Seguici e condividi:

Eroica Fenice

Culturalmente

La festa di Samhain dalle tradizioni celtiche alle celebrazioni moderne

Legata ad una cultura antica e a tradizioni profondamente connesse ai cicli naturali, Samhain è la festività con cui i Celti festeggiavano la fine del periodo estivo e l’inizio di quello invernale. La festa di Samhain, le cui celebrazioni iniziavano tradizionalmente tra il tramonto del 31 Ottobre e quello del 1 Novembre, rappresentava per le popolazioni celtiche del Nord Europa l’inizio del nuovo anno segnando il passaggio dalla luce e dal calore dell’estate (samradh) al freddo e al buio dell’inverno (geimhredh). La conclusione dell’ultimo raccolto, il rientro delle greggi dai pascoli estivi e l’apparizione nel cielo della costellazione delle Pleiadi agli inizi di Novembre (oggi spostata in avanti nel calendario a causa della precessione degli equinozi) segnavano l’inizio del periodo più freddo e buio dell’anno. La festa di Samhain aveva, dunque, soprattutto un significato di celebrazione degli ultimi frutti donati dalla natura e di esorcizzazione delle difficoltà che avrebbero caratterizzato l’inverno. La partecipazione e condivisione dei riti avevano un’importanza fondamentale nella cultura celtica; Samhain segnava l’alternarsi delle stagioni e scandiva il tempo, restare esclusi dalla dimensione temporale in uno dei suoi momenti cardine era considerato malaugurante. Ma come in molte tradizioni celtiche, anche nelle celebrazioni di Samhain si nascondeva un duplice significato. Nella tradizione celtica Samhain rappresentava, infatti, un momento di passaggio non solo temporale, dal periodo di maggior luce a quello più oscuro dell’anno, ma anche fisico tra il mondo dei vivi e quello dei morti. La notte di Samhain era considerata il momento in cui il velo che separava il regno dell’oltretomba da quello dei vivi si assottigliava a tal punto da consentire ai morti di ritornare nei luoghi che avevano abitato durante la loro vita terrena. Samhain era, dunque, un momento di congiunzione e di passaggio tra mondi e tempi opposti, l’estate e l’inverno, il mondo terreno dei vivi e quello ultraterreno dei morti; Samhain era un punto fuori dal tempo e dallo spazio nel quale l’ordine naturale veniva sovvertito e diventava possibile ogni forma di comunicazione biunivoca tra il mondo reale e quello magico e divino. I riti tipici della festività di Samhain avevano nel fuoco, incarnazione del potere purificatore e protettivo, il loro elemento di maggiore simbolismo. Al calare delle tenebre tutti i fuochi venivano spenti mentre un fuoco sacro veniva acceso dai Druidi sulle colline vicine ai villaggi. Il fuoco sacro diveniva il tramite per pratiche divinatorie e propiziatorie e dal focolare principale si recuperano le braci per l’accensione dei focolari di tutte le famiglie del villaggio. La conquista dei territori celtici da parte dell’Impero Romano portò dapprima ad una condivisione di tradizioni. La festa di Samhain aveva infatti il suo equivalente nella tradizione romana nella festa dei Lemuralia, festività dedicata agli spiriti dei morti o Lemŭres che si celebrava tra il 9, 11 e 13 maggio. Successivamente, con la cristianizzazione dell’Impero Romano, le festività pagane associate al culto dei morti furono demonizzate e si cercò di riadattare le antiche tradizioni alla nuova simbologia religiosa. L’istituzione nel 835 d.C. della festa di Ognissanti da […]

... continua la lettura
Libri

Franck Thilliez e Il Manoscritto per Fazi | Recensione

La prolifica penna dello scrittore francese Franck Thilliez ci regala con Il Manoscritto un nuovo thriller dall’intreccio denso di colpi di scena, un sapiente gioco di specchi che riflette e amplifica i personaggi e le loro storie confondendo i margini delle verità di cui ciascuno è portatore. Un gioco di doppi in cui ogni verità si confronta con i suoi possibili opposti fino a perdere i confini e a confondersi con le sue successive reinterpretazioni. Protagonista della storia di Franck Thilliez è la famosa scrittrice di thriller Léane Morgan nel cui recente passato si nasconde il dolore più grande, la perdita dell’unica figlia scomparsa quattro anni prima. La scomparsa di Sarah viene attribuita dalla polizia a un pluriomicida che, richiuso in carcere da due anni, si diverte a rivelare con il contagocce il luogo di sepoltura delle sue vittime, tutte ragazze giovanissime. Nelle confessioni del serial killer manca solo il nome di Sarah e i genitori elaborano in forme opposte l’assenza di una fine certa. Léane affida tutto il suo dolore alle atroci e turpi scene dei romanzi che scrive cercando di frapporre quanta più distanza possibile fra sé e il luogo dove la sua felicità si è interrotta; il marito Jullian, al contrario, ha deciso di dedicare tutta la sua sofferenza e le sue energie alla spasmodica ricerca della verità. La distanza abissale che ormai separa i due coniugi viene interrotta da un grido di aiuto, un messaggio di Jullian sulla segreteria di Léane la informa di aver fatto una scoperta importante riguardo la scomparsa di Sarah. Jullian viene ritrovato privo di sensi e la sua aggressione, unita alla successiva perdita di memoria, costringerà Léane a ritornare nei luoghi del suo più grande incubo per cercare di ripercorrere il filo spezzato delle ricerche del marito. La vicenda della scomparsa di Sarah e delle altre giovani vittime di Andy Jeanson si sovrappone al ritrovamento del cadavere di una giovane donna nel bagagliaio di un’auto rubata nei pressi di Grenoble. Il macabro ritrovamento metterà sulla pista delle giovani scomparse un poliziotto dotato di una prodigiosa memoria, Vic Altran, intrecciando le sue ricerche alla verità che disperatamente Lèane tenta di strappare dall’ombra dei ricordi di Jullian. La corsa di Vic contro il tempo e quella di Lèane all’indietro nel passato si alterneranno sovrapponendo davanti agli occhi del lettore indizi e nuovi rompicapi, rivelazioni e negazioni in un gioco senza fine. Il Manoscritto di Franck Thilliez è difatti un infinito gioco di verità sovrapposte. È innanzitutto infinita la duplicazione della trama essenziale che, nella direzione che conduce dal lettore al soggetto, replica lo schema alla base dell’intera narrazione. Riproducendo mirabilmente una mise en abyme, l’autore afferma nel prologo che il libro è il manoscritto incompiuto di un famoso scrittore che racconta la storia di una scrittrice di thriller il cui ultimo romanzo, intitolato Il manoscritto, narra le vicende di uno scrittore di thriller. Lo schema si ripete innumerevoli volte invitando il lettore a soffermarsi su aspetti ogni volta più bui nelle vicende e nell’animo […]

