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Taglio dei parlamentari: guida alle ragioni del Sì e del No

Il referendum costituzionale sul taglio dei parlamentari è alle porte: ecco cosa comporta e quali sono le ragioni del Sì e del No

Il 20 e il 21 settembre si voterà per il referendum costituzionale sul taglio dei parlamentari: la modifica comporta la riduzione dei parlamentari da 945 a 600 e il voto servirà a confermare o respingere questo taglio.
Il referendum è confermativo e non è richiesto il quorum, per cui il risultato della votazione sarà valido qualunque sarà l’affluenza alle urne.

Questo è il quarto referendum costituzionale della storia della Repubblica Italiana: nel 2001 si è votato sul Titolo V, confermando la modifica, mentre la riforma costituzionale del centrodestra nel 2006 e quella del Partito Democratico nel 2016 sono state bocciate dai votanti.

Taglio dei parlamentari: come siamo arrivati al referendum

Il taglio dei parlamentari comporta una modifica del testo della Costituzione e per questa ragione segue un iter particolare. L’articolo 138 della Costituzione, che disciplina la modifica costituzionale, impone la doppia deliberazione delle due Camere, per un totale di quattro votazioni, e richiede che la seconda votazione ottenga la maggioranza di due terzi in ciascuna Camera. Se non si raggiunge questa maggioranza si ha diritto a chiedere che sia indetto referendum confermativo e le strade per farlo sono tre: raccogliere le firme di 500 mila elettori, di 5 consigli regionali oppure di un quinto dei membri di una delle due Camere. La proposta per il referendum è stata firmata da 71 senatori (ne bastavano 64) provenienti da ogni schieramento politico.

Le prime tre votazioni sono state sostenute dalla maggioranza del primo Governo Conte, composto dal Movimento 5 Stelle e dalla Lega, con l’appoggio del centrodestra, mentre il centrosinistra bocciava le votazioni definendo “disegno antiparlamentare” il taglio.
Con la caduta del Governo e la sua riformazione sotto le spoglie del governo Conte Bis a settembre 2019, l’accordo è stato siglato proprio sull’ultima votazione necessaria per il provvedimento: il centrosinistra entra in maggioranza e si impegna a sostenere il taglio con il proprio voto in cambio di una nuova legge elettorale, della riforma del Senato, dell’abbassamento dell’età per votare per il Senato a 18 anni e della modifica del numero dei delegati regionali che partecipano all’elezione del Presidente della Repubblica. L’ultima votazione ha registrato una maggioranza bulgara, ottenendo 553 Sì – ne bastavano 316 per l’approvazione -, ma le riforme promesse sono ancora bozze.

Il referendum costituzionale era stato indetto per il 29 marzo scorso, poi rimandato a causa dell’emergenza da Covid-19 e infine è stato fissato per il 20 e 21 settembre, accorpandolo alle elezioni regionali e amministrative che si svolgeranno sul territorio nazionale.

Cosa prevede il referendum costituzionale

Il quesito che troveremo sulla scheda elettorale sarà:

Approvate il testo della Legge Costituzionale concernente “Modifiche degli articoli 56, 57 e 59 della Costituzione in materia di riduzione del numero dei parlamentari” approvato dal Parlamento e pubblicato nella Gazzetta Ufficiale della Repubblica italiana – Serie generale – n. 240 del 12 ottobre 2019?

Nello specifico le modifiche degli articoli 56, 57 e 59 non prevedranno altro che un taglio netto e lineare del numero dei parlamentari: i deputati passeranno da 630 a 400 e i senatori da 315 a 200; i deputati eletti all’estero passano da 12 a 8 e i senatori eletti all’estero da 6 a 4.

Il numero minimo di senatori per regione passerà da 7 a 3, rimanendo invariati i 2 senatori per il Molise e 1 senatore per la Valle d’Aosta.

Si supera l’ambiguità sul numero dei senatori a vita nominati dal Presidente della Repubblica: in nessun caso potrà essere superato il numero di 5 senatori a vita.

Non è previsto il taglio degli stipendi dei parlamentari, per il quale è sufficiente una legge ordinaria e non una riforma della Costituzione.

