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Eroica Fenice

Bufale vs debunking

Bufale in rete e debunking: chi vincerà?

Bufale in rete. Notizie false. Un giro veloce su Internet o sui social e ce ne sono per tutti i gusti: bufale sui vaccini, bufale sulla finanza mondiale, bufale sulla politica, sugli immigrati, sulle scie chimiche, bufale che mettono in dubbio addirittura la sfericità della Terra e, ultime solo in ordine di tempo, bufale sulla magnitudo dei terremoti.
Teorie complottistiche, ipotesi di sette, “illuminati”, rettiliani, “poteri forti”; in una parola: disinformazione.
Eppure è un controsenso che nell’epoca di Internet, dove la moneta di scambio mondiale è l’informazione a portata di touch (il click è già obsoleto), furoreggi “il complotto” come spiegazione passepartout a qualsiasi avvenimento, nazionale, mondiale o interplanetario che sia.
Ovviamente il discorso è molto più complesso di quanto sembri ed è un fenomeno molto più frequente nell’ultimo decennio; tuttavia ha avuto molti esempi celebri anche nel corso degli anni, come la finta diretta radiofonica dell’invasione aliena di Orson Welles datata 1938.

Ma qual è la motivazione principale? Cosa spinge alla diffusione virale di notizie non vere, “bufale” della rete? Cos’è il debunking?

Si può parlare del problema ad ogni livello ed affermare che la filosofia alla base di una bufala è l’occasione di dare voce alle paure ataviche dell’uomo e a ciò che non riesce a spiegarsi facilmente.
La complessità spaventa e la mente umana risolve la situazione inventando spiegazioni tanto semplicistiche quanto oscure, scaricando la responsabilità su “qualcosa di più grande”, al di fuori di se stessi; un po’ come quando gli antichi vedevano presagi di catastrofe in un’eclissi di sole. Ma questo avveniva un migliaio di anni fa.
E allora, com’è possibile che nel 2016 migliaia di persone credano che la terra sia piatta? Com’è successo che si pensi che il decesso di molti bimbi per le più comuni malattie esantematiche sia causa dei vaccini?
Eppure, oggi i mezzi per informarsi sono molteplici: primo fra tutti l’enorme e potente mondo di Internet.
Ed è proprio il web ad avere il pregio/difetto di dare voce a tutti, senza distinzione alcuna. Che siano persone assennate e persone ingenue, scienziati e truffatori, persone dotate di senso critico e persone che subiscono passivamente il bombardamento mediatico quotidiano, ognuno ha il diritto di esporre la propria visione delle cose; ogni parola scritta, detta e illustrata da ognuno va ad aggiungersi e mescolarsi al già gigantesco calderone di Internet.
Ci sono poi (molte) persone che cercano di fare distinzione tra vero e falso, tra informazione e panzana e nel web sono conosciuti come debunkers.
Il debunker è colui che snocciola la fandonia, la smonta, spiega la realtà dei fatti e ne posta le fonti – rigorosamente attendibili e non provenienti da siti acchiappaclick o blog; è un lavoro continuo, che necessita di molta pazienza. 

Nella migliore delle ipotesi, il debunker riesce ad aprire gli occhi a coloro i quali subiscono passivamente qualunque cosa compaia su un social network o su un blog.
Ma per alcuni l’operazione che porta alla luce la bufala risulterebbe addirittura inutile, come afferma Walter Quattrociocchi, dirigente del laboratorio di Scienze Sociali Computazionali (CSSLab) della Scuola IMT Lucca. Grazie ad alcuni esperimenti on-line, Quattrociocchi ha osservato che impegnarsi a smascherare una notizia falsa non solo risulterebbe inutile ma cementificherebbe la falsa informazione nelle menti degli analfabeti funzionali.
Insomma gli studi, la ricerca accurata di fonti, la dimostrazione scientifica di una notizia non possono quasi nulla contro la paura, il dubbio, il sospetto, la truffa.
Ma davvero il debunker si trova a combattere una battaglia già persa in partenza?
Forse, il non rassegnarsi al complotto a tutti i costi è già di per sé una vittoria.