... continua la lettura
Culturalmente

Luisa Sanfelice, eroina tragica della rivoluzione napoletana

“La preghiera fu ricordo al re, e la misera Sanfelice, mal sana, mandata in Napoli, ebbe il capo reciso dal carnefice nella piazza infame del Mercato … e innanzi al popolo, impietosito al tristo fato di bella giovine donna, chiara di sangue e di sventure, solcata in viso dalla tristezza e dagli stenti, rea di amore o per amore, e solamente dell’aver serbata la città dagl’incendi e dalle stragi.” (Pietro Colletta su Lucia Sanfelice) Usciva così di scena Luisa Sanfelice, eroina suo malgrado, circondata dalla pietà del popolo che l’aveva celebrata quale “madre della patria” e di quanti avevano tentato invano di risparmiarla all’estremo supplizio. Ignari tutti che l’atrocità della sua morte non avrebbe fatto altro che amplificare l’eco della sua figura ispirando romanzieri e storici e consacrando la sua controversa esistenza all’arte e alla memoria. Perché se è vero che la storia è piena di eroiche rivoluzionarie, poche hanno saputo ispirare e confondere la verità e il suo romanzo come Luisa Sanfelice. Nata da un ufficiale dell’esercito borbonico, Pietro de Molino, e da una nobildonna di origine genovese, Camilla Salinero, Maria Luisa Fortunata de Molino (28 Febbraio 1764) divenne Luisa Sanfelice sposando il cugino Andrea nel 1781. Un’unione passionale quanto disastrosa che ben presto portò i due giovani, “due ragazzi: di poca testa l’uno e l’altra” (B. Croce) a dilapidare tutte le loro rendite. A pochi anni dal loro matrimonio, la dissolutezza dei due coniugi costrinse la madre di Luisa a chiedere l’intercessione del re (Ferdinando IV) che nominò il marchese Tommaso de Rosa amministratore dei beni della coppia e ordinò l’allontanamento dei tre figli, tutti rinchiusi in istituti di preghiera. Ne nacque un turbolento alternarsi di violente separazioni e rocamboleschi riavvicinamenti che videro i coniugi Sanfelice più volte passare dallo scandalo della loro vita di coppia all’umiliazione della reclusione fino al ricongiungimento a Napoli nel 1794. Siamo ormai alla vigilia della rivoluzione napoletana e se negli anni che la precedono si perdono le tracce dei coniugi Sanfelice, l’entusiasmo per la neonata Repubblica e il fermento dei circoli culturali infiammano la giovane Luisa trasformandola in protagonista inconsapevole della storia. L’unione con Andrea Sanfelice, che pure aveva resistito a molte avversità, si frantumò sotto i colpi delle contrastanti urgenze. Andrea fece perdere le sue tracce per sfuggire ai creditori, animati dalle nuove disposizione repubblicane, e Luisa venne travolta da un vortice di passioni che le sarebbero state fatali. Senza mai esporsi in prima persona nel dibattito politico, Luisa Sanfelice frequentò ambienti diametralmente opposti per ispirazione culturale e politica. Amata da Gerardo Baccher, ufficiale dell’esercito regio e figlio di una ricca famiglia di banchieri di origine svizzera fedeli al re Borbone, si legò sentimentalmente a Ferdinando Ferri, assiduo frequentatore dei salotti repubblicani e successivamente ufficiale della Repubblica. Da questo pericolo triangolo amoroso derivarono gli eventi che furono dapprima gloria e poi funesta condanna per Luisa Sanfelice. La giovane venne a conoscenza, per mano di Gerardo, della congiura ordita dai Baccher per sovvertire l’ordine repubblicano e ricostituire la monarchia e, nel tentativo […]

