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Eroica Fenice

Musica

Teresa, il nuovo album di Marcello Giannini

Il 12 marzo è uscito l’album Teresa, quarta opera da solista di Marcello Giannini, disponibile in digitale e presto anche in versione vinile. L’album, prodotto da NoWords, è anticipato dall’omonimo singolo, in uscita con un video, curato da Loredana Antonelli, che tocca le corde giuste, malinconico senza mai essere triste, suggestivo ed evocativo come le note che accompagna. Teresa segue a distanza di un anno, che potrebbe tranquillamente contenerne dieci, l’uscita dell’album Delirium tremens ed è innanzitutto un omaggio alla nonna Teresa; ma Teresa è anche una sfida, un grido di vitalità nel forzoso silenzio dei palcoscenici, una sfida a tutte le restrizioni e costrizioni che da ormai un anno hanno fatto calare il sipario su tutte le forme di manifestazione artistica e culturale. Con Giannini c’eravamo lasciati un anno fa all’Auditorium Novecento, accalcati e festaioli, come in un’altra vita, a festeggiare un compleanno e un album che regalava grandi promesse, non ultima la promessa di rincontrarci presto ad ascoltarne le note con la stessa voglia di festa e buona musica. Ci ritroviamo dopo un altro compleanno con molta meno voglia di festa, o forse di più secondo gli umorali punti di vista, ma senza dubbio con una sete inappagata di creatività e speranza. E Giannini mantiene le sue promesse regalandoci un nuovo album che scorre coraggioso e cristallino come un rivolo tra impervie alture; perché coraggioso e faticoso è scrivere musica in un anno in cui tutto il mondo dell’arte è stato messo a tacere. Teresa aggiunge un nuovo tassello al percorso artistico di Marcello Giannini, che dopo e oltre le esperienze corali degli Slivovitz, dei Nu Guinea e dei Guru, ha ormai fatto molti passi attraversando poliedriche sperimentazioni e arricchendosi di preziosi spunti creativi. Con Teresa il sound di Giannini si allontana un po’ dalle sonorità jazzrock ed elettroniche per convergere verso strutture musicali più semplici ed essenziali, molto più vicine allo schema canzone ma sempre fedeli a quella cura e raffinatezza che è la cifra stilistica di Giannini. Tutti i brani hanno come genesi comune una traccia di batteria che si arricchisce attraverso la sovrapposizione di strati di melodie, ispirati alle sonorità rock e blues e sovrapposti senza mai alterare l’essenzialità della composizione. Non mancano le sperimentazioni e le contaminazioni di frammenti elettronici, così come è evidente in ogni traccia il tentativo di restituire la sensazione e il gusto di una composizione corale. Ed ecco che in ogni traccia trovano spazio ancora una volta strumenti e strumentisti diversi, dalle batterie di Marco Castaldo, Andrea De Fazio e Stefano Costanzo, alle percussioni di Michele Maione, il sax di Pietro Santangelo, l’armonica di Dereck di Perri, il violino di Riccardo Villari e ancora il contrabbasso di Paolo Petrella, nonché una traccia di basso elettrico di Stefano Mujura Simonetta. E allora non ci resta che lasciarci avvolgere dalle note di Giannini, nella speranza di rivederlo e rivederci presto dal vivo tra molto meno di un altro anno, accalcati e pieni di voglia di fare festa come un anno fa. https://www.facebook.com/marcello.giannini.1

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Attualità

Quinta di copertina, la prima piattaforma di edutainment

Dal 10 marzo è operativa la prima piattaforma multimediale ed interattiva di edutainment Quinta di Copertina (www.quintadicopertinateatro.com). La piattaforma, nata da un’idea di Giorgio Rosa e prodotta dalla cooperativa Mestieri del Palco, propone l’utilizzo dell’attività teatrale come strumento di integrazione e potenziamento dell’attività didattica e si rivolge alle scuole secondarie di I e II grado. L’idea è semplice ed innovativa e punta ad un duplice obiettivo. Da un lato si propone uno strumento di supporto all’attività didattica che renda la proposta formativa più innovativa ed accattivante: in quest’ottica gli strumenti propri delle dinamiche teatrali veicolano i contenuti formativi interdisciplinari stimolando la creatività degli studenti e lo spirito di collaborazione. Allo stesso tempo si punta ad una sensibilizzazione degli studenti nei confronti dell’arte teatrale educandoli ad essere fruitori consapevoli e a loro volta produttori di spettacoli teatrali. L’offerta di Quinta di copertina include numerosi percorsi didattici adattati alle esigenze multidisciplinari dell’offerta formativa scolastica e composti da “Tea-lezioni”, vere e proprie lezioni teatralizzate trasmesse in formato video. La strutturazione delle “Tea-lezioni”, veicolata da esperti di formazione nell’ambito teatrale, sfrutta strategie educative differenti, quali cooperative learning, peer-education, brainstorming, problem solving, role playing e didattica laboratoriale, tutte compatibili sia con la didattica in presenza che con quella a distanza. L’intera struttura dell’iniziativa è studiata per essere compatibile con le peculiarità organizzative del sistema scolastico. Ogni percorso è, infatti, accompagnato da una scheda di certificazione delle competenze che riporta il dettaglio degli obiettivi formativi raggiunti, delle attività svolte e delle competenze acquisite durante il percorso. Sono inoltre a disposizione degli insegnati delle singole discipline “schede di programmazione per competenze” che consentono la definizione di obiettivi, abilità e conoscenze nonché la descrizione di attività, metodologia e tempi previsti per ciascun percorso. Nell’ottica di un coinvolgimento maggiore degli studenti alla partecipazione al mondo teatrale, accanto ai percorsi disciplinari sono disponibili percorsi di approfondimento dedicati alla dizione, improvvisazione teatrale, lettura espressiva e regia. Un’anticipazione dell’offerta formativa di Quinta di Copertina sarà disponibile il 28, in orario serale, e il 29 Marzo, in orario scolastico, con la messa in scena in live streaming dello spettacolo “Così è (se vi pare)”. In un momento storico che ha avuto un impatto drammatico sul mondo della scuola e su quello dell’arte, costringendo la prima ad adattarsi rapidamente a nuove forme e strumenti di comunicazione e facendo calare il sipario a tempo indeterminato sulla seconda, il progetto di Quinta di Copertina indica una possibile strada per la rinascita nella mutua collaborazione. Con Quinta di Copertina l’arte teatrale presta i suoi strumenti per valorizzare il lavoro degli educatori, ma allo stesso tempo accorciare le distanze tra il teatro e i giovani fruitori.   Fonte immagine: https://www.facebook.com/quintadicopertinateatro

