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Eroica Fenice

Emilio Salgari, un approfondimento sul padre del pirata Sandokan  

Emilio Salgari, un approfondimento sul padre del pirata Sandokan  

Nell’Italia di fine 800’, divisa tra analfabetismo e i salotti buoni della Bell’epoque, uno scrittore veronese catalizzò l’attenzione del pubblico con i suoi romanzi d’avventura. Dotato di una fantasia senza pari, Emilio Salgari non è soltanto tra gli autori più prolifici e letti della letteratura italiana ma il padre di eroi immortali che ancora affascinano, stupiscono nel loro difendere con tenacia e vigore un mondo e i suoi valori che sembrano ormai scomparsi.

Numerosi sono gli aspetti che il veronese ci lascia in analisi. Il laboratorio salgariano è quanto mai ricco di suggestioni, idee e intuizioni che hanno dato vita a un corpus che, seppur uniforme dal punto di vista stilistico, è incredibilmente vario per quanto riguarda personaggi, vicende, ambientazioni. Dal Golfo del Bengala alle coste dell’oceano Pacifico, da Mompracem al Polo Nord, numerose sono le location, esotiche e non, nelle quali l’azione si svolge. Nessuna di esse era mai stata visitata in realtà dall’autore che non conseguì mai l’agognato brevetto di ‘Capitano di gran cabotaggio’, anche se lasciò intendere di esserne in possesso.

Era, tuttavia, un gran sognatore e un ottimo giornalista tale da ricordare ogni minimo particolare di ciò che leggeva che lasciava poi trasudare nelle sue pagine di vivido realismo.

Disegnate con maestria sulle fredde indicazioni di atlanti, enciclopedie e diari di viaggio, queste ambientazioni sono in perfetta simbiosi con i suoi personaggi, eroi vinti in cerca di perenne riscatto che, seguendo le passioni più istintive e veraci, combattono furiose battaglie. La gloria, l’onore, e il rispetto, Sandokan, Yanez, Treamail Naik rispettano un codice etico che non deve essere violato e che va difeso ad ogni costo. Gli invasori delle loro terre, le sette religiose, i ribelli voltagabbana, invece, sono i nemici che hanno violato il patto, il cui unico scopo è arricchirsi e conquistare, distruggendo, così, quelle oasi in cui regnava sovrano l’equilibrio tra uomo e natura.

L’instancabile penna dell’autore veronese trasmette questi dissidi con una semplicità disarmante e con la vibrante passione di chi non è mai cresciuto davvero.

Le sue opere, che rappresentano un unicum nel panorama letterario italiano di fine 800’, sono difficili da inquadrare.

Estraneo al verismo, alle questioni sulla lingua e al romanzo di formazione, il mancato capitano impegna tutte le sue energie su un genere che in pochi avevano praticato prima, il romanzo d’avventura, e in cui si predilige la forza espressiva ad uno stile ricamato. Gli echi classici, le illustri citazioni, la complessità psicologica dei personaggi e delle vicende lasciano, così, il posto alla spasmodica ricerca dello stupore sensoriale del lettore che tramite le sue descrizioni riesce a viaggiare pur rimanendo seduto in poltrona. Queste scelte tematiche e una scrittura non sempre impeccabile lo hanno relegato, nel corso degli anni, ai margini della letteratura, tra gli scrittori d’appendice o per l’infanzia, con un dibattito critico tendente molte volte a sminuirne il corpus.

Solo nell’ultimo ventennio di studi, a ottanta anni dal suo macabro suicidio, Salgari comincia ad essere pienamente apprezzato e il tesoro di opere lasciato da lui lasciate a lungo incustodite rivalutato.

Salgari, breve biografia

Emilio Salgari nasce a Verona nel 1862 da una famiglia di commercianti.

Nel 1878 si iscrive all’Regio Istituto Tecnico e Nautico “P.Sarpi” di Venezia ma non termina gli studi e non ottiene la licenza. I suoi viaggi, come vedremo nel paragrafo successivo, sono quindi immaginari, frutto di una fervida immaginazione.

