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Eroica Fenice

Libri

Claudio Lagomarsini esordisce con Ai sopravvissuti spareremo ancora

Ai sopravvissuti spareremo ancora è il romanzo d’esordio di Claudio Lagomarsini, pubblicato oggi da  Fazi editore. Lo scrittore toscano, già autore di diversi racconti, fa il suo esordio dipingendo davanti agli occhi del lettore un ritratto essenziale ed estremamente vivo e realistico della provincia italiana. Claudio Lagomarsini ambienta infatti il suo romanzo in un paesino al limite tra la periferia cittadina e la campagna, un paesino anonimo nei suoi dettagli, dove le case sono tutte uguali: l’intonaco color pesca, la siepe di pitosfori, il ghiaino bianco, omogeneo, abbacinante; ma allo stesso tempo un luogo iconico che potrebbe confondersi con gli innumerevoli paesi di provincia da capo a coda dello Stivale e descriverli tutti. L’immagine di apertura ci mostra un giovane rassegnato di fronte all’indesiderato ma allo stesso tempo necessario ritorno al suo paese d’origine. La decisione, ormai inevitabile, di vendere la casa di famiglia comporta la necessità di doversi disfare di tutti gli oggetti familiari che essa ancora contiene. Così d’improvviso il giovane e il lettore si trovano a rivivere la caldissima estate del 2002 attraverso le parole del fratello maggiore, Marcello, riemerse su alcuni quaderni in mezzo ad insignificanti oggetti di vita quotidiana. Nel racconto di Marcello si delineano progressivamente eventi e personaggi sospesi nel tempo: piccoli drammi e grandi menzogne che impegnano tutte le vite comuni. La rapina in casa di un vicino, le cene d’estate sotto il gazebo, le relazioni indifferenti di una famiglia allargata, le liti per la gestione dell’orto comune, le relazioni conflittuali tra mamma e nonna e le incomprensioni generazionali sfilano come fotogrammi davanti al protagonista facendogli rivivere il ricordo di una vita che solo attraverso le parole di Marcello riesce a comprendere veramente. Tutto si svolge secondo un copione consueto, una trama che il giovane lettore riconosce e che lentamente, tra piccoli sbalzi, precipita verso un punto di rottura, un evento drammatico con il quale fa pace per la prima volta dopo tanti anni. Quello che viviamo attraverso gli occhi di Marcello è il racconto di una dimensione lontana nel tempo ed arcaica nelle convinzioni ma ancora viva nei meandri della provincia italiana. Una dimensione patriarcale in cui prevale il valore della forza fisica, il pregiudizio razziale e la ragione dell’uomo sulla donna, una realtà i cui protagonisti, delineati nei loro tratti più grotteschi, appaiono come piccole caricature di vite comuni. Una realtà, quella che emerge nel ritratto di Marcello, verso la quale il narratore sente un senso di inadeguatezza. Con la sua sensibilità e pacatezza, Marcello appare come un combattente inerme al centro di una lotta tra sfacciati e volgari gladiatori. E proprio in questa inadeguatezza e fragilità il lettore riconosce un quasi naturale senso di repulsione e una voglia di mettere distanza nei confronti di un mondo gretto e meschino che perdura anacronistico tra le trame della società contemporanea. Il romanzo di Claudio Lagomarsini, con uno stile netto e preciso, riesce a dipingere un ritratto crudo nella sua autenticità e familiarità, un ritratto in cui ognuno può riconoscere la traccia più […]

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Attualità

NutriAfrica, intervista al fondatore Vincenzo Armini

NutriAfrica è un’idea, NutriAfrica è un sogno che nasce dal coraggio e dalla caparbietà di un gruppo di giovani professionisti e studenti campani e si pone l’obiettivo di trovare soluzioni concrete a problemi classificati, nell’opinione comune, come impossibili da realizzare. NutriAfrica è una scommessa controcorrente, il sogno di garantire, in paesi sottosviluppati o in via di sviluppo, la gestione autonoma di un processo produttivo sostenibile per la lotta alla malnutrizione infantile. Abbiamo intervistato Vincenzo Armini dottore di ricerca in Scienze e Tecnologie Alimentari, ideatore del progetto e fondatore dell’associazione di volontariato che da ormai tre anni si dedica alla sua realizzazione. Intervista a Vincenzo Armini, ideatore di NutriAfrica Dalla tua biografia si comprende come il tuo interesse per il volontariato si sia acceso molto presto. Com’è nata questa passione, quali motivazioni ti hanno spinto verso questo mondo? La mia passione per il volontariato è nata all’età di 19 anni. Ho deciso di avvicinarmi alla Croce Rossa alla fine di un percorso di riflessioni e valutazioni sofferte che nasceva dalla percezione delle iniquità e ingiustizie che percepivo nel mondo che mi circonda. Con il tempo ho dedicato sempre maggiore tempo e impegno al volontariato fino a decidere di coniugare questa passione con la mia professione. A partire dal periodo universitario, la tua passione per il volontariato ha cominciato ad influenzare anche la tua professione spingendoti ad approfondire, nei tuoi studi, il tema dei cosiddetti “Ready-to-use-therapeutic-foods” (RUTF). Spiegaci cosa sono i RUTF? Che importanza hanno e quali limiti li caratterizzano? I RUTF rappresentano uno strumento che si usa per la cura dei bambini affetti da malnutrizione acuta severa in stadi lievi e intermedi direttamente nel loro villaggio. Nei casi di malnutrizione lieve e intermedia, che hanno un’incidenza molto rilevante, è possibile trattare il problema senza ricorrere a cure mediche ospedaliere, bensì somministrando creme nutritive direttamente in casa. Questa soluzione ha innanzitutto il vantaggio di ridurre la necessità di ricoveri e rendere meno affollate le strutture ospedaliere locali, ma ha anche un impatto psicologico molto positivo sui bambini sottoposti a trattamento perché ne evita l’allontanamento dalle famiglie e dal luogo di origine. La distribuzione e commercializzazione dei RUTF ha però anche delle ombre. Tecnicamente la produzione locale di RUTF è permessa dai detentori del brevetto, tuttavia la sua effettiva realizzazione è resa complicata dall’utilizzo di ingredienti, quali in particolare il latte scremato in polvere, che non sono disponibili in paesi sottosviluppati o in via di sviluppo. Questa difficoltà rende la produzione locale di RUTF non competitiva dal punto di vista economico rispetto alla loro importazione da paesi sviluppati, dove il costo delle materie prime è più basso. Veniamo qui alla tua idea. Il tuo impegno è stato quello di trovare una soluzione che superasse i limiti dei RUTF finora brevettati. In cosa consiste il progetto NutriAfrica? La mia idea è stata quella di perfezionare un prodotto che garantisse le stesse performance di quelli attualmente disponibili e si basasse su una composizione fatta esclusivamente de prodotti facilmente reperibile sui mercati locali. Il progetto ha […]