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Libri

Giorgio Lupo e il suo libro di esordio: La tana del polpo

Ambientato nella sua città natale, la Tana del polpo è il romanzo d’esordio dello scrittore termitano Giorgio Lupo, edito da Augh! Edizioni nella collana Ombre. Un giallo avvincente e sorprendente che ci regala il ritratto di un insolito commissario di Polizia alle prese con i pezzi di un rompicapo dai contorni agghiaccianti e i brandelli di una vita da ricostruire. Placido Tellurico è un commissario di Polizia in fuga da se stesso. Ritornato nella tranquilla Termini Imerese, cerca disperatamente di confondersi tra le trame di una monotona routine; lo inseguono i fantasmi di un passato di gloriosi successi che gli sono valsi il temibile soprannome di u mazzolu (il martello) ma si sono infranti in una maledetta notte di cieca e ostinata arroganza. Lo tormenta l’ossessivo ricordo della donna amata che ha abbandonato lui e la figlia Frida per inseguire un altro amore. Da quell’errore e da quella perdita Placido non si è più ripreso e, rintanato nella sua città natale, vive in una dimensione sospesa priva di prospettive e di aspettative. L’imperturbabile monotonia è però improvvisamente interrotta dal ritrovamento del cadavere decapitato di una donna. Un orrore che assume contorni via via più macabri ed inquietanti man mano che i ritrovamenti si ripetono dando forma al sospetto di un assassino seriale. Il senso di dovere e il desiderio di protezione saranno la molla che rimetterà in movimento gli ingranaggi arrugginiti dell’investigatore. Questa volta però non sarà una sfida in solitaria: guidato dal suo intuito, Tellurico ricomporrà poco a poco i pezzi del puzzle spalleggiato da una squadra di singolari coprotagonisti. La tana del polpo di Giorgio Lupo è un ritratto di un uomo e di una terra piena di contraddizioni in cui tutto appare il contrario di quello che realmente è. Di stridenti contrasti è intrisa l’intera storia, a cominciare dal nome del personaggio principale, un ossimoro che rappresenta a pieno la natura stessa del protagonista e della terra che fa da scenario alle sue vicende. Placido è un uomo in collera con se stesso e con la vita, un uomo capace di gesti eclatanti animati da un personale senso del dovere e della giustizia. Un animo tumultuoso ma imprigionato dal senso di colpa che lo spinge a nascondersi nel tentativo di mimetizzarsi in una routine di ordinaria e tranquillizzante normalità. Ma Placido è ancora un uomo in grado di credere nella verità e nella giustizia, Placido è ancora un uomo che ha un amore da perdere e per quel senso di giustizia e per la protezione di quell’ultimo saprà far riemergere dalle ceneri la sua sopita determinazione. Immagine: Augh! Edizioni

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Attualità

Sportello psicologi S.P.UN.TO: intervista agli ideatori

Sportello Psicologi UNiti sul TerritoriO! S.P.UN.TO è un’iniziativa che unisce le professionalità di un gruppo di giovani psicologi decisi a mettere la loro esperienza al servizio della collettività per fronteggiare uno dei lati più oscuro che un’emergenza drammatica come quella del COVID-19 si porta dietro, il senso di smarrimento e di fragilità psicologica che deriva dal prolungato isolamento sociale e dalla perdita di certezze materiali e ideali. La diffusione del coronavirus ha stravolto l’esistenza di moltissime persone colpendole nella sfera sociale ed economica quanto in quella emotiva e personale; la perdita o l’allontanamento forzato dalle persone care, le difficoltà economiche e la distanza sociale hanno amplificato le fragilità portando con sé conseguenze emotive che spesso vengono coperte da più clamorose urgenze materiali. Per offrire supporto alle persone in difficoltà un gruppo di giovani psicologi ha unito le forze per aprire uno sportello psicologi gratuito e aperto a tutti. Attraverso le parole dei suoi ideatori proviamo a farvi conoscere e vivere il loro progetto. Intervista agli ideato dello Sportello Psicologi UNiti sul TerritoriO La pandemia ha amplificato in maniera drammatica le fragilità sociali e psicologiche degli individui ad ogni latitudine, in un contesto così delicato e in un territorio, come quello campano, contraddistinto da criticità pregresse, a chi si rivolge l’iniziativa di S.P.UN.TO e quali obiettivi si prefigge? Come hai giustamente osservato, il territorio campano presenta già forti criticità per quanto riguarda l’accesso all’assistenza psicologica pubblica e gratuita. Con l’impatto che la pandemia ha avuto sul benessere mentale di molti la richiesta di assistenza è aumentata e il servizio pubblico non ce la fa sempre ad offrire supporto, perciò spesso rivolgersi ai privati resta l’unica soluzione. Il problema è che un percorso di supporto psicologico nel privato ha un costo che molti non riescono a sostenere. S.P.UN.TO quindi vuole rivolgersi a chiunque senta di aver bisogno di un supporto psicologico ma non ha grandi disponibilità economiche per intraprenderlo. Noi non abbiamo come obiettivo quello di eliminare una criticità presente, anzi, i problemi nella gestione della salute mentale, e in senso più generale nella sanità pubblica, restano e sono stati indubbiamente amplificati dalla pandemia. Noi vogliamo che questi problemi siano ben visibili perché è arrivato il momento che la politica se ne faccia carico. Iniziative come la nostra o come quella di tanti sportelli di supporto psicologico gratuito che stanno nascendo in questo periodo non possono bastare da sole. Non si può ancora una volta delegare tutto alla buona volontà di singoli, gruppi o associazioni. Serve una presa in carico collettiva e globale, soprattutto a livello governativo. Il nostro obiettivo è semplicemente quello di fornire una terza alternativa a chi sta vivendo un momento difficile e ha come uniche due alternative quella di rivolgersi a un professionista con costi relativamente elevati oppure di non rivolgersi a nessuno. Chi c’è dietro S.P.UN.TO e come nasce questa collaborazione che ha portato all’ideazione di un’iniziativa così importante? Dietro c’è un gruppo di giovani psicologi dislocati su tutto il territorio campano. Ci siamo conosciuti tra i […]

