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Eroica Fenice

Atrani: la “piccola storia” di un paese "d'un tempo e d'ogni giorno"

Atrani: la “piccola storia” di un paese “d’un tempo e d’ogni giorno”

La bellezza della costiera amalfitana potrebbe essere il colore, così vivo e vario continuamente sfumato dal bianco al blu, dal verde al giallo. Per alcuni la sua segreta bellezza è il profumo dei limoni o le case così “raccolte”. Per altri il mistero di un luogo è nelle storie che si sentono raccontare e chi le ascolta si avvicina non solo a costruzioni bellissime, ma anche alle abitudini di uomini antichi che hanno abitato quei luoghi. In questo modo l’ascoltatore vede con gli stessi occhi di chi racconta, fa esperienza di quel tempo. Spesso, infatti, il punto d’arrivo è non solo cosa un luogo dà a vedere, ma anche cosa ha da raccontare con i suoi edifici e pietre. Ad esempio, Atrani, il più piccolo paese italiano con più di ottocento abitanti e il suo nascondersi al di là del mare, racconta ancora la storia dei pescatori e di un tempo che non si affretta. Lì il tempo si riscalda nella storia di un orologio congelato.

Entrando nel cuore del paese è possibile leggere i versi di Alfonso Gatto: “Dall’entro della costa all’ampia svolta verde di casa rosa Atrani bianca, città d’un tempo e d’ogni giorno è colta dalla sorpresa d’essere”. I versi del poeta campano definiscono con delicatezza una caratteristica del piccolo paese: spuntare all’improvviso sulla costa. Infatti Atrani somiglia ad una mezzaluna riempita da case bianche e rosa e su in cima a tutto il campanile della Collegiata di Santa Maria Maddalena. Atrani è dove si intravede il paesaggio fissato da M. C. Escher nelle sue Metamorfosi, o in Dilapidated houses in Atrani e in Covered alley in Atrani del 1931.

Atrani è là dove dalle gradinate interne al paese, usate dai pescatori per giungere al mare, si intravede ancora la punta del campanile. Dove gli archi in pietra affondano in basso nel mare, o dove ci sono scalinate di case bianche. Proprio in questi luoghi Atrani è “colta dalla sorpresa d’essere”. Bisogna, però, chiedersi: perché “città d’un tempo e d’ogni giorno”?

Perché Atrani è la “città d’un tempo e d’ogni giorno”?

Atrani dà la sensazione di essere un paese senza tempo, fermo nelle sue consuetudini “d’ogni giorno”. Basti pensare alla storia del grande orologio bianco in piazza che ha scandito la vita degli atranesi a lungo, mai andando oltre il tempo e la fretta.

Inizialmente l’orologio della chiesa di San Salvatore de’ Birecto di Atrani, tra le più antiche del ducato Amalfitano, era stato costruito per Pontone. Ma il paese voleva un orologio che battesse prima le ore e poi i minuti, e per questo fu dato al comune di Atrani.

Per il funzionamento dell’orologio c’era bisogno di qualcuno che regolasse manualmente le ore per un anno e con un compenso simbolico di un euro al giorno. Per molti anni, infatti, l’orologio è stato regolato dalla famiglia Corvino che ha ricoperto il ruolo di “oraiuolo”. Il funzionamento manuale era richiesto perché la costruzione dell’orologio era formata da antichi ingranaggi azionati da contrappesi acquistati da una vecchia delibera comunale risalente al 9 marzo 1866 e restaurati nel 1964. L’orologio del Birecto, infatti, è uno dei primi dell’Italia Unita e ha scandito il tempo dei pescatori di Atrani e di tutti i suoi cittadini per 150 anni. Le sue lancette per un lungo periodo sono rimaste ferme, immobili e fisse sulle luci delle lampare dei pescatori.

Quando l’orologio ha smesso di funzionare, il tempo ad Atrani è stato come diviso in due: da una parte la fissità, cioè il tempo di un luogo che non evolve; dall’altro il tempo che irrompe da fuori e che si affretta su qualsiasi altro dispositivo. Almeno fino ad oggi.

All’inizio del 2016 fu costruito un impianto elettrificato per automatizzare il funzionamento dell’orologio, con un totale di dodici rintocchi del mezzogiorno e della mezzanotte ogni quindici minuti più quelli dei quarti d’ora. Ma dopo un mese dalla costruzione le lancette si fermarono alle ore 13.10.

Successivamente, anche a causa del dissenso degli atranesi, per il rifiuto del meccanismo elettronico, fu installato in modo definitivo un dispositivo automatico con un cambiamento sui rintocchi: allo scoccare della stessa ora.

Quella dell’orologio è un tipo di storia “più piccola” e silenziosa, non meno importante della storia “più grande” e territoriale, per intenderci.

Ad ogni modo, perché soffermarsi proprio su un orologio? Spesso, come in questo caso, si tratta di qualcosa che è intrinseco alle tradizioni del proprio territorio, è il suono di un tempo che lega da generazioni padri e figli. I rintocchi di quell’orologio che guarda il mare, una bussola per i pescatori, sono capaci di svelare le abitudini di uomini che hanno abitato e abitano un antico paese sul mare.