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Eroica Fenice

Culturalmente

Kintsugi: l’arte giapponese della riparazione

Kintsugi: l’arte giapponese della riparazione con l’oro che abbraccia le crepe della ceramica Il kintsugi o kintsukuroi è un’espressione giapponese che letteralmente significa “riparare con l’oro (kin)”: questo, che può impegnare gli artigiani anche per mesi, consiste nell’uso dell’oro o di una specifica pittura a base di polvere d’oro per riempire le crepe createsi nella rottura di un oggetto in ceramica, poi fatto essiccare. Il collante usato è la lacca urushi, ricavata dalla pianta Rhus  verniciflua, nota già nel periodo Jomon circa 5.000 anni fa per la fabbricazione di armi per la caccia. Questa tecnica sembra non solo favorire il riutilizzo di quell’oggetto, ora riparato e impreziosito dal costoso materiale, ma anche costituire la base di una riflessione e di una simbologia che oltrepassano il semplice ‘bricolage’. «C’è una crepa in ogni cosa, è così che entra la luce». (L. Cohen, Anthem 1992) Ogni ciotola, vaso, brocca, piatto di ceramica si riveste ora di tantissime, casuali e irregolari venature di luce dorata che attraversano l’oggetto, lo abbracciano, rendendolo unico per la diversità con cui ciascuno si crepa. Ogni fessura simboleggia una caduta, il penetrare di un sospetto, una difficoltà, un sentimento rotto dal dubbio, un pensiero doloroso, una lacrima. Eppure da ogni ferita dell’anima, in ogni imperfezione, può nascere la perfezione dell’essere umano, con le sue fragilità e con i suoi (inaccettati) limiti. L’arte del kintsugi diviene simbolo di resilienza. Secondo la tradizione, questa tecnica sarebbe nata nel XV secolo quando lo shogun di Ashikaga, Ashikaga Yoshimasa, avendo rotto la propria tazza da tè preferita, avrebbe inviato in Cina l’oggetto che con il metallo proposto come collante, avrebbe assunto un aspetto davvero poco elegante. Per questo motivo, Ashikaga Yoshimasa ne affidò la riparazione ad alcuni ceramisti giapponesi che la restituirono al facoltoso proprietario con le crepe riempite di oro. Sia la leggenda che la metafora sottese al kintsugi offrono un importante spunto di riflessione: non si devono rinnegare i propri fallimenti e le proprie sconfitte, ma provare a rielaborarle in positivo, mettendone in evidenza gli insegnamenti e riconoscendone le cause. Nel tentativo di recuperare quanto “si è rotto”, i risultati possono apparire imprecisi, esteticamente poco apprezzabili e da rigettare, ma sono proprio quelle anime rotte, ferite e spesso medicate in modo apparentemente poco rigoroso, a fare delle tazze sbeccate, le più preziose del servizio da tè. «Proprio come un oggetto rotto viene aggiustato con cura attraverso la pratica del kintsugi, anche voi meritate di essere ricostruiti con l’oro. Scegliendo di aggiustare cosa è danneggiato, non solo ne riconosciamo il valore, ma sviluppiamo un attaccamento ancora più forte nei suoi confronti. Decidendo di riprendere in mano la nostra vita nonostante i dolori che ci hanno spezzati significa farci un dono immenso: l’autostima». Céline Santini, autrice del libro Kintsugi, ed. Rizzoli Nella tecnica del kintsugi sono fondamentali alcune tappe, le stesse che ciascuno deve seguire così da superare la propria rottura e rinascere come oggetto nuovo, e prezioso. Superata la fase della rottura (dunque anche interiore dopo una sconfitta o un insuccesso), bisogna raccogliere (letteralmente) tutti i […]

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Cucina e Salute

Aloe: la pianta verde del benessere e dell’ “immortalità”