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Libri

Lo Specchio e la luce chiude la trilogia di Hilary Mantel

Con Lo specchio e la luce si chiude la trilogia che Hilary Mantel ha dedicato alla carismatica figura di Thomas Cromwell. Il romanzo della Mantel, pubblicato lo scorso Ottobre per Fazi Editore, ci porta nuovamente alla corte di Enrico VIII descrivendo gli ultimi anni della vita di Thomas Cromwell, segretario particolare del re, e la fitta rete di intrighi politici che hanno segnato la storia inglese del XVI secolo. Il racconto riprende dal maggio 1536 e più precisamente dal giorno della decapitazione di Anna Bolena, seconda moglie del re Enrico VIII, ormai divenuta un personaggio troppo scomodo per poterne consentire la presenza alla corte inglese. Ad assistere all’esecuzione c’è Thomas Cromwell, artefice tanto dell’ascesa al trono inglese di Anna Bolena quanto della sua rovinosa caduta. Ma un attimo dopo che la lama si è abbattuta sul collo della Bolena, la cruenta fine della regina è già archiviata come un piccolo incidente di percorso nell’inarrestabile scalata al potere che Cromwell porta avanti fin da quando, giovane figlio di un umile fabbro, era fuggito in Italia ed era finito al servizio della famiglia Frescobaldi prima e del Cardinale Wolsey in seguito. Archiviata per sempre la pagina della Bolena, il re convola a nuove nozze con Jane Seymour che gli regalerà finalmente il tanto desiderato erede. Ma a piccoli e grandi successi si alternano grandi tumulti che scuotono profondamente il regno inglese segnando inesorabilmente il destino dello spietato consigliere del re. Nel giro di quattro anni dalla decapitazione di Anna Bolena, Thomas Cromwell seguirà una parabola politica tanto gloriosa nel consolidamento del suo potere quanto vertiginosa nella sua caduta. Dal ristabilito controllo sulle contee del nord al consolidamento della separazione tra la Chiesa Cattolica di Roma e quella Anglicana, Cromwell consolida il suo potere imponendo il suo controllo sulle vicende politiche inglesi ed europee. Ma il desiderio di vendetta dei tanti nemici che Cromwell ha disseminato lungo il suo cammino troverà soddisfazione nell’improvvisa caduta in disgrazia del controverso consigliere del re. Fatale gli sarà l’errore nella scelta della quarta moglie del re Enrico VIII, la tedesca Anna di Clèves, verso la quale il re, ormai divenuto una paranoica e capricciosa ombra del carismatico uomo politico che fu, proverà un profondo e ricambiato disprezzo. L’occasione non verrà mancata dai nemici di Cromwell per costruire un macchinoso castello di accuse inducendo il re a decretare l’incarcerazione del suo fedelissimo consigliere e la sua condanna a morte. Lo specchio e la luce chiude magistralmente una delle più fortunate e apprezzate saghe storiche degli ultimi anni, che è valsa all’autrice la vittoria di due Booker Prize per i primi due capitoli della trilogia. Con una scrittura sapiente e raffinata, la minuzia dei dettagli e un’attenta ricostruzione di fatti e personaggi, Lo specchio e la luce ci riporta indietro nel tempo donando ad un’epoca tanto lontana nel tempo la vitalità della cronaca e la suspense del thriller. Ma a colpire ed avvincere totalmente il lettore, ancor più che gli intrighi politici e amorosi di una delle corti più […]

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Teatro

Trapanaterra al Piccolo Bellini: odissea di emigranti

Con Trapanaterra, atto unico di Dino Lopardo in scena dal 22 al 25 Ottobre, riparte la programmazione del Piccolo Bellini e prende il via la sfida del Piano Be nel suo ambizioso tentativo di ripensare l’esperienza teatrale e la partecipazione del pubblico. Sulla scia dello spirito di collaborazione artistica che da sempre ha caratterizzato il prestigioso teatro partenopeo, la nuova stagione teatrale vedrà il palcoscenico del Piccolo Bellini ospitare eccezionalmente la programmazione di due giovani realtà teatrali, Il Nuovo Teatro Sanità e Mutamenti/Teatro Civico 14 di Caserta. Apre questo ciclo di collaborazioni uno spettacolo che affonda le radici nella meridionalità affrontando uno dei suoi volti più duri, il legame con la terra natia e il doloroso dualismo di chi parte alla ricerca di un futuro migliore e chi resta a lottare. La scena si apre su una giornata qualunque di un operaio, in una raffineria assordante di rumori metallici e maleodorante. Siamo al sud, in una terra che si riconosce immediatamente per la trappola travestita da opportunità e bonus idrocarburi in cui è caduta. La pausa pranzo di un operaio è interrotta dall’arrivo del fratello emigrante che ritorna festante al nido, cingendo tra le mani un organetto. Torna da bohémienne pieno di nostalgia verso la sua terra e la sua casa, verso quegli affetti che si è lasciato alle spalle quando è partito in cerca di miglior fortuna. Il ritorno a casa è però un ritorno amaro, la terra natia non è più quella che l’emigrante ha lasciato anni addietro. I volti familiari riemergono confusamente nei ricordi d’infanzia dei due fratelli, molti di loro non ci sono più. Tutto è cambiato, l’aria che si respira, i rapporti umani e le abitudini, tutto è stato sacrificato in nome di una promessa di riscatto tradita dal malaffare. Non c’è più allegria ad alleviare il sacrificio di chi è rimasto, non c’è più musica ad allietare le feste di paese, solo un odore nauseante che rende l’aria irrespirabile e rumore di trivelle che copre ogni altra musica. L’incontro-scontro tra i due fratelli, interpretati con intensità e ironia da Dino Lopardo e Mario Russo, è un alternarsi di dolci ricordi d’infanzia e aspre accuse di abbandono e tradimento. Nei loro diversi destini i due fratelli portano dentro un dolore ugualmente grande. È immenso il dolore di chi è andato via portando dentro di sé la nostalgia e il ricordo degli affetti lontani, delle relazioni umane autentiche e genuine, dell’allegria delle feste, ma che ora ritorna in una terra completamente stravolta. È struggente il dolore di chi è rimasto, rinunciando a tutto quello che il mondo può offrire lontano dalla amata maledetta terra natale ed è rimasto inerme a guardare tutte le speranze infrangersi. L’uno nell’abbraccio dell’altro, i due fratelli si riscoprono figli di quella stessa terra che ha dato loro radici troppo forti da sradicare e rami troppi piccoli per poter crescere e progredire. Trapanaterra è un viaggio verso e dentro il sud, è una ricerca che si addentra tra le pieghe di quell’identità […]

