullo sport. Film sullo sport: le nostre proposte Formula 1 – Rush È la più celebre tra le storie delle quattro ruote, la più aspra e affascinante lotta tra piloti: Niki Lauda contro James Hunt. Questi due personaggi sono opposti e complementari: il primo è metodico, serio, così concentrato da occuparsi praticamente delle proprie vetture; il secondo è disorganizzato, una vera rockstar, che vive del brivido della corsa pericolosa. Sono proprio i personaggi a rendere affascinante questo film anche per i non appassionati di Formula 1, riportandoci a una storia passata ormai scomparsa in cui i piloti valevano più di qualsiasi sponsor. Tennis – Borg McEnroe Anche in questo caso, il film mette in scena la rivalità tra due grandi sportivi: Björn Borg contro John McEnroe, Svezia vs Stati Uniti. Al centro della storia è la leggendaria finale di Wimbledon 1980 dove per la prima volta questi due tennisti si trovavano uno contro l’altro: Borg, all’apice della sua carriera, cerca la sua quinta vittoria consecutiva sul campo inglese. McEnroe era la stella nascente del tennis mondiale. Ciò che rende speciale questo film, molto dettagliato nella narrazione reale dei fatti, è l’attenzione alla psicologia e alla personalità dei personaggi, che porta alla luce quegli aspetti che appaiono sempre secondari nell’immagine dei grandi campioni. Atletica – Race: il colore della vittoria Questa volta si tratta di una biografia: quella di Jesse Owens, velocista e lunghista afroamericano. Ripercorriamo la sua vita, tutta lavoro e sport, stravolta dall’arrivo dell’allenatore Larry Snyder, che lo sottoporrà a un faticosissimo programma di allenamenti. Tutti i sacrifici di Owens saranno magistralmente ricompensati: vincitore di quattro ori alle Olimpiadi del 1936 di Berlino, premiato sotto gli occhi di un severo Hitler, dopo aver rifiutato di compiere il saluto nazista, Jesse Owens scriverà una storia indimenticabile. Wrestling – The wrestler Il protagonista di questa pellicola è Randy “The Ram” Robinson, un campione degli anni ’80 ormai lontano dall’affascinante mondo del wrestling americano, paragonabile a quello dei grandi attori o delle rockstar, con vizi, sfizi ed eccessi. Al centro della storia, a tratti più o meno tragica, spicca fortemente la passione per lo sport, la dedizione per la propria fatica, la dimensione familiare di un pubblico che sta a guardare, il senso di rivalsa su un ring su cui si prendono botte meno dolorose di quelle inflitte dalla vita. Football – Altra sporca ultima meta Si tratta di un remake di un classico degli anni ’70, “Quella sporca ultima meta”. La storia racconta di Paul Crewe, un ex giocatore di football che, finito in galera, assume l’incarico di allenatore della squadra dei detenuti che dovranno sfidare, in uno scontro con un’importante carica morale, i secondini. Ciò che risulta interessante è come questo film si ponga a metà tra la parodia tipicamente americana, con i ragazzi pon-pon a fare il tifo, e la storia di […]

