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Eroica Fenice

Libri

La gatta della regina per La Lepre Edizioni

La gatta della regina per La Lepre Edizioni | Recensione Con La gatta della regina, pubblicato lo scorso febbraio per La Lepre edizioni, continuano le avventure della famiglia de Mesa nell’intreccio di amori e intrighi politici sapientemente tessuto da Marco Calamai de Mesa e Domitilla Calamai. Il romanzo riprende il filo della narrazione de La mantella rossa spostando le lancette in avanti di vent’anni e concentrando l’attenzione sulle vicende della nuova generazione, i tre fratelli Álvaro, Inés e Juan de Mesa. A pochi anni dalla scoperta dell’America, l’improvviso ampliamento dei confini del mondo conosciuto ha profondamente alterato gli equilibri geo-politici del vecchio Continente costringendoli a continui e convulsi mutamenti. Dall’osservatorio privilegiato del las Islas Afortunadas, Diego de Mesa e la moglie Clara Fonseca guardano con curiosità e apprensione ai repentini cambiamenti sociali e politici in atto nell’Impero di Carlo V provando a cogliere in essi le più propizie occasioni di successo e affermazione per i tre figli. Diversi tra loro per carattere e attitudini, i tre giovani de Mesa sono alle prese con le prime sfide e i turbamenti dell’età adulta, tutti in egual misura divisi tra il desiderio di mettere alla prova il proprio valore e la paura di misurarsi con uno scenario immensamente più grande di quello, limitato e ormai familiare, dell’isola di Tenerife. Álvaro lascerà l’isola natia per seguire il mercante genovese Francesco Parodi, seguendo la rete commerciale di Parodi tra le Canarie, l’Andalusia e Genova, e sarà coinvolto dall’Ammiraglio Andrea Doria in un’importante missione diplomatica presso la corte dell’imperatore Carlo V. Inés si trasferirà presso la residenza della regina Giovanna, madre di Carlo V, a Tordesillas, con l’obiettivo dichiarato di contrarre un matrimonio adatto al suo rango, ma si lascerà coinvolgere nelle vicende politiche dell’epoca, partecipando attivamente alla rivolta dei comuneros capeggiati da Maria Pacheco. L’amore per questa donna carismatica e la scoperta della sua vera identità sessuale porteranno Inés ad una maggiore consapevolezza di se stessa e del ruolo che intende assumere nei confronti della propria famiglia. Juan, appassionato di botanica, otterrà dalla famiglia il consenso a prendere parte ad una spedizione nel Nuovo Mondo con l’obiettivo di studiare e proteggere la flora locale minacciata dalla violenza dei conquistadores. Sullo scenario delle vicende familiari dei de Mesa c’è un mondo in subbuglio ed in continua espansione. Gli intrighi di corte per isolare e controllare la regina Giovanna, le manovre di Carlo V per consolidare il potere sul suo immenso impero, le rivolte dei comuneros castigliani per difendere i propri interessi commerciali e il violentissimo impatto del colonialismo sulle popolazioni indigene del continente americano sono i molteplici temi che si sovrappongono alle vicende personali dei protagonisti. Con precisione e rigore, La gatta della regina ci riporta indietro nel tempo ad un mondo e ad un contesto storico lontanissimi dal nostro, offrendoci una chiave di lettura equilibrata e oggettiva per comprenderne le dinamiche e i risvolti sociali. Senza mai oltrepassare il confine del giudizio etico, la narrazione ci fa rivivere dinamiche sociali che potrebbero sembrare inaccettabili al […]

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Attualità

Teatro virtuale, iniziative per superare l’isolamento

Il teatro diventa virtuale riaprendo le sue porte per superare questo momento così critico, e uscire dall’isolamento forzato. “Senza arte, letteratura, teatro, musica non esistono popoli, ma soltanto masse senza identità.” Nei giorni in cui l’Italia faceva i conti con le proporzioni del contagio e prendeva le misure delle strategie più adatte ad arginarlo, i primi ad essere chiamati al sacrificio della sospensione delle attività sono stati teatri, luoghi di cultura e divertimento. Troppo pericoloso tenere aperti luoghi di grande aggregazione, troppo difficile garantire la sicurezza di artisti e spettatori, così le porte si sono chiuse per tutti sui palcoscenici italiani lasciandoci un po’ orfani di poesia e bellezza. Ma in una città come Napoli il teatro non è solo spettacolo e diversione, il teatro è cultura ed identità civile, il teatro è coscienza e senso di appartenenza ad una collettività viva e creativa. Nella piena consapevolezza del ruolo che l’arte teatrale può avere in un momento così critico, il teatro ha riaperto virtualmente le sue porte per continuare a regalare momenti di arte e riflessione, o semplicemente per fare compagnia ai suoi smarriti figliastri. Con questo spirito il Teatro San Carlo ha lanciato, fin dai primi giorni di applicazione delle misure preventive, l’iniziativa #stageathome con l’intento di continuare a diffondere arte e musica in tutte le case. Il teatro (virtuale) San Carlo a casa tua L’iniziativa prevede una fitta programmazione di spettacoli delle passate Stagioni che potranno essere fruibili direttamente da casa attraverso i canali social del Teatro, tra cui spiccano Cavalleria Rusticana, Manon Leascaut e la coreografia di Cenerentola. Accanto alla programmazione artistica, viene inoltre proposta una lunga serie di contenuti extra che vanno dalla possibilità di fare tour virtuali del teatro alla fruizione di approfondimenti storici, backstage e interviste disponibili attraverso le piattaforme RaiPlay, YouTube e Opera Vision. Alle iniziative del San Carlo fanno eco molti altri teatri partenopei tutti accomunati dallo sforzo di tenere vivo il patto d’amore che li lega alla propria gente e alla propria terra. Il Teatro Stabile di Napoli mette a disposizione dei suoi fedelissimi spettatori una selezione di video di spettacoli che hanno lasciato il segno nelle passate Stagioni, ad aprire la rassegna virtuale ‘Nzularchia di Mimmo Borrelli e Mal’essere di Davide Iodice. Ma anche per lo Stabile i contenuti si diversificano nelle forme creative, lasciando spazio a monologhi sperimentali dei giovani studenti della scuola teatrale attraverso la campagna #teatroacasa; una forma di comunicazione e interazione che unisce l’esigenza di sperimentazione dei giovani attori alla voglia d’arte degli spettatori il tutto chiuso nella scatola del web. Infine gallerie fotografiche e raccolte di citazioni tratte dalle più famose produzioni del Teatro Stabile trovano spazio nell’iniziativa Memorie d’archivio a ripercorrere i momenti più belli della giovane storia del Teatro. Da segnalare sono poi le iniziative virtuali e le condivisioni di video e materiale creativo da parte di molte altre associazioni teatrali. Ricordiamo la stagione virtuale inaugurata dal Nest Napoli Est Teatro, inaugurata il 9 Marzo con la diretta streaming dello spettacolo “Muhammed Ali” […]

