Poesie di Heinrich Heine: le 3 più belle

Heinrich Heine è stato un celebre poeta, critico e saggista letterario tedesco vissuto nella prima metà dell’Ottocento, ponendosi esattamente nell’epoca di turbolenta transizione tra il Romanticismo e il Realismo. Nato nel 1797 a Düsseldorf da genitori ebrei, Heine visse una giovinezza fortemente influenzata dal complesso periodo storico della Restaurazione e del Vormärz (il “Prima di marzo”), fenomeni che scatenarono in Europa, e soprattutto nell’allora Prussia, forti tensioni politiche, identitarie e sociali.

Dopo un’esperienza fallimentare come apprendista commerciante affiancato dallo zio, decise di dedicarsi agli studi di legge frequentando le prestigiose università di Bonn e Gottinga. In questo fervente periodo accademico, entrò in stretto contatto con figure illustri della filosofia e della nascente cultura tedesca, quali l’animatrice di salotti letterari Rahel Varnhagen e il filosofo Hegel; quest’ultimo influenzò radicalmente la sua visione razionale del mondo e dell’arte. Dopo essersi strategicamente convertito al Protestantesimo nel tentativo di aggirare le crescenti discriminazioni, ottenne una vastissima fama europea grazie alle sue primissime opere, come i Quadri di viaggio e il fortunato Libro dei Canti, divenendo in breve tempo una delle personalità intellettuali più famose della Prussia. Le poesie di Heinrich Heine sono storicamente caratterizzate dalla continua ripresa dei classici topoi ricorrenti del Romanticismo, i quali però vengono sistematicamente rovesciati in chiave satirica e brutalmente schietta. Eccone, dunque, le tre più belle e letterariamente significative, contenute tutte all’interno del suo celebre Libro dei Canti.

Informazioni su Heinrich Heine Dettagli Principali
Date di nascita e morte 13 dicembre 1797 (Düsseldorf) – 17 febbraio 1856 (Parigi)
Professione Poeta, giornalista, saggista e critico letterario
Corrente letteraria Transizione tra Romanticismo (Tardo) e Realismo tedesco
Opere principali Libro dei canti (Buch der Lieder), Germania. Una fiaba d’inverno
Caratteristiche stilistiche Uso di ironia, satira, rovesciamento dei miti e linguaggio schietto
Il Libro dei Canti copertina
Il Libro dei Canti (fonte: Amazon.de – Fischer Klassik)

1. Die Loreley (La Loreley) (1823): il mito rovesciato

Questo celebre componimento rappresenta una vera e propria rottura con i canoni estetici e morali tipici del Romanticismo tradizionale: l’antica figura mitica della Lorelei (un incantevole essere leggendario germanico che risiede nei boschi e sulle rocce del fiume, assimilabile a una sirena e a una fata ammaliatrice), il romantico calar del tramonto e l’indiscussa bellezza naturale del Reno vengono capovolti e messi al servizio di un realismo spietato e cinico. L’apparente meraviglia di questi classici topoi letterari si rivela essere solo un’illusione ingannevole per il poeta, e di conseguenza sia la fragile barca che l’incauto marinaio vengono condannati e sottoposti a un ineluttabile tragico destino. Come di consueto in gran parte delle poesie di Heinrich Heine, la struttura ritmica risulta estremamente lineare ma incalzante: la sua geniale e cantabile semplicità metrica è stata infatti ripresa e utilizzata con successo come modello base per innumerevoli libretti musicali dell’epoca.

Ich weiß nicht was soll es bedeuten,

Dass ich so traurig bin;

Ein Märchen aus alten Zeiten,

Das kommt mir nicht aus dem Sinn.

Die Luft ist kühl und es dunkelt,

Und ruhig fließt der Rhein;

Der Gipfel des Berges funkelt

Im Abendsonnenschein.

Die schönste Jungfrau sitzet

Dort oben wunderbar;

Ihr goldnes Geschmeide blitzet,

Sie kämmt ihr goldenes Haar.