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Cinema e Serie tv

The Crown 4: tra femminismo e favole moderne

La quarta stagione di The Crown, grande successo della produzione Netlfix, in queste ultime settimane secondo solo a La regina degli scacchi, è in onda dal 15 novembre. Una prospettiva tutta femminile: Margaret, Diana, Elisabetta La serie è conosciuta, la storia della famiglia reale anche. Questa stagione però era più attesa del solito. Sicuramente perché propone un nuovo punto di vista, una prospettiva tutta al femminile; poi perché ha come protagoniste alcune delle più apprezzate figure della storia contemporanea, non solo anglosassone, Margaret Thatcher e Lady Diana; infine, non per importanza, per lo spessore delle varie interpreti: le già presentate ma mai noiose Olivia Colman e Helena Bonham Carter e le nuove arrivate Gillian Anderson e Emma Corrin. Incredibilmente affascinante è, ancora, la diversità di tutte queste donne. La Thatcher è una donna che si diverte lavorando tanto da non riuscire a godersi le vacanze, così rigida da non saper giocare con gli altri e da creare disagio in chi ne è capace. Ma è fiera delle sue origini, dedita al dovere e capace di tener testa alla moltitudine di uomini saccenti di cui era circondata. Nel vertice opposto c’è Diana. Porta solo scarpe comode, si diverte e sa far divertire, piace a tutti perché sa metterli a proprio agio, corre con i pattini per i corridoi di Buckingham Palace. Ma vive in una gabbia di vetro che esalta tutte le sue fragilità psicologiche e fisiche, esasperate da una sola cosa: la solitudine. È infatti incapace di tener testa agli uomini e alle donne che la circondano, al sistema che la spinge a tenere la testa bassa e ad accettare il non-amore di un uomo che non ha mai nascosto di non volerla. Nel centro esatto, l’equilibrio perfetto della regina Elisabetta II, agevolata da una posizione meno pratica, ma mai scomposta nonostante le consistenti difficoltà di questo periodo: nelle due decadi, Settanta e Ottanta, la crisi estera, legata alla celebre Guerra delle Falkland e ai conflitti interni al Commonwealth, si intreccia alle minacce interne, come le divergenze con il Primo ministro, le rivolte popolari e la diffusissima disoccupazione, che culmina con l’intrusione di Michael Fagan (9 luglio 1982) a Buckingham Palace. Con un fare così calmo da apparire immobile, Elisabetta II resta stabile e forte, sempre convinta che “i paesi e le persone si rialzano da sole perché devono”. The Crown 4. Carlo e Lady D, la preferita tra le favole moderne A percepirsi fortemente è poi l’immancabile senso di dovere che pare far sopravvivere la monarchia. Carlo è tartassato dalle sue responsabilità, anche quando richiede più tempo, anche quando si chiede cosa sia davvero l’amore, anche quando piange d’infelicità. Ma nessuno sembra disposto a scendere a compromessi perché “l’integrità dei matrimoni reali è l’integrità della monarchia” e mai nessuno ha costruito una storia d’amore così popolare quanto quella di Carlo e Diana. La vera essenza della favola si nasconde in ciò che è celato alle spalle dei felici e contenti. In quella favola, i momenti di gioia presentati sono […]

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Cinema e Serie tv

Luca Guadagnino e il teen drama moderno: WAWWA

We are who we are è la nuova serie di Luca Guadagnino, nonché la sua prima prova sul piccolo schermo dopo l’enorme successo di Chiamami col tuo nome. Cominciata il 9 settembre e da poco conclusa, è una miniserie di 8 puntate, prodotta da HBO e Sky, che vanta tra gli sceneggiatori Francesca Manieri, Sean Conway e Paolo Giordano, autore de La solitudine dei numeri primi. L’Italia e il “microcosmo” di Chioggia Quello che Luca Guadagnino ci presenta è un teen drama di livello, arricchito da sviluppi complessi, moderni e all’avanguardia che lo rendono interessante per tutti. Ma, certamente, parla di giovani. Racconta infatti la vita di Fraser (Jack Dylan Grazer), giunto in Italia perché una delle sue madri è stata promossa a Colonello in una base militare americana in Veneto. Il ragazzo irrompe a Chioggia con i suoi vestiti stravaganti, la sua personalità irrequieta e lunatica e un modo tutto personale di percepire le cose. Proprio questo suo essere stridulo entra in contrasto con il microcosmo della base, omologato ed ordinato, che assume spesso i tratti di un luogo di vacanze e di una realtà sospesa e atemporale. Questa eccentricità attrae la figlia perfetta di un retrogrado graduato repubblicano, Caitlin (Jordan Kristine Seamón), che proprio grazie a Fraser comincerà a conoscersi, a capirsi e a mettersi in discussione, cullata costantemente dall’immensa comprensione del ragazzo. We are who we are di Luca Guadagnino: l’adolescenza in tutte le sue dicotomie Ed è così che irrompono le più attuali dinamiche adolescenziali: dal sesso alla musica, dalla droga alla religione, dalle questioni di genere ai contrasti familiari. Alle loro spalle, con dinamiche più o meno invasive, c’è la guerra, lontana ma onnipresente, intrinseca di responsabilità ma anche il più divertente tra i giochi. I ragazzi, insieme al loro gruppo di amici, sembrano vivere perfettamente all’interno di numerose dicotomie, la maturità e l’infantilismo, il matrimonio e i giochi da ragazzini, l’Italia, presentata con immagini meravigliose, e un’America patriotticamente sfrenata, su cui risuonano i discorsi elettorali di Trump non ancora presidente. Come riportato sulle pagine di Vogue, Alice Braga, che interpreta la compagna della madre di Fraser, ha voluto sottolineare, l’importanza di una serie così in questo momento storico. “Mi sono subito entusiasmata per il progetto, nato dalla volontà precisa di portare sugli schermi una storia che tratta i temi dell’identità sessuale fluida degli adolescenti, in modo veramente inconsueto”. “Siamo personaggi che non si vedono spesso in Tv”, ha voluto aggiungere Faith Alabi, che interpreta la mamma di Caitlin. E il valore aggiunto di questa storia sta nella capacità di una ragazza di seguire davvero il suo cuore. Non sempre è facile”. Ancora una volta, Guadagnino dimostra la sua abilità di attraversare le singole sensibilità, di trattare gli stati d’animo, le interazioni più complesse, aderendo agli aspetta più profondi del comportamento adolescenziale, senza mai rinunciare alle meravigliose immagini che ci offre. Fonte immagine: Facebook (Pagina italiana di We are who we are)