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Attualità

#mybookmask, il contagio della cultura

Nella concitazione e agitazione generale, nel senso di smarrimento che segue notizie e annunci allarmanti e spesso contrastanti, sono le piccole iniziative a regalarci un sorriso e un pizzico di ottimismo. #mybookmask è proprio questo, una forma originale di affrontare ed esorcizzare la realtà, colorando di ottimismo il momento difficile che tutti stiamo vivendo. Nata dal principio semplice quanto originale che le buone idee e le buone abitudini possono e devono essere contagiose come e più di quelle cattive, #mybookmask è un’iniziativa promossa dalla libreria IoCiSto per alleggerire il clima pesante che si è diffuso nelle ultime settimane nel nostro paese e risollevare gli animi. La sfida lanciata con #mybookmask consiste nel diffondere attraverso i social foto che ci ritraggono con una “mascherina intelligente”, la copertina del libro che più abbiamo amato, quello che consiglieremmo a chiunque o semplicemente quello che per noi significa di più. E così come per magia le parole, spesso retoriche quando diventano troppe, lasciano spazio a messaggi positivi che sono innanzitutto semplici consigli di lettura, che nascondono un significato più profondo e più importante: trasmettono, cioè, il messaggio che la cultura può essere contagiosa e può sconfiggere la paura e l’ignoranza. L’idea nasce, com’è facile immaginare, dal clima di allarmismo prima e concreta emergenza poi, che negli ultimi giorni sta vivendo il nostro Paese a seguito della diffusione sempre più estesa del virus Covid19. Fin dall’inizio della diffusione del contagio le reazioni sono state alternativamente estreme; dall’incredulità e banalizzazione del pericolo all’allarmismo dilagante e angosciante, ognuno di noi ha provato quasi tutte le sfumature nel relazionarsi alla smisurata mole di grafici, dati scientifici e previsioni che ci ha investito. Il risultato è stato un caotico oscillare tra aperitivi sprezzanti e spasmodici assalti a presidi sanitari di protezione quali mascherine, guanti monouso e disinfettanti di varia natura. Nell’estremizzazione di tutti questi comportamenti si riconoscono le diverse forme che assume la paura quando si accompagna alla mancanza di conoscenze certe e fondate; allora l’unica risposta possibile è lasciare che a contagiarci sia la cultura con la speranza che solo la voglia di leggere e conoscere diventi virale e raggiunga indiscriminatamente tutti. L’iniziativa lanciata da IoCiSto ha avuto un grandissimo successo coinvolgendo centinaia tra autori, editori, ma anche grandi e piccoli lettori, tutti accomunati dall’intento di trasmettere un messaggio positivo, tutti convinti che la condivisione delle infinite storie e idee che affollano le pagine di un libro sia il modo migliore per affrontare angosce e paure. Allora forza che aspettate voi, un bel selfie, una meravigliosa copertina a farvi da sorriso e qualche hashtag per ricordare a tutti che di tempo buono per leggere ce ne sarà sempre…. #mybookmask #culturavirus #iocisto Fonte immagine: https://www.facebook.com/pg/libreriaiocisto/posts/

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Libri

Déjà vu, nuovi vecchi pezzi di letteratura

Nato dal contest #GradoRetelling, lanciato più di un anno fa dalla rivista culturale online Grado Zero, Déjà vu è una raccolta di 16 racconti liberamente ispirati ai grandi classici della letteratura mondiale. Déjà vu, che va ad impreziosire la collana Perkins della Alessandro Polidoro Editore, è il risultato di molteplici esperimenti letterari ad opera di giovani scrittori, esordienti e non, alle prese con storie e protagonisti da smontare e rimontare riportandoli alla dimensione temporale del presente. Perfettamente in linea con i principi ispiratori della rivista che lo ha lanciato, il contest #GradoRetelling si poneva l’obiettivo di dare nuova vita a storie e personaggi della letteratura mondiale trasportando le loro vicende ad un intervallo temporale compreso tra gli anni Novanta e il futuro prossimo. Recuperando una tecnica didattica moderna, la sfida è quella di scrivere un racconto che, partendo da un tema, un personaggio o un episodio di un qualsiasi classico della letteratura, proiettasse l’intera vicenda in una dimensione temporale completamente diversa dall’originale conservandone, comunque, i tratti essenziali che li rendono riconoscibili e riconducibili alla narrazione originale. Déjà Vu, classici del passato proiettati nel presente La trasposizione temporale della narrazione consente, ovviamente, di calare i personaggi e la loro storia in uno scenario completamente diverso, immaginando per loro nuove connotazioni caratteriali, nuove esigenze e mutate difficoltà. La ricomposizione della narrazione assume così i tratti distintivi della contemporaneità annullando la distanza temporale che ci divide da storie e personaggi e che, in molti casi, li rende difficili da contestualizzare e quindi da comprendere nella loro essenza. Il risultato di questa sfida trova nella raccolta Déjà vu la sua consacrazione restituendo alla letteratura nuovi mosaici composti dei suoi vecchi pezzi. In Déjà vu ritroviamo sedici nuove vecchie storie, sedici vecchi amici alle prese con un mondo completamente diverso da quello di cui sono figli. È un mondo in cui cambiano tutti i riferimenti dell’esistenza umana e gli oggetti della scena, mutano il linguaggio e i suoi simboli, nonchè le relazioni interpersonali e le emozioni dei protagonisti. Tutto si ricompone in una scena che è più simile a quella che abbiamo quotidianamente davanti agli occhi o comunque proiettata in un futuro che ci appare familiare. Déjà vu è, quindi, contemporaneamente un tuffo in un mare di ricordi e un nuovo viaggio, è un ripercorrere vecchie strade che ci riportano alla mente momenti in cui un volto e la sua storia ci hanno fatto compagnia, ma guardarci intorno con occhi nuovi scoprendo nuovi dettagli e nuove emozioni. La sfida lanciata da Grado Zero di avvicinare al presente storie e personaggi che possono sembrare distanti nel tempo e conseguentemente difficili da comprendere, è una nuova e meravigliosa forma di esplorazione della letteratura, un modo per farci innamorare o rinnamorare dei classici rendendoli quello che, in fondo, sono sempre stati: universali e atemporali. Rossella Siano Fonte immagine copertina: Ufficio stampa