Votando “Sì” il taglio dei parlamentari viene sostenuto, votando “No” se ne chiede l’abrogazione. Se dovesse vincere il “Sì” la composizione dell’attuale parlamento resterà invariata e il taglio entrerà in vigore dalla prossima legislatura. Se dovesse vincere il “No” il taglio così formulato sarà abrogato.
Non è previsto quorum: l’esito del referendum sarà valido indipendentemente dal numero di persone che si recherà a votare.

Gli effetti del taglio dei parlamentari: le ragioni del Sì e del No

Il taglio dei costi della politica è una delle celebri battaglie anti-casta del Movimento 5 Stelle, promotore di questo provvedimento.
Tra i principali argomenti che il M5S mette in campo per il Sì c’è proprio il risparmio che il taglio di 345 parlamentati garantirebbe: circa 100 milioni all’anno.
L’argomento dei risparmi è stato via via accantonato, per far posto a tematiche più qualitative. Altro vantaggio sarebbe la maggiore efficienza del Parlamento dovuta alla riduzione dei tempi per la discussione, e conseguente riduzione dell’assenteismo in ragione del minor numero di partecipanti all’Assemblea.
Questo taglio inoltre permetterebbe di equiparare il numero di parlamentari italiani al numero dei parlamentari degli altri Stati europei: attualmente è intorno a 1,57 ogni 100mila abitanti, se vincesse il Sì scenderebbe a 1, cioè in linea con quello dei principali Paesi del continente.
Inoltre, la riduzione del numero dei parlamentari sarebbe solo un punto di partenza per procedere con altre riforme necessarie a correggere fenomeni di malfunzionamento delle istituzioni, come l’ingovernabilità e l’assenteismo.

I sostenitori del No ritengono che il risparmio di 100 milioni di euro l’anno non sia la cifra corretta ma che sia molto più contenuto: secondo i calcoli dell’Osservatorio dei Conti Pubblici il risparmio è di circa 57 milioni di euro l’anno. Ad ogni modo, secondo chi avversa il taglio, anche 100 milioni di euro l’anno costituiscono una cifra irrisoria per il bilancio annuo dello Stato, che per il 2020 gira intorno ai 662 miliardi di euro.

Altra ragione del No è l’assenza di evidenza logica tra la riduzione del numero dei parlamentari e la maggiore efficienza della macchina legislativa: al contrario caricherebbe di una maggiore mole di lavoro un numero minore di persone, rallentando l’iter dei lavori parlamentari.

I sostenitori del No considerano una “falsa riduzione” quella del fenomeno dell’assenteismo a seguito del taglio dei parlamentari: un numero minore di componenti dell’Assemblea comporta aritmeticamente che ci saranno meno assenti, ma non che il fenomeno dell’assenteismo sarà automaticamente eliminato.

La confusione tra le categorie di quantità dei parlamentari e qualità dei parlamentari che i sostenitori del No imputano a coloro che promuovono la riforma si intreccia con il tema della legge elettorale: doveva essere approvata già a dicembre 2019 come condizione per il taglio dei parlamentari ma per ora si lavora ancora solo sulla bozza, di cui per altro si sa poco (la soglia di sbarramento sale al 5% e le liste restano bloccate).

Ma la principale critica è quella relativa alla distorsione della democrazia e della rappresentatività: il Senato va eletto su base regionale e su 200 senatori che il taglio prevede diventerà difficilissimo che le Regioni più piccole siano compiutamente rappresentate, sia con esponenti di maggioranza che, soprattutto, di minoranza. Questo vale tanto per la Liguria, quanto per l’Abruzzo, la Puglia e il resto del Mezzogiorno.

Altro problema che si pone è quello del rapporto tra i rappresentanti e gli abitanti: il numero crescerebbe portando i deputati da 1/96.000 a 1/151.000 e i senatori da 1/188.424 a 1/302.420. Più è alto questo rapporto, meno i cittadini sono rappresentati, perché un parlamentare dovrà rappresentare un bacino più ampio di abitanti. L’Italia diventerebbe il Paese europeo con il Parlamento meno rappresentativo, considerato che in Francia e in Germania il rapporto è di 1/115.000 abitanti circa.

In ultimo, il taglio dei parlamentari, pur non essendo ancora confermato, ha già avviato i lavori necessari per correggerne gli effetti e le storture, e questo inquieta anche i più ottimisti.

 

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