Sie kämmt es mit goldenem Kamme

Und singt ein Lied dabei;

Das hat eine wundersame,

Gewaltige Melodei.

Den Schiffer im kleinen Schiffe

Ergreift es mit wildem Weh;

Er schaut nicht die Felsenriffe,

Er schaut nur hinauf in die Höh.

Ich glaube, die Wellen verschlingen

Am Ende Schiffer und Kahn;

Und das hat mit ihrem Singen

Die Lore-Ley getan.

Non so cosa voglia dire

che io sia così triste;

una fiaba di tempi antichi

non mi esce di mente.

L’aria è fresca e imbrunisce,

e calmo scorre il Reno;

la vetta del monte brilla nel raggio

del sole serale.

La bellissima fanciulla siede

lassù, meravigliosa;

i suoi gioielli d’oro luccicano,

lei pettina i suoi capelli d’oro.

Li pettina con pettine d’oro

e intanto canta una canzone;

che ha una prodigiosa,

potente melodia.

Il marinaio nella piccola barca

ne è colto con selvaggio dolore;

non guarda le scogliere di roccia,

guarda soltanto lassù, in alto.

Io credo che alla fine

l’onda inghiotta marinaio e barca;

e questo, col suo canto,

la Loreley ha fatto.

2. Der Traurige (Il Triste) (1821): la natura impotente

Questo breve ma densissimo scritto lirico riprende un altro tema estetico cruciale nel Romanticismo: il presunto rapporto consolatorio tra una natura salvifica e un uomo spiritualmente abbattuto. In questo specifico caso, tuttavia, il paesaggio naturale fallisce nel curare il corpo stanco e l’anima ferita del poeta, il quale non riesce a trovare salvezza e sollievo nemmeno negli elementi a lui più cari e familiari. Risulta di grandissimo rilievo letterario la centralità assegnata al corpo fisico: il dolore provato dal protagonista non è astratto, passeggero e puramente concettuale, ma si fa tangibile, visibile a occhio nudo ed espresso fisiologicamente attraverso il sudore freddo della fronte. Questa è indubbiamente una delle poesie di Heinrich Heine più essenziali in assoluto, capace di contenere e riassumere in pochissime strofe tutto lo spietato stile lirico che lo caratterizzerà per il resto della vita.

Allen tut es weh im Herzen,

Die den bleichen Knaben sehn,

Dem die Leiden, dem die Schmerzen

Aufs Gesicht geschrieben stehn.

Mitleidvolle Lüfte fächeln

Kühlung seiner heißen Stirn;

Labung möcht ins Herz ihm lächeln

Manche sonst so spröde Dirn.

Aus dem wilden Lärm der Städter

Flüchtet er sich nach dem Wald.

Lustig rauschen dort die Blätter,

Lustger Vogelsang erschallt.

Doch der Sang verstummet balde,

Traurig rauschet Baum und Blatt,

Wenn der Traurige dem Walde

Langsam sich genähert hat.

A tutti fa male il cuore

vedendo il pallido fanciullo,

cui i patimenti, cui i dolori

stanno scritti sul volto.

Arie pietose ventilano

frescura sulla sua fronte ardente;

un ristoro vorrebbe sorridergli in cuore

più d’una fanciulla,

altrimenti così schiva.

Dal selvaggio fragore della città

egli fugge verso il bosco.

Lì stormiscono allegre le foglie,

risuona il gioioso canto degli uccelli.

Ma il canto ammutolisce presto,

tristi stormiscono albero e foglia,

quando colui che è triste al bosco

lentamente s’è avvicinato.