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Teatro

La moderna decadenza nel Satyricon di Piccolo e De Rosa

Al San Ferdinando va in scena la rivisitazione teatrale e moderna del Satyricon di Petronio, lo spettacolo ispirato all’opera di Petronio su testo di Francesco Piccolo e regia di Andrea de Rosa sarà in programma fino al 19 Gennaio. Su una scena ostentatamente dorata si muovono personaggi che rappresentano i tipi e gli stereotipi della società contemporanea, fissi nell’immobilità dei luoghi comuni che ne disegnano i tratti distintivi e indaffarati nell’intessere relazioni realissime e modernissime nella loro vacuità. Siamo ad una festa che è anche una cena, una cena Trimalchionis dei giorni nostri che ripropone una delle innumerevoli e ripetitive celebrazioni che affollano la mondanità cittadina. Ma è una celebrazione che, lungi dall’essere gioiosa condivisione, è uno spietato specchio della decadenza e della povertà di contenuti e valori che ne animano i protagonisti. Come nel ritratto che Petronio ci da della decadenza dell’Impero Romano e della sua classe dirigente, la rilettura di Piccolo guarda ai tratti più moderni di quel ritratto di 2000 anni portando in scena con ironia la drammaticità della decadenza contemporanea. Una decadenza morale, quella su cui si sofferma il Satyricon di Piccolo e De Rosa, la cui più moderna e drammatica manifestazione è la povertà e ripetitività del linguaggio quale espressione dello smarrimento di pensieri e contenuti. Così sulla scena i personaggi si rincorrono e si sfuggono in una danza frenetica ma sempre uguale, un ritmo convulso ed agitato fatto di gestualità convenzionali nel quale si riconosce in trasparenza l’assoluta assenza di una direzione. Animati dall’urgenza di una manifestazione e riaffermazione delle proprie convinzioni, gli invitati si perdono di fatto in un flusso nevrotico di conversazioni vuote che ruotano intorno a temi e codici linguistici stereotipati. Luoghi comuni, citazioni pseudo-intellettuali e banali cliché scandiscono il ritmo della conversazione e delle relazioni umane con l’anestetica freddezza del metronomo che segna il tempo della scena. Nel caos di parole vuote e conversazioni sterili si riconosce tuttavia il tentativo disperato di distrazione dalle inquietudini e dal senso di smarrimento che attanaglia tutti i personaggi. Così il ritmo estenuante è interrotto all’improvviso da parole scandalose che ammutoliscono la scena con la loro autenticità. Fragilità, necessità, dolore sono verità che lasciano tutti senza parole e danno lo spunto ai singoli personaggi per lanciarsi in monologhi apparentemente vibranti. Il ritmo si innalza in maniera iperbolica dando l’impressione di segnare finalmente una direzione, ma la ripetizione di schemi linguistici convenzionali priva le parole del loro senso più profondo e la conversazione si disperde nuovamente nei mille rivoli della banalità e superficialità. Uniche voci fuori dal coro di questo moderno Satyricon sono quelle di Trimalcione e della giovane moglie Fortunata. I due personaggi incarnano l’eterno dualismo tra cultura e potere del denaro. Con la sua concreta e volgare praticità, Trimalcione (Antonino Iuorio) impone il suo punto di vista riaffermando il peso che hanno nell’esistenza quotidiana il denaro e la capacità di affermazione degli individui. Quello di Trimalcione è però un punto di vista che si riveste di parole altisonanti e citazioni dotte per poter […]

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Libri

Buon compleanno Melville! Al Teatro Diana si celebra il bicentenario

A duecento anni dalla nascita di Herman Melville, la casa editrice Alessandro Polidoro Editore ne celebra il genio con due opere poetiche In occasione del bicentenario della nascita di Herman Melville, la casa editrice Alessandro Polidoro Editore celebra il genio dello scrittore statunitense attraverso la pubblicazione di due sue opere in versi, la raccolta di poesie John Marr e altri marinai e il poema, ispirato dalla città di Napoli, Napoli al tempo di re Bomba. Le due opere, edite a cura e traduzione del prof. Gordon Poole, sono state presentate al pubblico il 14 Dicembre al Teatro Diana in un incontro che è stato momento di celebrazione della poetica di Melville attraverso il racconto e l’esperienza di appassionati cultori. Introdotti dall’editore Alessandro Polidoro, hanno preso parte alla presentazione il prof. Gordon Poole, l’illustratrice Cristina Cerminara e il giornalista Pier Luigi Razzano. La lettura di Susanna Poole di un passo di Napoli al tempo di re Bomba ci riporta indietro nel tempo, a quel caleidoscopio di colori e folklore e a quel frastuono di rumori e schiamazzi che aveva accolto Melville nel suo viaggio a Napoli. L’autore arriva a Napoli nel febbraio del 1957 e rimane profondamente colpito dallo stridente contrasto tra la sfrenata allegria e sregolata libertà del popolo partenopeo e i rumori di malcontento, nei confronti del governo di re Ferdinando II, che negli ultimi mesi avevano animato la scena sociale e politica partenopea. L’occasione è la festa del carnevale di Piedigrotta: il protagonista del poema Jack Gentian, proiezione autobiografica dell’autore, è quasi tentato dal credere che quella immagine di eccesso e frenesia sia la realtà quotidiana della vita popolana a Napoli. Ma la sensibilità critica dell’autore riesce a squarciare il velo dell’apparenza penetrando in profondità nelle tensioni della realtà storica contemporanea e offrendo, come osserva Razzano, un occhio esterno sulla città indispensabile oggi come allora per analizzarla e comprenderla. Ad un periodo più maturo e nostalgico della produzione poetica di Melville si rifà la raccolta di poesie John Marr e altri marinai. La raccolta, fino a questo momento inedita in Italia, affronta il tema della memoria declinato nelle storie e nei frammenti di avventura di cui ciascuno dei narratori si fa portavoce. Il tema della memoria viene celebrato anche nelle illustrazioni di Cristina Cerminara che impreziosiscono l’edizione della Alessandro Polidoro Editore. Immagini in trasparenza e atmosfere oniriche che, come spiegato dall’illustratrice, lavorano sulla stratificazione dei linguaggi visivi ricreando il meccanismo dei ricordi e quella ricostruzione fatta di segni e dettagli deformati che la memoria costantemente ci propone del passato. Le due opere proposte dalla Alessandro Polidoro Editore vanno ad arricchire la preziosa collana di Classici che la casa editrice ha inaugurato nel 2017 con lo stesso autore, attraverso la pubblicazione del romanzo Typee. La scelta questa volta cade su due opere poetiche che svelano un lato meno conosciuto della produzione di Melville. Una passione, quella dello scrittore per la poesia, che si sviluppa successivamente alla deludente accoglienza riservata ad alcuni dei capolavori della sua produzione narrativa e che […]