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Attualità

Cenando sotto un cielo diverso: la beneficenza si nutre di emozioni

La bellissima cornice di Villa Imperiale ha ospitato la rassegna stampa di “Cenando sotto un cielo diverso”, che si svolgerà martedì 29 settembre a Villa Alma Plena, Caserta. Alfonsina Longobardi, psicologa, sommelier ed esperta di food & beverage, è la madre appassionata di questo progetto, ideatrice e organizzatrice dell’evento, giunto alla dodicesima edizione. Questa è la più grande fin ora realizzata: 140 banchi di partecipanti, contro i 13 della prima edizione, tenuta al Castello di Lettere. L’evento di beneficenza ha l’obiettivo di raccogliere fondi per la costruzione di un laboratorio ludico-didattico per malati schizofrenici (finalità storica della kermesse) e per l’acquisto di giocattoli da distribuire durante il periodo natalizio ai bambini ricoverati nel reparto di nefrologia dell’ospedale Santobono Pausilipon. Il Buono dopo la tempesta: ripartire con le emozioni Il claim di questa edizione è “Il Buono dopo la tempesta“, ovviamente quella del Covid-19 e di tutte le sue conseguenze. Così, questo progetto, con tutta la sua voglia di promuovere innanzitutto le emozioni, assume in quest’edizione un senso ancora più importante: ricercare un senso di rinascita per un nuovo inizio, soprattutto per un settore, quello enogastronomico, che ha tanto sofferto e ancora soffre delle restrizioni, fondando il tutto su un senso di coesione, una rete collaborativa che permetta di sostenersi a vicenda. Diviene quindi aiutare e ad aiutarsi, in nome della semplicità e della voglia di dare. Coinvolge, allora, cuochi, pizzaioli, pasticceri, produttori del territorio campano e non, aziende, personaggi del mondo dello spettacolo e migliaia di persone che intervengono all’iniziativa per far del bene e mangiare bene. Anche se in luoghi meravigliosi, alla presenza di grandi chef (stellati e non) e grandi eccellenze, “Cenando sotto un cielo diverso” si trasforma in una grande cena familiare, in cui il senso di casa non passa mai in secondo piano. Cenando sotto un cielo diverso come promozione territoriale Come se il senso di solidarietà e la capacità di mettere in comunicazioni diverse personalità non fosse sufficiente, l’evento si pone un terzo obiettivo: diventare promotore del territorio. Basandosi sull’idea di dare il giusto valore al cibo, di salvaguardare la biodiversità e i prodotti buoni, di continuare a tener alto il nome della Campania felix, “Cenando sotto un cielo diverso” ricerca il contatto con la natura, particolarmente rilevante nel post-Covid, sia nella selezione dei luoghi scelti per ospitare l’evento, come la bellissima Villa Alma Plena selezionata per quest’edizione, sia nella promozione di vini e vitigni autoctoni, che diventano mezzo di conoscenza territoriale, e di tante piccole realtà di educazione e sostegno ambientalista. Quello che contraddistingue questo evento è il suo essere genuino e la sua grande componente amicale, che si percepisce chiaramente tra i discorsi, i sorrisi e l’incoraggiamento di tutti quelli intervenuti in conferenza. Il calore della famiglia di “Cenando sotto un cielo stellato” ti invita dolcemente a essere partecipe di qualcosa di importante e di bello. Sono intervenuti in conferenza stampa: – Alfonsina Longobardi, ideatrice ed organizzatrice dell’evento; – Maria Consiglia Izzo, ufficio stampa dell’evento (con Grazia Guarino, XY Agency); – Ciro Torlo, modello […]

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Culturalmente

Il nuovo numero di Aura: ‘il saggio è una biblioteca’