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Libri

Il segreto del castello, il nuovo giallo di Mariagrazia Giuliani

Uno scenario mozzafiato, un antico castello arroccato sul promontorio che domina il Golfo di Pozzuoli e una storia ricca di intrighi e misteri sono gli ingredienti de Il Segreto del Castello, ultimo romanzo della scrittrice campana Mariagrazia Giuliani. Il romanzo, pubblicato lo scorso febbraio per Valtrend Editore, fa rivivere le stanze del meraviglioso castello aragonese di Baia animandole di misteriosi echi e inquietanti segreti. Una storia che regala brividi e scuote la coscienza lasciando al lettore profondi interrogativi etici, ma allo stesso tempo una maledetta voglia di vedere con i propri occhi quegli stessi panorami e toccare con mano quelle stesse pietre. Il segreto del castello, trama Alessandro Donati è un giovane fotografo impegnato nella preparazione della sua prossima mostra personale a Parigi dedicata alla sua terra natia. Il suo arrivo al castello di Baia ha, dunque, un obiettivo ben preciso, trovare un luogo ritirato e tranquillo dove soggiornare durante la preparazione della sua mostra fotografica sui Campi Flegrei. L’impatto con il castello di Baia è da subito fortissimo e dominato da sensazioni contrastanti; le terrazze a picco sul mare e le possenti mura arroccate sul promontorio offrono, all’occhio curioso e attento del giovane fotografo, scorci mozzafiato su un golfo acceso dai colori di inizio autunno, ma sono anche scenario di inquietanti e misteriose apparizioni notturne. La vita tranquilla del castello, dove oltre a Donati soggiorna un nutrito gruppo di giovani in cerca di serenità per studiare o lavorare, viene improvvisamente turbata da un furto nella residenza della contessa Sofia Giardino, proprietaria del castello, e un’aggressione al burbero direttore del hotel. Gli episodi segnano l’inizio di una serie di efferati crimini e spettrali apparizioni che turberanno la quiete notturna degli ospiti del castello delineando i contorni di un mistero inquietante in cui restano confusi i confini tra reale e surreale, legittimo e criminale. L’innata curiosità di Alessandro e la sua attenzione ai dettagli lo spingeranno ad addentrarsi a fondo nelle ragioni di quel mistero che notte dopo notte appare più oscuro e terribile. Nell’ordine naturale che domina le vicende umane ogni pedina ritroverà il suo posto scegliendo da che parte della barricata schierarsi, ma il giudizio finale su quale sia la scelta giusta e sul senso stesso della sua giustizia resterà al lettore. Conclusioni Il segreto del castello è un romanzo avvincente che sorprende il lettore con i suoi colpi di scena e con misteriosi intrecci nei quali diventa labile il confine tra la giustizia del diritto e quella delle legittime reazioni. Ma è anche un romanzo che cerca, attraverso la minuziosa descrizione di incantevoli paesaggi e segreti scorci, di rendere giustizia a un luogo magico come il castello di Baia; una costruzione che ha visto muoversi la storia tra le sue mura resistendo orgogliosamente ai suoi colpi, ma che oggi mostra con più evidenza i segni del tempo. Il segreto del castello è, quindi, l’abbraccio affettuoso di una scrittrice alla sua amata terra e un grido accorato per salvare le sue preziose gemme dall’oblio e dall’abbandono, immaginando per esse […]

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Recensioni

E Cammarere, le identità reiette di Di Gesto

E Cammarere, spettacolo di Fabio Di Gesto liberamente ispirato a “Le Serve” di Genet, chiude la IX edizione del Teatro alla Deriva, anche quest’anno ospitata dalle Terme Stufe di Nerone. La rassegna teatrale, ideata da Ernesto Colutta e Giovanni Meola, chiude i battenti insolitamente ad ottobre con l’intensa interpretazione di Francesca Morgante e Maria Claudia Pesapane. E Cammarere di Di Gesto trasforma la zattera del laghetto circolare delle Stufe di Nerone in un tipico vascio napoletano, una buia tana affacciata su uno dei tanti vicoli dove la vita si svolge notte e giorno senza che i raggi del sole arrivino a scandirne il tempo. Due sorelle, due umili popolane, due donne sole consumano la loro misera esistenza in una dimensione di esclusione ed emarginazione. Nelle loro vesti si incarnano due esistenze reiette, due destini rifiutati da una comunità caotica e chiassosa che non si manifesta mai in scena, se non attraverso le ferine invettive delle protagoniste. Le due sorelle, due esistente senza nome nè identità, si scambiano freneticamente i ruoli alternandosi nell’impersonare la padrona di casa dispotica e crudele e la sciagurata serva. Prende vita così un gioco crudele e sadico in cui l’identità della padrona, identificata in una scura pelliccia e una parrucca, passa di mano in mano tra le due sorelle in un vortice di ossessione e disperazione che le porterà all’autodistruzione. Ma le due donne non sono veramente due cameriere e la padrona di casa è solo una presenza irreale, un feticcio che si manifesta a tratti negli sporadici attimi di lucidità delle due protagoniste a rimarcare la distanza di entrambi da uno status di emancipazione e accettazione sociale. L’immagine della padrona è dunque un podio, un traguardo che le due protagoniste anelano raggiungere; in quell’immagine sono racchiusi tutti segni di un’esistenza piena e viva, la femminilità, l’indipendenza, l’affermazione di sé, la sessualità e l’erotismo, una condizione che è totalmente preclusa alle due sorelle. La padrona è tutto ciò che le due sorelle non saranno mai, e questa crudele verità si accende ad intermittenza nel buio cieco delle loro coscienze interrompendo, e allo stesso tempo esasperando, il crudele gioco al massacro che le vede protagoniste. Nella trasposizione di Di Gesto , E Cammarere, il testo di Jean Genet, pur conservando l’idea drammatica, è totalmente riscritto in un napoletano duro e ancestrale, una lingua densa di antichi detti e parole arcaiche che contribuiscono ad identificare la condizione sociale e culturale nella quale le protagoniste si dibattono. Una lingua fatta di parole e ritornelli che, con drammatica musicalità, scandiscono il tempo della follia accompagnando le protagoniste verso il tragico epilogo. Fonte immagine: Comunicato Stampa Teatro alla Deriva

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Libri

Tutto il tempo del mondo di Thomas Girst

Tutto il tempo del mondo, edito da ADD editore e tradotto da Daniela Idra, è un regalo che Thomas Girst fa a sé stesso e ai lettori descrivendo 28 storie che indagano il senso e il valore profondo del tempo. Manager culturale di BMW, critico d’arte e scrittore, Girst si interroga sul tempo e sulla nefasta influenza che tale variabile, nelle sue differenti velocità, può avere sulle nostre vite. In un’epoca dominata dal concetto di velocità e immediatezza, dove ogni esperienza mira ad annullare le distanze nel tempo e nello spazio raggiungendo tutti gli utenti in un intervallo temporale impercettibile, si corre il rischio di confondere la possibilità di riempire il tempo di innumerevoli ed effimere emozioni con la capacità di viverlo in maniera profonda e piena. Da questo equivoco e dal tentativo di dipanarlo Girst trae la sua ispirazione per una ricerca minuziosa e accurata di storie che hanno sfidato il tempo sottraendosi alle sue leggi e viaggiando a una velocità completamente diversa da quella verso cui tende tutto il resto del genere umano. Scorrendo le pagine di Tutto il tempo del mondo scopriamo personaggi ed esperienze che puntano a una dimensione ultra-temporale, esperienze che incarnano la lentezza e la cura dei dettagli dimostrando che il tempo può essere infinito non solo nella somma dei suoi secondi, ma anche tra un secondo e il seguente. Dal postino Ferdinand Cheval, che in 33 anni costruisce un monumentale castello fatto di pietre e conchiglie raccolte nei sui giri quotidiani, agli esperimenti sulla caduta delle gocce di pece passando per l’opera di Cage che viene continuamente eseguita dal 1987 ad Halberstadt e si concluderà nel 2640, sono tutte storie in cui il tempo non viene vissuto come un’incontrollabile variabile bensì come un’opportunità di fruizione e creazione. Il messaggio di Tutto il tempo del mondo si riassume nella consapevolezza, che Girst riconosce al genere umano, di astrarsi dalla dimensione temporale attraverso l’ingegno e la creatività realizzando opere ed esperienze in grado di superare i confini dell’immediato e attuale. L’intento di Girst non è, quindi, quello di elogiare l’esercizio vacuo della lentezza, bensì è un invito a utilizzare in maniera intensa il tempo affinché si possa godere del piacere che le cose fatte con cura sono in grado di trasmettere. Le storie che Girst raccoglie sono meravigliose ed impressionanti non solo perché superano la dimensione dell’oggi, ma anche perché utilizzano tutto il tempo a disposizione per dedicarsi all’esaltazione dei dettagli e alla ricerca delle emozioni che in essi si celano. E proprio attraverso l’utilizzo attento del tempo le storie di Girst riescono a superarne i confini trasformandosi in messaggi proiettati verso il futuro. Immagine copertina: ufficio stampa

