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Tartufi, etichetta chiara per una maggiore trasparenza

Breve storia dei tartufi

Il tartufo è conosciuto sin da un’età remotissima, citato da Plinio il Vecchio nella Naturalis Historia, il quale sosteneva che il tubero fosse un prodotto definibile miracoloso, in quanto nasce e cresce senza radici. Nel tempo, anche altri filosofi ed eruditi, famiglie reali, sottolinearono la propria simpatia nei confronti di questo tubero particolarmente pregiato; tra questi citiamo Plutarco di Cherone, ma anche i Savoia, che apprezzarono le proprietà organolettiche ed olfattive del tartufo piemontese. Nel corso degli anni poi, il tartufo ha assunto una fama internazionale, grazie all’imprenditore albese Giacomo Morra.
Col passare del tempo, il tartufo ha acquisito sempre maggiore importanza, diventando un prodotto pregiato, ricercato e dal carattere inconfondibile, semplice e genuino al tempo stesso. Naturalmente, esso e la relativa coltivazione, rientrano in un vero e proprio tessuto di natura agricola, in quello che è definibile un “agromosaico”, il quale è dato da una mappatura delle zone di coltivazione, che devono avere determinati requisiti. Esistono una serie di mappe o tessere che indicano la tipologia di tartufo coltivato in quella determinata area, ma anche gli arbusti e il tessuto naturale tipico di quella zona, il clima, che contribuiscono a creare una vera e propria classificazione del tartufo, la quale semplifica e dà valore economico alla commercializzazione del pregiato tubero.

Classificazione dei tartufi e norme vigenti per l’etichettatura

Anche i prodotti ortofrutticoli freschi, sui quali non gravano le norme di commercializzazione Ue, come funghi e tartufi spontanei raccolti in natura, devono essere obbligatoriamente etichettati con il luogo di raccolta.
L’Italia dispone di oltre 10 milioni di ettari di bosco, un terzo del territorio, che forniscono tartufi, la cui raccolta coinvolge circa 200.000 raccoglitori ufficiali che riforniscono negozi e ristoranti. L’obbligo di etichettatura di origine anche per questi prodotti, così come precisato dalla DGAgri dell’Ue a un preciso quesito posto dall’Italia, fa chiarezza in un settore in cui, ogni anno, vengono importati oltre 7 milioni di chilogrammi tra funghi e tartufi freschi (di cui 167.000 kg sono tartufi).
Per quanto concerne la classificazione dei tartufi, essi si distinguono essenzialmente in: nero e bianco. Il tartufo nero è ampiamente diffuso nell’Appennino Centrale, in Piemonte e in Veneto. Può essere coltivato in terreni idonei appositamente rimboschiti con specie arboree particolari. Il tartufo bianco, invece, si differenzia dal precedente per il profumo particolarmente forte di formaggio e aglio; il sapore, è leggermente piccante; è diffuso soprattutto in Umbria, in Piemonte, in Toscana e nelle Marche. Esistono anche altre varianti, che però risultano essere un sottoinsieme del tartufo bianco e di quello nero, poco conosciute se non dai veri intenditori.
Dunque, essendo i tartufi soprattutto i tartufi piemontesi, un prodotto estremamente pregiato, la Coldiretti, ha pressato l’Ue, affinchè si stabilissero delle norme severe per la commercializzazione di questo tubero, al fine di evitare truffe o inganni. Le indicazioni obbligatorie devono esser presenti sui documenti relativi alla tracciabilità del prodotto, cioè quelli che lo accompagnano in tutte le fasi della commercializzazione.

Un’attenzione particolare all’ecosistema e alla trasparenza dell’etichetta

Di fondamentale importanza, ricordare che i tartufi e la tartuficoltura rappresentano il cuore pulsante d’un ecosistema che concorre al mantenimento della diversità biologica e d’un ambiente sostenibile di cui contribuisce alla tutela (manutenzione di territori in stato di abbandono).
Lo sviluppo della tartuficoltura e della silvicoltura del tartufo consente un miglioramento dei paesaggi, della loro biodiversità e una riduzione dei rischi ambientali.

Quindi, un’attenzione in più alla produzione e alla commercializzazione e alla raccolta, di prodotti tanto ricercati e gustosi dal punto di vista prettamente organolettico, è essenziale. La trasparenza nell’etichetta è fondamentale, anche in riferimento alla contraffazione.

Fonte immagine: Pixabay

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