... continua la lettura
Culturalmente

Scilla e Cariddi, le donne pericolose dello stretto di Messina

Simbolo del potere suggestivo che i fenomeni naturali hanno da sempre suscitato nell’animo umano, la leggenda di Scilla e Cariddi è il risultato di un fortunato intreccio tra superstizione, mito e narrazione epica. Il racconto mitologico prende corpo in epoca classica dall’associazione, quasi automatica nei meccanismi di creazione di un mito, tra l’indomabile potenza dei fenomeni naturali e la crudeltà e volubilità del mondo divino. Scilla e Cariddi assumono, dunque, le sembianze di due mostri marini che abitano le sponde dello stretto di Messina. Passaggio obbligato nel viaggio tra le colonie e la Grecia, lo stretto di Messina è da sempre un tratto di mare battuto da forti venti e costantemente animato da vortici e gorghi, frutto del violento incontro tra le correnti del mareTirreno e dello Ionio. La potenza dei fenomeni naturali alimenta la suggestione popolare e trova consacrazione nella narrazione epica dando forma semidivina alla potenza delle correnti e all’asperità dei fondali che fanno dello stretto di Messina un passaggio particolarmente ostico per la navigazione. Sul versante calabro dello stretto di Messina, l’impeto delle correnti marine assume le sembianze della ninfa Scilla, “colei che lacera e dilania”. Figlia del dio marino Forco e della ninfa Crateide, Scilla suscita l’amore di Glauco che chiede aiuto alla maga Circe per conquistarne il cuore. Ma la gelosia di Circe, a sua volta innamoratasi di Glauco, si scatena contro la bellissima Scilla trasformandola in un mostro. La vergogna per l’orribile metamorfosi costringerà Scilla a rifugiarsi in una grotta marina e la spingerà a vendicarsi sui naviganti strappandoli alle loro imbarcazioni e divorandoli. “Ivi Scilla vive, orrendamente latrando: la voce è quella di cagna neonata, ma essa è mostro pauroso, nessuno potrebbe aver gioia a vederla, nemmeno un dio, se l’incontra. I piedi son dodici, tutti invisibili: e sei colli ha, lunghissimi: e su ciascuno una testa da fare spavento; in bocca su tre file i denti, fitti e serrati, pieni di nera morte”. (Odissea libro XII) Sul versante opposto i vortici che agitano le acque dello stretto sono identificati nel mostro informe Cariddi, “colei che risucchia”. Cariddi è originariamente una neiade figlia di Gea e Poseidone e dotata di un insaziabile appetito che ne causerà la rovina. La sua voracità la spinge, infatti, a rubare e divorare immediatamente i buoi che Eracle aveva a sua volta rubato a Gerione. L’eroe chiede l’intervento di Zeus che scaglia Cariddi nelle profondità del Tirreno trasformandola in un mostro e condannandola ad inghiottire le acque del mare e tutto ciò che esse contengono per poi risputarne i resti. “Scilla tiene il lato destro, il sinistro l’implacata Cariddi e tre volte a dirotto risucchia vasti flutti nel fondo gorgo del baratro, e di nuovo li scaglia alternamente nell’aria e flagella gli astri con l’onda.” (Eneide, Libro III) Dalla suggestione popolare alla sublimazione del racconto poetico, l’immagine dei due mostri dello stretto di Messina attraversa i secoli grazie alle parole di Circe prima (Odissea libro XII) e di Eleno poi (Eneide libro III). Passaggio inevitabile lungo il cammino […]

... continua la lettura
Culturalmente

Il mito della sirena Partenope, come nasce una città

«Parthenope non è morta, Parthenope non ha tomba, Ella vive, splendida giovane e bella, da cinquemila anni; corre sui poggi, sulla spiaggia. E’ lei che rende la nostra città ebbra di luce e folle di colori… è lei che fa contorcere di passione, languire ed impallidire d’amore la città» (Matilde Serao) Come tutte le cose che riguardano la città di Napoli, anche la sua fondazione affonda le radici nel mito e nella suggestione. La nascita di Napoli si intreccia alle vicende di Partenope, figura leggendaria nella quale confluiscono molteplici simboli e miti, echi lontani che giungono a noi dalla lontana Magna Grecia. La stessa identità di Partenope e la sua sorte sono state declinate in interpretazioni discordanti tutte unite da un tratto struggente e passionale che sembra sposarsi perfettamente con la natura della città cui Partenope ha dato i natali. Così di mito in mito, Partenope è dapprima una sirena dal volto virginale che vive tra gli scogli vicino Positano (Li Galli) con le sorelle Ligea e Leucosia. Le tre sirene, figlie della Musa Melpomene e del fiume greco Acheloo, ci vengono descritte da Omero (Odissea, canto XII) come figure femminili crudeli e ammaliatrici che con il loro canto melodioso spingevano i marinai a gettarsi in mare nel tentativo di raggiungerle, andando incontro alla morte. La maledizione che le accompagna le condanna ad una tragica fine quando il loro canto e le loro lusinghe vengano respinte da un uomo. Così Partenope e le sue sorelle vengono condannate a morte dall’astuzia di Ulisse. L’eroe, avvertito del pericolo dalla maga Circe, attraversa il tratto di mare dove risiedevano le sirene legato all’albero maestro della sua nave e impone ai suoi marinai di tapparsi le orecchie. Le tre sirene intonano invano il loro canto e, sopraffatte dalla vergogna del rifiuto, si gettano dagli scogli. La corrente ne trascinerà le spoglie verso coste lontane, Partenope viene condotta tra gli scogli dell’isolotto di Megaride dove sorgeva un insediamento di coloni greci. Raccolta dai pescatori, Partenope sarà venerata come dea protettrice della città che stava sorgendo e le sue spoglie custodite in un sepolcro eretto nel medesimo luogo dove oggi sorge il Castel dell’Ovo. Ancora in molti racconti popolari, ripresi dalla scrittrice Matilde Serao, Partenope è una fanciulla di origine greca perdutamente innamorata dell’eroe ateniese Cimone ma promessa dal padre ad  Eumeo. Per sfuggire all’indesiderato matrimonio, Partenope decide di scappare insieme a Cimone approdando sulle coste campane. Il loro arrivo nella nuova terra è celebrato dalla natura che dal quel momento comincia a produrre una rigogliosa vegetazione creando per i due amanti un vero e proprio paradiso. Qui i due giovani vissero il loro amore e furono in seguito raggiunti dai propri familiari. Partenope diede alla luce 12 figli e venne consacrata come madre del popolo napoletano che grazie e a lei cominciava a popolare quella terra paradisiaca. Un’altra variante del mito di Partenope si diffonde nell’800 e ci restituisce nuovamente l’immagine di una sirena che abitava lungo le coste del Golfo di Napoli. La bellissima […]