“La Nuova Arena”, testata della sua città, nel 1883 pubblica il suo primo romanzo “Tay-See” (noto ai più come “La Rosa del Dong-Giang”) e in seguito una delle opere che gli daranno più fama: “La Tigre della Malesia”.

La sua storia è assai tribolata: il padre muore suicida e la moglie, malata di mente, viene internata in un manicomio. Questo, gli stringenti debiti e l’ansia di non riuscire a terminare in tempo i suoi lavori, lo porteranno ad un gesto estremo che ne condizionerà la futura fama. Come il padre, si ucciderà – facendo harakiri con un rasoio – dopo aver lasciato una lettera ai figli, agli editori e al capo del giornale.

Emilio Salgari e Letteratura

Nell’età del Verismo e del Decadentismo Emilio Salgari è «venuto a trovarsi, in una condizione culturale mediana che gli ha consentito (diversamente da quanto accadeva ad autori maggiori) di misurarsi non con i problemi eleganti e profondi, insiti nel dibattito letterario dei suoi anni, e dunque nell’universo etico e elegante delle classi superiori, ma con le imperiose dinamiche del gusto di massa; e, in parte senza saperlo, con i problemi tecnici di una letteratura degradata ma esigente che a quel gusto doveva offrire soddisfazione, alimento e dignità estetica e costruttiva» (cit. Bruno Traversetti)

Il ruolo che ricopre il veronese nella cultura del suo tempo risulterà di grande rilievo poiché le sue opere resero labili i confini tra letteratura “alta” e “popolare”. I romanzi che scrisse sono moderni, innovativi ma soprattutto vendono tantissimo, aprendo le porte della lettura a tutti i nuovi alfabetizzati. Questa è l’operazione che la sua penna involontariamente compie, ma come giudicarlo dal punto di vista strettamente letterario? L’autore sembra così immerso nel suo narrare l’avventura da non lasciarci nessuna forte indicazione del suo orientamento che va così considerato implicitamente. Lettore onnivoro egli assimila e rielabora gli elementi portanti delle maggiori correnti letterarie senza dar voce a nessuna di esse nello specifico. Troviamo tra le sue pagine l’evocazione di un Oriente misterioso e sensuale e il superomismo, principi appartenenti al Decadentismo e al contrario un atteggiamento positivista come mostra nei Robinson italiani, dove la conoscenza tecnologica è indispensabile per sopravvivere in un ambiente ostile. Nei suoi romanzi d’avventura, nei quali è forte il debito con Verne, mette in scena valori perduti, utopie di giustizia e coraggio, carattere tipicamente romantici con ardimento e pathos ma la tendenza alla puntigliosa rappresentazione del vero e l’affidarsi a lunghi dialoghi per la narrazione sono vicini al verismo di Verga. Con questa corrente condivide anche la totale mancanza di magia e fatti sopranaturali.

Emilio Salgari vedeva la natura con paura e soggezione, come pericolosa per la specie umana, tuttavia non manca di descriverla in modo sinuoso e mistico, come Pascoli e D’annunzio. Non possiamo che terminare questa serie di contraddizioni assonanze nella sua prosa con la sua ambigua adesione alla letteratura per ragazzi.

Se da un lato, infatti, non ci sono bambini, elementi, né fantastici, famiglie, né animali antropomorfi nelle sue storie dall’altro lato riscontriamo contenuti e strutture “didattiche”.

Ricchi di nozioni geografiche, storiche, biologiche i suoi romanzi sono utili per imparare oltre che intrattenere e la contrapposizione forte tra bene e male, tra buoni e cattivi, senza mezze misure o personaggi ambigui, rende la lettura facile e interessante la partecipazione del fanciullo.

Salgari è, quindi, un anarchico fautore dei moti di spirito che nel contesto e nei gusti del suo tempo ha assimilato senza una completa adesione a nessun movimento.

Come lavorava la “tigre”, Emilio Salgari

Leggendo i titoli delle opere scritte dal veronese si potrebbe facilmente immaginarlo come un navigante ed esploratore esperto, un uomo di mondo che ha trascorso la sua esistenza a viaggiare e che ha voluto, negli ultimi anni della sua vita, raccontare al pubblico parte delle sue avventure. Così era stato, seppur in modo più circoscritto, per De Amicis, Stevenson e per Rudyard Kipling, scrittori – viaggiatori che nei loro romanzi, reportage e diari hanno riportato descrizioni, sensazioni e imprevisti delle spedizioni da loro stessi compiute.