Aloe: tutti i benefici e le proprietà curative della pianta verde del benessere e dell’ “immortalità” È soprattutto nella stagione estiva che spesso si sente nominare l’aloe, nota ai più per i suoi effetti lenitivi (se si pensa alle creme doposole, ad esempio) e depurativi (nelle acque associate a diete ipocaloriche). «… le foglie assomigliavano a foderi di coltelli». (da una tavoletta ritrovata a Nippur, databile al 2000 a. C.) L’aloe è una pianta succulenta della famiglia delle Aloeaceae– di cui esistono tantissime specie (più di 250!)- che si presenta come un arbusto con un’altezza fino ad un metro (2 m nella varietà ferox, 4 m nella arborescens) foglie molto spesse e lunghe 40-60 cm con la punta pungente (raggruppate in rosette nell’aloe ferox), e infiorescenze di solito di colore giallo o rosso (o arancione come in quella ferox). Originaria della penisola arabica (ma la varietà ferox è originaria del Sudafrica, arborescens dell’Africa australe), l’aloe predilige un clima secco e caldo, infatti è ampiamente coltivata in Repubblica Dominicana e Messico, in America anche se, in Europa, da Italia, Spagna, Francia, Grecia oggi è uno dei prodotti più esportati. Secondo alcuni studi farmaceutici, è soprattutto l’aloe vera a presentare molte proprietà curative: conosciuta fin dagli egizi, nel papiro Ebers (databile al 1550 a. C.), l’aloe, la “pianta dell’immortalità”, era usata nei preparati per l’imbalsamazione (nella Bibbia, negli unguenti per i rituali di sepoltura), per l’igiene del corpo e come cicatrizzante. Oggi, l’aloe vera, studiata in modo sistematico dal 1959 dal farmacista texano Bill Coats, è nota oltre che per le sue proprietà rigeneranti e proteolitiche, già scoperte nell’antichità, anche perché è un valido antinfiammatorio, analgesico, idratante degli strati più profondi della pelle anche ustionati, e lenitivo. Inoltre ostacola la crescita di funghi, virus e batteri e sulle ferite favorisce il processo emostatico, alleviando il dolore anche in caso di ematomi, allergie o punture di insetto. Nella parte periferica della foglia di aloe è presente, tuttavia, l’aloina, potente lassativo e distruttore delle pareti del colon, dopo lunga assunzione. Anche la varietà arborescens ha effetti lassativi e ne è sconsigliato l’uso a chi soffre di problemi intestinali perché le sostanze in essa contenuta possono danneggiare le pareti dell’organo, e ai diabetici in cura con l’insulina dal momento che l’aloe abbassa l’indice glicemico. Fra i benefici più interessanti dell’aloe, però, c’è sicuramente quello disintossicante, dal momento che estratti e succhi a base di aloe aiutano la disintossicazione del corpo dalle tossine, favorendo una naturale regolarità e purificazione dell’organismo, grazie alla stimolazione dell’attività epatica. L’aloe può essere usata come gel estratto dalla pianta, in cui vi è lo zucchero acemannano con proprietà immuno-stimolanti da usare nella riparazione dei tessuti (anche contro l’acne), e come succo ricco di sali minerali, vitamine (fra cui A, C e la rara B12) e aminoacidi, gastro-protettivo, digestivo (riduce anche l’acidità di stomaco), depurativo e utile contro la caduta e per la brillantezza dei capelli. Acqua all’aloe vera detox: ricetta Nota anche per l’azione antiossidante dei sali minerali che contrastano l’invecchiamento cellulare, l’aloe è un’alleata […]