... continua la lettura
Culturalmente

La caduta del muro di Berlino, dal filo spinato al sogno di un’Europa unita

Die Mauer ist weg: 9 novembre 1989, la caduta del muro di Berlino Trent’anni fa, il 9 novembre 1989, i Berlinesi festeggiavano la caduta del muro di Berlino, annunciata per errore in una conferenza stampa dal funzionario del SED (Partito di Unità Socialista di Germania) Gunter Schabowsky, e l’apertura della frontiera che aveva spaccato in due la città e la nazione. L’Europa si lasciava alle spalle le contrapposizioni della Guerra Fredda e si avviava a consolidare quel progetto di unificazione dei popoli che aveva mosso i suoi primi passi fin dal secondo dopoguerra. Dalla caduta del muro di Berlino prendeva forma il sogno di un’Europa senza frontiere fondata sulla libera e pacifica circolazione di cittadini. Costruito nel 1961 dal governo della Repubblica Democratica Tedesca (DDR), il muro divideva in due la città di Berlino segnando la frontiera fisica e politica tra il blocco occidentale, controllato da Stati Uniti, Francia e Regno Unito, e quello orientale, controllato dall’Unione Sovietica. I due blocchi avevano preso forma all’indomani della Seconda Guerra Mondiale quando gli Alleati concordarono lo smembramento della Germania in settori affidati al controllo delle Nazioni vincitrici (Conferenza di Jalta) quale elemento essenziale per garantire la pace nel Vecchio Continente. La contrapposizione tra i due blocchi divenne sempre più scontro tra ideologie, modelli economici e culturali antitetici fino a sfociare nella totale chiusura di qualsiasi contatto e nella limitazione della libertà di circolazione dei cittadini. La costruzione del muro apparve agli occhi delle autorità della DDR l’unica strategia possibile per arginare il crescente flusso di cittadini della Germania dell’Est che emigravano verso la Germania Ovest attirati dalla maggiore stabilità economica e da migliori condizioni di vita. Il controllo lungo la frontiera tra le due parti della città divenne progressivamente più serrato fino alla costruzione di un solco invalicabile delimitato da due cortine in cemento armato, una barriera invalicabile lunga 155 km che circondava completamente Berlino Ovest rendendo impossibile l’accesso alla città da parte dei cittadini della Germania dell’Est. La spaccatura nel cuore dell’Europa ha continuato a tenere divise Berlino e la Germania intera per quasi un trentennio. Nato come misura di protezione e autoconservazione dell’ideologia comunista e dell’equilibrio economico della DDR, il muro di Berlino era di fatto l’incarnazione del lato più oscuro del regime in quanto strumento di estrema limitazione della libertà personale. Si impediva di fatto ai propri cittadini di venire in contatto con idee, stili di vita e modelli sociali considerati pericolosi per l’equilibrio sociale ed economico delle repubbliche comuniste e filo-sovietiche. La chiusura di ogni contatto con il mondo occidentale non riuscì tuttavia ad arginare il declino del modello sociale ed economico comunista imposto dall’Unione Sovietica. Nella primavera del 1989 pacifica manifestazioni di dissenso cominciarono a ripetersi nelle chiese protestanti di Lipsia e Dresda. Nell’estate dello stesso anno una prima breccia venne aperta nella barriera di incomunicabilità tra oriente e occidente dall’apertura della frontiera con l’Austria da parte del governo ungherese. I tedeschi della DDR cominciarono nuovamente a spostarsi in massa verso la Germania dell’Ovest attraverso la frontiera […]