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Culturalmente

Il lago d’Aral e il disastro programmato

Tra i numerosi disastri compiuti dall’uomo, il destino a cui è stato consapevolmente abbandonato il lago d’Aral rappresenta l’emblema dell’incapacità umana di concepire uno sviluppo cosciente e naturalmente equilibrato. Situato al confine tra il Kazakistan e l’Uzbekistan, il lago d’Aral era, fino agli anni ’60, il quarto lago salato con maggiore estensione del mondo; alimentato dagli immissari Amu Darya e Syr Darya, il lago ha subito negli ultimi decenni un processo di drammatica riduzione della sua portata d’acqua fino ridursi a due bacini separati da un’immensa distesa desertica, il Piccolo Aral e il Grande Aral. Artefici della progressiva scomparsa del lago d’Aral sono stati i piani di sviluppo agricolo concepiti dal governo dell’ex Unione Sovietica per un territorio tradizionalmente arido. A partire dagli anni ’60, il governo Sovietico attuò un piano di sfruttamento dei territori dell’Asia Centrale sottoposti al suo controllo che prevedeva, oltre all’estrazione delle risorse naturali presenti nella zona, lo sviluppo di coltivazioni intensive di grano e cotone. Nel tentativo di adattare territori aridi e brulli alle nuove colture, fu sviluppato un complesso sistema di canalizzazioni che, alimentati dai fiumi Amu Darya e Syr Darya, garantissero una capillare irrigazione delle piantagioni. La deviazione dal naturale corso di ingenti quantità d’acqua fu causa di un vero e proprio disastro ambientale. La naturale evaporazione delle acque del lago d’Aral, non più sufficientemente alimentato dai suoi immissari, ne produsse l’inesorabile riduzione della portata d’acqua e la conseguente desertificazione dell’area. Il prosciugamento delle acque del lago e l’utilizzo di agenti chimici per la coltivazione hanno avuto drammatiche ripercussioni sull’intero territorio compromettendone il naturale equilibrio. Quello che un tempo era un’immensa distesa d’acqua, che alimentava l’economia dell’intera regione, si è trasformata, nel giro di pochi decenni, in un deserto di sabbia e sale (Aralkum) popolato solo da vecchie carcasse di imbarcazioni e continuamente flagellato da tempeste di sabbia contaminata. La diminuzione delle risorse idriche nella zona, oltre a distruggere completamente l’ecosistema lacustre, ha innescato un processo di autoalimentazione del disastro amplificando la naturale escursione termica e il processo di evaporazione delle acque del lago. La disgregazione dell’Unione Sovietica ha lasciato in eredità, ai due stati che si dividono la proprietà dei bacini nati dal prosciugamento del lago d’Aral, un territorio completamente alterato, un’economia compromessa e una concentrazione di agenti inquinanti nei terreni e nelle acque con pochi pari nel mondo. La pesante eredità ricevuta è stata gestita con approcci diversi e, mentre nelle politiche del Kazakistan ha prevalso la volontà di porre rimedio al disastro ecologico attraverso la costruzione di infrastrutture di protezione dei bacini superstiti, il governo uzbeko non ha potuto invertire la rotta dello sfruttamento delle risorse idriche per l’irrigazione delle piantagioni di cotone che ormai costituiscono una delle principali fonti di sostentamento dell’economia del paese. La necessità di proteggere la popolazione dalle tempeste di sabbia ha spinto il governo uzbeko all’attuazione di un piano di rimboschimento dell’area desertica un tempo occupata dalle acque del lago. La piantumazione di alberi di Saxual ha, quindi, il principale obiettivo di contrastare il sollevamento […]

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Teatro

Free Jazz: al Kesté il nuovo spettacolo di Saverio Raimondo

Al Kestè Abbash sabato 7 dicembre è andata in scena un’altra imperdibile puntata della rassegna Stand Up Comedy Napoli Night con il comico romano Saverio Raimondo nel suo Free Jazz. Al Kestè Abbash sabato 7 dicembre è andata in scena un’altra imperdibile puntata della rassegna Stand Up Comedy Napoli Night che ha visto esibirsi il comico romano Saverio Raimondo nel suo Free Jazz. La rassegna, organizzata da Stand Up Comedy Napoli, è diventata ormai un appuntamento attesissimo nel panorama dell’intrattenimento satirico partenopeo che dal cuore artistico del Kestè fa sentire la sua eco ben oltre i confini cittadini. A rompere il ghiaccio e accompagnare per mano il pubblico verso un’esperienza di risate vis-à-vis e humor nudo e crudo, sale sul palco il comico Davide DDL, divenuto ormai un volto familiare nel panorama della stand up comedy in formato napoletano. Con schietta ironia e surreale innocenza, Davide racconta le vicissitudini che lo hanno portato ad assumere un nome d’arte così criptico. Un codice che in fondo cela solo le iniziali del suo nome e cognome, un’identità nascosta appena per schivare i suscettibili e gli irritabili. Quando ormai il pubblico si è messo comodo, l’atmosfera dell’Abbash si riscalda ancor più al suono squillante della voce di Saverio Raimondo. Il Satiro parlante irrompe sulla scena in tutta la sua dissacrante e dilagante ironia e scopre subito le carte, quello che sta per accadere non è uno spettacolo preconfezionato bensì un esperimento con cavie umane in cui tutto o quasi può accadere. Lo spettacolo che Raimondo preannuncia non seguirà un copione ma si nutrirà di spunti e idee a ruota libera, un free jazz di comicità senza filtro di cui il pubblico è allo stesso tempo vittima consenziente e carnefice complice. E come promesso Raimondo parla e spazia di idea in idea, saltellando irriverente tra piccole ansie e drammi quotidiani come tra più intime riflessioni, tutto ridimensionato nella chiave dell’ironia e amplificato nella dimensione del paradosso e del libero pensiero politicamente scorretto. Gli incontri importanti della sua carriera, la fobia degli aerei, la sessualità e il surrealismo della pornografia moderna sono piccoli pezzi di un mosaico di idee che lo spettatore vede piano piano comporsi davanti agli occhi, una miscela di disarmante creatività e impudica sincerità. La stand up comedy a Napoli è ormai una realtà che è entrata in maniera dirompente nella scena comica cittadina riadattando quello che è uno stile tipicamente americano di affrontare e confrontarsi con il pubblico alla dimensione quotidiana e spontanea della comicità partenopea. Ma dal cuore sacrale del Kestè e dalla vivacità delle sue sperimentazioni artistiche, la stand up comedy rifugge gli schemi e supera i limiti della territorialità collocandosi di diritto tra i riferimenti nazionali del genere. La sperimentazione continua e con essa anche la rassegna di Stand Up Comedy Napoli Night: prossima tappa il 15 dicembre. La banda al completo dei comedian napoletani si riunisce al solito posto. Vincenzo Comunale, Davide DDL, Flavio Verdino e Adriano Sacchettini vi aspettano dal palco del Kestè Abbash con un […]