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Recensioni

Ferrovecchio, in scena al Piccolo Bellini il dramma dell’incomunicabilità

Con Ferrovecchio va in scena il dramma della solitudine e della disperata urgenza di comunicazione che accomuna due individui ai margini della società. In programma dal 11 al 16 Febbraio al Piccolo Bellini, Ferrovecchio è il primo dei testi della Tetralogia del dissenno firmati da Rino Marino e portati in scena dalla Compagnia Marino – Ferracane. Su una scena piena di oggetti ma spoglia di emozioni, un uomo dall’aspetto vinto e rassegnato attende, intorno a lui i segni inequivocabili di un mestiere e di una vita che non gli appartengono più. Un catino, una poltrona sdrucita, imposte scolorite dal tempo sono il desolante scenario dei suoi pensieri tinti. Alle sue spalle il cigolio di una vecchia bicicletta rompe il silenzio preannunciando l’entrata in scena di un vagabondo senza nome e senza identità. Nenti ha canciatu, nelle parole del vagabondo e nel suo incessante elenco di oggetti e dettagli che gli passano davanti agli occhi, lo spettatore riconosce con maggior forza l’assoluta immobilità della scena. Tutto è fermo ad un istante ben preciso del passato, ad una vita che non esiste più e al momento esatto in cui il legame tra i due uomini e il resto del mondo si è irrimediabilmente spezzato. E nell’immobile lontananza del passato, il vagabondo scava tirando fuori in forma confusa frammenti di ricordi in cui la dimensione temporale sembra assolutamente relativa. Un vagabondare avanti e indietro nel tempo che suona come una sfida al diffidente mutismo dell’interlocutore. Ne nasce, tra i due personaggi, un confronto che oscilla costantemente tra il più duro realismo e il più ironico surrealismo, un dialogo che si sparge come acqua alimentata dalla sorgente agitata del vagabondo, un fiume di parole a cui il barbiere progressivamente si abbandona vincendo le iniziali ritrosie. I due personaggi si scambiano la pelle e i ricordi riconoscendo, l’uno nell’altro, attraverso uno specchio, la profonda solitudine che li accomuna. In fondo e in forme diverse sono entrambi due vagabondi, due esistenze perdute che vivono ai margini del mondo reale, rinchiusi dal resto dell’umanità in una gabbia di incomunicabilità e isolamento. Le pareti del carcere come l’isolamento del disagio mentale sono i muri che il mondo ha costruito intorno a loro, relegandoli ad una dimensione surreale e marginale; le parole che il mondo gli nega ritrovano ora vita in un discorso sconclusionato che, nell’estrema necessità di comunicazione cui dà voce, restituisce senso e vitalità alle loro esistenze sbiadite. Nell’essenzialità della scena emerge vivida la potenza del dramma cui Ferracane e Marino danno voce e la scena di colpo non appare più così spoglia, bensì si riempie di quell’empatia che i due attori riescono a comunicare. La solitudine e il disagio, il rifiuto e la diffidenza, infine il bisogno disperato di comunicazione sono sensazioni tangibili, immagini reali che prendono forma attraverso le parole dei due attori in un’autenticità che solo la madrelingua siciliana sa restituire. Fonte immagine: http://www.teatrobellini.it/spettacoli/332/ferrovecchio

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Recensioni

Scene da Faust, il mito in pezzi di Federico Tiezzi

Con Scene da Faust, Federico Tiezzi cede nuovamente al fascino del mito classico confrontandosi con l’opera immortale di Johann Wolfang Goethe. Lo spettacolo, in programma al Teatro Mercadante dal 4 al 9 Febbraio, è ispirato alla prima parte del poema di Goethe e riprende le vicende del dottor Faust nella sua spasmodica ricerca del potere e della conoscenza assoluti che lo conduce a firmare un patto di sangue vendendo l’anima al Diavolo. Su una scena bianca e fredda, tre arcangeli penzolano a testa in giù dal soffitto cantando le lodi del creato immersi in un’atmosfera asettica. Si apre così il prologo in cielo, prologo di dodici scene attraverso le quali Tiezzi esplora la vicenda di Faust sezionandone e ricomponendone i significati più profondi. Al centro della scena, uno specchio incrinato presta la sua immagine alla voce cupa di Dio nel suo dialogo con Mefistofele; il demone, che con la sua tentazione scuote l’uomo dal torpore della sua naturale pigrizia, strappa al Creatore la scommessa che riuscirà a corrompere l’anima del dottor Faust. Ed eccolo Faust alle prese con la sua insaziabile sete di conoscenza mentre si strugge in una notte insonne richiuso nel suo laboratorio e circondato da libri. Quei libri che ha divorato nel disperato tentativo di raggiungere l’essenza pura della conoscenza, cadono ora dal cielo completamente bianchi e vuoti a rappresentare la vanità degli sforzi di Faust. E proprio nelle brecce del tormento di Faust si insinua Mefistofele; il diavolo, apparso sulla scena nelle sembianze di una grottesca macchietta, lusinga lo scienziato promettendogli di fargli vivere l’attimo che da solo vale tutta una vita. Come in un gioco di specchi, le promesse di Mefistofele appaiono come proiezioni degli stessi desideri di Faust e sarà proprio il dottore a strappare il patto di sangue al Diavolo facendo riemergere tutti i desideri del suo inconscio. Ma Faust e Mefistofele non sono né antagonisti né complici, sono le due parti della stessa anima, il bene e il male che convivono nel dottore, l’eterno dualismo che si dibatte in ogni uomo incessantemente e senza soluzione definitiva. Il grande fallimento dell’esistenza umana si dipana davanti agli occhi dello spettatore nell’analisi lucida e fredda che ne fa Tiezzi, la beffa del fallito esperimento di meditazione all’inizio della rappresentazione, i libri vuoti, il Creatore come uno specchio in frantumi e il Creato come un mondo sottosopra abitato da arcangeli nudi e privi di grazia. In tutte le scene è palpabile il desiderio di Faust, e attraverso lui dell’uomo contemporaneo, di giungere alla conoscenza assoluta e di vivere un’esperienza che travalichi i confini dell’umano. Ma la vanità di questi tentativi è altrettanto palese e insinuata nel profondo dello spettatore fin dalla prima scena, dove Tiezzi manifesta magistralmente l’ovvietà dell’assurdo, la levitazione è palesemente un tentativo senza speranza ma allo stesso tempo qualcosa verso cui tutti siamo spinti a credere vera. Scene da Faust è un’analisi fredda e distaccata della vicenda di Faust, del tormento della sua ricerca, della sete di esperienze totali e del desiderio carnale che […]

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Libri

Claudio Lagomarsini esordisce con Ai sopravvissuti spareremo ancora

Ai sopravvissuti spareremo ancora è il romanzo d’esordio di Claudio Lagomarsini, pubblicato oggi da  Fazi editore. Lo scrittore toscano, già autore di diversi racconti, fa il suo esordio dipingendo davanti agli occhi del lettore un ritratto essenziale ed estremamente vivo e realistico della provincia italiana. Claudio Lagomarsini ambienta infatti il suo romanzo in un paesino al limite tra la periferia cittadina e la campagna, un paesino anonimo nei suoi dettagli, dove le case sono tutte uguali: l’intonaco color pesca, la siepe di pitosfori, il ghiaino bianco, omogeneo, abbacinante; ma allo stesso tempo un luogo iconico che potrebbe confondersi con gli innumerevoli paesi di provincia da capo a coda dello Stivale e descriverli tutti. L’immagine di apertura ci mostra un giovane rassegnato di fronte all’indesiderato ma allo stesso tempo necessario ritorno al suo paese d’origine. La decisione, ormai inevitabile, di vendere la casa di famiglia comporta la necessità di doversi disfare di tutti gli oggetti familiari che essa ancora contiene. Così d’improvviso il giovane e il lettore si trovano a rivivere la caldissima estate del 2002 attraverso le parole del fratello maggiore, Marcello, riemerse su alcuni quaderni in mezzo ad insignificanti oggetti di vita quotidiana. Nel racconto di Marcello si delineano progressivamente eventi e personaggi sospesi nel tempo: piccoli drammi e grandi menzogne che impegnano tutte le vite comuni. La rapina in casa di un vicino, le cene d’estate sotto il gazebo, le relazioni indifferenti di una famiglia allargata, le liti per la gestione dell’orto comune, le relazioni conflittuali tra mamma e nonna e le incomprensioni generazionali sfilano come fotogrammi davanti al protagonista facendogli rivivere il ricordo di una vita che solo attraverso le parole di Marcello riesce a comprendere veramente. Tutto si svolge secondo un copione consueto, una trama che il giovane lettore riconosce e che lentamente, tra piccoli sbalzi, precipita verso un punto di rottura, un evento drammatico con il quale fa pace per la prima volta dopo tanti anni. Quello che viviamo attraverso gli occhi di Marcello è il racconto di una dimensione lontana nel tempo ed arcaica nelle convinzioni ma ancora viva nei meandri della provincia italiana. Una dimensione patriarcale in cui prevale il valore della forza fisica, il pregiudizio razziale e la ragione dell’uomo sulla donna, una realtà i cui protagonisti, delineati nei loro tratti più grotteschi, appaiono come piccole caricature di vite comuni. Una realtà, quella che emerge nel ritratto di Marcello, verso la quale il narratore sente un senso di inadeguatezza. Con la sua sensibilità e pacatezza, Marcello appare come un combattente inerme al centro di una lotta tra sfacciati e volgari gladiatori. E proprio in questa inadeguatezza e fragilità il lettore riconosce un quasi naturale senso di repulsione e una voglia di mettere distanza nei confronti di un mondo gretto e meschino che perdura anacronistico tra le trame della società contemporanea. Il romanzo di Claudio Lagomarsini, con uno stile netto e preciso, riesce a dipingere un ritratto crudo nella sua autenticità e familiarità, un ritratto in cui ognuno può riconoscere la traccia più […]