... continua la lettura
Culturalmente

Gli scavi di Paestum, frammenti di Magna Grecia

Alla scoperta degli scavi di Paestum, preziosa testimonianza dell’architettura votiva di età classica. Abbagliato dai vividi colori di rigogliosi roseti ed inebriato dal calore del sole e dall’aria salmastra: doveva sentirsi così un viaggiatore che si addentrasse nella piana del Sele un attimo prima di perdersi nell’orizzonte ceruleo di cielo e mare. Il sole, il mare e la generosità della terra hanno fatto la fortuna di Paestum fin dalle remote ere del Paleolitico, lasciando tracce lungo tutta l’età antica. Fondata sulla riva sinistra del fiume Sele da coloni greci provenienti da Sibari (600 a.C.), Poseidonia, nome greco dell’antica città di Paestum, diventa uno dei più importanti centri urbani della Magna Grecia. Vengono eretti in quest’epoca i tre templi che ancora oggi dominano la piana allineati lungo la direttrice principale della polis greca. A cavallo tra la seconda metà del VI secolo e la prima del V a.C., vengono costruiti in successione i templi dorici dedicati alle divinità di Era, Atena e Nettuno, quest’ultimo erroneamente attribuito al Dio marino all’epoca dei primi ritrovamenti. Maestose vestigia dell’architettura dorica, i tre templi sono una preziosa testimonianza dell’architettura votiva di età classica costituendo tra i pochi esempi di edifici templari in ottimo stato di conservazione. Lo spazio centrale incluso tra i tre edifici votivi degli scavi di Paestum era occupato dall’agorà, cuore delle attività commerciali e politiche della polis, e dai prospicienti edifici dell’ekklesiasterion e del heroon. Entrambi le strutture rievocano la dimensione della vita pubblica e politica dei cittadini di Poseidonia, il primo destinato ad ospitare le assemblee politiche dei cittadini, il secondo sacello votivo dedicato all’eroe fondatore della colonia. Ai due lati dello spazio pubblico si estendevano i quartieri residenziali della polis greca di cui si sono conservati pochissimi resti. Verso la fine del V secolo a.C., Poseidonia diventa dominio lucano assumendo il nome di Paistom e raggiungendo l’apice della sua espansione territoriale e demografica. Successivamente Paestum diventa colonia romana (273 a.C.). Risalgono a quest’epoca gran parte dei resti che sono oggi visibili tra cui la maestosa cinta muraria che, al pari dei templi, costituisce un esemplare raro per stato di conservazione, e i resti dell’anfiteatro, parzialmente coperti dal moderno asse stradale. Sotto l’egida romana, il tessuto urbano di Paestum si trasforma assumendo l’impronta tipica delle città latine. L’impianto ortogonale dei quartieri residenziali cancella ogni traccia dell’antica polis, il foro diventa il nuovo fulcro della città occupando la parte meridionale dell’agorà e popolandosi di nuovi edifici monumentali. Il Capitolium, la Curia e il Comitium diventano punti cardine della vita pubblica e politica di Paestum, mentre i tre templi dorici sopravvivono come gemme di un’altra epoca incastonate in uno scenario dominato da moderni simboli e nuovi punti di riferimento. A partire dall’età imperiale, la città di Paestum vive un lento ma inesorabile declino che culmina nel totale abbandono dopo l’VIII secolo d.C. L’isolamento commerciale prima, indotto dall’apertura di nuove vie di commercio verso Oriente, il progressivo impaludamento dell’area e infine un’epidemia di malaria che si abbatté nella zona nel IX secolo, decretano la […]

... continua la lettura
Recensioni

Una pura formalità di Annamaria Russo, il dramma dei ricordi

Nella cornice del Real Orto Botanico va in scena, per la rassegna “Brividi d’Estate” organizzata da “Il Pozzo e Il pendolo“, il dramma dei ricordi e delle identità sospese di Una pura formalità (regia di Annamaria Russo). Riadattamento teatrale dell’omonimo film di Giuseppe Tornatore, Una pura formalità è un intenso rompicapo che gioca con il tema del ricordo sovrapponendo identità reali e surreali nella dolorosa ricerca della verità. “Per non morire di angoscia o di vergogna, gli uomini sono eternamente condannati a dimenticare le cose sgradevoli della loro vita, e più sono sgradevoli, prima s’apprestano a dimenticarle! … Ricordare, ricordare è come un po’ morire.” Notte fonda e cupa, il silenzio caricato di tensione dal rombo dei tuoni e dall’impetuoso scroscio di una pioggia torrenziale. La luce si accende su una scena spoglia ed essenziale, una solitaria stazione di polizia di un remoto paesino di campagna, il sordo ticchettio della pioggia che gocciola dal soffitto riecheggia esasperando l’ansia dello spettatore. Sulla scena irrompono due figure, un agente di polizia conduce un uomo infreddolito e fradicio di pioggia. L’uomo è stato fermato in un bosco dove vagava sotto la pioggia incessante, l’uomo non ha documenti e fornisce spiegazioni contraddittorie e confuse del suo stato. Poco lontano, nel medesimo bosco e nella medesima notte viene rinvenuto un cadavere dal volto sfigurato. Si apre così quello che all’apparenza è un mistero di cui tutti, spettatore incluso, sembrano conoscere la soluzione tranne l’accusato. Onoff è uno scrittore di grande fama, ad interrogarlo per una “pura formalità” un commissario che ama e conosce profondamente tutte le sue opere. Nella spasmodica ansia di un convulso interrogatorio i dettagli della faccenda emergono con apparente chiarezza facendo risaltare per stridente contrasto i vuoti di memoria e le contraddizioni di Onoff. Le macchie di sangue sugli indumenti dello scrittore, l’inquietudine che traspare da ogni suo gesto, la reticenza ed imprecisione di tutte le sue risposte, il tentativo di fuga dell’accusato, l’arma del delitto, tutti i tasselli sembrano incastrarsi alla perfezione inchiodando Onoff alle sue responsabilità. Ma nel corso dell’interrogatorio, i dubbi dello spettatore invece di dipanarsi si fanno più densi, le identità e i ruoli si confondono e nulla è più come appariva all’inizio. La vittima sconosciuta assume identità diverse, l’editore, l’agente, la seconda moglie dello scrittore diventano personaggi sovrapponibili, volti sconosciuti immortalati in fotografie che lo scrittore scatta per fissare i ricordi della sua vita. Il ruolo di accusatore ed accusato diventano confusi e l’atteggiamento ambiguo del commissario spinge lo spettatore a mettere in dubbio l’intero impianto accusatorio. La stessa identità dell’accusato è messa in dubbio, la sua biografia, che il commissario conosce nei minimi dettagli, è in realtà frutto di una costruzione fittizia funzionale all’immagine pubblica che lo scrittore è costretto a dare di sé. Il suo stesso nome e la sua opera più famosa si rivelano una finzione. Entrambi rubati ad un barbone che lo scrittore considera suo maestro. Il dramma che attanaglia Onoff e tiene con il fiato sospeso lo spettatore troverà la sua soluzione […]