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Recensioni

Lo Skianto di Filippo Timi al Teatro Bellini

Travestita di un turbinio di luci e immagini dal profumo anni ’80, va in scena al Teatro Bellini la favola cruda e autentica di Skianto, spettacolo scritto e diretto da Filippo Timi e portato in scena con le canzoni di Salvatore Langella. Lo spettacolo affronta con amara ironia il tema della disabilità mostrando allo spettatore il suo punto di vista più autentico, quello di un ragazzino che cerca di riaggiustare la sua smisurata vita interiore dentro i limiti che il corpo e il mondo esterno gli impongono. Il racconto parte dai primi istanti dell’esistenza di Filippo, il concepimento, dipinto come la corsa di uno spaurito e ingenuo “girino” fino all’abbraccio finale che spazza via tutta la concorrenza; poi i primi momenti felici della neonata famiglia, nei quali lo stupore e l’incanto, che sempre accompagnano un bimbo appena nato, vengono incrinati dalla scoperta dell’anomalia. Filippo è un bambino nato “con la scatola cranica sigillata”, il suo cervello, prigioniero di una scatola rigida e immutabile, non potrà consentirgli il pieno controllo del suo corpo e con esso dell’intera sua esistenza. Filippo è dunque prigioniero del suo corpo nei cui movimenti non riesce ad incanalare tutti i suoi desideri e le sue emozioni più intime. Il suo orizzonte materiale è limitato alle pareti grigie della sua cameretta e all’orto sotto la statale che faticosamente raggiunge con l’aiuto dei genitori. Filippo è ancora prigioniero dell’immagine che tutti hanno di lui, dai genitori ai parenti: un bimbo che “sembra normale, ma è speciale” e come tale non può seguire lo sviluppo naturale delle sue sensazioni e pulsioni ma è relegato ad una dimensione ultratemporale, immutabile e sigillata. Ma guardando attraverso i suoi occhi, si scopre una sconfinata dimensione interiore che non riesce a trovare espressione e condivisione con la realtà esterna. I desideri e i sogni di Filippo, le emozioni e le pulsioni che lo agitano sono umanissime ed esplodono davanti agli occhi dello spettatore in uno skianto di colori, immagini e suoni. È dapprima un bimbo, poi un adolescente e ancora un uomo che come tutti attraversa le evoluzioni dell’animo, le piccole passioni, i grandi sogni, gli innamoramenti e il desiderio sessuale. L’orizzonte spirituale di Filippo infrange quello materiale, dentro di lui non c’è traccia di quell’anomalia che il mondo esterno gli dipinge addosso, resta però vivo il dolore e la solitudine dell’incomunicabilità. Con Skianto, Timi dipinge con ironia e leggerezza una favola dura e pura dando voce a voci spesso inascoltate. Tutto è reale ed autentico e quindi vivo, la dimensione familiare espressa nell’utilizzo del dialetto umbro, le emozioni del protagonista scomposte e ricomposte in molteplici forme e colori.  Il racconto di Timi è una corsa su un filo di lana che non si spezza mai, c’è tenerezza e disillusione nell’immagine di un uomo vestito da bambino che mostra tutta la fragilità della sua condizione, c’è analisi critica e comprensione nel ritratto di un mondo chiuso ed impreparato ad accettare la diversità offrendole un orizzonte più ampio e nuove forme di espressione. Fonte […]

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Culturalmente

La festa di Samhain dalle tradizioni celtiche alle celebrazioni moderne

Legata ad una cultura antica e a tradizioni profondamente connesse ai cicli naturali, Samhain è la festività con cui i Celti festeggiavano la fine del periodo estivo e l’inizio di quello invernale. La festa di Samhain, le cui celebrazioni iniziavano tradizionalmente tra il tramonto del 31 Ottobre e quello del 1 Novembre, rappresentava per le popolazioni celtiche del Nord Europa l’inizio del nuovo anno segnando il passaggio dalla luce e dal calore dell’estate (samradh) al freddo e al buio dell’inverno (geimhredh). La conclusione dell’ultimo raccolto, il rientro delle greggi dai pascoli estivi e l’apparizione nel cielo della costellazione delle Pleiadi agli inizi di Novembre (oggi spostata in avanti nel calendario a causa della precessione degli equinozi) segnavano l’inizio del periodo più freddo e buio dell’anno. La festa di Samhain aveva, dunque, soprattutto un significato di celebrazione degli ultimi frutti donati dalla natura e di esorcizzazione delle difficoltà che avrebbero caratterizzato l’inverno. La partecipazione e condivisione dei riti avevano un’importanza fondamentale nella cultura celtica; Samhain segnava l’alternarsi delle stagioni e scandiva il tempo, restare esclusi dalla dimensione temporale in uno dei suoi momenti cardine era considerato malaugurante. Ma come in molte tradizioni celtiche, anche nelle celebrazioni di Samhain si nascondeva un duplice significato. Nella tradizione celtica Samhain rappresentava, infatti, un momento di passaggio non solo temporale, dal periodo di maggior luce a quello più oscuro dell’anno, ma anche fisico tra il mondo dei vivi e quello dei morti. La notte di Samhain era considerata il momento in cui il velo che separava il regno dell’oltretomba da quello dei vivi si assottigliava a tal punto da consentire ai morti di ritornare nei luoghi che avevano abitato durante la loro vita terrena. Samhain era, dunque, un momento di congiunzione e di passaggio tra mondi e tempi opposti, l’estate e l’inverno, il mondo terreno dei vivi e quello ultraterreno dei morti; Samhain era un punto fuori dal tempo e dallo spazio nel quale l’ordine naturale veniva sovvertito e diventava possibile ogni forma di comunicazione biunivoca tra il mondo reale e quello magico e divino. I riti tipici della festività di Samhain avevano nel fuoco, incarnazione del potere purificatore e protettivo, il loro elemento di maggiore simbolismo. Al calare delle tenebre tutti i fuochi venivano spenti mentre un fuoco sacro veniva acceso dai Druidi sulle colline vicine ai villaggi. Il fuoco sacro diveniva il tramite per pratiche divinatorie e propiziatorie e dal focolare principale si recuperano le braci per l’accensione dei focolari di tutte le famiglie del villaggio. La conquista dei territori celtici da parte dell’Impero Romano portò dapprima ad una condivisione di tradizioni. La festa di Samhain aveva infatti il suo equivalente nella tradizione romana nella festa dei Lemuralia, festività dedicata agli spiriti dei morti o Lemŭres che si celebrava tra il 9, 11 e 13 maggio. Successivamente, con la cristianizzazione dell’Impero Romano, le festività pagane associate al culto dei morti furono demonizzate e si cercò di riadattare le antiche tradizioni alla nuova simbologia religiosa. L’istituzione nel 835 d.C. della festa di Ognissanti da […]

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Libri

Franck Thilliez e Il Manoscritto per Fazi | Recensione

La prolifica penna dello scrittore francese Franck Thilliez ci regala con Il Manoscritto un nuovo thriller dall’intreccio denso di colpi di scena, un sapiente gioco di specchi che riflette e amplifica i personaggi e le loro storie confondendo i margini delle verità di cui ciascuno è portatore. Un gioco di doppi in cui ogni verità si confronta con i suoi possibili opposti fino a perdere i confini e a confondersi con le sue successive reinterpretazioni. Protagonista della storia di Franck Thilliez è la famosa scrittrice di thriller Léane Morgan nel cui recente passato si nasconde il dolore più grande, la perdita dell’unica figlia scomparsa quattro anni prima. La scomparsa di Sarah viene attribuita dalla polizia a un pluriomicida che, richiuso in carcere da due anni, si diverte a rivelare con il contagocce il luogo di sepoltura delle sue vittime, tutte ragazze giovanissime. Nelle confessioni del serial killer manca solo il nome di Sarah e i genitori elaborano in forme opposte l’assenza di una fine certa. Léane affida tutto il suo dolore alle atroci e turpi scene dei romanzi che scrive cercando di frapporre quanta più distanza possibile fra sé e il luogo dove la sua felicità si è interrotta; il marito Jullian, al contrario, ha deciso di dedicare tutta la sua sofferenza e le sue energie alla spasmodica ricerca della verità. La distanza abissale che ormai separa i due coniugi viene interrotta da un grido di aiuto, un messaggio di Jullian sulla segreteria di Léane la informa di aver fatto una scoperta importante riguardo la scomparsa di Sarah. Jullian viene ritrovato privo di sensi e la sua aggressione, unita alla successiva perdita di memoria, costringerà Léane a ritornare nei luoghi del suo più grande incubo per cercare di ripercorrere il filo spezzato delle ricerche del marito. La vicenda della scomparsa di Sarah e delle altre giovani vittime di Andy Jeanson si sovrappone al ritrovamento del cadavere di una giovane donna nel bagagliaio di un’auto rubata nei pressi di Grenoble. Il macabro ritrovamento metterà sulla pista delle giovani scomparse un poliziotto dotato di una prodigiosa memoria, Vic Altran, intrecciando le sue ricerche alla verità che disperatamente Lèane tenta di strappare dall’ombra dei ricordi di Jullian. La corsa di Vic contro il tempo e quella di Lèane all’indietro nel passato si alterneranno sovrapponendo davanti agli occhi del lettore indizi e nuovi rompicapi, rivelazioni e negazioni in un gioco senza fine. Il Manoscritto di Franck Thilliez è difatti un infinito gioco di verità sovrapposte. È innanzitutto infinita la duplicazione della trama essenziale che, nella direzione che conduce dal lettore al soggetto, replica lo schema alla base dell’intera narrazione. Riproducendo mirabilmente una mise en abyme, l’autore afferma nel prologo che il libro è il manoscritto incompiuto di un famoso scrittore che racconta la storia di una scrittrice di thriller il cui ultimo romanzo, intitolato Il manoscritto, narra le vicende di uno scrittore di thriller. Lo schema si ripete innumerevoli volte invitando il lettore a soffermarsi su aspetti ogni volta più bui nelle vicende e nell’animo […]

