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Eroica Fenice

Luisa Sanfelice

Luisa Sanfelice, eroina tragica della rivoluzione napoletana

“La preghiera fu ricordo al re, e la misera Sanfelice, mal sana, mandata in Napoli, ebbe il capo reciso dal carnefice nella piazza infame del Mercato … e innanzi al popolo, impietosito al tristo fato di bella giovine donna, chiara di sangue e di sventure, solcata in viso dalla tristezza e dagli stenti, rea di amore o per amore, e solamente dell’aver serbata la città dagl’incendi e dalle stragi.” (Pietro Colletta su Lucia Sanfelice)

Usciva così di scena Luisa Sanfelice, eroina suo malgrado, circondata dalla pietà del popolo che l’aveva celebrata quale “madre della patria” e di quanti avevano tentato invano di risparmiarla all’estremo supplizio. Ignari tutti che l’atrocità della sua morte non avrebbe fatto altro che amplificare l’eco della sua figura ispirando romanzieri e storici e consacrando la sua controversa esistenza all’arte e alla memoria. Perché se è vero che la storia è piena di eroiche rivoluzionarie, poche hanno saputo ispirare e confondere la verità e il suo romanzo come Luisa Sanfelice.

Nata da un ufficiale dell’esercito borbonico, Pietro de Molino, e da una nobildonna di origine genovese, Camilla Salinero, Maria Luisa Fortunata de Molino (28 Febbraio 1764) divenne Luisa Sanfelice sposando il cugino Andrea nel 1781. Un’unione passionale quanto disastrosa che ben presto portò i due giovani, “due ragazzi: di poca testa l’uno e l’altra” (B. Croce) a dilapidare tutte le loro rendite. A pochi anni dal loro matrimonio, la dissolutezza dei due coniugi costrinse la madre di Luisa a chiedere l’intercessione del re (Ferdinando IV) che nominò il marchese Tommaso de Rosa amministratore dei beni della coppia e ordinò l’allontanamento dei tre figli, tutti rinchiusi in istituti di preghiera. Ne nacque un turbolento alternarsi di violente separazioni e rocamboleschi riavvicinamenti che videro i coniugi Sanfelice più volte passare dallo scandalo della loro vita di coppia all’umiliazione della reclusione fino al ricongiungimento a Napoli nel 1794.

Siamo ormai alla vigilia della rivoluzione napoletana e se negli anni che la precedono si perdono le tracce dei coniugi Sanfelice, l’entusiasmo per la neonata Repubblica e il fermento dei circoli culturali infiammano la giovane Luisa trasformandola in protagonista inconsapevole della storia. L’unione con Andrea Sanfelice, che pure aveva resistito a molte avversità, si frantumò sotto i colpi delle contrastanti urgenze. Andrea fece perdere le sue tracce per sfuggire ai creditori, animati dalle nuove disposizione repubblicane, e Luisa venne travolta da un vortice di passioni che le sarebbero state fatali.

Senza mai esporsi in prima persona nel dibattito politico, Luisa Sanfelice frequentò ambienti diametralmente opposti per ispirazione culturale e politica. Amata da Gerardo Baccher, ufficiale dell’esercito regio e figlio di una ricca famiglia di banchieri di origine svizzera fedeli al re Borbone, si legò sentimentalmente a Ferdinando Ferri, assiduo frequentatore dei salotti repubblicani e successivamente ufficiale della Repubblica. Da questo pericolo triangolo amoroso derivarono gli eventi che furono dapprima gloria e poi funesta condanna per Luisa Sanfelice. La giovane venne a conoscenza, per mano di Gerardo, della congiura ordita dai Baccher per sovvertire l’ordine repubblicano e ricostituire la monarchia e, nel tentativo di salvare il suo amante, consegnò a Ferri il salvacondotto donatole da Baccher rivelando di fatto gli autori della congiura.

La notizia della sventata congiura venne diffusa dal Monitore Napoletano e Luisa Sanfelice fu celebrata come salvatrice della Patria in un articolo dedicatole da Eleonora Pimentel Fonseca. Il 13 Giugno 1999 la repubblica partenopea capitolava sotto i colpi dell’armata borbonica comandata dal Cardinale Ruffo; negli stessi istanti i repubblicani comminavano la pena capitale ai membri della congiura dei Baccher condannando inesorabilmente alla medesima fine anche la Sanfelice. Restaurato il potere borbonico, Luisa Sanfelice venne infatti incarcerata e condannata a morte. A nulla valsero i numerosi tentativi di posticipare la sua esecuzione e le illustri intercessioni per chiederne la grazia, l’11 settembre 1800 Luisa Sanfelice venne orrendamente giustiziata in piazza Mercato.

La vicenda di Luisa Sanfelice colpì nel profondo i suoi contemporanei suscitando pietà nel popolo e in molti di coloro che incrociarono il suo cammino negli suoi ultimi giorni di vita. Ma la cieca sete di vendetta del re non si placò e venne anzi alimentata dai tentativi di evitarne o posticiparne l’esecuzione. Nella sua triste fine Luisa Sanfelice assume la dignità tragica delle eroine beffate dal fato. Il suo appare un sacrificio necessario per lavare l’onta subita dal monarca dalla scoperta della congiura e dall’esecuzione dei suoi protetti, ma allo stesso tempo si mostra come smisurato se paragonato alla sorte dei coprotagonisti. Ferdinando Ferri, che per primo aveva scoperto la congiura grazie alle ingenue confidenze di Luisa, e Vincenzo Cuoco, che informato da Ferri era stato il reale artefice della reazione repubblicana, avranno salva la vita e saranno condannati all’esilio. Nessuna pietà meriterà, invece, Luisa che attraverso l’agonia dello spirito, consumata nei lunghi mesi di prigionia, e quella della carne, sofferta in una disumana esecuzione, diventerà un’icona di quella rivoluzione a cui il suo gesto d’amore aveva regalato un’estrema speranza di salvezza.

 

Fonte Immagine: https://it.wikipedia.org/wiki/File:Toma_Luisa_Sanfelice.jpg

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