È finalmente online il secondo numero di Aura, rivista trimestrale di saggistica umanistica, ideata da Nicola De Rosa con la collaborazione di Sara Gemma. Aura è un opificio orizzontale di scrittura saggistica, in cui gli autori trovano uno spazio per dar voce al proprio interesse in campo letterario e filosofico e si confrontano con compagni di viaggio, ampliando la loro conoscenza degli strumenti della forma-saggio. Aura dà voce a entità come le opere d’arte e i prodotti culturali, che più rischiano la malaugurata riduzione a “cose” di consumo della bulimica società digitale. Aura è un momento di sospensione, di rischiaramento che precede la creazione artistica, ma anche di scardinamento delle certezze circostanti che spesso portano ad una realtà fissa e senza dialettica. In omaggio a questa seconda pubblicazione, abbiamo incontrato gli artefici del progetto di Aura: Nicola De Rosa, laureato in Discipline musicali presso il Conservatorio di Musica “San Pietro a Majella” di Napoli e ora iscritto alla facoltà di Lettere moderne della “Federico II”, e Sara Gemma, attualmente impegnata nella magistrale in Filologia moderna presso l’Ateneo federiciano e da poco ritornata da un soggiorno semestrale presso l’Université de Lorraine di Nancy. Perché Aura? L’aura è una categoria benjaminiana, diciamo che è la componente spirituale dell’opera d’arte. Oggi, nell’epoca della riproducibilità digitale, ci si chiede se l’aura possa animare ancora l’opera d’arte, se si sia dissolta in altre forme, o se abbia abbandonato il campo artistico, della poiesis del per sempre. Come e quando nasce il progetto? Aura è nata da una constatazione: la scrittura saggistica appare trascurata nell’ambito della didattica accademica europea, in cui oggi si scrive o troppo e male o troppo poco. Concretamente, poi, Aura si è realizzata nei mesi in cui, in stato pandemico, il mondo si è praticamente disconnesso dalla realtà per dedicarsi completamente alla virtualità. Sorgeva spontaneo il bisogno di un punto centripeto, la necessità di un riferimento solido all’interno di quella virtualità il più delle volte centrifuga e senza punti di concentrazione. A seguito di questa premessa, come guardate al digitale? L’ambizione di Aura è di porsi nei confronti del digitale con uno sguardo eretico: guardare a una rete di comunicazione che ci appare immateriale, leggera e veloce, comprendendone invece il carico di opportunità e di rischio, affinché venga utilizzata per veicolare dal suo interno un’idea a lei contraria: che la complessità del reale e quindi anche delle manifestazioni artistiche richiedono ben più di un click, che la conoscenza può essere divulgata attraverso il mezzo digitale, ma non delegata a esso, fino ad arrivare a un circolo vizioso che ha come fine la de-responsabilizzazione dell’individuo stesso. Perché scegliere il saggio come genere di divulgazione? Il saggio fa interagire il lettore con l’io dell’autore, col suo bagaglio di conoscenze e di insicurezze. Quando l’autore fornisce delle coordinate testuali in una semplice nota a piè di pagina, è come se il lettore entrasse nella sua officina, rivivendo il momento di selezione, ricerca ed elaborazione di tutti i testi che risorgono all’interno di quello finale. Si […]

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Musica

All that’s jazz al Torchio: un viaggio lontano e potente

Sabato 12 settembre, alle ore 20.00, il Teatro Cerca Casa e l’Associazione Il Torchio hanno presentato a Somma Vesuviana “All that’s jazz – Un viaggio musicale”, un concerto-spettacolo ideato e interpretato da Maria Rosaria De Medici, accompagnata dal pianoforte di Mariella Pandolfi e dal contrabbasso di Massimo Mercogliano. Lo Spazio Torchio si presenta subito come un posto speciale: alle pendici del Vesuvio, illuminato da candele e lampadine, ricco di vino locale e di tanta familiarità. L’accoglienza è in piena linea con il principio cardine del Teatro Cerca Casa che si prefissa il compito di lavorare completamente a favore delle compagnie teatrali, svincolando il teatro da quella formalità che per tanto tempo lo ha relegato a una dimensione elitaria. Così, l’idea di un cartellone itinerante che giri per gli appartamenti della Campania e che diventi anche nuovo metodo di conoscenza dei luoghi, oltre che della gente. Infatti, chiunque ha la possibilità di ospitare almeno 30 persone è invitato ad offrire la propria casa, scegliere lo spettacolo che più preferisce e diventare, così, parte della famiglia. Per fortuna le iniziative sono riprese post-Covid, senza danni, sfruttando spazi grandi e all’aperto. Così Il Torchio ci ha dato il benvenuto e ci ha permesso di intraprendere un bellissimo viaggio, quello di All that’s jazz, presentato subito in tutta la sua complessità perché è difficile relegarlo in una sola definizione: la presenza di un pubblico è jazz, il non sapere cosa succederà è jazz o anche, solo e mai banalmente, l’entusiasmo e la felicità sono jazz. Tra musica, parole, video e letture si rivivono le Jazz Parade di New Orleans, così potenti da travolgerci e farci dimenticare, per qualche minuto, tutto quello che stavamo facendo. E ancora le esperienze personali, la vita musicale, le motivazioni e i caratteri straordinari delle più influenti figure del jaz, da Louis Armstrong a Paul Desmond e Dave Brubeck, da Thelonious Monk a Ella Fitzgerald e ancora dal Bebop al Cool Jazz. La storia continua ma l’entusiasmo non scema. Tutti, inconsciamente, con movimenti e gesti impercettibili partecipano a quel processo di continua creazione che è il jazz, incessante e potente, volenteroso di afferrare il momento, in piena linea col Carpe diem o semplicemente con la voglia di viverlo. “All that’s jazz – racconta Maria Rosaria De Medici – è un viaggio sulle onde del ‘suono dei continenti’ perché è il mare quello che unisce. Lungo le rotte oceaniche si incrociano navi cariche di suoni… vengono dall’Africa e dall’Europa e vanno verso il ‘mondo nuovo’. Da New Orleans a Salvador de Bahia i suoni della tradizione americana si portano dentro le radici africane e le influenze europee. All that’s jazz… “ L’antropologia, quella che definisce i popoli, diviene collante di elementi lontani che insieme combaciano alla perfezione perché prodotto della stessa specie, quella umana. Questo spettacolo-viaggio ti arriva diretto e potente, ti rende spettatore e partecipe, ti educa, ti mette alla prova e ti saluta lasciandoti impregnato di quella stessa sensazione di felicità di cui si nutre il jazz e, più […]