Così, però, non fu per Emilio Salgari che viaggiò soltanto con la fantasia e l’ausilio di una notevole capacità di trasformare ciò che leggeva in credibili scenari. E non deve stupire, quindi, la notizia, confermata nelle più accreditate biografie, che per la redazione di un romanzo o di un racconto Salgari entrasse prima di tutto in biblioteca. Non poteva prescindere dalla preparazione di schede e appunti con i quali avrebbe in seguito costruito le esotiche, misteriose e sempre diverse location delle sue storie.

Frutto di un attento studio e di ricerche tra repertori, romanzi, carte geografiche, atlanti, dell’attenta consultazione di libri e di riviste di viaggio come “Il Giornale Illustrato dei Viaggi”, “La Valigia”, “Il Giro del Mondo”, la sua narrativa è inevitabilmente una miniera d’informazioni.

Nel capitolo X de I misteri della jungla nera troviamo, ad esempio, molti elementi enciclopedici sapientemente incastonati tra di loro per caratterizzare l’ambiente che circonda i personaggi

È evidente come in pochi capoversi Emilio Salgari riutilizzi ogni elemento che riesce a ricavare, sia esso una nozione sulla flora, sulla fauna, sul clima e sul territorio. Sappiamo, inoltre, che per non cadere in contraddizione sui dati forniti nelle diverse avventure di simile sfondo, avesse costruito un’enciclopedia, costantemente aggiornata.

Lasciata la biblioteca era sua abitudine delineare gli elementi essenziali dell’intreccio e definire il carattere degli interpreti che, è essenziale riferire, non subisce un’evoluzione psicologica degna di nota.

Questo rigoroso lavoro di preparazione nel quale razze, popoli e sette, eternamente ferme alla loro naturali, vengono ritratti con lo stesso criterio di piante e fauna, contiene già gli elementi essenziali del romanzo d’avventura salgariano: l’antefatto, l’eroe e i suoi compagni, il nemico o l’avversario irriducibile, la natura benigna o avversa, l’ambientazione, il viaggio, l’amore, la passione, l’odio, la vendetta, la vittoria, la sconfitta.

Sono il viaggio, l’eroe e l’azione sono gli elementi, che maggiormente conquistarono i giovani lettori in cerca di personaggi forti e maturi nei quali identificarsi.

Perché ciò fosse possibile occorrevano protagonisti dinamici e soprattutto campioni dell’eterna lotta tra il bene e il male.

Un elemento importante, proprio per il fascino che esercitò sui lettori e, in particolare su quelli più giovani, è la scrittura visiva: nei suoi romanzi egli realizza scene immediatamente traducibili in immagini. Ciò è ancor più sottolineato dalle trasposizioni televisive e in forma di fumetto che le sue storie ebbero alla sua morte.

L’abilità di fissare in un modo quasi cinematografico, l’attenzione del lettore sulla scena, derivata con molta probabilità dal suo amore per il melodramma, per il teatro e per i balletti. Il narratore veronese ha, per l’appunto, uno spiccato interesse per le sceneggiature, gli allestimenti e i fondali. Disegnatore dilettante, capace di tratteggiare con maestria una carta geografica, considera le immagini, i disegni, le incisioni e le fotografie, fonti indispensabili.

La rappresentazione grafica, l’aspetto visuale a 360 gradi, permeano la sua scrittura.

L’avventura salgariana diventò così universale, recepibile ben oltre i confini nazionali e, nello stesso tempo, i romanzi dello scrittore veronese introdussero nel nostro paese un’esperienza narrativa che fino alla fine dell’Ottocento non aveva avuto possibilità di affermazione. Poco incline alle riflessioni poetiche, alla forma del saggio ma consapevole del suo ruolo, Salgari rese possibile, senza aver mai viaggiato, il romance in Italia, una “forma narrativa” che conquistò i giovani lettori e numerose case editrici.