... continua la lettura
Culturalmente

Real Albergo dei Poveri: accoglienza e riscatto sociale nel secolo dei lumi

Il Real Albergo dei Poveri, la più grande costruzione settecentesca concepita per l’accoglienza Il Real Albergo dei Poveri è uno dei palazzi monumentali più imponenti ed iconici della città di Napoli. Con la sua mole domina Piazza Carlo III conservando ancora oggi ricordo e testimonianza di uno dei periodi culturalmente più vivi della storia della città di Napoli. La sua costruzione fu commissionata da re Carlo III di Borbone all’architetto fiorentino Ferdinando Fuga, chiamato a Napoli dallo stesso re nel 1949 per avviare un programma di riforma urbanistica della città. Nelle intenzioni di Carlo di Borbone c’era l’attuazione di un risanamento sociale ed edilizio che riportasse la città di Napoli, il cui tessuto urbano aveva subito una crescita caotica sconfinando oltre la cinta muraria, allo splendore delle città rinascimentali. Nella seconda metà del ‘700 la corte napoletana di Carlo di Borbone era animata da un grande fervore culturale ed ospitava personalità di spicco della cultura partenopea tra cui Gaetano Filangieri, Antonio Genovesi ed Eleonora Pimentel Fonseca. Il movimento illuminista napoletano muoveva i suoi primi passi e il Regno di Napoli era percorso da venti di rinnovamento che mostravano i primi frutti nell’opera di ammodernamento del ministro Bernando Tanucci, fautore di una serie di decreti volti ad abolire i privilegi feudali ed ecclesiastici. In questo contesto di grande fermento culturale e politico, la costruzione del Real Albergo dei Poveri traduceva in atto gli intenti illuminati di Carlo di Borbone. L’edificio era stato concepito per accogliere e offrire assistenza ai “poveri” del Regno. Indigenti, orfani, mendicanti ed invalidi, che numerosi popolavano le strade della città, avrebbero potuto trovare, grazie alla costruzione di questo mastodontico palazzo. Ma l’intento del sovrano non era meramente assistenziale. All’interno del Real Albergo dei poveri vennero, infatti, istituite scuole di formazione professionale che avevano l’obiettivo di offrire agli ospiti un’opportunità di riscatto sociale. La costruzione, che nella sua configurazione finale raggiunse un’estensione di circa 100.000 metri quadrati, doveva essere caratterizzata da una pianta rettangolare con lato maggiore di circa 600 metri e lato minore di 135 m e contenere al suo interno 5 cortili e una Chiesa con pianta radiale a sei bracci. La realizzazione dell’edificio, nonostante le ambizioni del sovrano, procedette a rilento sia per la difficoltà di reperire le ingenti somme di denaro necessarie, che per l’avvicendarsi di architetti che seguirono la direzione del progetto alla morte di Ferdinando Fuga (1782). Il passaggio del regno a Ferdinando IV e i tumultuosi eventi della Rivoluzione Napoletana (1799) compromisero l’iniziale spirito del progetto e portarono al definitivo arresto dei lavori nel 1829, nonostante non fosse stato interamente completato l’originale progetto di Fuga. L’edificio che ancora oggi possiamo ammirare si compone di 4 livelli e circa 430 stanze che garantivano una capienza di circa 8000 ospiti suddivisi per sesso ed età in quattro sezioni. L’iniziale intento caritatevole e formativo di Carlo di Borbone venne messo in discussione dal suo successore e così la struttura accolse nel corso del tempo diverse funzioni non tutte animate dallo stesso spirito. L’edificio ospitò […]