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Eventi/Mostre/Convegni

Christiane Löhr, incontri sensibili a Capodimonte

Il ciclo Incontri sensibili regala ai visitatori del Museo di Capodimonte una nuova ed intensa esperienza attraverso la mostra Christiane Löhr incontra Capodimonte, inaugurata lo scorso 26 settembre. L’esposizione, curata dal direttore del museo Sylvain Bellenger e da Laura Trisorio di Studio Trisorio in collaborazione con Tucci Russo Studio per l’Arte Contemporanea, porta per la prima volta a Capodimonte le opere dell’artista tedesca replicando il fortunato esperimento artistico di incontro tra artisti contemporanei e la collezione storica del Museo che da tre anni anima la sala degli incontri sensibili. L’incantevole vista del Belvedere di Capodimonte a fare da scenario e una luce candida e diffusa, che irrompe insolitamente nella sala 82 nonostante la giornata uggiosa, creano l’alchimia perfetta per l’esperienza di conoscenza e consapevolezza della Natura che la Löhr propone attraverso le sue installazioni. La semplicità delle forme geometriche, riprodotte attraverso essenziali elementi naturali, evocano il delicato equilibrio tra complessità e fragilità che scandisce il ritmo naturale del mondo vegetale. L’esuberanza e la vivacità della natura sono rese attraverso elementi organici fragilissimi, esili fili d’erba che sfidano la gravità ergendosi a comporre complesse cupole e virtuosi archi. Le fa eco, in questa poetica descrizione della vitalità del mondo naturale, l’opera “Ipomee e boules de neige sull’acqua” di Andrea Belvedere, apprezzato esponente del barocco napoletano. Il quadro del Belvedere cattura un fugace attimo al volgere della sera ritraendo un ramo fiorito che pende, spezzato, su di uno specchio d’acqua. Nella sua semplicità, la scena esalta e celebra la magia della natura attraverso l’intensità di luci e colori e la purezza delle forme. Protagonista assoluta di questo dialogo attraverso i secoli è un mondo che affascina attraverso la spontaneità e semplicità delle sue forme, un mondo che custodisce nei suoi equilibri un potere suggestivo. Ma è anche un mondo del quale si riconosce l’estrema fragilità, una natura che, come suggerisce Bellenger, è oggi più minacciata dall’uomo di quanto l’uomo sia mai stato da essa minacciato nel corso dei secoli. Il messaggio di consapevolezza che l’artista vuole trasmettere è dunque chiarissimo, il delicato equilibrio vitale della Natura è evidente davanti ai nostri occhi ed è in nostro potere decidere se preservarlo dai pericoli che lo minacciano. Le opere della Löhr comunicano la magia e l’incanto della natura tentando di catturarne la delicata essenza affinchè chi le ammira ne comprenda il valore e senta l’obbligo e l’urgenza di proteggerla. Per chi ha desiderio di immergersi in sensibili incontri, la mostra sarà visitabile al museo di Capodimonte fino al 10 gennaio 2021, negli stessi giorni e fino al 4 dicembre 2020 sarà possibile approfondire la conoscenza di Christiane Löhr alla mostra personale allestita presso lo Studio Trisorio.

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Libri

In-Chiostro: un ping pong per le proposte di Valtrend

Il secondo weekend della rassegna letteraria In-Chiostro, che si svolgerà fino al 26 Settembre nel Chiostro di San Domenico Maggiore, propone in scaletta un intrigante ping pong storico-letterario a firma Valtrend Editore. Sul palco tre autori, introdotti dall’editrice Mara Iovene, si scambiano domande e curiosità provando a descrivere, attraverso reciproche suggestioni e impressioni, l’essenza delle rispettive opere. Tre diverse epoche, tre diverse ispirazioni ma ad unirli il tema della memoria dei luoghi, tanto caro alla casa editrice Valtrend che ha nel suo DNA la divulgazione e promozione del patrimonio storico-culturale partenopeo. Rompe il ghiaccio Mariagrazia Giuliani che presenta il giallo Il Segreto del castello, pubblicato poco prima della forzata clausura dovuta al Covid-19 e presentato per la prima volta al pubblico attraverso la rassegna In-Chiostro. L’autrice condivide la genesi della sua opera, ispirata da una visita al Castello di Baia che le ha offerto il suggestivo scenario per un racconto denso di suspense e mistero. Protagonista del romanzo è un giovane fotografo che, in procinto di presentare una personale a Parigi, decide di trascorrere una breve pausa di concentrazione nel castello che domina il Golfo di Pozzuoli. Lungi dall’essere occasione di relax e diversione, la permanenza nel Castello si animerà di misteriose apparizioni ed efferati delitti, spingendo il protagonista ad una corale ricerca della verità e del senso di giustizia che quasi sempre le fa eco. Scambio di microfono e la scena si sposta nel tempo e nello spazio riportandoci fino al lontano VII secolo a.C., in una Gesualdo abitata dalla popolazione italica degli Osci. Protagonista del romanzo storico L’Osco di Stefano Cortese è Virdasche che, sfuggito miracolosamente ad un’incursione degli Hyrpini, intraprende un viaggio verso Occidente fino ad approdare nell’antica Partenope. Il viaggio di Virdasche sarà un viaggio di conoscenza e di sperimentazione, portando il protagonista a confrontarsi con popoli e culture differenti, ma sarà soprattutto un viaggio di consapevolezza. Attraverso le esperienze che vive lungo il cammino, Virdasche prenderà sempre più consapevolezza della sua natura e del suo destino: essere testimone di un mondo arcaico, dominato dal Fato e da un’intima connessione con la natura che tenta di resistere sotto i colpi dello sfrenato antropocentrismo ellenico. Virdasche sarà la memoria di un mondo che si arrende al potere incontrollato e incontrollabile della natura, un mondo che vive l’oblio come ineluttabile e salvifica casualità. E di viaggi e migrazioni si parla anche nei racconti di Kitty Magliocca Mi piacciono i film di Frank Capra. Una raccolta di racconti che con leggerezza e positività affrontano tempi delicati, storie di cambiamento e di opportunità che hanno spesso un volto femminile. Nei racconti di Kitty Magliocca il viaggio diviene occasione, opportunità di cambiamento e riscatto e anche quando assume le tinte più meste dell’emigrazione viene declinato nelle sue sfumature più vive. Il viaggio è quindi la voglia di rivincita e successo di chi parte e si trasforma in desiderio di ritorno per restituire attraverso l’amore per la propria terra tutto il bene che il viaggio ci ha regalato. Il messaggio di Valtrend, […]

