Mauro Cesaretto, archeotecnico, restauratore ed ex-dipendente del Museo dei Grandi Fiumi di Rovigo, polo espositivo sul Polesine, è stato protagonista di una conferenza dedicata alla storia dell’arco venerdì 5 giugno nel chiostro della Chiesa di San Paolo a Ferrara, in occasione dell’evento I popoli antichi raccontano. L’evento, che si è svolto fra venerdì 5 e sabato 6 giugno con il supporto del Comune di Ferrara, affronta argomenti legati alla living history o storia vivente, alle rievocazioni storiche, all’archeologia sperimentale e alla valorizzazione della storia antica.
| Dettaglio dell’evento | Informazioni principali |
|---|---|
| Nome della manifestazione | I popoli antichi raccontano |
| Relatore principale | Mauro Cesaretto (archeotecnico e restauratore) |
| Date di svolgimento | Venerdì 5 e sabato 6 giugno |
| Location dell’incontro | Chiostro della Chiesa di San Paolo (Ferrara) |
Indice dei contenuti
- I popoli antichi raccontano: chi sono gli ospiti dell’evento con Mauro Cesaretto?
- Dalla passione per il tiro con l’arco alla rievocazione storica
- L’importanza dell’arco nell’Inghilterra di Enrico VIII secondo Mauro Cesaretto
- L’humanità antica non dava per scontato nulla sulla Terra, la lezione finale di Mauro Cesaretto
I popoli antichi raccontano: chi sono gli ospiti dell’evento con Mauro Cesaretto?
All’evento con Mauro Cesaretto hanno preso parte anche diversi gruppi di rievocatori per un percorso didattico che attraversa millenni di storia dell’Italia centro-settentrionale. In primis, tra i protagonisti abbiamo il gruppo di Padova Teuta Cenomanes con il loro progetto spin-off Il popolo della nuova pietra, dedicato (rispettivamente) ai Celti cenomani e agli uomini neolitici e alla preistoria nella Pianura padana; seguono Ruva Leu – I Leoni di Nemea di Reggio Emilia, i quali si occupano della civiltà degli Etruschi e la loro cultura; invece, il Clan Luksarnon di Ferrara propone eventi dedicati ai Norreni, conosciuti anche col nome di storia dei Vichinghi dalle origini alle conquiste, mentre la Compagnia d’Arme di San Vitale di Vicenza propone rievocazioni a tema rinascimentale. Infine, era presente il gruppo di Archeocucina romana di Paolo Bergamini, il cui tema è la cucina dell’Urbe antica.

L’approccio proposto da Mauro Cesaretto e dai suoi collaboratori in occasione dell’evento I popoli antichi raccontano è prettamente divulgativo e non accademico: la storia non deve raccontare soltanto i grandi uomini e i grandi eventi del passato, ma anche concentrarsi sulla quotidianità, lasciando spazio alla vita di tutti i giorni e alle attività di artigianato, oreficeria, cucina o cosmetica. Per esempio, tra le tante domande che i visitatori possono porsi abbiamo: come fabbricavano le corde gli uomini del Neolitico? Come realizzavano i vestiti le donne galliche? Come fabbricavano le spade i Vichinghi? Come banchettavano i nobili dell’Etruria? Come mai la cavalleria scomparve dall’esercito di ogni regno europeo dopo la battaglia di Pavia nel 1525?
Dalla passione per il tiro con l’arco alla rievocazione storica
L’interesse di Mauro Cesaretto per la rievocazione storica e la living history nasce anche da un’altra sua grande passione: il tiro con l’arco. Infatti, il restauratore, da giovane, si era stancato di scagliare le proprie frecce contro dei bersagli immobili di plastica e di seguire le rigide regole promosse dalla federazione sportiva, così decise di sostituire quei bersagli con animali nei boschi e di sostituire l’arco delle competizioni con una replica, costruita da sé, di quello degli uomini paleolitici.
Potremmo pensare che l’arco sia un semplice strumento di caccia, ma, secondo il parere di Mauro Cesaretto, abbiamo trovato la bomba atomica della preistoria, un’arma importante che contribuì a separare l’Homo sapiens dal resto degli animali. Citando il film 2001: Odissea nello spazio di filmografia di Stanley Kubrick, il relatore ha affermato che quando le scimmie lanciano un oggetto non riescono a stabilire una direzione precisa, cosa che non succede con gli esseri umani. Dopo aver simulato un esperimento di lancio con uno degli ospiti della rievocazione, Cesaretto si è rivolto al pubblico con le seguenti parole:
I miei muscoli agonisti hanno calcolato la parabola, la forza e il tempo per scagliare avvertendo gli antagonisti di bloccarsi se andavo avanti, […] quello che sembra essere un problema semplice è complicatissimo. E allora, l’uomo cosa ha fatto? Ha cominciato a prendere un bastone e a scagliarlo, e poi una pietra; un giorno ha preso una pietra e l’ha rotta con un’altra pietra e ha visto che diventava tagliente: era nato il chopper […]. E a cosa serviva? Non per ammazzare un animale, ma per togliere la ciccia rimasta sulle ossa lasciate da animali come iene, volpi, leoni, ecc. In quel momento, probabilmente, un incendio brucia un albero, uno prende un ramo, cerca di spegnerlo e nota che la parte bruciata è più dura del resto del legno: ne fa una lancia perché l’animale era più distante da lui, non era un’aggressione ravvicinata con una pietra, e per di più riusciva a perforare la pelle e la pelliccia di un animale. Migliaia e migliaia di anni dopo sono riusciti a trovare un sistema per fissare una punta su questa lancia legandola con i tendini dopo averli masticati. I tendini sono ricchi di collagene. Tutti hanno sentito parlare di Ötzi, la mummia del Similaun, sappiate che quel mastice e quel legame che sono stati ritrovati nella freccia, dopo cinquemila e trecento anni, tengono ancora […] ed è tutto frutto della genialità dell’uomo […] Io, quando sento dire a qualcuno «Noi moderni siamo intelligenti!», dico «No, noi moderni siamo degli imbecilli che non riuscirebbero a vivere senza la corrente in casa, senza la luce, il caldo, i vestiti. Loro non avevano nulla, avevano due pietre e un bastone e hanno conquistato il mondo […]». Prendere tre elementi diversi per metterli insieme e fare qualcosa che è resistito più di venticinquemila anni e tiene ancora. Vi rendete conto?