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Culturalmente

Luisa Sanfelice, eroina tragica della rivoluzione napoletana

“La preghiera fu ricordo al re, e la misera Sanfelice, mal sana, mandata in Napoli, ebbe il capo reciso dal carnefice nella piazza infame del Mercato … e innanzi al popolo, impietosito al tristo fato di bella giovine donna, chiara di sangue e di sventure, solcata in viso dalla tristezza e dagli stenti, rea di amore o per amore, e solamente dell’aver serbata la città dagl’incendi e dalle stragi.” (Pietro Colletta su Lucia Sanfelice) Usciva così di scena Luisa Sanfelice, eroina suo malgrado, circondata dalla pietà del popolo che l’aveva celebrata quale “madre della patria” e di quanti avevano tentato invano di risparmiarla all’estremo supplizio. Ignari tutti che l’atrocità della sua morte non avrebbe fatto altro che amplificare l’eco della sua figura ispirando romanzieri e storici e consacrando la sua controversa esistenza all’arte e alla memoria. Perché se è vero che la storia è piena di eroiche rivoluzionarie, poche hanno saputo ispirare e confondere la verità e il suo romanzo come Luisa Sanfelice. Nata da un ufficiale dell’esercito borbonico, Pietro de Molino, e da una nobildonna di origine genovese, Camilla Salinero, Maria Luisa Fortunata de Molino (28 Febbraio 1764) divenne Luisa Sanfelice sposando il cugino Andrea nel 1781. Un’unione passionale quanto disastrosa che ben presto portò i due giovani, “due ragazzi: di poca testa l’uno e l’altra” (B. Croce) a dilapidare tutte le loro rendite. A pochi anni dal loro matrimonio, la dissolutezza dei due coniugi costrinse la madre di Luisa a chiedere l’intercessione del re (Ferdinando IV) che nominò il marchese Tommaso de Rosa amministratore dei beni della coppia e ordinò l’allontanamento dei tre figli, tutti rinchiusi in istituti di preghiera. Ne nacque un turbolento alternarsi di violente separazioni e rocamboleschi riavvicinamenti che videro i coniugi Sanfelice più volte passare dallo scandalo della loro vita di coppia all’umiliazione della reclusione fino al ricongiungimento a Napoli nel 1794. Siamo ormai alla vigilia della rivoluzione napoletana e se negli anni che la precedono si perdono le tracce dei coniugi Sanfelice, l’entusiasmo per la neonata Repubblica e il fermento dei circoli culturali infiammano la giovane Luisa trasformandola in protagonista inconsapevole della storia. L’unione con Andrea Sanfelice, che pure aveva resistito a molte avversità, si frantumò sotto i colpi delle contrastanti urgenze. Andrea fece perdere le sue tracce per sfuggire ai creditori, animati dalle nuove disposizione repubblicane, e Luisa venne travolta da un vortice di passioni che le sarebbero state fatali. Senza mai esporsi in prima persona nel dibattito politico, Luisa Sanfelice frequentò ambienti diametralmente opposti per ispirazione culturale e politica. Amata da Gerardo Baccher, ufficiale dell’esercito regio e figlio di una ricca famiglia di banchieri di origine svizzera fedeli al re Borbone, si legò sentimentalmente a Ferdinando Ferri, assiduo frequentatore dei salotti repubblicani e successivamente ufficiale della Repubblica. Da questo pericolo triangolo amoroso derivarono gli eventi che furono dapprima gloria e poi funesta condanna per Luisa Sanfelice. La giovane venne a conoscenza, per mano di Gerardo, della congiura ordita dai Baccher per sovvertire l’ordine repubblicano e ricostituire la monarchia e, nel tentativo […]

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Culturalmente

Scilla e Cariddi, le donne pericolose dello stretto di Messina

Simbolo del potere suggestivo che i fenomeni naturali hanno da sempre suscitato nell’animo umano, la leggenda di Scilla e Cariddi è il risultato di un fortunato intreccio tra superstizione, mito e narrazione epica. Il racconto mitologico prende corpo in epoca classica dall’associazione, quasi automatica nei meccanismi di creazione di un mito, tra l’indomabile potenza dei fenomeni naturali e la crudeltà e volubilità del mondo divino. Scilla e Cariddi assumono, dunque, le sembianze di due mostri marini che abitano le sponde dello stretto di Messina. Passaggio obbligato nel viaggio tra le colonie e la Grecia, lo stretto di Messina è da sempre un tratto di mare battuto da forti venti e costantemente animato da vortici e gorghi, frutto del violento incontro tra le correnti del mareTirreno e dello Ionio. La potenza dei fenomeni naturali alimenta la suggestione popolare e trova consacrazione nella narrazione epica dando forma semidivina alla potenza delle correnti e all’asperità dei fondali che fanno dello stretto di Messina un passaggio particolarmente ostico per la navigazione. Sul versante calabro dello stretto di Messina, l’impeto delle correnti marine assume le sembianze della ninfa Scilla, “colei che lacera e dilania”. Figlia del dio marino Forco e della ninfa Crateide, Scilla suscita l’amore di Glauco che chiede aiuto alla maga Circe per conquistarne il cuore. Ma la gelosia di Circe, a sua volta innamoratasi di Glauco, si scatena contro la bellissima Scilla trasformandola in un mostro. La vergogna per l’orribile metamorfosi costringerà Scilla a rifugiarsi in una grotta marina e la spingerà a vendicarsi sui naviganti strappandoli alle loro imbarcazioni e divorandoli. “Ivi Scilla vive, orrendamente latrando: la voce è quella di cagna neonata, ma essa è mostro pauroso, nessuno potrebbe aver gioia a vederla, nemmeno un dio, se l’incontra. I piedi son dodici, tutti invisibili: e sei colli ha, lunghissimi: e su ciascuno una testa da fare spavento; in bocca su tre file i denti, fitti e serrati, pieni di nera morte”. (Odissea libro XII) Sul versante opposto i vortici che agitano le acque dello stretto sono identificati nel mostro informe Cariddi, “colei che risucchia”. Cariddi è originariamente una neiade figlia di Gea e Poseidone e dotata di un insaziabile appetito che ne causerà la rovina. La sua voracità la spinge, infatti, a rubare e divorare immediatamente i buoi che Eracle aveva a sua volta rubato a Gerione. L’eroe chiede l’intervento di Zeus che scaglia Cariddi nelle profondità del Tirreno trasformandola in un mostro e condannandola ad inghiottire le acque del mare e tutto ciò che esse contengono per poi risputarne i resti. “Scilla tiene il lato destro, il sinistro l’implacata Cariddi e tre volte a dirotto risucchia vasti flutti nel fondo gorgo del baratro, e di nuovo li scaglia alternamente nell’aria e flagella gli astri con l’onda.” (Eneide, Libro III) Dalla suggestione popolare alla sublimazione del racconto poetico, l’immagine dei due mostri dello stretto di Messina attraversa i secoli grazie alle parole di Circe prima (Odissea libro XII) e di Eleno poi (Eneide libro III). Passaggio inevitabile lungo il cammino […]