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Culturalmente

Chanson de Roland tra alterità e genere

La Chanson de Roland è la più importante canzone di gesta epica in antico francese, in varietà anglonormanna, che narra le gesta di Orlando, paladino e nipote di Carlomagno, in lotta contro i Saraceni che avevano, storicamente, occupato la Spagna. Vista la rilevanza dell’opera, i temi trattati sono stati frequentemente oggetto di studio. Particolarmente interessante e moderno appare, rispetto alla tradizionale visione classica della Chanson de Roland, il saggio di Sharon Kinoshita “Pagans are wrongs and Christians are right”: Alterity, Gender and Nation in the Chanson de Roland (‘I pagani hanno torto e i cristiani hanno ragione: alterità, genere e nazione nella Chanson de Roland). La trattazione si concentra sull’analisi delle differenze all’interno del Chanson de Roland che si identificano nella contrapposizione tra Cristiani e Saraceni e nella marginalizzazione delle figure femminili. Kinoshita sottolinea come la differenziazione che viene spesso attribuita ai due gruppi religiosi all’interno dell’opera risieda in realtà solo nelle differenze di credo. Pagani e Cristiani parlano la stessa lingua, presentano la stessa gerarchizzazione di classe e credono in entità superiori e lottano in nome dei loro favori. Questa contrapposizione è enfatizzata dalle posizioni speculari delle uniche due donne presenti nell’opera: da un lato Aude, la cristiana che muore in nome della fedeltà per Orlando, e dall’altro Bramimonde, la regina saracena che è disposta a convertirsi e a rinunciare alla sua stessa comunità. Riporto qui di seguito la traduzione delle parti più importanti del saggio di Kinoshita. Parte I La ChR assume quest’eminenza nell’epica francese per il contesto del XIX secolo, grazie a Gaston Paris: la nascita di un sentimento nazionale francese che mirasse a sostituire l’umiliazione subita dalla guerra franco-prussiana nella Terza Repubblica. In particolare, l’ufficializzazione dell’annessione dell’Algeria, nuova colonia francese in Sud-Africa, sottolineò il ruolo civilizzatore del colonizzatore francese. In generale, l’Europa viene vista come un regno moderno, nazionale e illuminato, in opposizione all’oriente visto come statico, decadente e dispotico. Per sottolineare questa dicotomia, gli europei presero a sostegno le tesi della differenza biologica innata della razza. Bartlett ritiene che nel Medioevo questa differenza non si basasse sulla razza ma sui costumi, caratterizzati dal fatto che questi ultimi potevano, diversamente dai primi, essere cambiati sia di generazione in generazione, sia individualmente. Nonostante nella ChR sia forte il richiamo alla fisionomia ‘nera’, questa rappresentazione non è esemplificativa della visione medievale dello straniero. Le categorie principali sono i Saraceni e i Cristiani. I Saraceni non vengono, tuttavia, identificati con la razza ma con la cultura e per questo risultano quasi indistinguibili dai Cristiani, se non per i nomi. Entrambi parlano la stessa lingua, gli accampamenti hanno gerarchie, immaginano gli dei come dispensatori di favori in cambio di devozione. Fondamentalmente, differiscono solo per la religione. Infatti, come i Cristiani sono definiti tali poiché vassalli di Carlomagno, così ai Saraceni, anche loro nobili vassalli, basterebbe convertirsi per identificarsi completamente nei cristiani. Questo potenziale della conversione non è mai realizzato, quindi tutti i personaggi pagani dell’opera sono destinati a morire, guardando con sospetto la possibilità di cristianizzazione come puro espediente per […]

