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Eroica Fenice

Leonardo Guzzo

Le radici del mare di Leonardo Guzzo

“Le radici del mare”, edito da Italic Pequod, è l’esordio letterario di Leonardo Guzzo esperto di Scienze Politiche ed Organizzazione Internazionale, nonché titolare di cattedra presso la Libera Università Maria Santissima Assunta di Roma. Il suo lavoro sarà presentato al pubblico durante il Mò.dì – Maledetto Festival della Parola che si terrà a Sapri (SA) dal 30 aprile al 3 maggio.

“Le radici del mare” è una raccolta di racconti che ha come protagonisti indiscussi da una parte il mare, dall’altra l’uomo colto nel momento in cui si rapporta al mare stesso. I racconti, di varia lunghezza, sono in sé autosufficienti e non presentano particolari raccordi tra loro, eccetto che per l’immagine del mare cui uomini di ogni tempo e luogo devono necessariamente rapportarsi per la loro sopravvivenza. Il mare, dunque, viene affrontato con la forza virile di chi dalla pesca trae sostentamento, di chi dall’uccisione di un mostro marino trae la salvezza, di chi dalla traversata atlantica trae la speranza e la certezza di un domani fulgido e sereno. Tra tutti i racconti colpisce, e non a caso, il terzo dal titolo “Un altro mare” e significativamente dedicato dall’autore al proprio nonno e a tutti «quelli che hanno attraversato l’Oceano, alle loro Americhe», che presenta una realtà che gli italiani in generale e i meridionali in particolare conoscono bene da tempi ormai immemori, poiché costretti dallo status quo del dopoguerra ad emigrare lungo le rotte oceaniche in cerca dell’America. Leonardo Guzzo ha accettato di rispondere a qualche domanda a proposito del suo libro, ecco cosa vorrebbe condividere con noi.

Intervista a Leonardo Guzzo

Perché una raccolta di racconti in un periodo in cui sembra essere tornato in auge il romanzo unitario?

L’editoria italiana trascura perlopiù i racconti, considerati un genere difficile ed ostico per i lettori. C’è una parte di verità: i racconti richiedono al lettore un’attenzione più profonda, una vera collaborazione; contengono  però pregi troppo spesso ignorati. Un racconto è una prova di stile, di concisione, di colpo d’occhio, di tensione emotiva: un’opera letteraria con piena dignità. E una raccolta come la mia è una specie di esercizio di “cubismo”: lo stesso elemento scomposto e guardato da più prospettive. È chiaro che l’esercizio non basta.

Cosa deve contenere un racconto più di un romanzo per essere preso davvero sul serio?

Più di un romanzo, un racconto deve contenere qualcosa di profondo, insinuante se non proprio travolgente, immediatamente esplosivo. Perché funzioni un racconto ha bisogno di un nucleo incandescente, un senso o un’emozione abbastanza forte da imprimersi, presto e con poco. È una sfida complicata e affascinante, ma assolutamente istintiva per me, legata al piacere di raccontare storie.

Il rapporto col mare dei protagonisti della raccolta è forte ed eminentemente pratico. Trovi, tuttavia, che sia qualcosa di celatamente simbolico nel loro mare?

È giusto cogliere un riferimento “pratico” nelle mie storie. Questo, a mio parere le rende in qualche modo concrete e credibili, ma non si tratta mai di storie fini a se stesse, così come il mare non è mai soltanto il “mare”, il liquido azzurro che copre gli abissi e separa i continenti. Il fascino del mare risiede nella sua essenza metaforica, nel suo valore di archetipo. Niente come il mare esprime, in un unico impeto d’onda, un unico flusso di corrente, il pericolo e l’avventura, l’orrore e la tensione, l’epica e la poesia della vita.

Di cosa ci vogliono parlare i tuoi racconti?

I miei racconti sono storie di vite messe alla prova, vite che camminano sul filo e restano in equilibrio senza cadere, oppure cadono e si rialzano, oppure cadendo si scoprono. Di queste vite il mare è sfondo e genio: un grande nume filosofico che rappresenta concretamente un’idea inesprimibile. L’unione dell’essere col divenire, il molteplice che si fonde in unità che lo supera, il tutto maggiore della somma delle parti. Nel profondo della sua natura il mare è duplice: magma e marmo, evoca la precarietà, la presenza costante del rischio, e insieme la sicurezza, il senso di meraviglia che deriva dalla coscienza della nostra anima.

«Il mare era un sentimento» scrivi nel racconto dedicato a tuo nonno. Che sentimento è il tuo di mare?

Il mio mare è una sensazione di abbandono, di resa dolce al proprio elemento naturale, ai propri sogni, al proprio io più intimo. È un abisso e un orizzonte, la percezione di una verità segreta e la certezza di un aldilà. È il luogo, non solo fisico, in cui si sprigiona la «possente mitezza» di cui parla Nietzsche, la pace dirompente dell’essere a casa. Il mio mare è patria cosmopolita.

Ringraziamo Leonardo Guzzo, ed ora tutti in libreria!

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