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Culturalmente

Il mito della sirena Partenope, come nasce una città

«Parthenope non è morta, Parthenope non ha tomba, Ella vive, splendida giovane e bella, da cinquemila anni; corre sui poggi, sulla spiaggia. E’ lei che rende la nostra città ebbra di luce e folle di colori… è lei che fa contorcere di passione, languire ed impallidire d’amore la città» (Matilde Serao) Come tutte le cose che riguardano la città di Napoli, anche la sua fondazione affonda le radici nel mito e nella suggestione. La nascita di Napoli si intreccia alle vicende di Partenope, figura leggendaria nella quale confluiscono molteplici simboli e miti, echi lontani che giungono a noi dalla lontana Magna Grecia. La stessa identità di Partenope e la sua sorte sono state declinate in interpretazioni discordanti tutte unite da un tratto struggente e passionale che sembra sposarsi perfettamente con la natura della città cui Partenope ha dato i natali. Così di mito in mito, Partenope è dapprima una sirena dal volto virginale che vive tra gli scogli vicino Positano (Li Galli) con le sorelle Ligea e Leucosia. Le tre sirene, figlie della Musa Melpomene e del fiume greco Acheloo, ci vengono descritte da Omero (Odissea, canto XII) come figure femminili crudeli e ammaliatrici che con il loro canto melodioso spingevano i marinai a gettarsi in mare nel tentativo di raggiungerle, andando incontro alla morte. La maledizione che le accompagna le condanna ad una tragica fine quando il loro canto e le loro lusinghe vengano respinte da un uomo. Così Partenope e le sue sorelle vengono condannate a morte dall’astuzia di Ulisse. L’eroe, avvertito del pericolo dalla maga Circe, attraversa il tratto di mare dove risiedevano le sirene legato all’albero maestro della sua nave e impone ai suoi marinai di tapparsi le orecchie. Le tre sirene intonano invano il loro canto e, sopraffatte dalla vergogna del rifiuto, si gettano dagli scogli. La corrente ne trascinerà le spoglie verso coste lontane, Partenope viene condotta tra gli scogli dell’isolotto di Megaride dove sorgeva un insediamento di coloni greci. Raccolta dai pescatori, Partenope sarà venerata come dea protettrice della città che stava sorgendo e le sue spoglie custodite in un sepolcro eretto nel medesimo luogo dove oggi sorge il Castel dell’Ovo. Ancora in molti racconti popolari, ripresi dalla scrittrice Matilde Serao, Partenope è una fanciulla di origine greca perdutamente innamorata dell’eroe ateniese Cimone ma promessa dal padre ad  Eumeo. Per sfuggire all’indesiderato matrimonio, Partenope decide di scappare insieme a Cimone approdando sulle coste campane. Il loro arrivo nella nuova terra è celebrato dalla natura che dal quel momento comincia a produrre una rigogliosa vegetazione creando per i due amanti un vero e proprio paradiso. Qui i due giovani vissero il loro amore e furono in seguito raggiunti dai propri familiari. Partenope diede alla luce 12 figli e venne consacrata come madre del popolo napoletano che grazie e a lei cominciava a popolare quella terra paradisiaca. Un’altra variante del mito di Partenope si diffonde nell’800 e ci restituisce nuovamente l’immagine di una sirena che abitava lungo le coste del Golfo di Napoli. La bellissima […]

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Culturalmente

La caduta del muro di Berlino, dal filo spinato al sogno di un’Europa unita

Die Mauer ist weg: 9 novembre 1989, la caduta del muro di Berlino Trent’anni fa, il 9 novembre 1989, i Berlinesi festeggiavano la caduta del muro di Berlino, annunciata per errore in una conferenza stampa dal funzionario del SED (Partito di Unità Socialista di Germania) Gunter Schabowsky, e l’apertura della frontiera che aveva spaccato in due la città e la nazione. L’Europa si lasciava alle spalle le contrapposizioni della Guerra Fredda e si avviava a consolidare quel progetto di unificazione dei popoli che aveva mosso i suoi primi passi fin dal secondo dopoguerra. Dalla caduta del muro di Berlino prendeva forma il sogno di un’Europa senza frontiere fondata sulla libera e pacifica circolazione di cittadini. Costruito nel 1961 dal governo della Repubblica Democratica Tedesca (DDR), il muro divideva in due la città di Berlino segnando la frontiera fisica e politica tra il blocco occidentale, controllato da Stati Uniti, Francia e Regno Unito, e quello orientale, controllato dall’Unione Sovietica. I due blocchi avevano preso forma all’indomani della Seconda Guerra Mondiale quando gli Alleati concordarono lo smembramento della Germania in settori affidati al controllo delle Nazioni vincitrici (Conferenza di Jalta) quale elemento essenziale per garantire la pace nel Vecchio Continente. La contrapposizione tra i due blocchi divenne sempre più scontro tra ideologie, modelli economici e culturali antitetici fino a sfociare nella totale chiusura di qualsiasi contatto e nella limitazione della libertà di circolazione dei cittadini. La costruzione del muro apparve agli occhi delle autorità della DDR l’unica strategia possibile per arginare il crescente flusso di cittadini della Germania dell’Est che emigravano verso la Germania Ovest attirati dalla maggiore stabilità economica e da migliori condizioni di vita. Il controllo lungo la frontiera tra le due parti della città divenne progressivamente più serrato fino alla costruzione di un solco invalicabile delimitato da due cortine in cemento armato, una barriera invalicabile lunga 155 km che circondava completamente Berlino Ovest rendendo impossibile l’accesso alla città da parte dei cittadini della Germania dell’Est. La spaccatura nel cuore dell’Europa ha continuato a tenere divise Berlino e la Germania intera per quasi un trentennio. Nato come misura di protezione e autoconservazione dell’ideologia comunista e dell’equilibrio economico della DDR, il muro di Berlino era di fatto l’incarnazione del lato più oscuro del regime in quanto strumento di estrema limitazione della libertà personale. Si impediva di fatto ai propri cittadini di venire in contatto con idee, stili di vita e modelli sociali considerati pericolosi per l’equilibrio sociale ed economico delle repubbliche comuniste e filo-sovietiche. La chiusura di ogni contatto con il mondo occidentale non riuscì tuttavia ad arginare il declino del modello sociale ed economico comunista imposto dall’Unione Sovietica. Nella primavera del 1989 pacifica manifestazioni di dissenso cominciarono a ripetersi nelle chiese protestanti di Lipsia e Dresda. Nell’estate dello stesso anno una prima breccia venne aperta nella barriera di incomunicabilità tra oriente e occidente dall’apertura della frontiera con l’Austria da parte del governo ungherese. I tedeschi della DDR cominciarono nuovamente a spostarsi in massa verso la Germania dell’Ovest attraverso la frontiera […]