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Libri

Solo Dio è innocente, un nuovo caso per Gordiani

Giusto in tempo per aggiungerlo ai libri che ci faranno compagnia sotto l’ombrellone, è in uscita per Fazi Editore l’intrigante giallo di Michele Navarra “Solo Dio è innocente”. Il libro aggiunge un nuovo intenso capitolo alle avventure dell’avvocato Gordiani, a cui abbiamo imparato ad affezionarci nel corso della prolifica produzione narrativa di Navarra. Siamo nel cuore della Barbagia Nuorese in un piccolo paese sulle pendici del Gennargentu, Fonni, il paese più alto della Sardegna. In una comunità dove i rapporti sociali sembrano ancora regolati da antichi codici d’onore e arcaiche leggi di prevaricazione e vendetta, l’assassinio a sangue freddo di un ragazzo di quindici anni getta sale sulle ferite ancora aperta di una faida familiare che si tramanda da indefinite generazioni. La morte del giovanissimo Gregorio Rutzu viene da subito ricollegata all’eterno nemico di famiglia Mario Serra, il bastardo, l’assassino. Ad incriminare Mario, ancor più degli indizi dell’ultimo crimine, sono le colpe di tutti quelli che lo hanno preceduto. Mario è un uomo avvezzo al crimine, Mario è un uomo che ha già le mani sporche del sangue dei Rutzu e quando Gregorio viene assassinato davanti agli occhi del fratello Davide, nessuno ha dubbi sul fatto che l’omicidio non sia altro che l’ultima mossa della faida che ha portato già alla morte dello zio di Gregorio e del fratello di Mario. La difesa di Mario viene affidata all’avvocato Alessandro Gordiani, che, ad un passo dal chiudere lo studio romano e godersi le vacanze estive, viene coinvolto in questo caso in cui le colpe sembrano già stabilite senza possibilità di appello. L’avvocato Gordiani si troverà a combattere prima di tutto contro la propria coscienza che gli impedisce di assumere la difesa di persone della cui non colpevolezza non sia ragionevolmente convinto; e Mario non è un uomo a cui si addita l’etichetta dell’innocenza. Nel corso delle sue indagini, Gordiani vedrà ricomporsi tutti i tasselli di un quadro in cui è impossibile segnare una linea retta che separi i colpevoli dagli innocenti; un intreccio di colpe personali e familiari si dipanerà davanti agli occhi dell’avvocato incrinando le sue certezze umane e professionali. Lo sforzo di non accontentarsi della verità processuale bensì di cercare di restituire ai fatti la verità assoluta, è da sempre la convinzione su cui si fonda l’etica professionale dell’avvocato Gordiani. Nel tentativo di costruire la linea difensiva di Serra, Gordiani darà fondo a tutte le sue energie per ricostruire la verità dei fatti e convincere l’accusa, ma soprattutto se stesso, dell’innocenza del suo assistito. Ma la verità che uscirà fuori dal groviglio di colpe che tutti i personaggi si portano dietro sarà una verità piena di ombre, una verità senza assoluzione per nessuno. Con “Solo Dio è innocente” Navarra ci restituisce l’immagine di una Sardegna d’altri tempi, ancorata alle sue origini e sospesa in una dimensione temporale in cui i rapporti umani sono vissuti come rapporti di forza e regolati da leggi ataviche e crudeli. Una dimensione sociale in cui tutto è sacrificabile per la difesa dell’onore e le […]

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Libri

Giallo Solidago, il nuovo giallo di Simone Censi

Pubblicato a maggio 2020 per ZeroUnoUndici Edizioni, Giallo Solidago è il terzo romanzo di Simone Censi e il secondo con cui l’autore sperimenta schemi e intrecci della narrativa gialla. La vicenda si svolge a Borgo Alba, uno sperduto paesino dell’entroterra marchigiano da cui partono e verso il quale si ricongiungono tutti i fili narrativi. Uno sconosciuto viene ritrovato, privo di sensi e di identità, su una panca della chiesa dal prete e dal suo cappellano; all’alba il cadavere di un senzatetto e del capostazione vengono rinvenuti alla stazione poco lontana dal centro abitato; la ricerca dei colpevoli del duplice omicidio getta luce su una lunga scia di delitti commessi lungo la linea ferroviaria tirrenica e su loschi traffici che hanno attirato gli autori di quei crimini sul versante adriatico facendo di Borgo Alba, punto cardine degli scambi. Ad indagare sul duplice omicidio e sui traffici criminali che vi si celano dietro, l’improbabile commissario Morelli che avanza nelle sue indagini in maniera maldestra e apparentemente inconcludente, tanto da apparire spinto più da colpi di fortuna che da una lucida e logica strategia investigativa. Morelli è l’anti-eroe e l’anti-commissario, come il suo stesso ideatore ammette, irrompendo frequentemente nel racconto. A differenza dei suoi immaginari colleghi, Morelli non ha uno stile investigativo che lo identifichi nel panorama narrativo poliziesco né un luogo iconico che diventi per lui casa e identità. A differenza dei altri commissari che affollano le pagine dei romanzi gialli, Morelli non ha il culto della buona cucina, bensì si nutre esclusivamente di cibo d’asporto. A differenza di tanti altri commissari, Morelli non è circondato da belle donne che finiscono ammaliate dal suo fascino, lui ha una sola donna, la moglie Pina che lo detesta per il trasferimento a Borgo Alva ma che lui non può fare a meno di amare. Eppure Morelli ha tutti i numeri per diventare un personaggio iconico o perlomeno per suscitare nel lettore quell’empatia che si trasforma in affezione e familiarità. L’ironia con cui affronta i piccoli fallimenti che si affollano lungo il suo cammino, il carattere spigoloso e restio alle regole che gli sono costati il confino in un paesino sperduto e la felicità coniugale, l’occasione di riscatto che può valergli la rivincita sugli odiati superiori, il ritrovato amore di Pina, e infine la consapevolezza, insita in ogni evento, che alla fine il successo per uno come Morelli non arriva quasi mai. Sono tutti ingredienti che rendono Morelli un umanissimo uomo comune, di quelli a cui si perdona qualche sbavatura e con il quale si auspica un nuovo incontro. Giallo Solidago è un racconto a più livelli come a più livelli va cercata la verità sui crimini che il romanzo descrive. Personaggi e fatti sembrano dapprima molto evidenti e quasi banali negli stereotipi che rappresentano, ma proseguendo nel racconto si scoprono nuove sfumature e nuovi dettagli che ce li restituiscono incredibilmente complessi e densi di significati. Alla fine il quadro si riappropria di tutti i suoi tasselli e la sensazione che trasmette appaga la curiosità […]