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Attualità

NutriAfrica, intervista al fondatore Vincenzo Armini

NutriAfrica è un’idea, NutriAfrica è un sogno che nasce dal coraggio e dalla caparbietà di un gruppo di giovani professionisti e studenti campani e si pone l’obiettivo di trovare soluzioni concrete a problemi classificati, nell’opinione comune, come impossibili da realizzare. NutriAfrica è una scommessa controcorrente, il sogno di garantire, in paesi sottosviluppati o in via di sviluppo, la gestione autonoma di un processo produttivo sostenibile per la lotta alla malnutrizione infantile. Abbiamo intervistato Vincenzo Armini dottore di ricerca in Scienze e Tecnologie Alimentari, ideatore del progetto e fondatore dell’associazione di volontariato che da ormai tre anni si dedica alla sua realizzazione. Intervista a Vincenzo Armini, ideatore di NutriAfrica Dalla tua biografia si comprende come il tuo interesse per il volontariato si sia acceso molto presto. Com’è nata questa passione, quali motivazioni ti hanno spinto verso questo mondo? La mia passione per il volontariato è nata all’età di 19 anni. Ho deciso di avvicinarmi alla Croce Rossa alla fine di un percorso di riflessioni e valutazioni sofferte che nasceva dalla percezione delle iniquità e ingiustizie che percepivo nel mondo che mi circonda. Con il tempo ho dedicato sempre maggiore tempo e impegno al volontariato fino a decidere di coniugare questa passione con la mia professione. A partire dal periodo universitario, la tua passione per il volontariato ha cominciato ad influenzare anche la tua professione spingendoti ad approfondire, nei tuoi studi, il tema dei cosiddetti “Ready-to-use-therapeutic-foods” (RUTF). Spiegaci cosa sono i RUTF? Che importanza hanno e quali limiti li caratterizzano? I RUTF rappresentano uno strumento che si usa per la cura dei bambini affetti da malnutrizione acuta severa in stadi lievi e intermedi direttamente nel loro villaggio. Nei casi di malnutrizione lieve e intermedia, che hanno un’incidenza molto rilevante, è possibile trattare il problema senza ricorrere a cure mediche ospedaliere, bensì somministrando creme nutritive direttamente in casa. Questa soluzione ha innanzitutto il vantaggio di ridurre la necessità di ricoveri e rendere meno affollate le strutture ospedaliere locali, ma ha anche un impatto psicologico molto positivo sui bambini sottoposti a trattamento perché ne evita l’allontanamento dalle famiglie e dal luogo di origine. La distribuzione e commercializzazione dei RUTF ha però anche delle ombre. Tecnicamente la produzione locale di RUTF è permessa dai detentori del brevetto, tuttavia la sua effettiva realizzazione è resa complicata dall’utilizzo di ingredienti, quali in particolare il latte scremato in polvere, che non sono disponibili in paesi sottosviluppati o in via di sviluppo. Questa difficoltà rende la produzione locale di RUTF non competitiva dal punto di vista economico rispetto alla loro importazione da paesi sviluppati, dove il costo delle materie prime è più basso. Veniamo qui alla tua idea. Il tuo impegno è stato quello di trovare una soluzione che superasse i limiti dei RUTF finora brevettati. In cosa consiste il progetto NutriAfrica? La mia idea è stata quella di perfezionare un prodotto che garantisse le stesse performance di quelli attualmente disponibili e si basasse su una composizione fatta esclusivamente de prodotti facilmente reperibile sui mercati locali. Il progetto ha […]

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Teatro

La moderna decadenza nel Satyricon di Piccolo e De Rosa

Al San Ferdinando va in scena la rivisitazione teatrale e moderna del Satyricon di Petronio, lo spettacolo ispirato all’opera di Petronio su testo di Francesco Piccolo e regia di Andrea de Rosa sarà in programma fino al 19 Gennaio. Su una scena ostentatamente dorata si muovono personaggi che rappresentano i tipi e gli stereotipi della società contemporanea, fissi nell’immobilità dei luoghi comuni che ne disegnano i tratti distintivi e indaffarati nell’intessere relazioni realissime e modernissime nella loro vacuità. Siamo ad una festa che è anche una cena, una cena Trimalchionis dei giorni nostri che ripropone una delle innumerevoli e ripetitive celebrazioni che affollano la mondanità cittadina. Ma è una celebrazione che, lungi dall’essere gioiosa condivisione, è uno spietato specchio della decadenza e della povertà di contenuti e valori che ne animano i protagonisti. Come nel ritratto che Petronio ci da della decadenza dell’Impero Romano e della sua classe dirigente, la rilettura di Piccolo guarda ai tratti più moderni di quel ritratto di 2000 anni portando in scena con ironia la drammaticità della decadenza contemporanea. Una decadenza morale, quella su cui si sofferma il Satyricon di Piccolo e De Rosa, la cui più moderna e drammatica manifestazione è la povertà e ripetitività del linguaggio quale espressione dello smarrimento di pensieri e contenuti. Così sulla scena i personaggi si rincorrono e si sfuggono in una danza frenetica ma sempre uguale, un ritmo convulso ed agitato fatto di gestualità convenzionali nel quale si riconosce in trasparenza l’assoluta assenza di una direzione. Animati dall’urgenza di una manifestazione e riaffermazione delle proprie convinzioni, gli invitati si perdono di fatto in un flusso nevrotico di conversazioni vuote che ruotano intorno a temi e codici linguistici stereotipati. Luoghi comuni, citazioni pseudo-intellettuali e banali cliché scandiscono il ritmo della conversazione e delle relazioni umane con l’anestetica freddezza del metronomo che segna il tempo della scena. Nel caos di parole vuote e conversazioni sterili si riconosce tuttavia il tentativo disperato di distrazione dalle inquietudini e dal senso di smarrimento che attanaglia tutti i personaggi. Così il ritmo estenuante è interrotto all’improvviso da parole scandalose che ammutoliscono la scena con la loro autenticità. Fragilità, necessità, dolore sono verità che lasciano tutti senza parole e danno lo spunto ai singoli personaggi per lanciarsi in monologhi apparentemente vibranti. Il ritmo si innalza in maniera iperbolica dando l’impressione di segnare finalmente una direzione, ma la ripetizione di schemi linguistici convenzionali priva le parole del loro senso più profondo e la conversazione si disperde nuovamente nei mille rivoli della banalità e superficialità. Uniche voci fuori dal coro di questo moderno Satyricon sono quelle di Trimalcione e della giovane moglie Fortunata. I due personaggi incarnano l’eterno dualismo tra cultura e potere del denaro. Con la sua concreta e volgare praticità, Trimalcione (Antonino Iuorio) impone il suo punto di vista riaffermando il peso che hanno nell’esistenza quotidiana il denaro e la capacità di affermazione degli individui. Quello di Trimalcione è però un punto di vista che si riveste di parole altisonanti e citazioni dotte per poter […]