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Culturalmente

Gli scavi di Paestum, frammenti di Magna Grecia

Alla scoperta degli scavi di Paestum, preziosa testimonianza dell’architettura votiva di età classica. Abbagliato dai vividi colori di rigogliosi roseti ed inebriato dal calore del sole e dall’aria salmastra: doveva sentirsi così un viaggiatore che si addentrasse nella piana del Sele un attimo prima di perdersi nell’orizzonte ceruleo di cielo e mare. Il sole, il mare e la generosità della terra hanno fatto la fortuna di Paestum fin dalle remote ere del Paleolitico, lasciando tracce lungo tutta l’età antica. Fondata sulla riva sinistra del fiume Sele da coloni greci provenienti da Sibari (600 a.C.), Poseidonia, nome greco dell’antica città di Paestum, diventa uno dei più importanti centri urbani della Magna Grecia. Vengono eretti in quest’epoca i tre templi che ancora oggi dominano la piana allineati lungo la direttrice principale della polis greca. A cavallo tra la seconda metà del VI secolo e la prima del V a.C., vengono costruiti in successione i templi dorici dedicati alle divinità di Era, Atena e Nettuno, quest’ultimo erroneamente attribuito al Dio marino all’epoca dei primi ritrovamenti. Maestose vestigia dell’architettura dorica, i tre templi sono una preziosa testimonianza dell’architettura votiva di età classica costituendo tra i pochi esempi di edifici templari in ottimo stato di conservazione. Lo spazio centrale incluso tra i tre edifici votivi degli scavi di Paestum era occupato dall’agorà, cuore delle attività commerciali e politiche della polis, e dai prospicienti edifici dell’ekklesiasterion e del heroon. Entrambi le strutture rievocano la dimensione della vita pubblica e politica dei cittadini di Poseidonia, il primo destinato ad ospitare le assemblee politiche dei cittadini, il secondo sacello votivo dedicato all’eroe fondatore della colonia. Ai due lati dello spazio pubblico si estendevano i quartieri residenziali della polis greca di cui si sono conservati pochissimi resti. Verso la fine del V secolo a.C., Poseidonia diventa dominio lucano assumendo il nome di Paistom e raggiungendo l’apice della sua espansione territoriale e demografica. Successivamente Paestum diventa colonia romana (273 a.C.). Risalgono a quest’epoca gran parte dei resti che sono oggi visibili tra cui la maestosa cinta muraria che, al pari dei templi, costituisce un esemplare raro per stato di conservazione, e i resti dell’anfiteatro, parzialmente coperti dal moderno asse stradale. Sotto l’egida romana, il tessuto urbano di Paestum si trasforma assumendo l’impronta tipica delle città latine. L’impianto ortogonale dei quartieri residenziali cancella ogni traccia dell’antica polis, il foro diventa il nuovo fulcro della città occupando la parte meridionale dell’agorà e popolandosi di nuovi edifici monumentali. Il Capitolium, la Curia e il Comitium diventano punti cardine della vita pubblica e politica di Paestum, mentre i tre templi dorici sopravvivono come gemme di un’altra epoca incastonate in uno scenario dominato da moderni simboli e nuovi punti di riferimento. A partire dall’età imperiale, la città di Paestum vive un lento ma inesorabile declino che culmina nel totale abbandono dopo l’VIII secolo d.C. L’isolamento commerciale prima, indotto dall’apertura di nuove vie di commercio verso Oriente, il progressivo impaludamento dell’area e infine un’epidemia di malaria che si abbatté nella zona nel IX secolo, decretano la […]

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Recensioni

Una pura formalità di Annamaria Russo, il dramma dei ricordi

Nella cornice del Real Orto Botanico va in scena, per la rassegna “Brividi d’Estate” organizzata da “Il Pozzo e Il pendolo“, il dramma dei ricordi e delle identità sospese di Una pura formalità (regia di Annamaria Russo). Riadattamento teatrale dell’omonimo film di Giuseppe Tornatore, Una pura formalità è un intenso rompicapo che gioca con il tema del ricordo sovrapponendo identità reali e surreali nella dolorosa ricerca della verità. “Per non morire di angoscia o di vergogna, gli uomini sono eternamente condannati a dimenticare le cose sgradevoli della loro vita, e più sono sgradevoli, prima s’apprestano a dimenticarle! … Ricordare, ricordare è come un po’ morire.” Notte fonda e cupa, il silenzio caricato di tensione dal rombo dei tuoni e dall’impetuoso scroscio di una pioggia torrenziale. La luce si accende su una scena spoglia ed essenziale, una solitaria stazione di polizia di un remoto paesino di campagna, il sordo ticchettio della pioggia che gocciola dal soffitto riecheggia esasperando l’ansia dello spettatore. Sulla scena irrompono due figure, un agente di polizia conduce un uomo infreddolito e fradicio di pioggia. L’uomo è stato fermato in un bosco dove vagava sotto la pioggia incessante, l’uomo non ha documenti e fornisce spiegazioni contraddittorie e confuse del suo stato. Poco lontano, nel medesimo bosco e nella medesima notte viene rinvenuto un cadavere dal volto sfigurato. Si apre così quello che all’apparenza è un mistero di cui tutti, spettatore incluso, sembrano conoscere la soluzione tranne l’accusato. Onoff è uno scrittore di grande fama, ad interrogarlo per una “pura formalità” un commissario che ama e conosce profondamente tutte le sue opere. Nella spasmodica ansia di un convulso interrogatorio i dettagli della faccenda emergono con apparente chiarezza facendo risaltare per stridente contrasto i vuoti di memoria e le contraddizioni di Onoff. Le macchie di sangue sugli indumenti dello scrittore, l’inquietudine che traspare da ogni suo gesto, la reticenza ed imprecisione di tutte le sue risposte, il tentativo di fuga dell’accusato, l’arma del delitto, tutti i tasselli sembrano incastrarsi alla perfezione inchiodando Onoff alle sue responsabilità. Ma nel corso dell’interrogatorio, i dubbi dello spettatore invece di dipanarsi si fanno più densi, le identità e i ruoli si confondono e nulla è più come appariva all’inizio. La vittima sconosciuta assume identità diverse, l’editore, l’agente, la seconda moglie dello scrittore diventano personaggi sovrapponibili, volti sconosciuti immortalati in fotografie che lo scrittore scatta per fissare i ricordi della sua vita. Il ruolo di accusatore ed accusato diventano confusi e l’atteggiamento ambiguo del commissario spinge lo spettatore a mettere in dubbio l’intero impianto accusatorio. La stessa identità dell’accusato è messa in dubbio, la sua biografia, che il commissario conosce nei minimi dettagli, è in realtà frutto di una costruzione fittizia funzionale all’immagine pubblica che lo scrittore è costretto a dare di sé. Il suo stesso nome e la sua opera più famosa si rivelano una finzione. Entrambi rubati ad un barbone che lo scrittore considera suo maestro. Il dramma che attanaglia Onoff e tiene con il fiato sospeso lo spettatore troverà la sua soluzione […]

