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Radio Sovranista. La discutibile proposta della lega

Sono oramai passate due settimane dal festival di Sanremo, conclusosi con la discussa vittoria di Mahmood e con le ennesime polemiche sul televoto e sulla giuria. A quanto pare l’eco di quella serata e del conseguente vespaio scatenatosi si fa ancora sentire, dal momento che la Lega ha proposto un disegno di legge volto all’ideazione di una radio sovranista.

Radio sovranista: cosa prevede il disegno di legge

La proposta è stata avanzata da Alessandro Morelli, ex direttore di Radio Padania e attuale presidente della commissione Trasporti e telecomunicazioni della Camera il quale, intervistato da Adnkronos, ha affermato quanto segue: «La vittoria di Mahmood all’Ariston dimostra che grandi lobby e interessi politici hanno la meglio rispetto alla musica. Io preferisco aiutare gli artisti e i produttori del nostro paese attraverso gli strumenti che ho come parlamentare. Mi auguro infatti che questa proposta dia inizio a un confronto ampio sulla creatività e soprattutto sui nostri giovani».

A tale proposito è sorta l’idea di una radio sovranista, la quale passa sotto il nome di quelle che sono le “disposizioni in materia di programmazione radiofonica della produzione musicale italiana”. Le stazioni radio avrebbero l’obbligo di passare il 33% di canzoni italiane (una su tre) durante la programmazione, riservando un 10% di questa agli artisti emergenti. Alle stazioni radio che non si adeguano alle norme sarebbero previsti 30 giorni di sospensione delle attività.

La proposta di questa radio sovranista ha già incontrato il favore non soltanto dei politici, ma anche di alcuni cantanti. Su tutti primeggia Al bano il quale, rispetto a quanto previsto dal decreto, vorrebbe addirittura alzare l’asticella a «sette su dieci».

La situazione delle radio italiane

Le parole di Morelli sembrano però cadere dalle nuvole. Stando infatti all’indagine condotta da Il sole 24Ore sui dati di EarOne, nel 2018 la quantità di canzoni italiane passate dalle nostre radio sarebbero addirittura del 45%, una cifra un po’ più alta rispetto al tetto proposto dal presidente leghista.

Un 25% sarebbe riservato al passaggio della musica Indie (indipendente) e sempre nel 2018 gli artisti che hanno raggiunto la vetta della top 100, la classica classifica dei migliori cento brani, per il 53% sono stati italiani. Pochi dati, ma sufficienti per comprendere come la proposta della radio sovranista faccia acqua da ogni parte.

La musica ostaggio del potere

Sarebbe inutile ricordare come la proposta della radio sovranista sia stata lanciata sulla scia dello scalpore e delle polemiche a sfondo politico sopraggiunte con la vittoria di Mahmood e sulla sua presunta nazionalità straniera (quando è fatto risaputo anche dalle pietre che è nonostante la nazionalità egiziana del padre, egli sia nato e vissuto in Italia per madre sarda). Inutile è anche ricordare il vergognoso crocevia di haters che hanno dato sfoggio della propria bile repressa con insulti razzisti al suo indirizzo, dimenticandosi che quell’Ermal Meta che vinse il festival del 2018 era di puro sangue albanese e che aveva cantato affianco all’italianissimo Fabrizio Moro.

Ma sorvolando sulle luci e le ombre annuali di Sanremo la proposta della radio sovranista deve farci riflettere su come la musica, già umiliata dalla quasi predominante retorica dei talent e dei fenomeni di dubbio gusto nati su internet, non sia essente dalla stretta dei tentacoli del potere. L’intenzione di Morelli sarebbe quella di salvaguardare la tradizione musicale italiana, anche se quelle della nazionalità e del patriottismo siano soltanto maschere indossate per l’occasione, utili a coprire un marcio il cui pungente odore si sente ancora (Radio Padania, la stazione di cui Morelli ha avuto per un periodo la presidenza, era nota per le simpatiche parole rivolte nei confronti dell’Italia e degli Italiani nel pieno spirito dello slogan “Padania is not Italy”).

La musica, bella o brutta che sia, è da sempre un linguaggio universale che abbatte le barriere e unisce popoli differenti, rendendoli parte di una grande comunità. Proprio per questo è una forma d’arte aperta alle contaminazioni, alle influenze e al confronto con stili diversi che affondano le radici in tante parti del mondo.

Ci sentiamo quindi in diritto di affermare che un provvedimento del genere degno di Papadopoulos è improponibile, per il semplice fatto che anche se venisse approvato non basterà per impedire ad un singolo individuo di fargli ascoltare la musica che più gli piace. Questi troverà sempre il modo di ascoltarla, che sia un semplice passaggio su Spotify o il concerto di una band emergente il cui unico modo per aumentare la propria risonanza è suonare nei locali. 

Il mondo è già pieno di preoccupazioni. Lasciateci almeno ascoltare quel che ci pare e permetteteci di sognare e di pensare con la melodia e le parole di chi ci pare: che sia italiano, giapponese, inglese o francese non ci importa, basta che ci faccia stare bene. Il rumore prodotto dalla vostra rabbia e dal vostro presunto dovere di scegliere per noi cosa è giusto e cosa è sbagliato non sarà mai forte come il suono della musica che piace a noi.

Fonte immagine: https://www.2duerighe.com/musica/80952-sta-la-musica-dautore-italiana.html

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