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Cucina e Salute

Taralli sugna e pepe, lo street food campano

Taralli sugna e pepe, curiosità e storia   Ormai i napoletani lo sanno: ad ogni angolo di strada aprono sempre più spesso friggitorie e negozi che vendono kebab, patatine fritte e dolci americani. Ma per quanto i gusti cambino, un classico dello street food napoletano resta lui e non c’è novità che tenga. Il tarallo sugna e pepe, accompagnato da una birra, costituisce lo “snack” preferito di tutti. Il tarallo, prodotto nelle regioni Campania, Puglia, Basilicata, Sicilia e Calabria, è stato inserito nella lista dei prodotti agroalimentari tradizionali italiani (P.A.T) del Ministero delle Politiche Agricole, Alimentari e Forestali (MiPAAF). Questo prodotto da forno porta un nome dall’origine ancora sconosciuta: alcuni sostengono che la parola tarallo derivi dal verbo latino torrere (“abbrustolire”) o dal francese toral (“essiccatoio”), che rimanderebbero alla tostatura che lo rende croccante. Pensando alla sua forma rotonda, altri ne riconducono l’origine all’italico tar (“avvolgere”) o al francese antico danal, (ovvero pain rond, “pane rotondo”); anche se molti ritengono che il nome derivi dal greco daratos che indicherebbe “sorta di pane”. Taralli sugna e pepe: il cibo dei poveri Questo prodotto da forno, soprattutto nella città di Napoli, pare abbia avuto una diffusione molto antica che va ricondotta al XVIII secolo, quando il popolo partenopeo che abitava nelle zone più povere dei ‘fondaci’, presso il porto, affamato e indigente, ne consumava in gran quantità. Matilde Serao, ne Il Ventre di Napoli, descrive proprio le botteghe dei panettieri del porto, dove i fornai utilizzavano anche lo sfriddo, ovvero gli stralci di pasta lievitata avanzati, cui davano la forma rotonda del tarallo classico. A questi aggiungevano la ‘nzogna (sugna, “il grasso dei poveri”), che riduceva la fame e conferiva friabilità al prodotto, e il pepe, che aumentava la sete. Secondo la tradizione, si inzuppavano nell’acqua di mare o addirittura quest’ultima la si aggiungeva nella preparazione dei taralli, e in una canzone del 1920 di Ernesto Murolo e Ernesto Tagliaferri, Napule ca se ne va una strofa celebra questa abitudine: ‘E ffigliole, pe sottaviento,/ mo se fanno na zuppetella/ cu ‘e taralle ‘int’a ll’acqua ‘e mare./ L’acqua smòppeta, fragne e pare/ ca ‘e mmanelle so’ tutte argiento (Le ragazze, sottovento,/ ora si fanno una zuppetta/ con i taralli nell’acqua di mare./ L’acqua smossa, si infrange e sembra/ che le manine siano tutte d’argento). Le mandorle, altro ingrediente base del famoso tarallo, pare siano state aggiunte solo nell’Ottocento, quando cominciarono a divenire famosi anche i chioschi sul lungomare di Mergellina, fra i quali si fermavano anche gli aristocratici che apprezzarono dall’inizio questa delizia “popolare”. Ogni “tarallaro“, venditore di taralli, portava i suoi taralli caldi in un cestino di vimini sulle spalle (‘a sporta, oggi protagonista delle espressioni “me pare ‘a sporta do’ tarallaro!”, per indicare una persona che non ha voce in capitolo in molte situazioni), e, gridando “taralle, taralle cavere!”, vendeva il suo tesoro, mantenuto caldo da una coperta, ai passanti che gli andavano incontro. Fino ai primi anni ’80 girava per Napoli l’ultimo tarallaro, Fortunato, la cui voce echeggiava per le strade: “Furtunat’ tene a […]