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Culturalmente

Real Albergo dei Poveri: accoglienza e riscatto sociale nel secolo dei lumi

Il Real Albergo dei Poveri, la più grande costruzione settecentesca concepita per l’accoglienza Il Real Albergo dei Poveri è uno dei palazzi monumentali più imponenti ed iconici della città di Napoli. Con la sua mole domina Piazza Carlo III conservando ancora oggi ricordo e testimonianza di uno dei periodi culturalmente più vivi della storia della città di Napoli. La sua costruzione fu commissionata da re Carlo III di Borbone all’architetto fiorentino Ferdinando Fuga, chiamato a Napoli dallo stesso re nel 1949 per avviare un programma di riforma urbanistica della città. Nelle intenzioni di Carlo di Borbone c’era l’attuazione di un risanamento sociale ed edilizio che riportasse la città di Napoli, il cui tessuto urbano aveva subito una crescita caotica sconfinando oltre la cinta muraria, allo splendore delle città rinascimentali. Nella seconda metà del ‘700 la corte napoletana di Carlo di Borbone era animata da un grande fervore culturale ed ospitava personalità di spicco della cultura partenopea tra cui Gaetano Filangieri, Antonio Genovesi ed Eleonora Pimentel Fonseca. Il movimento illuminista napoletano muoveva i suoi primi passi e il Regno di Napoli era percorso da venti di rinnovamento che mostravano i primi frutti nell’opera di ammodernamento del ministro Bernando Tanucci, fautore di una serie di decreti volti ad abolire i privilegi feudali ed ecclesiastici. In questo contesto di grande fermento culturale e politico, la costruzione del Real Albergo dei Poveri traduceva in atto gli intenti illuminati di Carlo di Borbone. L’edificio era stato concepito per accogliere e offrire assistenza ai “poveri” del Regno. Indigenti, orfani, mendicanti ed invalidi, che numerosi popolavano le strade della città, avrebbero potuto trovare, grazie alla costruzione di questo mastodontico palazzo. Ma l’intento del sovrano non era meramente assistenziale. All’interno del Real Albergo dei poveri vennero, infatti, istituite scuole di formazione professionale che avevano l’obiettivo di offrire agli ospiti un’opportunità di riscatto sociale. La costruzione, che nella sua configurazione finale raggiunse un’estensione di circa 100.000 metri quadrati, doveva essere caratterizzata da una pianta rettangolare con lato maggiore di circa 600 metri e lato minore di 135 m e contenere al suo interno 5 cortili e una Chiesa con pianta radiale a sei bracci. La realizzazione dell’edificio, nonostante le ambizioni del sovrano, procedette a rilento sia per la difficoltà di reperire le ingenti somme di denaro necessarie, che per l’avvicendarsi di architetti che seguirono la direzione del progetto alla morte di Ferdinando Fuga (1782). Il passaggio del regno a Ferdinando IV e i tumultuosi eventi della Rivoluzione Napoletana (1799) compromisero l’iniziale spirito del progetto e portarono al definitivo arresto dei lavori nel 1829, nonostante non fosse stato interamente completato l’originale progetto di Fuga. L’edificio che ancora oggi possiamo ammirare si compone di 4 livelli e circa 430 stanze che garantivano una capienza di circa 8000 ospiti suddivisi per sesso ed età in quattro sezioni. L’iniziale intento caritatevole e formativo di Carlo di Borbone venne messo in discussione dal suo successore e così la struttura accolse nel corso del tempo diverse funzioni non tutte animate dallo stesso spirito. L’edificio ospitò […]

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Libri

Incontro con Gabriela Ybarra, autrice de Il commensale

Gabriela Ybarra presenta il suo primo romanzo: Il commensale Il 29 maggio è stato presentato in anteprima nazionale all’Instituto Cervantes di Napoli il primo romanzo della scrittrice basca Gabriela Ybarra: Il Commensale. All’evento, organizzato dalla casa editrice Alessandro Polidoro Editore e dall’Instituto Cervantes de Nápoles, hanno partecipato, oltre all’autrice Gabriela Ybarra, la traduttrice Maria Concetta Marzullo, gli ispanisti proff. Augusto Guarino e Marco Ottaiano e l’editore Alessandro Polidoro. Nel suo primo romanzo Gabriela Ybarra tenta una libera ricostruzione della storia della propria famiglia. Il 22 giugno 1977 viene ritrovato il cadavere dell’imprenditore e politico basco Javier Ybarra, sequestrato il 20 maggio dello stesso anno da un gruppo di terroristi dell’ETA. Gabriela Ybarra, nipote del politico ucciso, non ha ricordi diretti del tragico lutto che ha colpito la sua famiglia, ma il dolore scaturito da una nuova perdita, quella della madre morta nel 2011, accende in lei il desiderio di conoscenza e comprensione di eventi che sembrano aver lasciato segni profondi nella sua famiglia e nella storia del suo paese. Il Commensale fa parte della collana I Selvaggi, diretta dal prof. Marco Ottaiano e interamente dedicata alla letteratura spagnola ed ispano-americana contemporanea, che raccoglie antologie di racconti e romanzi dei più influenti autori contemporanei di lingua spagnola. Come sottolineato dall’editore Alessandro Polidoro nel suo intervento introduttivo, I Selvaggi è un progetto che mira ad esportare un modello culturale di valore, un progetto che, pur mantenendo come riferimento il contesto culturale della città di Napoli, cerca di superarne i confini aprendosi ad esperienze letterarie dense di contenuti. Il Commensale, nel solco già tracciato da Big Banana di Roberto Quesada, riafferma la volontà degli ideatori della collana I Selvaggi di promuovere progetti letterari che esulino dal contesto effimero e commerciale della letteratura di moda puntando al valore dei loro contenuti e all’essenzialità della forma. E proprio l’equilibrio tra forma e contenuto costituisce uno dei punti di forza de Il Commensale. Nella presentazione che del libro fa Ottaiano, e ancora nelle parole di Guarino, si ribadisce la capacità di Gabriela Ybarra di esorcizzare la drammaticità degli eventi narrati attraverso una scrittura attenta ed analitica. Gli eventi descritti nel romanzo costituiscono un dramma personale per l’autrice e allo stesso tempo rappresentano un dramma collettivo che coinvolge l’intero País Vasco. Il sequestro e l’uccisione per mano dei terroristi dell’ETA del nonno Javier Ybarra, sindaco di Bilbao ed esponente di spicco della scena politica basca, sono testimonianza di un periodo di profonda sofferenza della società civile spagnola. Ma nonostante il dolore che suscitano questi eventi, il tentativo di ricostruzione che compie l’autrice è reso attraverso parole essenziali e una forma analitica ed autentica. Gabriela Ybarra dosa attentamente le parole affinché nessuna di esse risulti superflua, ne viene fuori, come sottolinea Ottaiano, una forma scevra dalla retorica che appesantisce la politica contemporanea ma che riesce con più forza a suscitare empatia nei lettori verso eventi che di fatto sono politici nella misura in cui attengono alla polis. Alla dimensione storica e pubblica, cui appartiene la vicenda della scomparsa […]

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