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Eroica Fenice

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Berberi e linguistica. Etimologia, identità e caffè

Berberi, derivazione e storia del termine

Berberi.

Mustafa mi guarda dritto negli occhi e, posata la tazzina con il caffè ancora caldo, sorride in modo beffardo pronunciando un sotteso “loro sono Amazigh. Chi si definisce berbero non conosce la sua storia”.

A volte, le cose che abbiamo a portata di mano, quelle che l’essere umano nomina con un processo cognitivo e linguistico automatico, sembrano talmente banali e scontate da perdere il loro significato. Un illustre professore dell’Università di Cagliari, linguista per professione e vocazione, diceva sempre che, come sosteneva anche Lévi-Strauss, “nominare è classificare, è creare categorie, prendere una posizione”. Quel giorno, le parole di Mustafa mi avevano riportato a quella dimensione metalinguistica per la quale l’uomo ha la facoltà di riflettere su ciò che dice, di studiare la lingua, analizzarne i discorsi e le singole parole. In quel momento, la parola “berbero” (come tutte quelle parole che noi usiamo in modo automatico e per convenzione) nascondeva in realtà un grande equivoco e, quel semplice discorso davanti ad un (napoletanissimo) caffé tra una sarda e un marocchino, aveva sollevato una questione tutt’altro che scontata. Capitava spesso che, durante la pausa pranzo, io e Mustafa parlassimo del più e del meno, di cose ordinarie che accomunano due persone durante una giornata di lavoro. “Tu hai i lineamenti del Mediterraneo!”, mi diceva. Il Mediterraneo. Mi è sempre piaciuta l’idea di questo spazio transculturale che conserva una fratellanza ancestrale tra popolazioni che oggi si guardano con sospetto, ma che in realtà hanno in comune molte più cose di quanto pensiamo.

Berberi: etimologie categorizzanti

Ma perché, allora, mettere l’accento su una differenza irrilevante come quella tra “Berbero” e “Amazigh”? In effetti, con quel termine, gli invasori avevano definito quelli come un popolo berbero in contrapposizione a loro stessi. Il nome deriva infatti dal termine francese berbère, a sua volta derivato dall’arabo barbar, il quale, probabilmente, corrisponde alla parola greco-romana barbaro, ovvero colui che non parla latino o greco. Questa popolazione molto numerosa stanziata nell’Africa settentrionale, tra il Sahara occidentale e la Libia, si differenzia storicamente e culturalmente anche dagli Arabi, che vivono nelle stesse zone a partire dal VII secolo d.C. I Berberi non hanno mai vissuto in un loro Stato unitario, ma sono stati governati da diversi regni e imperi, divisi in tribù appartenenti a diversi contesti nazionali. Gli Stati -quelli ufficiali- spesso non riconoscono la loro loro lingua e la loro cultura. Questa è un po’ la storia che accomuna tutti: fin dall’alba dei tempi, il mondo è stato diviso in due parti, quella dei dominatori e quella dei dominati. E io la conosco bene quella storia, so bene che autodefinirsi barbaro o berbero fa poca differenza, io che nomino spesso la zona interna e montuosa della mia isola chiamata “Barbagia”, luogo impervio e inaccessibile, difficile da conquistare anche per i predatori più feroci, i Romani. I sardi barbaricini, come i berberi, si definiscono in un modo in cui per primi sono stati definiti da altri, e così sarà sempre, perché la storia, la toponomastica, le parole che usiamo per parlare di ciò che ci circonda, restano e diventano opache. Ma quando si riflette sul significato, ciò che si dice attraverso il significante, assume una nuova luce, e la consapevolezza vince su qualsiasi frustrazione o accettazione di una sorte che è stata scritta da altri.

Berberi, essere “liberi” di nominarsi

“L’identità non esiste, ma allo stesso tempo è una cosa seria!”. Mustafa è marocchino, e parla del popolo Amazigh come di un’oasi etnica e culturale che ha mantenuto salde le proprie radici, nonostante le invasioni, nonostante l’etichetta del “diverso” che gli è stata appioppata non solo dall’Occidente, ma anche dallo stesso Maghreb. Ma la chiave di lettura è fondamentale: nominare è classificare. Se mi faccio chiamare berbero, se parlo di cultura e lingua berbera, so esattamente a cosa mi riferisco, ma se lo faccio per convenzione, senza riflessione, gli attribuisco un valore di rappresentazione che mi è stato imposto. 

“Amazigh vuol dire uomo libero”, ripete Mustafa.

Davanti a quel caffè, Mustafa mi ha fatto pensare a quanto le parole siano forti, potenti fino al punto di connotare etnie, culture, lingue, non solo attraverso l’indicazione e l’identificazione, ma anche attraverso l’attribuzione di valori in cui noi stessi ci riconosciamo. E allora io voglio imparare a nominare e classificare, voglio prendere una posizione, voglio imparare a guardare gli altri non dal mio punto di vista, ma capire come essi stessi si vedono. Voglio ricordarmi, soprattutto, che ognuno dovrebbe avere la possibilità di scegliere come autodefinirsi e autocostruirsi, o almeno avere la curiosità di sapere da dove viene la sua storia e il suo “nome”.

Amazigh: uomo libero, fiero, indipendente.