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Libri

Buon compleanno Melville! Al Teatro Diana si celebra il bicentenario

A duecento anni dalla nascita di Herman Melville, la casa editrice Alessandro Polidoro Editore ne celebra il genio con due opere poetiche In occasione del bicentenario della nascita di Herman Melville, la casa editrice Alessandro Polidoro Editore celebra il genio dello scrittore statunitense attraverso la pubblicazione di due sue opere in versi, la raccolta di poesie John Marr e altri marinai e il poema, ispirato dalla città di Napoli, Napoli al tempo di re Bomba. Le due opere, edite a cura e traduzione del prof. Gordon Poole, sono state presentate al pubblico il 14 Dicembre al Teatro Diana in un incontro che è stato momento di celebrazione della poetica di Melville attraverso il racconto e l’esperienza di appassionati cultori. Introdotti dall’editore Alessandro Polidoro, hanno preso parte alla presentazione il prof. Gordon Poole, l’illustratrice Cristina Cerminara e il giornalista Pier Luigi Razzano. La lettura di Susanna Poole di un passo di Napoli al tempo di re Bomba ci riporta indietro nel tempo, a quel caleidoscopio di colori e folklore e a quel frastuono di rumori e schiamazzi che aveva accolto Melville nel suo viaggio a Napoli. L’autore arriva a Napoli nel febbraio del 1957 e rimane profondamente colpito dallo stridente contrasto tra la sfrenata allegria e sregolata libertà del popolo partenopeo e i rumori di malcontento, nei confronti del governo di re Ferdinando II, che negli ultimi mesi avevano animato la scena sociale e politica partenopea. L’occasione è la festa del carnevale di Piedigrotta: il protagonista del poema Jack Gentian, proiezione autobiografica dell’autore, è quasi tentato dal credere che quella immagine di eccesso e frenesia sia la realtà quotidiana della vita popolana a Napoli. Ma la sensibilità critica dell’autore riesce a squarciare il velo dell’apparenza penetrando in profondità nelle tensioni della realtà storica contemporanea e offrendo, come osserva Razzano, un occhio esterno sulla città indispensabile oggi come allora per analizzarla e comprenderla. Ad un periodo più maturo e nostalgico della produzione poetica di Melville si rifà la raccolta di poesie John Marr e altri marinai. La raccolta, fino a questo momento inedita in Italia, affronta il tema della memoria declinato nelle storie e nei frammenti di avventura di cui ciascuno dei narratori si fa portavoce. Il tema della memoria viene celebrato anche nelle illustrazioni di Cristina Cerminara che impreziosiscono l’edizione della Alessandro Polidoro Editore. Immagini in trasparenza e atmosfere oniriche che, come spiegato dall’illustratrice, lavorano sulla stratificazione dei linguaggi visivi ricreando il meccanismo dei ricordi e quella ricostruzione fatta di segni e dettagli deformati che la memoria costantemente ci propone del passato. Le due opere proposte dalla Alessandro Polidoro Editore vanno ad arricchire la preziosa collana di Classici che la casa editrice ha inaugurato nel 2017 con lo stesso autore, attraverso la pubblicazione del romanzo Typee. La scelta questa volta cade su due opere poetiche che svelano un lato meno conosciuto della produzione di Melville. Una passione, quella dello scrittore per la poesia, che si sviluppa successivamente alla deludente accoglienza riservata ad alcuni dei capolavori della sua produzione narrativa e che […]

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Culturalmente

Il lago d’Aral e il disastro programmato

Tra i numerosi disastri compiuti dall’uomo, il destino a cui è stato consapevolmente abbandonato il lago d’Aral rappresenta l’emblema dell’incapacità umana di concepire uno sviluppo cosciente e naturalmente equilibrato. Situato al confine tra il Kazakistan e l’Uzbekistan, il lago d’Aral era, fino agli anni ’60, il quarto lago salato con maggiore estensione del mondo; alimentato dagli immissari Amu Darya e Syr Darya, il lago ha subito negli ultimi decenni un processo di drammatica riduzione della sua portata d’acqua fino ridursi a due bacini separati da un’immensa distesa desertica, il Piccolo Aral e il Grande Aral. Artefici della progressiva scomparsa del lago d’Aral sono stati i piani di sviluppo agricolo concepiti dal governo dell’ex Unione Sovietica per un territorio tradizionalmente arido. A partire dagli anni ’60, il governo Sovietico attuò un piano di sfruttamento dei territori dell’Asia Centrale sottoposti al suo controllo che prevedeva, oltre all’estrazione delle risorse naturali presenti nella zona, lo sviluppo di coltivazioni intensive di grano e cotone. Nel tentativo di adattare territori aridi e brulli alle nuove colture, fu sviluppato un complesso sistema di canalizzazioni che, alimentati dai fiumi Amu Darya e Syr Darya, garantissero una capillare irrigazione delle piantagioni. La deviazione dal naturale corso di ingenti quantità d’acqua fu causa di un vero e proprio disastro ambientale. La naturale evaporazione delle acque del lago d’Aral, non più sufficientemente alimentato dai suoi immissari, ne produsse l’inesorabile riduzione della portata d’acqua e la conseguente desertificazione dell’area. Il prosciugamento delle acque del lago e l’utilizzo di agenti chimici per la coltivazione hanno avuto drammatiche ripercussioni sull’intero territorio compromettendone il naturale equilibrio. Quello che un tempo era un’immensa distesa d’acqua, che alimentava l’economia dell’intera regione, si è trasformata, nel giro di pochi decenni, in un deserto di sabbia e sale (Aralkum) popolato solo da vecchie carcasse di imbarcazioni e continuamente flagellato da tempeste di sabbia contaminata. La diminuzione delle risorse idriche nella zona, oltre a distruggere completamente l’ecosistema lacustre, ha innescato un processo di autoalimentazione del disastro amplificando la naturale escursione termica e il processo di evaporazione delle acque del lago. La disgregazione dell’Unione Sovietica ha lasciato in eredità, ai due stati che si dividono la proprietà dei bacini nati dal prosciugamento del lago d’Aral, un territorio completamente alterato, un’economia compromessa e una concentrazione di agenti inquinanti nei terreni e nelle acque con pochi pari nel mondo. La pesante eredità ricevuta è stata gestita con approcci diversi e, mentre nelle politiche del Kazakistan ha prevalso la volontà di porre rimedio al disastro ecologico attraverso la costruzione di infrastrutture di protezione dei bacini superstiti, il governo uzbeko non ha potuto invertire la rotta dello sfruttamento delle risorse idriche per l’irrigazione delle piantagioni di cotone che ormai costituiscono una delle principali fonti di sostentamento dell’economia del paese. La necessità di proteggere la popolazione dalle tempeste di sabbia ha spinto il governo uzbeko all’attuazione di un piano di rimboschimento dell’area desertica un tempo occupata dalle acque del lago. La piantumazione di alberi di Saxual ha, quindi, il principale obiettivo di contrastare il sollevamento […]