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Culturalmente

Arriva Milla! Sport e disabilità in un nuovo fumetto inclusivo

Arriva Milla! Sport e disabilità nel nuovo fumetto firmato Baldoni per Sportfund Promosso dalla onlus bolognese “fondazione per lo sport Sportfund”, Arriva Milla! è un progetto inclusivo per accendere i riflettori sullo sport e sul mondo della disabilità. In questi giorni in particolare, nei quali c’è grande apprensione per l’atleta paraolimpico Alex Zanardi ricoverato a Siena e da poco di nuovo operato al cervello dopo il grave incidente subito, scrivere di sport e di inclusione sembra essere fondamentale soprattutto per i giovani. Costituita nel dicembre 2016 grazie ad Alberto Benchimol, Sportfund ha avviato numerosi progetti cui hanno partecipato quasi 3000 persone fra cui 1523 con disagio sociale o disabili (definiti tali dopo la Convenzione ONU del 24/02/2009), volontari, e formando più di 100 tecnici sportivi. Presieduta oggi da Carla Zauli, la fondazione comprende istruttori di mountain bike, sci, arrampicata, e nordic walking, avvocati, psicologi e psicoterapeuti, guide alpine specializzate in accompagnamento di persone con disabilità, psicomotricisti, architetti e paesaggisti esperti in progettazione inclusiva di aree alpine, educatori professionali sanitari. Il progetto Arriva Milla! è nato anche per far conoscere questa bellissima realtà promotrice di attività sportive gratuite dedicate a bambini disabili. Sul sito della fondazione si legge, inoltre, che «la speranza è che anche i genitori possano trarre ispirazione e indicazioni per ampliare le opportunità per i loro piccoli combattenti». Infatti, dopo la chiusura delle scuole e dei centri didattici anche pomeridiani, in uno studio condotto su bambini dai 0 ai 10 anni con disturbi di linguaggio e disabilità intellettiva, dell’apprendimento, con deficit motori e dello spettro autistico, sono stati rilevati incrementi significativi di alcuni “comportamenti problema”, aumenti di “comportamenti ritiro”, ansiosi- depressivi, di attenzione e aggressivi. I genitori hanno dichiarato di essersi sentiti maggiormente sopraffatti nel proprio ruolo e sebbene abbiano riscontrato emozioni positive e dimostrato resilienza, anche grazie alle risorse sociali a disposizione, per il 50 % hanno segnalato di aver avuto bisogno di supporto non solo negli ambiti didattici e educativi, ma anche riabilitativi. Con l’apertura, dunque, dei centri estivi e diurni per disabili, la situazione sembra stia gradualmente migliorando, e lo sport rappresenta sempre un’ «occasione irrinunciabile di inclusione sociale». Milla: quando lo sport è occasione di riscatto Arriva Milla! ha come protagonista una bambina di 5 anni e mezzo che ha subito l’amputazione alla gamba sinistra di cui porta una protesi. «Mamma, che significa disabile?»: la piccola Milla vive la sua condizione “normalmente”, ignara dei pregiudizi, delle definizioni e dei luoghi comuni dettati dall’ignoranza e relativi alla sua disabilità. Ironica e con uno spiccato senso della giustizia, mette spesso in difficoltà genitori e altri adulti con domande mai banali che Heinz von Foerster avrebbe definito legittime (con risposte ignote su un sapere noto), e che mettono in evidenza contraddizioni e  credenze semplicistiche della società moderna. Con il suo inseparabile unicorno, Milla incarna una bambina che vive serenamente, amante della natura e dello sport, pur non interpretando l’esperienza come una favola, ma come reale possibilità di riscatto. I testi, i soggetti e le sceneggiature di Alberto […]

