L’albero e le radici della poesia di Fadwa Tuqan

Cosa c’è di più caro per l’uomo, se non la propria terra? Il luogo in cui nasciamo ci lega indissolubilmente a sé. E quando la terra, la casa, ci viene negata, allora siamo consapevoli che sarebbe meglio non avere vita perché non ci viene permesso di esistere, di diventare essenza della nostra cultura, della nostra lingua, delle radici dei nostri figli. Cosa sono i popoli senza terra se non il nulla? Poco lontano da noi, dall’altro lato del Mediterraneo, si consuma da anni una guerra atipica che riguarda il diritto dell’uomo di essere popolo prima ancora che individuo, una questione che non può e non deve essere solo palestinese. Recentemente è stato annunciato dai media e dagli organi di stampa che il prossimo mese di aprile la Palestina si appellerà alla Corte Penale internazionale all’Aja per denunciare i crimini di guerra che sarebbero stati commessi dallo Stato di Israele nel corso dell’Intifada assieme alle ripetute operazioni di occupazione dei territori palestinesi e della Cisgiordania. Questo passo ha un valore storico e simbolico importante, in quanto i 122 paesi membri della Corte Internazionale, dopo aver riconosciuto la Palestina “paese osservatore”, si accingono (forse) a dare ascolto ad una voce per troppo tempo ignorata. Fin dalla fondazione dello Stato di Israele, nel 1948, ci sono stati  poeti, scrittori, donne e uomini di cultura palestinesi che hanno formato una “resistenza intellettuale”, portando avanti lotte per la liberazione nazionale ancora prima di Hamas.

Il mese di marzo, dedicato alla donna, porta con sé una grande amarezza in quanto, alla luce della situazione attuale in Medio Oriente, dalla Palestina arrivano storie di donne discriminate, abusate e ritenute inferiori in quanto palestinesi e ancora in quanto donne, sottomesse a Israele e ai propri uomini. La questione palestinese, oltre alle conseguenze che bene o male tutti conosciamo, si porta dietro la tragedia della condizione dei più deboli, dei bambini e delle donne, che più di chiunque sono sottoposte alla violazione e alla negazione di ogni diritto, essendo vittime di una società patriarcale che nega loro ogni tipo di emancipazione. La difficile situazione che si vive nei territori occupati, il clima di terrore e sospetto alimentato dal controllo militare israeliano, che invade ogni aspetto della vita sociale e personale dei palestinesi, si ripercuote negativamente sulla condizione delle donne, che subiscono violenze fisiche e psicologiche, sono sottoposte a ogni tipo di umiliazione all’interno delle loro stesse case.Fadwa Touqan photo Ecco perché essere donna ed essere palestinese, oggi come ieri, sembra essere una condanna, una croce da portare sulle spalle, a volte non così larghe da sostenerla. Nonostante tutto, essere donna e palestinese è anche simbolo di speranza, di riscatto, ancor più se si è voce ed espressione di sentimenti e libertà. Per questo mi piace ricordare, proprio nel mese della donna, Fadwa Tuquan, donna, palestinese e poetessa, ma soprattutto ribelle. Fadwa nasce a Nablus in Cisgiordania nel 1917 e vive quella che è la condizione di molte altre bambine nate all’interno di una società maschilista e retrograda che le nega anche l’istruzione fino ai suoi 40 anni, età in cui consegue la laurea in Inglese a Oxford. Sarà grazie a suo fratello Ibrahim, poeta e autore di testi teatrali, che Fadwa inizierà a scrivere, a dare espressione al suo essere più intimo.

Dopo il 1967, anno in cui Israele occupa Nablus, Fadwa cambia come donna, e assieme a lei le sue poesie. Non si tratta più di scritti d’amore, di contemplazione della natura, o meglio non solo. La poetessa prende parte assieme a tanti altri scrittori arabi alla Poesia di Resistenza.  Nel 1973 pubblica ῾Alà gimma al-dunyà wahīdan (“Solo sulla cima del mondo”), una raccolta di poesie dedicate alla causa palestinese, nel 1980 compare invece la raccolta Qasā’id siyāsiyya (“Poesie politiche”). Tante altre donne palestinesi si uniranno in seguito alla sua lotta proprio in quegli anni in cui l’impegno della scrittrice verrà riconosciuto con il conferimento del premio Palestinians’ Jerusalem Award for Culture and Art, nel 1990.

Nelle sue poesie il dolore si tramuta in sensibilità, la sensibilità in immagine e la rabbia in nostalgia e attaccamento disperato alla propria terra, alle radici. La speranza la si intravede, traspare dalle descrizioni commoventi della natura. L’albero per Fadwa è simbolo della vita, è ossigeno per il corpo e per il cuore, ma in Palestina nessuno pensa più agli alberi. La natura assiste inerme alla devastazione, ai passaggi dei carri armati e dei soldati e ci si rassegna ad un cielo che non promette pioggia, ma solo bombe.

Quello che Fadwa lascia a 12 anni dalla sua morte non è semplicemente un esempio di lotta politica, è la voglia di non perire, di non lasciarsi cullare dall’indifferenza e dalla rassegnazione. È la speranza di tornare a passeggiare tra i ruscelli, di vedere i semi diventare alberi, di ritrovare nelle rocce e nella terra bagnata dal mare quelle radici perdute, violate e umiliate. Lei non è riuscita a vivere quel giorno, non ha fatto in tempo a vedere con i propri occhi un Paese libero di esistere. La Palestina non è autorizzata ad essere, è solo la culla di un popolo che da troppo tempo non riesce più a cogliere la bellezza di uno sguardo, non può provare la tenerezza nel veder giocare sereni i propri bambini, non riesce a rendere le proprie donne madri, mogli e figlie libere.

“Il diluvio e l’albero”
Il diabolico giorno del turbine
dilagando si è fatto più crudele.
Il giorno nero del diluvio
rifiutato da spiagge selvagge
e buttato nella verde buona terra,
quel diluvio nemico esclamò:
 – e attraverso orrizonti stranieri si ripetè
la gioia delle sue esclamazioni:
“E’ già caduto l”albero,
ed è distrutto il gigante tronco
e i fulmini non lasciarono
tracce di vita dell’albero?
Ci perdonino i rossi ruscelli
ci perdonino le radici che abbiamo bagnato
con vino di sangue dei cadaveri.
Ci perdonino le radici arabe
che vanno profonde come rocce nella
profondità
e che si stendono lontane nella profondità.
Un giorno l’albero risorgerà
risorgerà l’albero, e le fronde
cresceranno contro il sole,
saranno verdi ancora una volta
e sorrideranno le foglie.

Fadwa Tuqan

-L’albero e le radici della poesia di Fadwa Tuqan-

About Sara Melis

Sarda trapiantata a Napoli, vive a metà tra l'amore per le sue radici isolane e la curiosità di viaggiare. Dopo lo studio dello spagnolo e del turco, la passione folle per le culture del Mediterraneo, si dedica attualmente a tutto e niente, alla scrittura, al giornalismo e al disegno, ma anche al tango argentino. Aspirante giornalista, aspirante tanguera, aspirante viaggiatrice e magari artista, si ritiene "una dalla personalità eclettica" (bi e polipolare). Da un anno circa collabora con Eroica Fenice.

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