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Eroica Fenice

Tra guerra e memoria. Annichilimento e speranza

Tra guerra e memoria. Annichilimento e speranza

L’umanità ha sperimentato lungo il suo percorso storico varie forme di crudeltà. Così come la capacità di offrire memoria di grandiose scoperte e creazioni meravigliose.

In particolare, gli anni ’40 del Novecento costituiscono uno dei periodi storici più singolari, e al contempo uno tra i più bui di cui l’umanità abbia memoria.

Konrad Zuse inventa il primo computer, ovvero lo Z3 (1941). Viene sviluppata la tecnologia nucleare, che porterà allo sviluppo sia di una nuova fonte di energia sia di nuove armi di distruzione di massa, come la bomba atomica (1942). La stessa verrà utilizzata infatti come controffensiva da parte degli Stati Uniti sulle città giapponesi di Hiroshima e Nagasaki (1945). In difesa del bombardamento a sorpresa a Pearl Harbor, la più importante base navale della marina americana, perpetrato dai giapponesi (1941). Il 2 giugno del 1946 l’Italia diviene Repubblica. Nel 1948 viene approvata dalle Nazioni Unite la Dichiarazione universale dei diritti dell’uomo. Lo scoppio della Seconda Guerra Mondiale, attacchi, invenzioni, l’avvento della dittatura. Ma gli anni ’40 offrono purtroppo memoria di un abominio peggiore della stessa guerra: l’Olocausto.

Con tale termine si indica il terribile genocidio perpetrato dalla Germania nazista di Adolf Hitler e dai suoi alleati nei confronti degli ebrei tedeschi prima, poi esteso a tutta l’Europa occupata dal Terzo Reich, con la deportazione e lo sterminio di massa di ebrei, in particolar modo, e di tutte le categorie ritenute “indesiderabili” (prigionieri di guerra sovietici, zingari, testimoni di Geova, omosessuali, malati di mente e portatori di handicap).

Paradossalmente, il termine Olocausto nasce come attributo religioso. Derivando dal greco “bruciato interamente”, indicava inizialmente la più retta forma di sacrificio prevista dal giudaismo. Ma proprio a causa del significato religioso del termine, gli ebrei trovano inappropriato l’uso dello stesso, giudicando offensivo paragonare l’uccisione di milioni di ebrei ad un’”offerta a Dio”. Per cui, il termine più correttamente utilizzato per indicare una tale distruzione di massa diviene Shoah, dall’ebraico “catastrofe”, “distruzione”.

Gli anni della Seconda Guerra Mondiale offrono pertanto memoria di una delle colpe più gravi di cui l’uomo si sia macchiato. Il genocidio degli ebrei perpetrato attraverso i campi di concentramento e sterminio, attraverso l’impiego di forni crematori e l’utilizzo di camere a gas non sembra avere eguali nella storia.

La memoria tra annichilimento e speranza

Svariate sono state le testimonianze di ebrei deportati e sopravvissuti al massacro e alle malattie che, insieme al fuoco, gas e colpi di fucile, hanno falciato milioni di vittime. Eventi ad oggi conosciuti ed approfonditi.

Ma uno spunto singolare può essere colto – attraverso racconti, libri e pellicole cinematografiche – nel modo in cui sentimenti e caratteri siano stati alterati, forgiati o semplicemente emersi in seguito alla terribile esperienza offerta dalla guerra e dalla shoah.

Alcuni cuori non hanno mai perso la speranza nella liberazione e nella vita che continua; altri sono stati condannati dall’orrore e dal dolore ad un’estrema durezza. Alcune, tra le milioni di vittime, hanno continuato a credere nella bontà, nonostante tutto il male vissuto; altre si sono incattivite, decidendo di annichilire gradualmente i sentimenti di amore e gioia, pur di allontanare il dolore portato dalla guerra e dall’abbandono.

A tal proposito è propizio il riferimento al film Il Grande Quaderno, basato sul primo romanzo della Trilogia delle città di K, scritto da Ágota Kristóf:

«Siamo nudi. Ci colpiamo l’un l’altro con una cintura. Diciamo a ogni colpo: – Non fa male. Colpiamo più forte, sempre più forte. Passiamo le mani sopra una fiamma. Ci incidiamo una coscia, il braccio, il petto con un coltello e versiamo dell’alcol sulle ferite. Ogni volta diciamo: – Non fa male. Nel giro di poco tempo non sentiamo effettivamente più nulla. È qualcun altro che ha male, è qualcun altro che si brucia, che si taglia, che soffre. Non piangiamo più».

I protagonisti del romanzo, due gemelli, incarnano quel sentimento di erranza ed annichilimento, che caratterizza gli scritti di Ágota Kristóf. La volontà aberrante di accantonare i sentimenti di speranza e bontà, pur di non lasciarsi contagiare oltre dal dolore.

D’altra parte, altri testimoni di cotanta crudeltà non perdono la fiducia nel prossimo, continuando sempre e comunque a credere nell’amore. A tal riguardo è impossibile non rifarsi alle parole di Anne Frank, colte nel suo Diario: «Malgrado tutto, continuo a credere nell’intima bontà dell’uomo».

Nonostante il dolore, il male, la forte disuguaglianza alimentata dal razzismo di quel periodo; nonostante le atrocità vissute Anne, come altri testimoni della crudeltà nazifascista, ha impresso nell’anima le tracce dell’amore. Un amore non condannato all’oblio. L’amore per la famiglia; l’amore per l’amicizia e la genuinità. Anne non chiude il suo cuore agli altri, gettandone le chiavi nel fiume della disperazione. A differenza dei protagonisti de Il Grande Quaderno il suo animo fanciullo resta tale, facendo sì che le ferite provocate dal dolore del massacro e dalla paura vengano curate dalla speranza. Il dolore per Anne non è un sentimento da evitare, ma con cui convivere per diventare davvero forte e mai essere sola.

Ed è qui che risiede il significato più profondo della memoria. La memoria di una sofferenza vissuta senza allontanare se stessi; per non dimenticare che è importante vivere più che sopravvivere.

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