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Teatro

Free Jazz: al Kesté il nuovo spettacolo di Saverio Raimondo

Al Kestè Abbash sabato 7 dicembre è andata in scena un’altra imperdibile puntata della rassegna Stand Up Comedy Napoli Night con il comico romano Saverio Raimondo nel suo Free Jazz. Al Kestè Abbash sabato 7 dicembre è andata in scena un’altra imperdibile puntata della rassegna Stand Up Comedy Napoli Night che ha visto esibirsi il comico romano Saverio Raimondo nel suo Free Jazz. La rassegna, organizzata da Stand Up Comedy Napoli, è diventata ormai un appuntamento attesissimo nel panorama dell’intrattenimento satirico partenopeo che dal cuore artistico del Kestè fa sentire la sua eco ben oltre i confini cittadini. A rompere il ghiaccio e accompagnare per mano il pubblico verso un’esperienza di risate vis-à-vis e humor nudo e crudo, sale sul palco il comico Davide DDL, divenuto ormai un volto familiare nel panorama della stand up comedy in formato napoletano. Con schietta ironia e surreale innocenza, Davide racconta le vicissitudini che lo hanno portato ad assumere un nome d’arte così criptico. Un codice che in fondo cela solo le iniziali del suo nome e cognome, un’identità nascosta appena per schivare i suscettibili e gli irritabili. Quando ormai il pubblico si è messo comodo, l’atmosfera dell’Abbash si riscalda ancor più al suono squillante della voce di Saverio Raimondo. Il Satiro parlante irrompe sulla scena in tutta la sua dissacrante e dilagante ironia e scopre subito le carte, quello che sta per accadere non è uno spettacolo preconfezionato bensì un esperimento con cavie umane in cui tutto o quasi può accadere. Lo spettacolo che Raimondo preannuncia non seguirà un copione ma si nutrirà di spunti e idee a ruota libera, un free jazz di comicità senza filtro di cui il pubblico è allo stesso tempo vittima consenziente e carnefice complice. E come promesso Raimondo parla e spazia di idea in idea, saltellando irriverente tra piccole ansie e drammi quotidiani come tra più intime riflessioni, tutto ridimensionato nella chiave dell’ironia e amplificato nella dimensione del paradosso e del libero pensiero politicamente scorretto. Gli incontri importanti della sua carriera, la fobia degli aerei, la sessualità e il surrealismo della pornografia moderna sono piccoli pezzi di un mosaico di idee che lo spettatore vede piano piano comporsi davanti agli occhi, una miscela di disarmante creatività e impudica sincerità. La stand up comedy a Napoli è ormai una realtà che è entrata in maniera dirompente nella scena comica cittadina riadattando quello che è uno stile tipicamente americano di affrontare e confrontarsi con il pubblico alla dimensione quotidiana e spontanea della comicità partenopea. Ma dal cuore sacrale del Kestè e dalla vivacità delle sue sperimentazioni artistiche, la stand up comedy rifugge gli schemi e supera i limiti della territorialità collocandosi di diritto tra i riferimenti nazionali del genere. La sperimentazione continua e con essa anche la rassegna di Stand Up Comedy Napoli Night: prossima tappa il 15 dicembre. La banda al completo dei comedian napoletani si riunisce al solito posto. Vincenzo Comunale, Davide DDL, Flavio Verdino e Adriano Sacchettini vi aspettano dal palco del Kestè Abbash con un […]

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Recensioni

Lo Skianto di Filippo Timi al Teatro Bellini

Travestita di un turbinio di luci e immagini dal profumo anni ’80, va in scena al Teatro Bellini la favola cruda e autentica di Skianto, spettacolo scritto e diretto da Filippo Timi e portato in scena con le canzoni di Salvatore Langella. Lo spettacolo affronta con amara ironia il tema della disabilità mostrando allo spettatore il suo punto di vista più autentico, quello di un ragazzino che cerca di riaggiustare la sua smisurata vita interiore dentro i limiti che il corpo e il mondo esterno gli impongono. Il racconto parte dai primi istanti dell’esistenza di Filippo, il concepimento, dipinto come la corsa di uno spaurito e ingenuo “girino” fino all’abbraccio finale che spazza via tutta la concorrenza; poi i primi momenti felici della neonata famiglia, nei quali lo stupore e l’incanto, che sempre accompagnano un bimbo appena nato, vengono incrinati dalla scoperta dell’anomalia. Filippo è un bambino nato “con la scatola cranica sigillata”, il suo cervello, prigioniero di una scatola rigida e immutabile, non potrà consentirgli il pieno controllo del suo corpo e con esso dell’intera sua esistenza. Filippo è dunque prigioniero del suo corpo nei cui movimenti non riesce ad incanalare tutti i suoi desideri e le sue emozioni più intime. Il suo orizzonte materiale è limitato alle pareti grigie della sua cameretta e all’orto sotto la statale che faticosamente raggiunge con l’aiuto dei genitori. Filippo è ancora prigioniero dell’immagine che tutti hanno di lui, dai genitori ai parenti: un bimbo che “sembra normale, ma è speciale” e come tale non può seguire lo sviluppo naturale delle sue sensazioni e pulsioni ma è relegato ad una dimensione ultratemporale, immutabile e sigillata. Ma guardando attraverso i suoi occhi, si scopre una sconfinata dimensione interiore che non riesce a trovare espressione e condivisione con la realtà esterna. I desideri e i sogni di Filippo, le emozioni e le pulsioni che lo agitano sono umanissime ed esplodono davanti agli occhi dello spettatore in uno skianto di colori, immagini e suoni. È dapprima un bimbo, poi un adolescente e ancora un uomo che come tutti attraversa le evoluzioni dell’animo, le piccole passioni, i grandi sogni, gli innamoramenti e il desiderio sessuale. L’orizzonte spirituale di Filippo infrange quello materiale, dentro di lui non c’è traccia di quell’anomalia che il mondo esterno gli dipinge addosso, resta però vivo il dolore e la solitudine dell’incomunicabilità. Con Skianto, Timi dipinge con ironia e leggerezza una favola dura e pura dando voce a voci spesso inascoltate. Tutto è reale ed autentico e quindi vivo, la dimensione familiare espressa nell’utilizzo del dialetto umbro, le emozioni del protagonista scomposte e ricomposte in molteplici forme e colori.  Il racconto di Timi è una corsa su un filo di lana che non si spezza mai, c’è tenerezza e disillusione nell’immagine di un uomo vestito da bambino che mostra tutta la fragilità della sua condizione, c’è analisi critica e comprensione nel ritratto di un mondo chiuso ed impreparato ad accettare la diversità offrendole un orizzonte più ampio e nuove forme di espressione. Fonte […]