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Attualità

L’estate perduta e l’incontro con Pavese a Capodimonte

L’estate perduta e l’incontro con Pavese alla Reggia di Capodimonte Il Napoli Teatro Festival ha presentato il 16 luglio in prima assoluta, presso il Cortile della Reggia di Capodimonte, con ben tre repliche durante la serata L’estate perduta – ballata per Cesare Pavese, uno spettacolo con Alessio Boni, Marcello Prayer, Francesco Forni, Roberto Aldorasi, dedicato alla figura dello scrittore Cesare Pavese. Quattro interpreti si presentano sul palco. Quattro voci e due strumenti. Leggono, cantano, si fanno il verso, si completano le frasi. Tutti, però, costituiscono un uno. Un solo, ed è Cesare, che si presenta nelle sue sfaccettature, con la voce interiore della sua anima, del suo prima e del suo dopo, e con il peso di una storia, quella della sua vita, sfregiata da profonde ferite. Così, parla con sé stesso, con quello che era e con noi. Ma sempre nudo, come fosse da solo. Formula quasi un flusso di coscienza, mai arrestato, mai completamente inibito, scandito solo dalle melodie delle chitarre. Nella cornice magica della Reggia di Capodimonte, le luci fioche e le voci emozionanti di questi quattro interpreti trasformano lo spettacolo in una ninna nanna, che ti culla e ti trasporta, ma improvvisamente ti colpisce e ti rivolta. Perché la vita di Cesare, come quella di ognuno, sembra sempre tendere agli eccessi. Così ci lancia in faccia uno spaventoso e meraviglioso dualismo, costante in ogni espressione. Il dualismo campagna-città e L’estate perduta Fin da subito si presenta il tema della contrapposizione campagna-città, che sorregge inevitabilmente quello di fanciullezza-maturità. Cesare afferma che la vita vera, per quanto aspra e contradditoria, l’ha trovata in città; che la crescita, la maturazione sono il prodotto di quel contatto con la città. Forse perché è più semplice camminare sulla strada che non ci appartiene, forse perché è giusto che certe cose, pure, vere e lontane, siano lasciate dove sono, senza toccarle. Ma il prezzo da pagare resta caro e Cesare pare sentire a pieno il peso di ciò che perde: l’estate. Quella che, negli anni in campagna, sembrava un tempo infinito e unico, pervaso da una noia che era serenità, che trasformava il vento in vuoto e il vuoto in musica, è andata perduta. Ora, in città, il vento si è trasformato in carne, in donna. Il sesso, l’America e la solitudine Ed anche l’amore, il desiderio di condivisione, addirittura il sesso finiscono per essere scissi, da donne spregiudicate, indipendenti, approfittatrici, che lo dominano e lo rivoltano a loro piacimento. Ma anche in questo caso, lui le subisce, perché, rapito, riconosce in loro, come nel sesso, la più profonda antitesi dell’esistenza: vita e morte. Questa stessa contrapposizione è incarnata perfettamente nell’Italia del secondo dopoguerra e nel mito dell’America liberale e spregiudicata, quella che Cesare cercava in Hemingway, Lowell e la Stein, ma che non incontrerà mai realmente, se non nei suoi libri. Particolarmente coinvolgente è la rilettura e la reinterpretazione della Genesi, in una forma caricaturale in cui Adamo ed Eva dibattono sul peso della solitudine che diviene il motivo scatenante del […]