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Teatro

Mario Perna e Raymond Carver al Napoli Teatro Festival

Il Napoli Teatro Festival ci regala un altro piccolo gioiello con il dramma di Mario Perna Una cosa piccola ma buona; il dramma, portato in scena nella suggestiva cornice del giardino romantico di Palazzo Reale, è ispirato al racconto breve A small good thing che Raymond Carver inserisce nella raccolta Cattedrale del 1983. Sulle note di Where did you sleep last night si illumina una scena divisa a metà tra il laboratorio di un pasticcere e il salotto di una casa. Un burbero pasticcere viene interrotto nel suo lavoro da una telefonata, al telefono la signora Bianchi ordina una torta per il 10° compleanno del figlio Samuele. La torta sarà pronta per la mattina del lunedì ma nessuno passerà a ritirarla perché, nel giorno del suo compleanno, Samuele viene investito da un’auto in corsa e ricoverato in gravi condizioni. Improvvisamente il dolore si materializza sulla scena nell’estenuante e nervosa attesa dei genitori di Samuele; alternandosi tra casa e ospedale, Ambra ed Aurelio vivono un’angosciante attesa, attesa di una telefonata che annunci loro il risveglio del piccolo Samuele, attesa di scorgere qualche segnale positivo a cui aggrapparsi per non lasciarsi travolgere dal dolore. Nei piccoli pezzi di vita che si intravedono sulla scena diretta da Mario Perna irrompono beffarde chiamate notturne che esasperano i genitori di Samuele, il pasticcere esprime con caustiche battute la sua rabbia per il lavoro sprecato. Intanto i giorni passano e con piccoli ma inesorabili colpi la morte si fa strada nella mente e nella vita dei genitori di Samuele. L’ineluttabilità della morte si materializza attraverso frammenti di vita altrui; è nel volto della donna che in ospedale attende notizie del figlio coinvolto involontariamente in una cruenta rissa, e ancora negli occhi del conoscente che rivede all’infinito la scena del corpo esanime del figlio estratto dal fiume in cui è accidentalmente caduto. Infine, la morte si prende tutta la scena e l’attesa termina nel dramma previsto fin dal primo istante come un inevitabile e necessario passaggio della vita. Nel suo scontato e quasi banale alternarsi alla vita, la morte ne ricompone tutti i frammenti diventando l’evento tragico assoluto alla cui drammaticità i personaggi non possono sottrarsi. Eppure una via di salvezza è ancora possibile ed è nascosta proprio nell’essenziale e viva forza delle azioni più piccole che compongono la vita. Nel momento più tragico, in cui tutto sembra essersi frantumato, sono proprio i piccoli pezzi di vita a rendere possibile il perdono e la sopravvivenza al dolore. Esasperati dalle chiamate e finalmente consapevoli della loro causa, i genitori di Samuele irrompono nel laboratorio del pasticcere per urlagli contro tutta la loro rabbia. Ma il pasticcere è solo un pasticcere, lui non poteva sapere, chiede perdono per le sue inconsapevoli azioni e tende una mano per avvicinarsi al dolore, per offrire un’ancora di salvezza. «Dovete mangiare per andare avanti, mangiare è una cosa piccola ma buona.» Nella sua narrazione del dramma per la perdita di un figlio, Mario Perna riesce a descrivere con lucido realismo tutti i frammenti […]

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Libri

La pioggia gialla di Julio Llamazares | Recensione

La pioggia gialla, struggente romanzo dello scrittore spagnolo Julio Llamazares edito da Il Saggiatore, ci porta indietro nel tempo in un momento della storia e in un luogo dove il tempo ha fatto sentire più forte il suo lento ma inesorabile scorrere. Ambientato nella cittadina di Ainielle, il romanzo descrive il progressivo spopolamento della cittadina sperduta tra i Pirenei e la solitudine che avvolge il suo ultimo abitante nella sua disperata lotta per tenere in vita il borgo, o almeno il ricordo delle vite che lo hanno animato. Siamo agli inizi degli anni ’60 e la cittadina di Ainielle è ormai un paese fantasma. I suoi abitanti hanno pian piano abbandonato le loro case e le impervie pendici dei Pirenei in cerca di lavoro e nuove opportunità nei paesi di fondo valle. Un unico superstite è rimasto a difesa dei ricordi che gli abitanti di Ainielle hanno lasciato alle loro spalle, Andrès di Casa Sosas rimane a far la guardia alla cittadina, inerme dinanzi all’inesorabile scorrere del tempo che avvolge tutto nell’oblio. Giorno dopo giorno Andrès ha visto andar via dalla sua vita gli affetti più cari così come dal suo paese tutti i suoi abitanti. I genitori, poi i figli e la sua compagna sono tutti morti o dispersi nelle pieghe del tempo e ancora i vicini e gli amici sono ormai solo ombre e ricordi sfocati; ad Ainielle non è rimasto più nessuno e Andrès si aggira tra le case disabitate unico spettatore del lento deperimento che il tempo infligge. La guerra prima e il progresso poi hanno fatto a pezzi il mondo di Andrès, ma nonostante il suo ostinato attaccamento al passato Andrès non ha armi per sconfiggere il destino che lo accomuna al suo paese natìo, il silenzio della morte e il vuoto dell’assenza di memoria. Perché quando anche Andrès non sarà più, nessuno ne conserverà il ricordo, la pioggia gialla avvolgerà le case di Ainielle consegnando all’oblio tutte le storie che l’hanno vissuta. La pioggia gialla di Julio Llamazares è innanzitutto il romanzo della memoria, la memoria dell’individuo e la memoria collettiva delle comunità condannate a soccombere ai colpi del tempo e a dissolversi per sempre quando nessuno resterà a conservarne i ricordi. Andrès prova con la sua ostinata presenza a vincere il tempo strappando i ricordi di Ainielle e dei suoi abitanti alla pioggia gialla; i ricordi diventano dapprima la sua dimensione reale e la sua compagnia, ma in fondo né lui né la sua memoria possono nulla contro lo scorrere del tempo. La sua fine sarà la fine del suo mondo e di ogni sua memoria. La pioggia gialla è quindi anche il romanzo della morte, la morte pura che ingombra la scena con la sua ombra lungo tutte le pagine del romanzo. Ma allo stesso tempo è il romanzo della vita pura, le due dimensioni vivono l’una dell’altra e si confondono costantemente nella quotidianità di Andrès. Tutto muore quotidianamente senza morire mai e il protagonista stesso è sospeso indefinitamente tra queste due […]