... continua la lettura
Libri

Incontro con Gabriela Ybarra, autrice de Il commensale

Gabriela Ybarra presenta il suo primo romanzo: Il commensale Il 29 maggio è stato presentato in anteprima nazionale all’Instituto Cervantes di Napoli il primo romanzo della scrittrice basca Gabriela Ybarra: Il Commensale. All’evento, organizzato dalla casa editrice Alessandro Polidoro Editore e dall’Instituto Cervantes de Nápoles, hanno partecipato, oltre all’autrice Gabriela Ybarra, la traduttrice Maria Concetta Marzullo, gli ispanisti proff. Augusto Guarino e Marco Ottaiano e l’editore Alessandro Polidoro. Nel suo primo romanzo Gabriela Ybarra tenta una libera ricostruzione della storia della propria famiglia. Il 22 giugno 1977 viene ritrovato il cadavere dell’imprenditore e politico basco Javier Ybarra, sequestrato il 20 maggio dello stesso anno da un gruppo di terroristi dell’ETA. Gabriela Ybarra, nipote del politico ucciso, non ha ricordi diretti del tragico lutto che ha colpito la sua famiglia, ma il dolore scaturito da una nuova perdita, quella della madre morta nel 2011, accende in lei il desiderio di conoscenza e comprensione di eventi che sembrano aver lasciato segni profondi nella sua famiglia e nella storia del suo paese. Il Commensale fa parte della collana I Selvaggi, diretta dal prof. Marco Ottaiano e interamente dedicata alla letteratura spagnola ed ispano-americana contemporanea, che raccoglie antologie di racconti e romanzi dei più influenti autori contemporanei di lingua spagnola. Come sottolineato dall’editore Alessandro Polidoro nel suo intervento introduttivo, I Selvaggi è un progetto che mira ad esportare un modello culturale di valore, un progetto che, pur mantenendo come riferimento il contesto culturale della città di Napoli, cerca di superarne i confini aprendosi ad esperienze letterarie dense di contenuti. Il Commensale, nel solco già tracciato da Big Banana di Roberto Quesada, riafferma la volontà degli ideatori della collana I Selvaggi di promuovere progetti letterari che esulino dal contesto effimero e commerciale della letteratura di moda puntando al valore dei loro contenuti e all’essenzialità della forma. E proprio l’equilibrio tra forma e contenuto costituisce uno dei punti di forza de Il Commensale. Nella presentazione che del libro fa Ottaiano, e ancora nelle parole di Guarino, si ribadisce la capacità di Gabriela Ybarra di esorcizzare la drammaticità degli eventi narrati attraverso una scrittura attenta ed analitica. Gli eventi descritti nel romanzo costituiscono un dramma personale per l’autrice e allo stesso tempo rappresentano un dramma collettivo che coinvolge l’intero País Vasco. Il sequestro e l’uccisione per mano dei terroristi dell’ETA del nonno Javier Ybarra, sindaco di Bilbao ed esponente di spicco della scena politica basca, sono testimonianza di un periodo di profonda sofferenza della società civile spagnola. Ma nonostante il dolore che suscitano questi eventi, il tentativo di ricostruzione che compie l’autrice è reso attraverso parole essenziali e una forma analitica ed autentica. Gabriela Ybarra dosa attentamente le parole affinché nessuna di esse risulti superflua, ne viene fuori, come sottolinea Ottaiano, una forma scevra dalla retorica che appesantisce la politica contemporanea ma che riesce con più forza a suscitare empatia nei lettori verso eventi che di fatto sono politici nella misura in cui attengono alla polis. Alla dimensione storica e pubblica, cui appartiene la vicenda della scomparsa […]

... continua la lettura
Recensioni

Shakespeare amore mio: in viaggio nell’umanità di Shakespeare con Maximilian Nisi

Shakespeare amore mio: lo spettacolo di Maximilian Nisi che mette in scena l’umanità dei personaggi shakespeariani Con “Shakespeare amore mio”, interpretato dall’attore Maximilian Nisi, si è conclusa la rassegna “Tutto il mondo è palcoscenico” diretta da Gianmarco Cesario e ambientata nel suggestivo scenario del Succorpo Vanvitelliano della Basilica della Santissima Annunziata Maggiore di Napoli. La rassegna teatrale, ormai giunta alla sua quarta edizione, è un omaggio all’opera di William Shakespeare e alla sua così moderna capacità di scandagliare l’animo umano e i controversi sentimenti che lo dominano. Accompagnata dalle dolcissime note dell’arpa del maestro Gianluca Rovinello, l’emozionante voce di Nisi ci conduce per mano in un viaggio dentro i dubbi esistenziali e le travolgenti emozioni dell’animo umano. Su uno sfondo di immobili e geometriche simmetrie, prendono vita alcuni degli umanissimi drammi nati dal genio del drammaturgo inglese. Ma ad essere messi in scena non sono semplicemente i personaggi shakespeariani bensì le loro personalità, i desideri che animano le loro azioni, i drammi e i dubbi che turbano le loro coscienze. Attraverso le parole di Romeo, Amleto, Otello, Macbeth, Riccardo II e Marco Antonio, Nisi dà corpo alle loro molteplici e complesse psicologie, invitando lo spettatore a guardare nel fondo di esse. È, dunque, un percorso intimista quello proposto da Nisi, un viaggio nel poliedrico universo umano che ripercorre le “sette età della vita” e mette a nudo i più contrastanti stati dell’animo che turbano ciascuna di esse. Così sulla scena si susseguono la passione prima sublime e poi disperata di Romeo, l’esasperata ricerca della verità assoluta di Amleto, la sincerità e l’autenticità di Otello, che nutre la sua ossessione per la verità e ne arma la mano, la manipolatrice ambizione di Marco Antonio, che indossa il velo dell’affettuoso cordoglio. Ogni personaggio è uno specchio attraverso il quale lo spettatore riscopre se stesso, le sue ansie, le sue aspirazioni, i suoi sentimenti più vili e più umani. “Shakespeare amore mio” di Maximilian Nisi: una dichiarazione d’amore al grande bardo Nel dettaglio, lo spettacolo ha previsto estratti dalle opere: ‘Come vi piace’ – Atto II, Scena 7 ‘Romeo e Giulietta’ – Atto I, Scena 4 Atto II, Scena 2 – Atto III, Scena 3 ‘Amleto’ – Atto I, Scena 2 – Atto II, Scena 2 – Atto III, Scena 1 ‘Otello’ – Atto I, Scena 3 ‘Macbeth’ – Atto V, Scene 3 – 5 ‘Sonetti’ – LXVI LV CX ‘Sogno di una notte di mezza estate’ – Atto II, Scena 1 ‘Riccardo II’ – Atto IV, Scena 1 ‘Giulio Cesare’ – Atto III, Scena 2 ‘La tempesta’ – Atto V, Scena 1 ‘Sonetto CXXII’. Ne viene fuori un’appassionata celebrazione del genio di Shakespeare e della sua capacità di raccontare l’essere umano. La maestria del bardo nell’indagare la psiche umana e descriverne le infinite sfaccettature appare, nell’interpretazione di Nisi, in tutta la sua sorprendente contemporaneità. I personaggi portati in scena da Nisi si mostrano in tutta la loro umanità, così uguale alla nostra così come l’aveva immaginata Shakespeare più di 400 anni fa. Immagine: Ufficio stampa

