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Eroica Fenice

Christian Marclay a Londra

The Clock: la meravigliosa opera di Christian Marclay a Londra

Dal 14 settembre 2018 al 20 gennaio 2019 sarà possibile assistere alla video-installazione The Clock di Christian Marclay all’interno della Tate Gallery di Londra

Era dal 2012 che la Tate Gallery di Londra aveva nei suoi archivi una delle sei versioni di The Clock di Christian Marclay, ma è solo dal 14 settembre 2018 che i visitatori possono ammirarla nella capitale inglese e gratuitamente.

Fino al 20 gennaio 2019, infatti, la video-istallazione dell’artista statunitense, premiato come miglior artista alla Biennale Arte di Venezia con il premio Leone d’Oro nel 2011, sarà visibile presso la prestigiosa galleria, dopo aver affascinato il pubblico mondiale di Mosca, New York e Parigi. Ma i visitatori dovranno mettersi comodi e magari portare con sé un cuscino. Sia chiaro: non per schiacciare un pisolino durante la proiezione di oltre 12.000 piani-sequenza di filmati incentrati sul tema del tempo e del suo inesorabile trascorrere. Bensì per la notevole durata del video di ben 24 ore.

Ideato nel 2005 quando l’artista ha dichiarato di aver avuto l’idea (che conservò per sé per circa 2 anni quando ricevette finanziamenti di 100mila dollari dalla White Cube Gallery di Londra e dalla Paula Cooper Gallery di New York), e realizzato grazie alla collaborazione di sei tecnici in tre anni di lavoro, il video prodotto da Marclay, ricercatore di sound e remix, è un vero e proprio orologio multimediale.

Quando, infatti, lo spettatore vede comparire sullo schermo un orario in orologi di vecchia data, in campanili, sulle sveglie o segnato dallo scoccare di una lancetta, ebbene questo orario corrisponde allo stesso segnato sull’orologio dello spettatore stesso.

Christian Marclay è visibile anche in speciali proiezioni

«A volte la sera vengo qui anche se non devo regolare gli orologi, solo per guardare la città. Mi piace immaginare che il mondo sia un unico grande meccanismo. Sai, le macchine non hanno pezzi in più. Hanno esattamente il numero e il tipo di pezzi che servono. Così io penso che se il mondo è una grande macchina, io devo essere qui per qualche motivo. E anche tu». (Da “La straordinaria invenzione di Hugo Cabret” di Brian Selznick)

Acquistato anche dal Centre Pompidou di Parigi e all’Israel Museum di Gerusalemme, l’opera d’arte contemporanea è visionabile non solo durante gli orari della Tate Gallery, ma anche in speciali proiezioni notturne della durata di 24 ore previste per il 6 ottobre, il 3 novembre e il 1 dicembre. Il fascino di questa video- istallazione risiede proprio nella durata e nella straordinaria passeggiata nel tempo (letteralmente) nella storia della cinematografia internazionale. Tratti da un numero imprecisato di film, di spot pubblicitari e immagini televisive, gli spezzoni, contenenti numerosi riferimenti orari o in cui sono visibili orologi che indicano ore precise, in centinaia di inquadrature e sequenze, contribuiscono a creare un racconto che dura un’intera giornata e, nonostante la provenienza diversa per genere (si va dai western ai thriller e alle saghe di fantascienza), epoca, stile, regia, recitazione, ambientazione e luci plasmano un prodotto unitario e certamente accattivante.

Non solo per i cinefili e gli amanti della storia del cinema, ma anche per quanti sono attratti dall’innovativo processo di ricostruzione e costruzione di materiali cinematografici (e non solo) operato dall’artista visuale e non certamente ignoto proprio a lui, Christian Marclay, che già nel 1995 aveva realizzato Telephones, montando una serie di sequenze di conversazioni telefoniche in modo del tutto arbitrario. Tale metodo consente al compositore di dimostrare quanto un puzzle di scene e sequenze visive e sonore “di scarto” e poco rilevanti in quei molteplici lungometraggi da cui sono tratte, possa formare un prodotto nuovo, in cui all’apparente noia del susseguirsi di immagini di lancette, di tic tac, di orologi a cucù e da polso, di sveglie e di meridiane, si sostituisce la curiosità e l’attraente potere del cinema. Il potere, quindi, di un linguaggio, quello cinematografico, che è universale e dalla forte capacità comunicativa ed espressiva, che va oltre la – a volte – (ri)stretta logica di un susseguirsi regolare e causale di immagini, suoni, personaggi, vicende, storie.

The Clock è, dunque, la celebrazione non solo del concetto di Tempo, ma anche del cinema, dotato della grande e complessa magia di condurre chi è seduto in sala in un mondo parallelo in cui il flusso del tempo scorre– inesorabilmente è vero- ma lungo il velo irreale e spesso da sollevare, della narrazione e dell’anima di chi si nasconde dietro di esso.

«Tutto ciò che si può fare è guardare e ascoltare. Ci si dimentica dove si è seduti. (…) Il mondo esterno svanisce quando lo sguardo sonda lo schermo. Importa che film si sta guardando? Forse. Una cosa che tutti i film hanno in comune è il potere di portare la percezione da un’altra parte». (Robert Irving Smithson in A cinematic AtopiaArtforum)

 

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