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Eroica Fenice

orgoglio oversize e curvy

Orgoglio oversize, curvy, anoressia: una banale riflessione

Dall’anoressia all’orgoglio oversize. Cosa è andato storto? Il concetto di curvy non era sufficiente?

In principio fu la 42. La taglia perfetta. Un santo Graal da raggiungere ad ogni costo. Nacquero così diete senza carboidrati, senza grassi, senza cibo. Nacque quell’espressione da film horror anni 20 “non sono a dieta, sono in tisanoreica”. Tisane, barrette, frullati di finocchio, cetrioli e lattughine. Ottimi per sciacquare lo stomaco, per sturare i lavandini e allontanare le blatte. Mai nutrire e mangiare, due sfere concettuali simili per definizione, furono tanto distanti. Per inciso, si mangia la pasta e fagioli, ci si nutre con le gallette di riso. Si mangia attorno ad un tavolo tutti insieme e con i calici pieni di vino, ci si nutre da soli scartando l’ultima fogliolina in insalata.
E, se ciò non bastasse, nacquero i disturbi alimentari. Anoressia. Bulimia. Parole brutte, patologie ancora peggiori. Patologie specchio di una società no sense che, dopo averle create, ha cercato di debellarle con grandi campagne e pubblicità progresso che, invece di distruggere gli stereotipi, accentuavano la banalità di altri. “Ogni scarrafone è bello a mamma sua”, ok, ma vallo a far capire alle adolescenti. Vai a destrutturare un pensiero radicato, inculcato e poi diffuso dai media.

La moda e le donne curvy

In principio fu la 42, poi, per fortuna, dalla 44 alla 50, tutte le donne poterono sentirsi a proprio agio. E nacque l’idea del curvy, del non aver paura di mostrare le proprie forme. Della bellezza soffice in contrapposizione alle modelle in cui tutte e 206 le ossa erano visibili senza tac totalbody. Della bellezza a tutto tondo perché “anche l’occhio vuole la sua parte” e non sono certo qualche kg in più a fare la differenza. Era l’equilibrio. Magri e sovrappeso avevano trovato il Nirvana, si dice che donne curvy e skinny uscissero anche il sabato sera insieme, frequentando le stesse piazze e, a volte, gli stessi ristoranti.

Orgoglio oversize e fatkini: una malsana degenerazione

Ma poi piombò nuovamente il caos! Anche le 52-54-60-62-64 pretesero le luci dei riflettori e le copertine satinate. E, come dimostrò il dilagare dell’hashtag #fatkini su Instagram, proprio tutte le oversize reclamarono attenzione. Sia quelle che, purtroppo, non riescono, nonostante una sana alimentazione, a trovare un peso nella norma, sia coloro per cui, a priori, “grasso è bello!”, “grasso è un diritto!”, “grasso è felicità!”. “grasso è sano!”
E no, ragazze mie. Grasso, forse, è felicità ma sicuramente non è sano.
Grasso è morte.
Grasso è morte in egual misura di quanto magro sia morte.
Sarà banale dirlo ma la corsa all’estetica non dovrebbe mai minare né mettere a rischio la salute. E che il mostrarsi orgogliosi in evidente sovrappeso diventi una moda è sintomatico di una situazione non risolta in partenza. Non è altro che l’altro lato, egualmente sporco e malsano, dello specchio in cui si riflettevano, fino a pochi anni fa, le 206 ossa delle aspiranti modelle da passerella. Suonerà assurdo ma anoressia e obesità sono sinonimi. Sinonimi del cronico rifiuto del proprio corpo fin quando esso non rientri nei parametri socialmente accettati come giusti.

E non servono certo altre pubblicità progresso che ci dicano che siamo tutti belli. Non è vero, punto. Ciò che, forse, sarebbe veramente utile per risolvere questa nuova assurda moda dell’orgoglio oversize è la riscoperta e la diffusione della cultura del mangiar bene. Una cultura affossata delle pubblicità e ancor di più dai ritmi frenetici che non permettono di avere sempre il tempo di cucinare. 

E non importa se, alla fine, la scelta ricadrà su tisane, pasta e fagioli o merendine che ti vogliono “tutta ciccia e brufoli”. L’importante è fare una scelta che sia veramente consapevole, senza mai dimenticare che, in ogni caso, grassi o magri, si è veramente brutti solo da cadaveri.

Marcello Affuso

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