Salgari può essere considerato uno scrittore per l’infanzia?

Emilio Salgari fu uno degli autori più amati dai ragazzi, generazioni intere sono cresciute seguendo le orme dei suoi eroi. Questo dato, per quanto rilevante, non è però sufficiente per annoverare il padre di Sandokan tra gli scrittori per l’infanzia, soprattutto se valutiamo il peso che aveva, negli anni in cui visse, l’esigenza pedagogica.

Uno dei dilemmi che ancora attanaglia il dibattito critico sull’autore è, quindi, se egli avesse intenzionalmente scritto romanzi “per ragazzi“ e, in caso affermativo, se essi avessero intenti educativi.

Il romanzo per l’infanzia, in quegli anni, era sinonimo di Bildungsroman.  

L’Italia era stata “fatta” da poco, bisognava formare gli italiani, parafrasando Massimo D’azeglio.

Cuore di Edmondo De Amicis, Le avventure di Pinocchio di Collodi, questi erano i titolo e gli autori italiani con i quali la prima generazione di fanciulli venne a contatto.

Accanto a questi classici, grande successo ebbero anche Stevenson e Jules Verne che portarono con i loro romanzi d’avventura una ventata d’aria fresca nel panorama letterario italiano.

Salgari è l’indiscusso pioniere di questo genere in Italia. Pioniere e allo stesso tempo innovatore poiché egli non si limitò a riprendere le tematiche e i modi dei suoi colleghi ma li mutò, seguendo la foga della sua penna e del suo ego.

Ciò non toglie che Emilio Salgari venne definito per lungo tempo, come riportato in una recensione precedente, il Verne italiano anche se oggi, con lo studio approfondito del suo corpus, si è giunti a dire che:

l’ispirazione di fondo è diversa. Verne — si pensi a Ventimila leghe sotto i mari — è lento, minuzioso, ha una fantasia prevalentemente scientifica, abbonda di dissertazioni desunte da manuali di scienza; Salgari è rapido, approssimativo, turbinoso; i romanzi di Verne rivelano un impegno didascalico, quelli di Salgari l’ebbrezza del narrare, Verne rappresenta la civiltà industriale in espansione, Salgari appartiene a una cultura piuttosto chiusa, che cerca nell’avventura una possibilità di evasione e di affermazione. Il fascino dell’ignoto — sottolinea Castelli — e l’avventurarsi in esso alla ricerca di scoperte e di superamento del limite accomuna i due narratori.

Tornando al nodo critico c’è da dire che fu proprio l’editore de La nuova Arena, giornale sui cui le avventure di Sandokan videro la luce, a dare il via alle questione tramite la campagna pubblicitaria che invase le strade di Verona. Manifesti con una tigre prima allarmarono, poi incuriosirono molti cittadini che furono spinti a comprare il giornale per scoprire chi fosse la famosa Tigre della Malesia che «stava arrivando», come riportato da una frase sibillina posto sotto l’animale. Sul numero del 16 ottobre si leggerà tra le altre cose:

è una tremenda storia di stragi di ogni maniera, di assassini, di fughe, di inseguimenti, e l’amore vi ha una parte principale. Vi troverete descrizioni accurate di quei luoghi lontani e sconosciuti paesi. (…). è un romanzo di genere nuovo in Italia, un romanzo che oltre essere dei più interessanti è al sommo grado istruttivo, è un romanzo che può essere letto in qualsiasi famiglia.

Questa asserzione trova, tuttavia, uno scarso, se non inesistente, riscontro nella realtà del testo poiché proprio la prima edizione del romanzo d’appendice è, paradossalmente, la meno indicata, per le sue scene violente, ad un pubblico di minori.

Osservando i volumi successivi alla morte dell’autore che in vita non ebbe particolari attenzioni critiche, notiamo che fu Luigi Russo, nel 1923, il primo ad accogliere Emilio Salgari tra i romanzieri italiani. Il critico letterario siciliano non lo etichettò come scrittore per ragazzi, riconoscendogli, altresì, un valore di originalità e novità.