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Culturalmente

Epistolario Virale, lettere anonime per superare l’isolamento

Dalla sensibilità di un gruppo di amici e colleghi nasce l’iniziativa Epistolario Virale, un progetto che dona una nuova forma alla più classica delle forme di comunicazione restituendo alla corrispondenza epistolare la sua funzione di superamento ideale delle distanze. In un momento in cui il forzato isolamento fisico sta amplificando a dismisura anche quello emotivo, l’iniziativa di Epistolario Virale prova ad accorciare le distanze tra le persone proponendo il ritorno ad una forma di comunicazione non più autoreferenziale ed escludente bensì concretamente comunicativa e includente. Epistolario Virale è essenzialmente uno scambio di lettere tra persone sconosciute che mira a creare una nuova rete di legami attraverso la diffusione virale di emozioni, esperienze e punti di vista personalissimi. L’esperienza della quarantena viene, dunque, condivisa in forma comunitaria e corale regalando a sé stessi e allo sconosciuto interlocutore la cura del tempo. Scrivere una lettera significa prendersi del tempo, soffermarsi sul messaggio che le si vuole affidare e preoccuparsi del modo in cui questo verrà percepito dall’interlocutore. Leggere una lettera significa concentrarsi sulle emozioni che lo scrittore ha voluto condividere attraverso le sue righe, farle proprie e analizzare attraverso nuovi punti di vista le esperienze che in quel momento si stanno vivendo. Rispondere ad una lettera chiude il cerchio, annulla la distanza e rimette nel circolo la cura del tempo di cui ci è stato fatto dono. La partecipazione al progetto può avvenire attraverso diverse forme e gradi di coinvolgimento. L’iniziativa prevede la condivisione giornaliera di lettere anonime attraverso i consueti canali digitali (web, facebook e instagram); la fruizione della corrispondenza può limitarsi alla lettura o essere più attiva nella misura in cui si decide di partecipare al flusso epistolare attraverso la condivisione di una propria lettera o la risposta a quelle già condivise. Regole essenziali per la partecipazione sono la semplicità, la gentilezza e la volontà di affidarsi ad una forma di condivisione che non pone né limiti né condizioni. E proprio con l’obiettivo di eliminare gli ostacoli materiali ed ideali che questa quarantena frappone tra le persone, le iniziative di Epistolario Virale hanno superato il vincolo della comunicazione digitale aprendosi a numerose collaborazioni sul territorio e indirizzandosi verso canali di comunicazione ancora più sociali. Affiancandosi alle numerose associazioni attive nella consegna a domicilio di generi di prima necessità, Epistolario Virale ha promosso sul territorio partenopeo il progetto Postini di Comunità che prevede la distribuzione di lettere anonime all’interno dei pacchi solidali. Il progetto mira a riconnettere alla rete di corrispondenze digitale persone che ne sono escluse per motivi che prescindono dalle attuali contingenze; la condivisione di esperienze, pensieri e messaggi di conforto diviene in questo modo uno strumento per evitare l’amplificazione di condizioni pregresse di isolamento indotta dall’emergenza sanitaria in corso. Con questo spirito di solidarietà e condivisione Epistolario Virale si rivolge ad interlocutori senza limiti di età o provenienza, nella consapevolezza che in una situazione così anomala come quella che stiamo vivendo non sono solo i bisogni materiali a necessitare attenzione e protezione. Che tu abbia voglia di affidare […]

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Culturalmente

Le divinità celtiche, origini del pantheon celtico

Il culto delle divinità celtiche affonda le sue radici nell’insieme di miti, tradizioni popolari e credenze che accomunavano le popolazioni originariamente insediate nella zona compresa tra il fiume Reno e le sorgenti del Danubio e successivamente diffuse in gran parte dell’Europa centro-settentrionale dal Danubio alla Gran Bretagna (IV – III secolo a.C.). La pressione culturale e politica esercitata dall’Impero Romano a sud e dai popoli Germanici a nord condusse, a partire dal II secolo a.C., ad una progressiva perdita di indipendenza da parte delle popolazioni celtiche che videro i loro costumi e la loro lingua fondersi e mescolarsi con quelle dei coevi popoli indoeuropei. L’influenza e commistione con altre culture indoeuropee, unite alla mancanza di una consolidata tradizione scritta dei miti e leggende celti portò nel tempo ad una notevole ramificazione sia culturale che linguistica che rende oggi complessa l’identificazione del nucleo originale della religione celtica. Principali testimonianze del sistema religioso celtico sono difatti costituite da fonti romane, prime fra tutte il De Bello Gallico nel quale Cesare fornisce una ricostruzione delle credenze religiose diffuse tra i Galli del I secolo d.C. e una reinterpretazione del pantheon celtico in chiave romana associando alle principali divinità celtiche il corrispettivo greco o romano. Il punto di vista che accomuna le testimonianze romane è però caratterizzato dal pregiudizio nei confronti di tradizioni considerate barbare e dalla volontà di rimarcare riti e usanze lontane da quelle proprie della tradizione classica, spesso snaturandone il significato e la rilevanza. Nella molteplicità di riti e credenze locali, la cui completa conoscenza e conservazione erano affidate solo alla classe sacerdotale dei druidi, diventa impossibile identificare un unico culto così come ricostruire un pantheon che accomuni tutti i popoli celtici. La frammentarietà e territorialità proprie dei riti celtici fanno si che ci si ritrovi a contare un elevato numero di divinità riconducibili alla religione celtica ma spesso molto simili tra loro, quasi copie dei medesimi riferimenti culturali trasfigurati e contaminati da tradizioni locali. Nel folto gruppo di divinità celtiche, che conta più di trecento figure contando tutte quelle menzionate in epigrafi e riconducibili alla religione celtica, è possibile comunque individuare alcune figure centrali e più ricorrenti tra cui Dagda considerato dai Celti il signore della terra e rappresentato con un essere dalla smisurata fisicità, in grado di controllare l’alternarsi delle stagioni così come la vita e la morte. La sua posizione all’apice del pantheon celtico e i suoi tratti caratteristici, tra cui in particolare la passione per i piaceri e le sue innumerevoli relazioni, lo hanno fatto accostare al Giove romano. Figura di spicco tra le divinità celtiche è il dio della conoscenza Ogmios o Ogmè considerato il dio della letteratura e dell’eloquenza e rappresentato come un vecchio canuto che indossa una pelle di leone; ad Ogmios viene attribuita l’invenzione della scrittura e dell’alfabeto irlandese di Ogham. Altra figura centrale è Lùg considerato il dio del sole e della luce e accostato da Cesare al dio romano Mercurio; Lùg  veniva venerato come l’essere detentore di tutte le virtù e […]

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