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Eroica Fenice

Paupisi

Paupisi. La notte dell’inferno

Sono passata per quelle strade miliardi e miliardi di volte. Indifferentemente, con attenzione, con fretta.

Ho salutato a destra e a manca persone che conosco dalla nascita, ho riconosciuto per anni gli stessi visi, alcuni di loro li ricordo tra i banchi di scuola, con altri avevo scherzato qualche giorno prima, alcuni mi erano simpatici, altri meno. Tutti sono sempre stati parte della mia esistenza.

Quando ho attraversato quelle vie, qualche giorno fa, mi si sono mozzate le parole in gola. Non erano strade. Erano poltiglia, fango, pietre, massi, acqua. Si poteva trovare di tutto in quella strada…tranne la strada. In alcuni punti non c’era neanche più.  Poi….il resto…

Mezzi che giravano per le vie impantanate, visi abbassati, silenzi di tomba, espressioni vacue, sgomente, disperate, perplesse… cosa dire quando nello spazio di una notte si perde tutto? La casa, l’attività, le conquiste di una vita, i risultati di un’esistenza di lavoro? Una stabilità, una serenità, un senso dato alla nostra esistenza, un segno che ci indica che siamo sulla terra?

Ed ora?

Ora c’è il fango della montagna che ha lavato via tutto e ha lasciato detriti sul suo cammino.

Guardo a sinistra e la vedo. Un colosso naturale che se vuole ti protegge, se vuole ti strazia. Risalgo con lo sguardo partendo dall’inferno che mi circonda e vedo le crepe, seguo il loro sinuoso snodarsi che ha lacerato la terra che prima ospitava coltivazioni, alberi, colori… bellezza. La mia terra era bella. Bellissima. Calda, piena, vitale. Queste crepe tagliano la montagna o salgono mano mano, svettando fin quasi alla cima ed accarezzando case che, miracolosamente, sono rimaste intatte, ed altre, celate alla mia vista dal punto in cui mi trovo, completamente rovinate. Poi la vedo: la crepa. La montagna si è spaccata ed ora giace lì, completamente precaria, assolutamente minacciosa. Mostruosa. E noi siamo qui. Sotto di lei. Inermi.

Mi viene un buco allo stomaco.

Poi sposto lo sguardo a destra, aldilà della strada franata per metà a causa della furia dell’acqua e della montagna. Una cascata di pietre e detriti e infine un acquitrino, enorme, che sembra ingoiare tutto, indifferente alla vitalità ed alla serenità che ha trascinato a valle con sé.

Lontano dal punto dove sono. Senza parole. Con un brivido che mi serpeggia lungo la schiena così vigoroso come le crepe che si sono insinuate sotto la terra.

Lontano dalla meta che mi aspetta, con il suo fango, i suoi detriti e le sue facce fantasma.

Lontano dal punto da cui sono partita dove, per quanto si faccia, gli aiuti non bastano mai, nonostante molti miei concittadini si stiano dando da fare senza sosta da giorni con squadre di soccorso, aiutati successivamente da unità provenienti dai paesi dei dintorni che, senza clamore, stanno lavorando e stanno portando beni di prima necessità laddove occorre.

Mi decido a muovermi.

Io sono di Paupisi. Il mio paese è distrutto. Siamo in uno stato di calamità naturale. 215 sono gli sfollati. La situazione drammatica in cui versiamo necessitava di una risposta veloce da parte di unità preposte, che noi non abbiamo avuto tempestivamente.

Io non so come siamo ancora vivi!

Dicono che Paupisi sia il centro più colpito dal nubifragio che si è scatenato nella notte tra il 14 ed il 15. Io non lo so. Altri paesi feriti a morte sono stati Ponte, Solopaca, Torrecuso ed altri della Valle Vitulanese e Telesina, senza dimenticare alcuni quartieri di Benevento, colpiti dall’alluvione prodotta dall’esondazione  del Calore.

Attorno a me un’infinità di gente grida aiuto. Risponde loro la montagna. Con la sua voragine. Giusto per ricordarci che quando la natura si scatena, nulla può contro di essa….ed allora si dovrebbe lavorare celermente, con cognizione di causa, ricevendo gli aiuti adeguati, prima che si scateni l’inverno con le sue piogge, che da ieri sera non smettono di preoccuparci, e prima che la situazione precipiti ancora.

La montagna, quel precario colosso naturale sulle nostre teste, per ora tace…

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