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Culturalmente

Gli azulejos e l’anima del Portogallo

Gli azulejos: piccole piastrelle di colore bianco e azzurro, simbolo del Portogallo L’azulejo è una piastrella in ceramica tipicamente portoghese con la superficie smaltata dipinta nei colori bianco e azzurro (anche se può essere anche colorata in rosso, giallo e verde). Il termine “azulejo” deriva dall’arabo az-zulaiŷ (zellij) che indica una pietra levigata. Tradizionalmente è di forma quadrata (il lato misura circa 12 cm), ma può assumere anche diverse altre forme, soprattutto sulle facciate degli edifici portoghesi e in particolare di Lisbona. Gli antenati degli azulejos possono essere considerati gli alicatados spagnoli, anch’essi introdotti nella penisola iberica dagli Arabi. Infatti già dal XIII secolo, soprattutto nel sud della Spagna, si producevano piastrelle smaltate policrome, gli alicatados appunto, grazie alla lavorazione influenzata dalla particolare tecnica introdotta dai vasai musulmani. La manifattura di queste piastrelle, costosa e difficilmente realizzabile, richiedeva e ancora oggi richiede molto tempo agli artigiani locali che ne realizza(va)no solo per le facciate di sontuosi edifici (come il Palacio Nacional de Sintra), insieme a pannelli in locali interni: le forme sono geometriche, rettangolari, quadrate o a stella con motivi floreali e perfino “a punta di diamante” (a Lisbona sono al n. 88 di Rua de São João da Praça). Usando una sorta di stampo in ottone e in ferro, i ceramisti portoghesi riuscirono a realizzare molti più elementi decorativi e in minor tempo, rendendo la produzione degli azulejos più ampia e diffondendo presto tutti i segreti dell’antica lavorazione araba intorno al XV secolo. Nella tecnica a cuerda seca, dopo aver “ritagliato” anche lastre di argilla fresca a forma quadrangolare, i ceramisti imprimevano il disegno, sulla piastrella di prima cottura, con una estampilha (carta bucherellata) sopra la quale spolveravano il pigmento scuro. Ottenuta una linea di punti vicini, rifinivano i motivi decorativi sulla superficie delle stesse con un pennello con tinta nera mista a olio di lino (o grasso), così da evitare che nell’esecuzione e nella prima cottura della piastrella si mischiassero i colori. Per ovviare al doppio lavoro che preservava il disegno nella prima cottura, gli artigiani idearono una sorta di sagoma in legno che ne contornava il disegno ma che rilasciava alcuni “segni” sulla piastrella detti solchi (tecnica a cuerda seca con solchi o cuenca). Tra il XV e il XVI, accanto ai disegni geometrici, compaiono anche i primi disegni zoomorfi e floreali di ispirazione rinascimentale, italiana e connessa ai motivi rinvenibili sulle maioliche diffuse nel Mediterraneo. Oggi la lavorazione risente molto dell’influenza della lavorazione della maiolica italiana ed è possibile ripercorrere la storia della lavorazione e della scelta dei motivi decorativi più ricorrenti, visitando ad esempio il Museu Nacional do Azulejo a Lisbona, sito in Rua Madre de Deus 4, un ex convento fondato nel 1509 in stile manuelino, sede di uno straordinario museo sui 500 anni di storia del noto azulejo. Dalla Grande Veduta attribuita a Gabriel de Barco al 2° piano del palazzo, dipinta su un grande pannello in azulejos che mostra la città prima del terremoto del 1755, ai pannelli in ceramica raffiguranti la vita di […]