L’importanza dell’arco nell’Inghilterra di Enrico VIII secondo Mauro Cesaretto
In seguito, l’archeotecnico rodigino ha abbandonato la preistoria spostandosi nell’Inghilterra fra il Basso Medioevo e gli anni fra il XVI e il XVII secolo:
L’arco ha avuto una miriade di evoluzioni: dalla forma al materiale in cui veniva realizzato. Ci ricordiamo tutti di Robin Hood che aveva un long-bow, un arco lungo fatto in [legno di] tasso. Però c’era una cosa bella da sapere sulla Mary Rose, una nave che era stata trovata affondata con i resti di molti arcieri di sovrano Enrico VIII d’Inghilterra e la dinastia dei Tudor. Analizzando i resti, si è visto che avevano dei grossi problemi alla scapola, alla spalla e al sistema cardiocircolatorio, perché tiravano archi da centocinquanta libbre. Centocinquanta libbre sono circa settanta chili da tenere con due dita […]. E poi le tiravano in continuazione. Dovete sapere che nelle famose battaglie fra Francesi e Inglesi, quando una parte del Nord della Francia era occupata dagli Inglesi, […] i cavalieri francesi sono stati sterminati dagli arcieri. E questo segno [facendo la V con l’indice e il medio] ci ricorda un signore che nella seconda guerra mondiale ha salvato l’Inghilterra [Winston Churchill], non è “victory”, gli inglesi tiravano con queste due dita. Riuscivano a tirare a 170 metri colpendo perfettamente le armature.
Lo stesso Enrico VIII dava molta importanza a questo strumento bellico; infatti, al monarca dello Scisma anglicano si deve l’istituzione della Royal Society of Saint George, dedicata proprio a tutti i nobili appassionati di tiro con l’arco. L’arco continuò anche nell’Età moderna ad essere uno dei protagonisti delle battaglie fino a Little Big Horn dove, secondo Mauro Cesaretto, il generale George Armstrong Custer e i suoi uomini furono sconfitti da un’alleanza fra le tribù amerinde Lakota e Sioux, le quali si avvalsero proprio di questo strumento contro i fucili e le pistole della cavalleria statunitense.

Il Rinascimento italiano del gruppo Compagnia d’Arme di San Vitale[/caption>
L’umanità antica non dava per scontato nulla sulla Terra, la lezione finale di Mauro Cesaretto
[….] l’arco non era solo uno strumento di morte o di caccia, era uno strumento mistico. In alcuni testi sacri dicono che “l’arco di Dio è l’arcobaleno”, e che le divinità indiane come Shiva e gli altri avevano degli archi di fuoco […]. Rendetevi conto che l’arco non è solo questo strumento di legno: l’arco sono anche questi [indicando gli archi delle volte del chiostro]. È copiato da questo. Perché la forza che c’è sopra viene scaricata a lato; le forze che io do, lui le restituisce alla freccia e la freccia fa una cosa strana. La freccia dovrebbe piegarsi o accorciarsi, perché da zero magari arriva a sessanta metri al secondo. Invece la freccia […] incomincia a ondeggiare e, secondo l’impennaggio e il peso della punta, comincia a equilibrarsi […] e questo ha dato spazio ad altre leggende: fa nascere le leggende.
L’uomo del passato non dava per scontato nulla. È il caso degli antichi miti della creazione, in cui le divinità plasmarono l’umanità dall’argilla, così come i vasai creavano i vasi dalla terracotta per produrre qualcosa inesistente in natura ma utilissimo per la conservazione di cibi e acqua.
La Preistoria nella Pianura padana del Popolo della Nuova Pietra
Infatti, l’arco è quello strumento capace di scagliare una freccia ad una velocità incredibile colpendo il nemico oppure un animale da cacciare, uno strumento la cui forma è stata replicata anche in architettura come l’arco di volta di tantissime chiese e monumenti di architettura medievale. Un antico segreto tecnico risalente ad una fase ancora più antica dell’umanità. Quindi, anche le cose che noi contemporanei riteniamo più banali, secondo Mauro Cesaretto, in realtà dimostrano come gli uomini più antichi siano riusciti a sopravvivere e a dominare la Terra.
Fonte immagine di copertina: foto di Salvatore Iaconis
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