3. Zwei Brüder (Due Fratelli) (1817-1821): il teatro nelle poesie di Heine

Questa affascinante e suggestiva poesia funge concettualmente da specchio oscuro alla precedente Lorelei: Heine riprende qui abilmente le ambientazioni del mito romantico legato alle valli del fiume Reno, connotandolo però non più di luce e speranza fiabesca, ma di inquietante oscurità. Il castello isolato, così come la luna malinconicamente velata e la natura avvolta nelle tenebre, sono elementi tipicamente riconducibili alla narrativa gotica che qui fanno da sfondo scenografico al cruento e insensato conflitto armato tra due giovani fratelli, scatenato banalmente dalla morbosa gelosia d’amore per la stessa nobildonna. L’alone mistico e soprannaturale dell’intera vicenda è infine esaltato dalla maledetta ciclicità inesorabile del tempo: ogni singola volta, allo scoccare della mezzanotte, il duello etico e fisico tra i due si ripete all’infinito come un castigo eterno, ma l’esito finale rimane per sempre sconosciuto. Il registro verbale e l’impostazione stilistica di questo componimento richiamano inequivocabilmente il botta e risposta dei dialoghi tipici del teatro drammatico: sembra quasi, durante la lettura, di udire in sottofondo un cupo cantastorie su un palcoscenico di legno che narra, con foga e partecipazione, di una sanguinosa e dimenticata tragedia seicentesca.

Oben auf der Bergesspitze

Liegt das Schloß in Nacht gehüllt;

Doch im Tale leuchten Blitze,

Helle Schwerter klirren wild.

Das sind Brüder, die dort fechten

Grimmen Zweikampf, wutentbrannt.

Sprich, warum die Brüder rechten

Mit dem Schwerte in der Hand?

Gräfin Lauras Augenfunken

Zündeten den Brüderstreit.

Beide glühen liebestrunken

Für die adlig holde Maid.

Welchem aber von den beiden

Wendet sich ihr Herze zu?

Kein Ergrübeln kanns entscheiden —

Schwert heraus, entscheide du!

Und sie fechten kühn verwegen,

Hieb auf Hiebe niederkrachts.

Hütet euch, ihr wilden Degen,

Böses Blendwerk schleicht des Nachts.

Wehe! Wehe! blutge Brüder!

Wehe! Wehe! blutges Tal!

Beide Kämpfer stürzen nieder,

Einer in des andern Stahl. —

Viel Jahrhunderte verwehen,

Viel Geschlechter deckt das Grab;

Traurig von des Berges Höhen

Schaut das öde Schloß herab.

Aber nachts, im Talesgrunde,

Wandelts heimlich, wunderbar;

Wenn da kommt die zwölfte Stunde,

Kämpfet dort das Brüderpaar.

Lassù, sulla vetta del monte,

giace il castello avvolto nella notte;

ma nella valle brillano lampi,

chiare spade nitriscono selvagge.

Sono fratelli quelli che lì combattono

un feroce duello, infiammati d’ira.

Dì, perché i fratelli contendono

con la spada in pugno?

I lampi degli occhi della contessa Laura

hanno acceso la lite tra i fratelli.

Entrambi ardono ebbri d’amore

per la nobile, leggiadra fanciulla.

A quale però dei due

si volge il cuore di lei?

Nessun rimuginare può deciderlo —

fuori la spada, decidi tu!

E combattono audaci e temerari,

colpo su colpo precipita giù.

Guardatevi, o guerrieri selvaggi,

malvagi spettri s’aggirano di notte.

Ahimè! Ahimè! Fratelli insanguinati!

Ahimè! Ahimè! Valle insanguinata!

Entrambi i combattenti cadono a terra,

l’uno nell’acciaio dell’altro. —

Molti secoli svaniscono,

molte generazioni copre la tomba;

triste, dalle altezze del monte,

guarda in basso il castello deserto.

Ma di notte, nel fondo della valle,

vaga qualcosa di segreto e prodigioso;

quando giunge la dodicesima ora,

lì combatte la coppia di fratelli.

Oscillando sagacemente tra un viscerale amore per i paesaggi della natura e una forte e disincantata ironia, le poesie di Heinrich Heine definiscono alla perfezione un’epoca di ineluttabile incertezza e transizione intellettuale verso la modernità letteraria, fatta di grandi contraddizioni e rivoluzione artistica e sociale.

Fonte immagine in evidenza: Wikipedia.it

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