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Culturalmente

Desserto: quando cambiando pelle si sceglie la sostenibilità

Desserto: il primo brand che sfrutta le foglie di cactus per produrre pelle vegan  Adrián López Velarde e Marte Cazárez sono due giovani messicani originari di Guadalajara, che nel 2017 hanno lasciato i rispettivi lavori e hanno fondato una piccola impresa sostenibile, Desserto. Desserto è un brand che sfrutta le foglie di cactus per produrre pelle vegan, ma soprattutto priva di materiali sintetici e quindi plastic- free. Ricavata dalla pianta dei fichi d’India (Nopal), la pelle prodotta da Desserto è piuttosto resistente e, nonostante le iniziali rimostranze mosse ai due artigiani (e 2 anni di lavoro), Velarde e Cazárez hanno presentato nello scorso ottobre la propria creazione a livello internazionale a Lineapelle, una delle fiere più importanti nella novità in fatto di pelle. “Se il fico d’India è buono per la pelle, perché non usarlo per creare la pelle?” Biodegradabile, economica (solo 25 dollari al metro), eco- sostenibile e di buona qualità, la pelle ricavata dai cactus, simbolo della loro terra di origine, ha proprio tutte le caratteristiche per essere considerata a tutti gli effetti un materiale naturale versatile non solo nell’abbigliamento e negli accessori (come cinture o borse), ma anche nell’automotive (interni di auto) nell’arredamento, come nel caso di librerie o di poltrone. Sostituendo la pelle sintetica come quella in pvc, i cui processi di produzione sono inquinanti tanto quanto i processi di smaltimento (non essendo questa un materiale biodegradabile), la pelle di Desserto è anche contro lo spreco di acqua, dal momento che le piante da cui è ricavato il materiale necessitano di poca innaffiatura. E non si deve dimenticare che anche per la pelle di origine animale è necessaria moltissima quantità di acqua non solo per il nutrimento degli animali da cui si ricava la pelle, ma anche nel processo di concia. Questa intraprendente attività contribuisce inoltre a creare un sano aumento di lavoro, essendo coinvolti non solo agricoltori ma anche artigiani e lavoratori di queste robuste foglie, di provenienza messicana: in questo modo si accorcia anche la filiera di produzione, e si realizza un prodotto locale grazie a lavoratori locali, che beneficiano della vendita del materiale a case di moda, automobilistiche e di design di interni. Infatti, nello stato di Zacatecas sono coltivate le piante di Nopal fra le cui foglie i due imprenditori scelgono le foglie più robuste e mature che poi vengono tagliate, schiacciate, triturate e essiccate al sole per 3 giorni. In seguito inizia il processo (brevettato) di lavorazione delle foglie che assumono una consistenza morbida, ma traspirante, anche grazie agli additivi chimici ma non tossici e che possono anche essere colorate naturalmente. Il materiale, che dura 10 anni, non richiede una particolare manutenzione e lo scopo della vendita della materia prima è quello di sensibilizzare il mondo della moda e dell’industria dei tessuti, seconda per inquinamento, all’uso di materiali ecologici e al rispetto dell’ambiente. In un momento storico, in cui anche l’industria della moda sta abbracciando la sostenibilità e il pensiero etico soprattutto nel processo di produzione nel quale spesso sono usate […]