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Culturalmente

La festa di Samhain dalle tradizioni celtiche alle celebrazioni moderne

Legata ad una cultura antica e a tradizioni profondamente connesse ai cicli naturali, Samhain è la festività con cui i Celti festeggiavano la fine del periodo estivo e l’inizio di quello invernale. La festa di Samhain, le cui celebrazioni iniziavano tradizionalmente tra il tramonto del 31 Ottobre e quello del 1 Novembre, rappresentava per le popolazioni celtiche del Nord Europa l’inizio del nuovo anno segnando il passaggio dalla luce e dal calore dell’estate (samradh) al freddo e al buio dell’inverno (geimhredh). La conclusione dell’ultimo raccolto, il rientro delle greggi dai pascoli estivi e l’apparizione nel cielo della costellazione delle Pleiadi agli inizi di Novembre (oggi spostata in avanti nel calendario a causa della precessione degli equinozi) segnavano l’inizio del periodo più freddo e buio dell’anno. La festa di Samhain aveva, dunque, soprattutto un significato di celebrazione degli ultimi frutti donati dalla natura e di esorcizzazione delle difficoltà che avrebbero caratterizzato l’inverno. La partecipazione e condivisione dei riti avevano un’importanza fondamentale nella cultura celtica; Samhain segnava l’alternarsi delle stagioni e scandiva il tempo, restare esclusi dalla dimensione temporale in uno dei suoi momenti cardine era considerato malaugurante. Ma come in molte tradizioni celtiche, anche nelle celebrazioni di Samhain si nascondeva un duplice significato. Nella tradizione celtica Samhain rappresentava, infatti, un momento di passaggio non solo temporale, dal periodo di maggior luce a quello più oscuro dell’anno, ma anche fisico tra il mondo dei vivi e quello dei morti. La notte di Samhain era considerata il momento in cui il velo che separava il regno dell’oltretomba da quello dei vivi si assottigliava a tal punto da consentire ai morti di ritornare nei luoghi che avevano abitato durante la loro vita terrena. Samhain era, dunque, un momento di congiunzione e di passaggio tra mondi e tempi opposti, l’estate e l’inverno, il mondo terreno dei vivi e quello ultraterreno dei morti; Samhain era un punto fuori dal tempo e dallo spazio nel quale l’ordine naturale veniva sovvertito e diventava possibile ogni forma di comunicazione biunivoca tra il mondo reale e quello magico e divino. I riti tipici della festività di Samhain avevano nel fuoco, incarnazione del potere purificatore e protettivo, il loro elemento di maggiore simbolismo. Al calare delle tenebre tutti i fuochi venivano spenti mentre un fuoco sacro veniva acceso dai Druidi sulle colline vicine ai villaggi. Il fuoco sacro diveniva il tramite per pratiche divinatorie e propiziatorie e dal focolare principale si recuperano le braci per l’accensione dei focolari di tutte le famiglie del villaggio. La conquista dei territori celtici da parte dell’Impero Romano portò dapprima ad una condivisione di tradizioni. La festa di Samhain aveva infatti il suo equivalente nella tradizione romana nella festa dei Lemuralia, festività dedicata agli spiriti dei morti o Lemŭres che si celebrava tra il 9, 11 e 13 maggio. Successivamente, con la cristianizzazione dell’Impero Romano, le festività pagane associate al culto dei morti furono demonizzate e si cercò di riadattare le antiche tradizioni alla nuova simbologia religiosa. L’istituzione nel 835 d.C. della festa di Ognissanti da […]

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Libri

Franck Thilliez e Il Manoscritto per Fazi | Recensione

La prolifica penna dello scrittore francese Franck Thilliez ci regala con Il Manoscritto un nuovo thriller dall’intreccio denso di colpi di scena, un sapiente gioco di specchi che riflette e amplifica i personaggi e le loro storie confondendo i margini delle verità di cui ciascuno è portatore. Un gioco di doppi in cui ogni verità si confronta con i suoi possibili opposti fino a perdere i confini e a confondersi con le sue successive reinterpretazioni. Protagonista della storia di Franck Thilliez è la famosa scrittrice di thriller Léane Morgan nel cui recente passato si nasconde il dolore più grande, la perdita dell’unica figlia scomparsa quattro anni prima. La scomparsa di Sarah viene attribuita dalla polizia a un pluriomicida che, richiuso in carcere da due anni, si diverte a rivelare con il contagocce il luogo di sepoltura delle sue vittime, tutte ragazze giovanissime. Nelle confessioni del serial killer manca solo il nome di Sarah e i genitori elaborano in forme opposte l’assenza di una fine certa. Léane affida tutto il suo dolore alle atroci e turpi scene dei romanzi che scrive cercando di frapporre quanta più distanza possibile fra sé e il luogo dove la sua felicità si è interrotta; il marito Jullian, al contrario, ha deciso di dedicare tutta la sua sofferenza e le sue energie alla spasmodica ricerca della verità. La distanza abissale che ormai separa i due coniugi viene interrotta da un grido di aiuto, un messaggio di Jullian sulla segreteria di Léane la informa di aver fatto una scoperta importante riguardo la scomparsa di Sarah. Jullian viene ritrovato privo di sensi e la sua aggressione, unita alla successiva perdita di memoria, costringerà Léane a ritornare nei luoghi del suo più grande incubo per cercare di ripercorrere il filo spezzato delle ricerche del marito. La vicenda della scomparsa di Sarah e delle altre giovani vittime di Andy Jeanson si sovrappone al ritrovamento del cadavere di una giovane donna nel bagagliaio di un’auto rubata nei pressi di Grenoble. Il macabro ritrovamento metterà sulla pista delle giovani scomparse un poliziotto dotato di una prodigiosa memoria, Vic Altran, intrecciando le sue ricerche alla verità che disperatamente Lèane tenta di strappare dall’ombra dei ricordi di Jullian. La corsa di Vic contro il tempo e quella di Lèane all’indietro nel passato si alterneranno sovrapponendo davanti agli occhi del lettore indizi e nuovi rompicapi, rivelazioni e negazioni in un gioco senza fine. Il Manoscritto di Franck Thilliez è difatti un infinito gioco di verità sovrapposte. È innanzitutto infinita la duplicazione della trama essenziale che, nella direzione che conduce dal lettore al soggetto, replica lo schema alla base dell’intera narrazione. Riproducendo mirabilmente una mise en abyme, l’autore afferma nel prologo che il libro è il manoscritto incompiuto di un famoso scrittore che racconta la storia di una scrittrice di thriller il cui ultimo romanzo, intitolato Il manoscritto, narra le vicende di uno scrittore di thriller. Lo schema si ripete innumerevoli volte invitando il lettore a soffermarsi su aspetti ogni volta più bui nelle vicende e nell’animo […]