... continua la lettura
Eventi/Mostre/Convegni

Palazzo Forte di Cimitile: la mostra Policentrismo dell’Arte

La mostra d’arte contemporanea Policentrismo dell’Arte a Palazzo Forte di Cimitile Per tutto il mese di maggio sarà visitabile a Palazzo Forte di Cimitile la mostra d’arte contemporanea Policentrismo dell’Arte. Il tema dell’esposizione, organizzata con la collaborazione della Proloco di Cimitile e diretta da un team di artisti ed esperti d’arte, rievoca la molteplicità dei “centri d’arte”, intesi sia come fonti di ispirazione che come ambiti destinatari del messaggio artistico. Si richiama la varietà di contesti sociali e culturali da cui traggono ispirazione le opere esposte, nonché la molteplicità di temi che ciascun artista affronta. Dal sogno alla realtà, dall’astrazione alla narrazione realistica, sono piccoli universi di cui ciascun artista si fa portavoce ma che riconducono alla medesima realtà. Allo stesso tempo sono molteplici i contesti in cui il messaggio dell’artista si inserisce, quello culturale, sociale e politico. Sono tutti centri autonomi e reciprocamente funzionali da cui l’arte parte e a cui ritorna nella forma del pensiero dell’artista. Policentrismo dell’Arte a Palazzo Forte di Cimitile La mostra collettiva di Palazzo Forte comprende le opere di ventotto artisti italiani e internazionali uniti dal comune intento di condividere con l’osservatore un punto di vista nuovo sull’arte contemporanea, un nuovo modo di vivere e condividere l’espressione artistica. Attraverso le loro opere d’arte, gli artisti intendono riaffermare il carattere emozionale e comunicativo dell’arte contemporanea. L’arte in mostra a Palazzo Forte è una summa di emozioni, sensazioni e suggestioni diverse per sensibilità e ispirazione, ma unite a formare un messaggio unico comprensibile a tutti: l’arte è viva e parla a tutti di vita. Con questo messaggio semplice quanto efficace, la mostra Policentrismo dell’Arte intende riaffermare il valore sociale ed inclusivo che può nascondersi dentro un’opera d’arte. La “democraticità” dell’arte lega tutte le opere esposte e ricorre nelle parole degli artisti che accompagnano il visitatore nel percorso artistico (Aniello Martiniello e la professoressa Rosa Stingone, cui va un ringraziamento speciale). Nessuno è escluso dal messaggio artistico, e difatti accanto alle opere di artisti di chiara fama sono esposte le opere realizzate dagli allievi del Liceo Artistico E. Medi di Cicciano. Al contempo il percorso artistico accoglie chiunque abbia curiosità di avvicinarsi all’arte. Il visitatore è invitato ad intraprendere un viaggio in cui si susseguono emozioni ed esperienze di vita contrastanti, immagini che comunicano senza reticenze rompendo quel muro che spesso si crea tra artista ed osservatore, tra arte e territorio. L’esposizione di Palazzo Forte, lungi dall’essere un evento “esclusivo”, diventa luogo di incontro e scambio tra artisti e visitatori, occasione di interazione e reciproca valorizzazione tra le opere d’arte e i luoghi che le ospitano. La mostra rappresenta, nelle intenzioni degli organizzatori, una forma creativa per dare nuova vita ad un luogo caro ai cittadini, un’occasione per riaprire luoghi del passato restituendoli alla cittadinanza. Il legame con il territorio è forte ed emerge anche nella scelta di arricchire il percorso artistico con un programma di eventi in grado di mettere in contatto il visitatore con l’arte, la storia e la cultura locali. Eventi culinari, concerti, performance […]

... continua la lettura