Cosa fare quando non si sa cosa fare: guida al disorientamento

Cosa fare quando non si sa cosa fare

Cosa fare quando non si sa cosa fare: momenti di disorientamento

Può sembrare un titolo paradossale, quasi come un rompicapo linguistico senza una via d’uscita. Può sembrare anche l’ennesimo vademecum con la presunzione di fornire facili consigli preconfezionati. E forse, in parte, lo è, perché la volontà di abbandonare i cliché è sempre una pretesa ambiziosa. Eppure sicuramente tutti si sono chiesti, almeno una volta nella vita, che cosa fare di concreto quando non si sa assolutamente cosa fare.

Ci riferiamo a quei momenti di profondo disorientamento interiore, in cui la luce della ragione sembra essersi spenta e si brancola nel buio più fitto, vivendo tristemente alla giornata. Ci riferiamo a quei momenti in cui semplicemente non si sa cosa fare: nel pomeriggio, il giorno dopo, con noi stessi, sul lavoro, o nel grigiore di un dolore. A quei momenti che si identificano per lo più con il sentimento della noia, un’esperienza umana universale. A quei momenti in cui si ritorna a porsi le domande di sempre, le stesse che si poneva il nostro lontano antenato sulle pareti di una caverna, le stesse che Gauguin ha steso con passione sulla propria tela. Torniamo a chiederci chi siamo, e soprattutto cosa fare della nostra esistenza. Se la bussola non salta fuori, si cerca di mettere in comune la questione con gli altri, per cercare di normalizzarla. Al senso di disorientamento e alla noia si reagisce in modi vari, seguendo tempi che non sono uguali per tutti.

Cosa fare quando non si sa cosa fare: le false soluzioni

Tra i primi istinti che si manifestano c’è quello di disperarsi senza limiti. Piangersi addosso perché non si hanno soluzioni, frignare per la propria inconcludenza finché qualcosa cambia in modo autonomo. Si attende che il fato travolga ogni cosa e si rinuncia a partecipare attivamente alla propria esistenza.

Il secondo istinto ricorrente è quello di incolpare qualcuno che ci circonda. Addebitare a chicchessia (ex partner, familiari, colleghi) la responsabilità di questa fermata imprevista, invece di accettarla come uno dei tanti possibili paesaggi che incontriamo durante il viaggio della nostra vita.

Il terzo istinto frequente è quello di mettersi immediatamente all’opera per distrarsi. Darsi freneticamente a un’attività qualunque che possa placare questo senso di vuoto. Tra le attività più gettonate c’è il giardinaggio, il decoupage, le pulizie di primavera in una stagione casuale o uno sport di moda. Piccole e brevi ipnosi con lo scopo di far avvertire in modo attenuato il peso della propria umanità.

Dalla reazione all’azione: piccoli passi consapevoli

Invece di reagire d’istinto, possiamo scegliere piccole azioni che non servono a riempire il vuoto, ma a esplorarlo con gentilezza. Non si tratta di “fare qualcosa”, ma di creare lo spazio per capire cosa si vuole fare.

Reazione istintiva (falsa soluzione) Azione consapevole (punto di partenza)
Riempire il tempo con attività frenetiche Camminare senza meta, osservando ciò che ci circonda senza uno scopo preciso.
Cercare risposte immediate dagli altri Scrivere senza filtri, buttando su un foglio pensieri e paure senza giudicarli.
Incolpare il passato per il blocco attuale Riordinare un piccolo spazio, come un cassetto o una scrivania, per generare un senso di controllo e chiarezza.

Imparare l’arte di disorientarsi: la noia come motore di cambiamento

Noi abbandoniamo la via facile delle prescrizioni e non consigliamo nessuna delle tre opzioni appena elencate. La noia, purtroppo bistrattata, in realtà rappresenta il vero motore della curiosità che ci spinge a migliorarci. Non è possibile costruire alcunché in assenza di quello spazio vuoto necessario, così come non è possibile inventare qualcosa di nuovo se non ci sono parentesi di salutare noia. L’esperienza del disorientamento è una parte fondamentale dell’orientamento complessivo. Accanto agli eventi di orientamento scolastico, si dovrebbero istituire giorni di consapevole disorientamento, per insegnare a mancare l’obiettivo senza smettere di esercitarsi per centrarlo. L’inciampo inatteso che destabilizza, la strada che ci porta fuori percorso, sono lettere preziose di un alfabeto che non può fare a meno di nessuna. Imparare l’arte di sapersi disorientare significa costruire la propria bussola, ma anche avere il coraggio di lasciarla a casa e di camminare seguendo un antico intuito. Saper camminare nel mondo significa anche avere la capacità di saper sbagliare strada senza drammi. E non sapere cosa fare può rivelarsi il punto di partenza perfetto per la pratica del conosci te stesso socratico, che prende forma soprattutto quando le cose ci appaiono amorfe. Non c’è niente di temibile nel non sapere cosa fare. Al contrario, sapendo fin da subito cosa fare si corre il rischio di spegnere ogni domanda interiore.
Non è sempre necessario cercare la bussola. Accettiamo, ogni tanto, di perderla e di proseguire comunque. Accettiamo di non sapere bene cosa fare senza avere la necessità di rimediare subito. Accettiamo la pausa salvifica, l’incertezza costruttiva, la noia stimolante. Accettiamo in sostanza di non fare niente di rilevante quando non sappiamo con precisione cosa fare e di fare finalmente pace con questo microscopico ma salvifico fallimento che ci rende più umani.

Fonte dell’immagine per l’articolo Cosa fare quando non si sa cosa fare:

https://it.wikipedia.org/wiki/Da_dove_veniamo%3F_Chi_siamo%3F_Dove_andiamo%3F#/media/File:Woher_kommen_wir_Wer_sind_wir_Wohin_gehen_wir.jpg

Articolo aggiornato il: 06/09/2025

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