Diversamente, pochi anni dopo, fa Giuseppe Fanciulli che lo include ne La letteratura per l’infanzia esprimendone un giudizio non privo di positive e ancora condivisibili osservazioni:

I libri di S. mentre suscitano tante simpatie nel pubblico giovane, vennero condannati dagli educatori, e il loro autore fu giudicato come un mediocre imitatore di Giulio Verne. Ora è doveroso correggere un giudizio tanto  sommario. In realtà, S. non ebbe mai, come Verne, il proposito di istruire, e probabilmente quello di educare, ma ciò non toglie che egli raggiungesse, anche inconsapevolmente, qualche effetto educativo… La scimitarra di Budda, I misteri della Jungla nera, Le Tigri di Mompracem e altri racconti, si salvano dall’eccidio e sono vivi anche oggi, mercé l’arte dello scrittore. Dove risiede l’originalità di quest’arte? Nella tecnica cinematografica del racconto.. Verne con tutti i suoi meriti era lento, descrittivo, minuto, Salgari procede rapido, sicuro che il movimento di per sé può interessare e perfino raggiungere effetti artistici.

Amato dai ragazzi, condannato dagli educatori a differenza del collega francese che riuscì nell’impresa di far collimare i due aspetti.

Il veronese, tuttavia, ha nel suo modo di scrivere qualcosa di unico, inimitabile: interessa, diverte, intrattiene, fa sognare i suoi piccoli lettori con le sue storie, le ambientazioni ammiccanti e gli eroi invincibili.

Olindo Giacobbe che, in precedenza abbiamo riportato svalutarlo dopo averlo premiato involontariamente, aggiunse un nuovo elemento alla questione:

Mentre altri scrittori per la fanciullezza si proponevano esclusivamente di educarci, egli mirava soltanto a divertirci (..) Apriva alla nostra sete di avventure la via liberta degli oceani abbaglianti e delle foreste sterminate.

Salgari, quindi, non si propone, secondo il critico, di educare.

Dello stesso parere è Tibaldi Chiesa nel 1945 che, pur includendolo nel volume Letteratura infantile, ne specifica le peculiarità:

I ragazzi, beati di fare con lui viaggi così meravigliosi e di vivere vicende così portentose, lo difendono con ardore dalle accuse e gli servano la loro predilezione entusiasta. (..)

di qui l’ammonimento:

Da certi ragazzi è meglio tener lontani certi libri capaci di esaltarli pericolosamente. Agli altri, i più normali e sereni, consigliarli non è pedagogico: ma essi ci si divertono e nulla di più, si può chiuder un occhio, ogni tanto, e lasciarli in compagnia del loro beniamino.

Come risulta evidente da questa analisi preliminare, i primi studiosi, ancora legati all’idea di romanzo di formazione, allontanarono Emilio Salgari dalla sfera educativa ma lo accostarono comunque ai ragazzi per la sua capacità farli appassionare. Quest’ultima affermazione viene usata, in alcuni casi, per screditare l’autore.

Capitolo a parte, è quello della rivalutazione fascista delle opere salgariane. Specchio distorto del terrorismo psicologico del tempo, Sandokan e gli altri eroi diventarono modelli di ardimento alla gioventù guerriera.

Emilio Salgari può oggi dirsi, perché poeta dello spirito di iniziativa, di rischio e di avventura, quasi il profeta di quella vita fascista degli italiani nuovi che Mussolini poteva definire con un avverbio “Vivere pericolosamente”. Più ancora in Salgari si son riconosciuti, dopo tre guerre ed una rivoluzione, i ragazzi di oggi che ardono, cantano, marciano e già hanno il fucile in mano a dieci anni.

Salgari quindi è, visto in questa ottica, autore dalle grandissime qualità didattiche e di cui si consiglia caldamente la lettura.

Questa visione critica ebbe, comprensibilmente, vita breve ma lasciò dietro di se una scia di pregiudizi e un alone oscuro sullo scrittore che ne fu, nuovamente, vittima inconsapevole.

