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Hara Tamiki: gli scrittori dell’atomica

Hara Tamiki: gli scrittori dell’atomica

Hara Tamiki (原民喜, 1905-1951), definito da Ōe Kenzaburō (大江 健三郎, 1935-2023) «il più bravo, tra gli scrittori giapponesi contemporanei, a descrivere l’esperienza dell’atomica», comprime in un unico passo l’insopportabile peso del trauma e della perdita che lo hanno irrimediabilmente segnato. Questi temi sono ampiamente affrontati nell’opera che viene considerata il suo testamento, Il paese dei desideri (心願の国, 1951), poiché anticipa il suo suicidio.
La sua percezione della realtà è stata frantumata non solo dall’esperienza diretta della catastrofe che ha distrutto la sua città natale, Hiroshima, ma anche dalla perdita della moglie Sadae, avvenuta un anno prima del disastro. In un lacerante paradosso, Hara si è ritrovato, per caso, a sopravvivere a una tragedia che avrebbe dovuto segnare la fine di tutto, e questa casualità gli è apparsa come una condanna.

Un inverno senza fine

Hara, trasferitosi da anni a Tōkyō, era tornato a Hiroshima per rendere omaggio allo spirito della moglie in occasione della festività dell’Obon (お盆). Nel momento della detonazione del Little Boy, alle 8:15 del 6 agosto 1945, si trovava all’interno di un bagno, che gli offrì protezione dall’esplosione, dal calore e dalle schegge volanti. La consapevolezza di essere sopravvissuto per una circostanza così casuale, tuttavia, non generò in lui alcun sollievo, ma piuttosto un senso di colpa lacerante e un profondo turbamento. Lo stridente contrasto tra la sua sopravvivenza e la morte di innumerevoli innocenti lo condusse a una riflessione dolorosa sulla propria condizione di superstite, aggravata dal senso di impotenza per non poter spiegare o giustificare la propria fortuna.
Questa frustrazione si riflette nella struttura stessa dei suoi testi: bruschi cambi di registro, incoerenza nei tempi verbali e un uso insistente del katakana (il sillabario giapponese utilizzato per i termini di derivazione straniera e, in casi come questo, per rafforzare il significato del testo); elementi che frammentano il ritmo e interrompono la narrazione, evocando l’ammasso di macerie, fisiche ed emotive, che rispecchiano la sua condizione di sopravvissuto. I personaggi di Hara riflettono il suo stesso destino: vagare senza pace tra le macerie, ovunque si trovino. Sono “morti che camminano”, inconsapevoli della realtà di quanto accaduto, incapaci di elaborare il trauma vissuto e privi di un luogo a cui poter fare ritorno.
Sull’orlo della follia, lo scrittore riuscì comunque a contenere la propria angoscia, resistendo a lungo alla tentazione di porre fine alla sua vita. Tuttavia, nel 1951, di fronte al timore che un’altra bomba atomica potesse essere sganciata, stavolta sulla Corea in guerra, si arrese. Il 13 marzo si tolse la vita lanciandosi sotto un treno della linea Chūō, tra Nishi-Ogikubo e Kichijōji (una zona di Tōkyō nota, ancora oggi, per i luoghi suggestivi dedicati allo hanami) – ormai incapace di accogliere i ciliegi in fiore e il tepore primaverile che ogni anno segnano il risveglio di Tōkyō dal freddo inverno.

Il peso della “primavera” per Hara Tamiki

Nella citazione riportata di seguito, la “primavera” a cui fa riferimento Hara Tamiki trascende il semplice risveglio della natura o la celebrazione della vita, diventando il simbolo contrastante di una rinascita sociale e culturale che non riesce a condividere; un sussurro distante e un invito alla gioia che non può accogliere.
I bombardamenti atomici di Hiroshima e Nagasaki rappresentano due dei momenti più traumatici del XX secolo, non solo per le vite spezzate e la devastazione materiale, ma anche per le profonde cicatrici lasciate sull’identità culturale e psicologica del Giappone. Così, la “Primavera” di Hara Tamiki diventa un prisma attraverso cui riflettere le complesse dinamiche di un paese che, sotto il peso della storia, ha cercato di risorgere dalle sue ceneri.

«Davanti ai miei occhi si materializza la festa dei Fiori della città in cui sono nato – quella città ormai devastata. Nella fantasia, vedo mia madre e mia sorella maggiore ancora vive e vestite a festa. Sono bellissime, sembrano delle ragazzine. La “Primavera” celebrata in poesia, pittura e musica sussurra al mio orecchio, mi turba. Ma io ho freddo e mi sento anche un po’ triste.» (tratto da Il paese dei desidrei: il ricordo di Hiroshima, di Hara Tamiki) 

Fonte immagine: depositphotos

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A proposito di Christian Landolfi

Studente al III anno di Lingue e Culture Comparate (inglese e giapponese) presso "L'Orientale" di Napoli e al I anno di magistrale in Chitarra Jazz presso il Conservatorio "Martucci" di Salerno. Mi nutro di cultura orientale in tutte le sue forme sin da quando ero piccino e, grazie alla mia passione per i viaggi, ho visitato numerose volte Thailandia e Giappone, oltre a una bella fetta di Europa e la totalità del Regno Unito. "Mangia, vivi, viaggia!"

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