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Culturalmente

Beatrix Potter e il favoloso mondo di Peter Rabbit

Scrivere del “favoloso mondo” di Beatrix Potter non significa soltanto riferirsi a un mondo abitato da discoli coniglietti, buffe rane, ricci occhialuti e ochette con cappellini azzurri. I racconti favolosi (dal latino fabula, “breve racconto”) dell’autrice inglese, nati spesso dietro richieste specifiche per piccoli lettori o per ispirazione personale, erano presenti in lettere, appunti, parole scritte al margine di un quaderno oppure narrati con immagini e schizzi preparatori. Sotteso alla letteratura di Beatrix c’è un inesauribile bisogno di narrare, di scrivere, di comunicare. Tale narrazione nasce dalla semplice osservazione dell’ambiente in cui ella viveva e da quanto le accadeva. Non tutti sanno, ad esempio, che Beatrix fu anche una talentuosa naturalista e studiosa di funghi (disegnò le spore osservate al microscopio nel centro di ricerca botanica Kew Gardens) e che il suo studio accuratamente illustrato sulla germinazione dei funghi non venne mai considerato dalla Linnean Society perché scritto da una donna. Beatrix Potter: fra acquerelli e coniglietti dal cappottino blu Nata nel 1866 a Londra da famiglia benestante, Helen Beatrix Potter amò fin da piccola il disegno e la pittura e fu incoraggiata dai genitori, in particolare dal padre, grande frequentatore di gallerie d’arte, a coltivare il proprio talento artistico, anche grazie a un’insegnante privata che la fece esercitare nel disegno a mano libera, nella prospettiva e negli acquerelli. All’età di circa 6-7 anni, Beatrix cominciò a dedicarsi alla pittura dei fiori e dei piccoli animali del giardino (ad esempio ricci e coniglietti) e a riprodurre le illustrazioni dei libri come quelle di John Tenniel di Alice nel Paese delle Meraviglie, regalatole dal padre. Quando a 18 anni la nuova governante, Annie, di poco più grande di lei, si sposò, Beatrix continuò a disegnare e a dipingere studiando da autodidatta, allegando alle lettere che esse si scambiavano moltissime illustrazioni che la stessa amica le consigliò di trasformare in libri per bambini. Fu proprio a Noel, figlio maggiore di Annie, spesso malato, che Beatrix raccontò una storia di quattro piccoli coniglietti: le deliziose Flopsy, Mopsy, Cotton Tail e il dispettoso Peter (nelle fattezze simile al suo coniglietto). Dalle lettere indirizzate a Annie e al figlio, nacque il primo libro per bambini di Beatrix Potter, The Tale of Peter Rabbit, stampato in 250 copie a spese dell’autrice nel 1902. Pubblicato a colori dalla casa editrice Frederick Warne & Company, era di piccole dimensioni e costava solo 1 scellino. Il libro, dal linguaggio non molto semplice, aveva come protagonisti i quattro coniglietti della storia narrata al figlio di Annie. Quando un giorno mamma coniglio decide di allontanarsi per fare provviste, raccomandando di non avvicinarsi al giardino di Mr McGregor che aveva già mangiato papà coniglio, Peter disobbedisce e, da bravo ingordo di carote, fugge nel giardino proibito. Scoperto e inseguito dal padrone di casa perde i suoi abiti e, punito da mamma coniglio, andrà a letto dopo aver cenato solo con un cucchiaio di camomilla. «Andate pure nei campi o lungo il sentiero- dice mamma coniglia a Peter e ai suoi fratellini- ma […]

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Cinema e Serie tv

Taxi Teheran: una corsa per la libertà

Taxi Teheran di Jafar Panahi, disponibile su Chili, è interamente girato all’interno di un taxi che percorre le strade della capitale iraniana. Condannato dal governo iraniano nel 2010, che lo accusava di aver diffuso propaganda anti- islamica, a venti anni di silenzio in libertà sotto cauzione («a esprimersi in opere d’ingegno artistico ed intellettuale») pena la detenzione per sei anni, il regista è riuscito già a girarne due (This is not a film, 2012 e Closed Curtain, 2013) prima di questo neorealista viaggio tra le strade della sua città. Aggirando ancora una volta controlli e censure del proprio paese, Panahi decide di mettersi al volante di uno sgangherato taxi sul cui cruscotto è istallata una piccola telecamera che ritrae i diversi “clienti” che salgono per brevi tratti sulla vettura gialla che, come vuole il costume iraniano, possono viaggiare insieme e fermarsi lungo la strada. Gli spettatori del film, seduti nell’auto insieme a Panahi regista e attore (con conseguenti brusche frenate e passaggi in gallerie poco illuminate), assistono alle più diverse e vivaci discussioni sulla società nella quale vivono i passeggeri che si avvicendano nel giro della città. Taxi Teheran racconta la capitale iraniana Solo alcuni clienti sanno del progetto cinematografico del regista, tanto che un borseggiatore che discute con una maestra di asilo sull’applicazione delle pene capitali agli scippatori e ai ladri, parlando di una recente impiccagione di due giovani ladri, pensa si tratti di un antifurto. Tra i clienti che salgono a bordo di questo “set su 4 ruote”, due signore con una vaschetta con due pesci (la citazione è del film dello stesso Panahi The White Baloon) che, inevitabilmente, a causa di una buca cadono nell’auto con disappunto delle clienti anziane che danno dell’incompetente al tassista-per-un-giorno costretto a riporli in una busta di plastica. Mentre l’auto ha come unico passeggero il venditore nano di dvd pirata Omid (uno dei pochi a sapere della telecamera), viene caricato anche un ferito in un incidente motociclistico che, pensando di essere vicino alla morte, si fa registrare con il cellulare di Panahi, mentre fa testamento altrimenti, dice, «a mia moglie spetterebbero solo un paio di tacchini». La sosta successiva a quella imprevista dell’ospedale ci porta in un quartiere altolocato dove un giovane studente di cinema della facoltà di arte acquista i dvd pirata di film proibiti in Iran, dietro suggerimenti dello stesso “autista”. Ma Panahi decide di affidare la spiegazione sulla censura del cinema alla nipotina Hana, che a scuola deve preparare un cortometraggio che rispetti le regole auree della produzione islamica e che quindi sia diffondibile (questo di Panahi non lo è, infatti non ha titoli di coda). Tra queste regole vi è quella per cui il personaggio positivo non deve avere nomi persiani e non deve indossare la cravatta, e quella legata al carattere non disdicevole del racconto: l’aver filmato un bambino povero che raccoglie 50 toman cadute ad uno sposo prima di salire in auto con la futura moglie non permette di usare quelle immagini, con grande disappunto della bambina, che […]