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Culturalmente

Luisa Sanfelice, eroina tragica della rivoluzione napoletana

“La preghiera fu ricordo al re, e la misera Sanfelice, mal sana, mandata in Napoli, ebbe il capo reciso dal carnefice nella piazza infame del Mercato … e innanzi al popolo, impietosito al tristo fato di bella giovine donna, chiara di sangue e di sventure, solcata in viso dalla tristezza e dagli stenti, rea di amore o per amore, e solamente dell’aver serbata la città dagl’incendi e dalle stragi.” (Pietro Colletta su Lucia Sanfelice) Usciva così di scena Luisa Sanfelice, eroina suo malgrado, circondata dalla pietà del popolo che l’aveva celebrata quale “madre della patria” e di quanti avevano tentato invano di risparmiarla all’estremo supplizio. Ignari tutti che l’atrocità della sua morte non avrebbe fatto altro che amplificare l’eco della sua figura ispirando romanzieri e storici e consacrando la sua controversa esistenza all’arte e alla memoria. Perché se è vero che la storia è piena di eroiche rivoluzionarie, poche hanno saputo ispirare e confondere la verità e il suo romanzo come Luisa Sanfelice. Nata da un ufficiale dell’esercito borbonico, Pietro de Molino, e da una nobildonna di origine genovese, Camilla Salinero, Maria Luisa Fortunata de Molino (28 Febbraio 1764) divenne Luisa Sanfelice sposando il cugino Andrea nel 1781. Un’unione passionale quanto disastrosa che ben presto portò i due giovani, “due ragazzi: di poca testa l’uno e l’altra” (B. Croce) a dilapidare tutte le loro rendite. A pochi anni dal loro matrimonio, la dissolutezza dei due coniugi costrinse la madre di Luisa a chiedere l’intercessione del re (Ferdinando IV) che nominò il marchese Tommaso de Rosa amministratore dei beni della coppia e ordinò l’allontanamento dei tre figli, tutti rinchiusi in istituti di preghiera. Ne nacque un turbolento alternarsi di violente separazioni e rocamboleschi riavvicinamenti che videro i coniugi Sanfelice più volte passare dallo scandalo della loro vita di coppia all’umiliazione della reclusione fino al ricongiungimento a Napoli nel 1794. Siamo ormai alla vigilia della rivoluzione napoletana e se negli anni che la precedono si perdono le tracce dei coniugi Sanfelice, l’entusiasmo per la neonata Repubblica e il fermento dei circoli culturali infiammano la giovane Luisa trasformandola in protagonista inconsapevole della storia. L’unione con Andrea Sanfelice, che pure aveva resistito a molte avversità, si frantumò sotto i colpi delle contrastanti urgenze. Andrea fece perdere le sue tracce per sfuggire ai creditori, animati dalle nuove disposizione repubblicane, e Luisa venne travolta da un vortice di passioni che le sarebbero state fatali. Senza mai esporsi in prima persona nel dibattito politico, Luisa Sanfelice frequentò ambienti diametralmente opposti per ispirazione culturale e politica. Amata da Gerardo Baccher, ufficiale dell’esercito regio e figlio di una ricca famiglia di banchieri di origine svizzera fedeli al re Borbone, si legò sentimentalmente a Ferdinando Ferri, assiduo frequentatore dei salotti repubblicani e successivamente ufficiale della Repubblica. Da questo pericolo triangolo amoroso derivarono gli eventi che furono dapprima gloria e poi funesta condanna per Luisa Sanfelice. La giovane venne a conoscenza, per mano di Gerardo, della congiura ordita dai Baccher per sovvertire l’ordine repubblicano e ricostituire la monarchia e, nel tentativo […]

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Culturalmente

Scilla e Cariddi, le donne pericolose dello stretto di Messina

Simbolo del potere suggestivo che i fenomeni naturali hanno da sempre suscitato nell’animo umano, la leggenda di Scilla e Cariddi è il risultato di un fortunato intreccio tra superstizione, mito e narrazione epica. Il racconto mitologico prende corpo in epoca classica dall’associazione, quasi automatica nei meccanismi di creazione di un mito, tra l’indomabile potenza dei fenomeni naturali e la crudeltà e volubilità del mondo divino. Scilla e Cariddi assumono, dunque, le sembianze di due mostri marini che abitano le sponde dello stretto di Messina. Passaggio obbligato nel viaggio tra le colonie e la Grecia, lo stretto di Messina è da sempre un tratto di mare battuto da forti venti e costantemente animato da vortici e gorghi, frutto del violento incontro tra le correnti del mareTirreno e dello Ionio. La potenza dei fenomeni naturali alimenta la suggestione popolare e trova consacrazione nella narrazione epica dando forma semidivina alla potenza delle correnti e all’asperità dei fondali che fanno dello stretto di Messina un passaggio particolarmente ostico per la navigazione. Sul versante calabro dello stretto di Messina, l’impeto delle correnti marine assume le sembianze della ninfa Scilla, “colei che lacera e dilania”. Figlia del dio marino Forco e della ninfa Crateide, Scilla suscita l’amore di Glauco che chiede aiuto alla maga Circe per conquistarne il cuore. Ma la gelosia di Circe, a sua volta innamoratasi di Glauco, si scatena contro la bellissima Scilla trasformandola in un mostro. La vergogna per l’orribile metamorfosi costringerà Scilla a rifugiarsi in una grotta marina e la spingerà a vendicarsi sui naviganti strappandoli alle loro imbarcazioni e divorandoli. “Ivi Scilla vive, orrendamente latrando: la voce è quella di cagna neonata, ma essa è mostro pauroso, nessuno potrebbe aver gioia a vederla, nemmeno un dio, se l’incontra. I piedi son dodici, tutti invisibili: e sei colli ha, lunghissimi: e su ciascuno una testa da fare spavento; in bocca su tre file i denti, fitti e serrati, pieni di nera morte”. (Odissea libro XII) Sul versante opposto i vortici che agitano le acque dello stretto sono identificati nel mostro informe Cariddi, “colei che risucchia”. Cariddi è originariamente una neiade figlia di Gea e Poseidone e dotata di un insaziabile appetito che ne causerà la rovina. La sua voracità la spinge, infatti, a rubare e divorare immediatamente i buoi che Eracle aveva a sua volta rubato a Gerione. L’eroe chiede l’intervento di Zeus che scaglia Cariddi nelle profondità del Tirreno trasformandola in un mostro e condannandola ad inghiottire le acque del mare e tutto ciò che esse contengono per poi risputarne i resti. “Scilla tiene il lato destro, il sinistro l’implacata Cariddi e tre volte a dirotto risucchia vasti flutti nel fondo gorgo del baratro, e di nuovo li scaglia alternamente nell’aria e flagella gli astri con l’onda.” (Eneide, Libro III) Dalla suggestione popolare alla sublimazione del racconto poetico, l’immagine dei due mostri dello stretto di Messina attraversa i secoli grazie alle parole di Circe prima (Odissea libro XII) e di Eleno poi (Eneide libro III). Passaggio inevitabile lungo il cammino […]

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