Il già citato storico Salvemini ne è una riprova poiché asserì, ricordando la sua gioventù:

Jules Verne fu maestro di buona educazione morale  a me e a molti della mia  generazione. La generazione che succedette alla mia lesse invece Salgari cioè  storie di corsari che vanno in cerca di ricchezze, senza direzioni morali, col pugnale fra i denti. Jules Verne, 1880, 1900, Salgari 1900, 1920. Quei nomi e quelle date spiegano molti avvenimenti italiani.

Lina Sacchietti, estranea alle discussioni sulla moralità delle opere salgariane, addita, nello stesso periodo, il veronese di semplicismo e banalità. Il suo successo si spiega soltanto con la pochezza critica dei fanciulli che hanno la stessa mentalità elementari degli eroi che tanto amano.

Il capitano quindi ha successo, nella sua ottica, per la pochezza dei suoi personaggi.

Ciò è in linea con il pensiero di Pietro Bergellini che continuava a vedere la letteratura di Emilio Salgari come letteratura d’ardimento, come azione che diventa energia guidata da una morale primordiale. E ciò, certamente, non è in linea con l’intento di educare.

Un’altra corrente di pensiero è quella di Giovanni Bitelli che esclude che lo scrittore potesse aver scritto intenzionalmente romanzi per l’infanzia. Alcuni elementi del testo confuterebbero questa tesi:

Che Emilio Salgari pensasse di scrivere romanzi per adolescenti non è sostenibile. La tecnica del suo componimento lo esclude in modo inconfutabile. Egli ingaggiò soltanto una battaglia sul terreno dell’avventuroso, come dianzi avvertito, per aver ragione dei suoi avversari scaltrititi e per far quattrini.

Se dal piano letterario saliamo al piano etico, che nella letteratura infantile è certamente prevalente, non c’è da illudersi: nella prosa salgariana non si trova, per quanto si cerchi, una vibrazione formativa accettabile.

Vincenzina Battistelli nello stesso periodo, invece, è lontana dalle correnti maggioritarie. Nel suo Libro del fanciullo vede il veronese come «buono a profitto del giovane lettore».

Arrivando all’ultimo ventennio tale idea trovo riscontro favorevole in Ann Lawson Lucas che arrivò, tra l’altro, ad ipotizzare che opere come Il Corsaro Nero possano essere inserite nel Decadentismo per ragazzi, date le loro gravi anomalie:

Niente fate, niente animali antropomorfi, niente bambini, niente famiglia. L’opera di Salgari era veramente anomala e innovativa paragonata ai libri per l’epoca per i giovani e davvero presentava più affinità con la cultura degli adulti. L’unica caratteristica importante in comune con gli altri libri e giornali per ragazzi era l’intento educativo. Questo era mascherato abilmente dalla stimolante narrazione e dalle forti descrizioni perché in realtà ogni volume conteneva in abbondanza due tipi di materiali didattici: in aggiunta ai fatti storici, geografici, biologici, le storie si fondavano sempre su una struttura morale molto solida.

Qualche anno prima Pino Boero e Carmine de Luca, invece, non avevano smentito la corrente realmente maggioritaria:

è chiaro come un simile autore non piacesse ai ben pensanti, non convincesse coloro che richiedevano alla letteratura i giovani, insegnamenti, bella scrittura, oasi di sicuro conformismo

Claudio Gallo nelle pagine della sua recentissima autobiografia, riflettendo sulla storia critica appena passata brevemente in rassegna, arriva a questa conclusione:

Risponderemo, con tutta franchezza, che se capolavoro è quel libro il quale, riuscendo ad interessare, porta un soffio di vita e di passione nella categoria di lettori cui è destinato, i libri del Salgari sono, indistintamente, dei capolavori. Emilio Salgari non aveva la pretesa di scrivere testi per le scuole italiane medie. Lo stile, tempestoso si, del Salgari è il più gradito all’età dei sogni di ogni generazione.

In definiva, il pensiero critico, che negli anni ha poi tralasciato questo aspetto per approfondire tematiche diverse, può essere sintetizzato dicendo che non fu certamente nelle intenzioni di Emilio Salgari scrivere romanzi educativi per ragazzi ma quella giovane e vastissima platea entrò a tal punto in empatia con i suoi personaggi che in essa Salgari ripose le sue speranze e aspettative di gloria.