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Teatro

Roberto Solofria e Pau Miró al NTF: una commedia nera

Roberto Solofria porta lo spettacolo del drammaturgo Pau Miró al Napoli Teatro Festival. Rua Catalana – Femmene comme a me, in scena al Palazzo Fondi di Napoli, il 7 e l’8 Luglio, è uno spettacolo di Pau Miró, con regia di Roberto Solofria, frutto della collaborazione già piena di successo della produzione napoletana-catalana che ha dato forma a spettacoli fortunati, in grado di aprire la strada a una sorta di scrittura transmediterranea. Femmene comme a me è una commedia nera, che racconta di solitudine, di affermazione, di amicizia e fragilità con sincerità e schiettezza, che raggiunge lo spettatore grazie alle splendide interpretazioni di Michele Brasilio, Marina Cioppa, Ilaria Delli Paoli, Roberto Solofria. «Il teatro rinasce con te» è lo slogan d’apertura della tredicesima edizione del Napoli Teatro Festival, inaugurata il primo di luglio, con attenzione alle restrizioni e in rispetto delle regole. Il teatro, come ogni forma d’arte, è certamente un’esperienza intima, da elaborare nella propria coscienza, assorbendo gli impulsi esterni e trasformandoli in proprietà interne. Ma più di tutte le altre, il teatro è l’arte di tutti, da sempre l’espressione più connessa alla collettività. Ma il teatro, in questa nuova realtà che ci viene offerta, si offre alla nostra anima con ancora più chiarezza. La bellezza di Palazzo Fondi e l’intimità della platea e della scena creano un’atmosfera suggestiva e lontana. Ma ciò che abbiamo avanti nello spettacolo con regia di Roberto Solofria è Napoli. Quartieri spagnoli. Lo studio di un avvocato, scarno di arredamenti e pieno di oggetti. Un bunker a metà tra la realtà e un mondo parallelo. Il rifugio di quattro donne, una biologa che lavora in un casello, un’architetta senza lavoro, un’archeologa che pulisce condomini, una maestra appena licenziata. Quattro “femmene comme a me”, perse tra le loro dinamiche sociali e familiari, schiacciate dalle responsabilità e arrese a queste. La prima a nascondersi lì è l’architetta, che esce di casa, determinata a non tornarci più, lasciando un marito e un figlio, decisa a non guardarsi indietro ma nemmeno a camminare in avanti. Vuole stare sola, guardare serie tv e mangiare pizza, ricopiare appunti di letteratura trovati per sbaglio, dormire tutto il giorno. Al massimo guardare da dietro la finestra, disprezzare il caos e ritornare in sé stessa. Una donna di cinquant’anni lontana dalla moda della seconda gioventù, disinteressata a cercarla, ma arresa alla sua condizione, nascosta in una scatola da mago, desiderosa di sparire senza sapere dove tornare. Intorno a lei, si stringono le sue amiche, respinte e non volute, volenterose di condividere e così concentrare sulla loro solitudine. Rimangono sempre, costituendo un circolo di inette, arrese al fatto che non sono donne che possono fare miracoli. Eppure ci provano: si incolpano di essere diventate pesanti per l’ossessiva ricerca di trovare un senso alle cose, allora si ricordano che i piccoli problemi della vita quotidiana possono colmare i buchi più profondi, chiudere a chiave le camere in cui ci nascondiamo. Ma anche in quella camera di 30 metri quadri che è diventato il loro vero rifugio, arrivano […]

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Food

Cantina La Barbera: autenticità e contemporaneità

Cantina La Barbera presenta una nuova veste, più leggera e contemporanea. L’omonimo palazzo ottocentesco del Vomero accoglie i clienti di Cantina La Barbera catapultandoli subito in un’atmosfera riservata, intima e serena. Il piccolo giardino segreto è curato nei minimi dettagli, con un suggestivo pergolato in fiore e le lampade da tipica route francese, perfetto per apertivi e cene romantiche o in compagnia. Ubicato in via Morghen 36/A, ti trasporta subito lontano, ancora prima di dar spazio al gusto. Chef Margotti e Ferrucci: Cantina La Barbera tra confronto e collaborazione Proprio l’attenzione al gusto ha spinto i due chef, Igor Margotti e Fabiana Ferrucci, a sviluppare una nuova proposta culinaria. I due si definiscono mente e braccio della cucina e rivelano che la completa collaborazione e il confronto sono il loro ingrediente segreto. Proprio da questo nasce l’idea di alleggerire il menù, anche e soprattutto in relazione alla stagione estiva, con la proposta di piatti freddi, come gli spaghettoni cold alla caprese in 2d e crumble di pane panko al profumo di limone. Di questo piatto la chef Fabiana Ferrucci parla con particolare soddisfazione: proporre un piatto di riciclo saporito fatto con acqua di pomodoro e acqua di mozzarella è l’esempio di un modo progressivo e intelligente di fare cucina. Accanto alle pietanze leggere, compaiono pietanze di mare. Il pesce è una vera novità in un locale storico, nato nel 1999, che ha reso nel tempo la carne e i formaggi il proprio punto di forza. Ritroviamo quindi una tagliatella con pesto di sedano, lampuga al grill e pomodorino nero aromatizzato al Lapsang e una bistecchina di lampuga crudo con scarola alla napoletana. Cocktail menù, la proposta di Francesco Esposito Tra le eccellenze del locale c’è sicuramente la carta dei vini, realizzata dal degustatore e sommelier Ais Steffen Wagner, autore delle frequenti serate di degustazione organizzate nella cantina del ristorante insieme ai produttori di vino. Ma anche sotto questo punto di vista, Cantina La Barbera si rinnova: dalla collaborazione con il bravissimo Francesco Esposito, nasce una proposta contemporanea di cocktail-menù, capace di esaltare e incorniciare le pietanze. Ritroviamo quindi l’”Islakula”, dolce e acido, da accompagnare agli antipasti e “Il conte in cantina”, un Negroni rivisitato con Grand Marnier e Vermouth extra dry, dal sapore corposo, per esaltare i primi e tanti altri ancora. Insieme alla dacquoise e mousse al tiramisù e al semifreddo alla mandorla e frutti di bosco, servito insieme al cocktail “Dalì”, la serata si conclude con parole di speranza, con la chiara volontà di tutto lo staff di esserci e di voler restare, di rinnovarsi insieme ai tempi ma di non perdere la propria autenticità. Addetto stampa: Laura Gambacorta

