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Eroica Fenice

Revenge porn

Revenge porn, ne siamo tutti potenziali vittime

Revenge porn, la nostra disamina su una terribile piaga sociale 

“Uscite le minorenni” – dice Francesco.

“W le minorenni maiale!” – esulta Torel.

“Mi fa salire il pedofilo” – si “rammarica” un terzo utente.

Sono i commenti, continui, disgustosi, senza freni, di uomini nascosti dietro pseudonimo, alla condivisione convulsa di foto private su un gruppo Telegram, chiamato “Canile 2.0”, con 2.300 iscritti e attivo dal 2016. Ci si può accedere soltanto su invito e i messaggi sono crittografati. Qui centinaia di fotografie, video e dati personali di donne assolutamente ignare vengono dati in pasto a quella che è una vera e propria violenza di gruppo.

Dalla condivisione di foto intime tra gruppi di amici su Whatsapp fino ai gruppi Telegram che raggiungono migliaia di persone, il fenomeno del “revenge porn” si moltiplica a dismisura. Per revenge porn si intende, in particolare, la vendetta da parte di un ex con la pubblicazione di foto e video della fidanzata all’inizio, durante e/o soprattutto alla fine della relazione. Più in generale, però, si riferisce alla condivisione on-line non consensuale di materiale intimo e/o pornografico, sia a scopo vendicativo che non. E’ un fenomeno umiliante e lesivo della dignità della persona, può condizionare la vita delle vittime anche nella ricerca di un impiego e nei rapporti sociali. Le vittime, infatti, sono donne di ogni età, di tutte le provenienze geografiche e di qualsiasi estrazione sociale.

Il canale più utilizzato è l’app di messaggistica istantanea Telegram, perchè permette di mantenere l’anonimato e di decidere a quale “chat tematica” partecipare. Le “categorie” sono essenzialmente quattro:

  • I gruppi dove circola materiale di revenge porn esplicito, in cui ex fidanzati condividono foto, video e numeri di telefono delle ex o in cui vengono pubblicate foto di minorenni accompagnate da un linguaggio degradante e dallo “shitstorming”, ovvero gli insulti di massa:

Un iscritto anonimo condivide un selfie della ex, seguito da numero di telefono e città in cui vive. “Quella stronza deve pagare il torto che mi ha fatto”.

  • I gruppi in cui viene utilizzata la “modalità spy”, quindi la condivisione di materiale realizzato con videocamere e microfoni occulti, ma anche filmati rubati a donne in intimità senza il loro permesso, ragazze immortalate sui mezzi pubblici o per strada senza che se ne accorgano;
  • I gruppi in cui passano foto prese dai social network, ma anche foto di amiche, parenti, vecchie compagne di studi (per cui spesso nascono delle chat apposite come “Le cagnette”, in cui si viene invitati a spedire “foto hot delle tue amiche”);
  • I gruppi in cui viene presa di mira una singola ragazza (ad es. “Laura è puttana”), con la condivisione di foto, video e contatti della persona in questione.

Come se non bastasse, si discute di “droga dello stupro” e i riferimenti alle violenze sessuali sono all’ordine del giorno. “Quanto è facile reperire del ghb da usare come droga dello stupro?” – chiede un utente. “Poche gocce bastano per fare quello che devi fare”, la risposta.

Un altro asserisce che “le femmine sono soltanto carne da fottere e stuprare, da sbattere in rete punto e basta”. L’amministratore del gruppo incalza: “stupriamole tutte ‘ste troie!”.

Nei vari gruppi, circola ancora il video che ha portato al suicidio la giovane napoletana Tiziana Cantone, mentre altri cercano quello di Carolina Picchio, la 14enne morta suicida dopo la diffusione del filmato in cui era vittima di molestie da parte di cinque ragazzi.

Nel momento in cui Telegram decide di cancellare un gruppo, gli utenti applicano il “piano b”, aprendo un canale broadcast in cui l’amministratore fornisce a tutti gli iscritti della chat chiusa il nuovo link.

Le vittime sono al 90% di sesso femminile, mentre tra gli uomini capita spesso che i soggetti colpiti siano omosessuali. In un campione di ragazzi tra i 12 e i 18 anni, sono sempre i maschi a fare pressioni sulle fidanzate per farsi mandare delle foto. Se le richieste non vengono esaudite, si tramutano in abusi, insulti, ricatti e violenza psicologica.

Secondo Amnesty International, in Italia una donna su cinque ha subìto molestie o minacce online. Ma quante sono, oggi, le donne non a conoscenza del fatto che la propria immagine sia o sia stata oggetto di diffusione non consenziente? Insomma, quante sono le donne vittime di revenge porn?

La cifra non è quantificabile, anche a causa di un vero e proprio vuoto legislativo. Potenzialmente, potremmo tutte essere vittime di revenge porn.

A differenza di altri Paesi (come la Germania, il Regno Unito, L’Australia, il Canada e molti Stati degli USA), in Italia il revenge porn non è un reato.

Senza una legge ad hoc contro il revenge porn, chi subisce un tale abuso può fare appello soltanto alla legge sulla privacy, alla diffamazione e alla condivisione di riprese fraudolenti o, a seconda dei casi, all’accusa di stalking e di detenzione e diffusione di materiale pedo-pornografico (gli stupri virtuali di minori online tra il 2016 e il 2018 sono passati da 104 a 202 casi all’anno).

Per la Legge Italiana, ad esempio, la diffusione di un autoscatto non costituisce reato perchè si presuppone la consensualità del soggetto. Nel frattempo, i tempi per la rimozione da parte della Polizia Postale non impediscono al materiale di diventare immediatamente virale.

In prima linea su questo fronte, l’Associazione “Insieme in Rete” (che promuove l’esercizio consapevole della cittadinanza digitale) e la sua campagna #intimitàviolata che ha condotto alla scrittura di una “Legge contro la condivisione non consensuale di materiale intimo”.

La Legge sarà pronta nei prossimi mesi e mira a una vera e propria educazione digitale, alla prevenzione della violenza di genere, ad abbreviare i termini per le denunce, alla responsabilizzazione dei gestori delle piattaforme e delle applicazioni e al riconoscimento del consenso, basandosi sull’assunto che la colpa sia di chi condivide e non di chi scatta la foto.

Alla base di un fenomeno così terribile, c’è una visione maschilista delle relazioni, del sesso e dell’affettività. Il giudizio di fronte alla foto di una donna nuda è sempre negativo, a differenza del giudizio di fronte alla foto di un uomo nudo, che sarà sicuramente positivo. Il revenge porn è colpa di chi tradisce la fiducia del partner e mai di chi decide di scambiare materiale intimo in coppia. Se una donna vive liberamente la propria sessualità, decidendo anche di scambiare materiale intimo con il proprio partner, nessuno (tantomeno quel partner) ha il diritto di umiliarla in rete. Dire “te la sei cercata” a una vittima di revenge porn equivale a colpevolizzare una vittima di stupro.

Per firmare la petizione https://www.change.org/p/intimitaviolata-chiediamo-una-legge-contro-il-revenge-porn-roberto-fico-pres-casellati-montecitorio-senatostampa

Fonte foto: https://www.flickr.com/photos/[email protected]/24396077718

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