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Teatro

I dieci peccati capitali: dal TRAM a casa nostra

Il Teatro TRAM di via Port’Alba a Napoli non si ferma. Dal 9 giugno, infatti, ogni martedì e giovedì, metterà in scena un postcast di dieci episodi sul sito e sulla pagina Facebook del TRAM, I dieci peccati capitali. Si tratta del progetto debutto della nuova Compagnia under 30, dedita alla formazione di giovani attori che, interrotta dal lockdown, si è impegnata tramite videoconferenze. I peccati sono tradizionali sono accostati ad altri tre: il consumismo, l’egotismo e il razzismo, quelli propri della nostra società contemporanea. Questo progetto vuole appunto assumere il volto reale della nostra comunità umana, oltre che uno spazio personale di riflessione ed autoanalisi. Tanti i tanti podcast proposti in questo duro periodo, interpretati da attori come Orazio Cerino e Titti Nuzzolese, e tanta la voglia di ripartire. A pochi giorni dalla riapertura ufficiale dei teatri, che il Dpcm di metà maggio fissa nel 15 giugno, godiamoci un piccolo spaccato di teatro dalle poltrone delle nostre case. Qui di seguito, l’intervista a Mirko Di Martino, direttore artistico, che ci ha raccontato dell’idea, delle nuove modalità e delle nuove sensazioni legate a questo progetto. I dieci peccati capitali: intervista a Mirko Di Martino Perché i dieci  peccati capitali? Volevamo realizzare un progetto che potesse coinvolgere tutti i componenti della neonata compagnia under 30 del TRAM. Abbiamo pensato a quali format fossero adatti e permettessero anche di sviluppare un lavoro originale e attuale. I peccati capitali sono piaciuti subito a tutti, così riconoscibili e così aperti a tante possibilità di scrittura, ma c’era il problema che fossero solo sette. Ne abbiamo aggiunti tre, nuovi e contemporanei, scelti da noi, ed eccoci arrivati a dieci. Un altro numero simbolico, ovviamente. E perché modernizzarli? Ogni società, in ogni momento, definisce cosa sia giusto e cosa sbagliato. Abbiamo un’idea rigida del peccato capitale, lo immaginiamo come valido per tutti e al di fuori del tempo, ma non è così. La gola e la lussuria, tanto per citarne due, hanno un significato molto diverso da quello che avevano cinquanta anni fa. Volevamo creare un’opera che parlasse della nostra società, di ciò che siamo oggi, con sincerità e immediatezza. In fondo, si impara molto di più dalle proprie debolezze che dai punti di forza. Parlare di peccati significa parlare di emozioni. Ma le conosciamo davvero? Oggi c’è un abuso delle emozioni, siamo immersi fino a sentirci soffocare, eppure abbiamo smesso di comprenderle: la commozione lacrimevole dei pomeriggi in TV, l’indignazione per le immagini trasmesse dai TG, l’invidia per la felicità altrui che dilaga sui social. Non c’è bisogno di aggiornare i peccati: basta guardarsi intorno. Quanto la mediazione della piattaforma online fa cambiare forma al teatro? Nel nostro caso, trattandosi di un podcast, abbiamo scelto una forma artistica che punta esclusivamente sulla voce e sui suoni. Alcuni elementi sono simili al teatro: la scrittura e l’interpretazione. Ma i meccanismi di ideazione, produzione e fruizione cambiano molto. Il podcast, per noi, è un percorso parallelo, non abbiamo mai pensato né voluto sostituire il teatro dal vivo. […]

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