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Cucina e Salute

Sfogliatella napoletana: storia e ricetta

Sfogliatella napoletana, un dolce emblema di una città intera La sfogliatella napoletana… che delizia! «Napule tre cose tene belle: ‘o mare, o’ Vesuvio e e’ sfugliatelle». La sfogliatella, dolce tipicamente campano dal cuore morbido, è presente nelle vetrine delle migliori pasticcerie ed è preparato sia in pasta sfoglia che in pasta frolla. Se è in pasta sfoglia la sfogliatella è detta riccia sia perché la pasta crea delle piccole pieghe sia perché in bocca dona al degustatore un scricchiolio simile a quello prodotto da una carta arricciata e accartocciata. Se, invece, è in pasta frolla, allora la sfogliatella è detta frolla ed è rotonda, bella compatta e lucida ma ha sempre un delizioso ripieno alla ricotta. Secondo la tradizione culinaria campana, la sfogliatella risale al XVIII secolo (altri retrodatano la nascita del dolce al XVII secolo); sarebbe nata in un ambiente monastico, nel convento di clausura di Santa Rosa da Lima fra Furore e Conca dei Marini, sulla costiera amalfitana, grazie a una suora molto creativa. La leggenda, infatti, vuole che, essendo un giorno avanzata un pochino di pasta di semola cotta nel latte, la monaca, per non gettarla via, vi avrebbe aggiunto frutta secca e l’avrebbe dolcificata con zucchero e limoncello (famosissimi i limoni della costiera e celebre il liquore ricavato da essi!), creando un impasto, che avrebbe rivestito con un cappuccio (che richiamava quello di un monaco) di pasta sfoglia, sporco di vino bianco e strutto. Così sarebbe nata l’antenata della sfogliatella, chiamata dagli abitanti locali con il nome della santa cui era dedicato il convento, Santa Rosa. I contadini potevano gustare questo nuovo dolce a patto di lasciare qualche moneta quando ritiravano le Santa Rosa nella ruota all’ingresso del monastero, unico strumento di comunicazione con l’esterno delle suore che, altrimenti, vivevano del proprio orto e della preghiera. Ma nel 1818 un oste napoletano, Pasquale Pintauro, riuscì ad entrare in possesso della ricetta tenuta segreta dalle monache, chiamando il nuovo dolce, ora dalle vesti più arricciate e con nuovi ingredienti, sfogliatella. Pintauro possedeva un’osteria in via Toledo, proprio di fronte a Santa Brigida (la bottega esiste ancora nonostante abbia cambiato gestione) che, dopo questa fortunata scoperta, si trasformò in un laboratorio dolciario, mentre il suo proprietario scoprì (è proprio il caso di dirlo!) la propria vocazione di pasticcere. Eliminando la crema pasticciera e l’amarena della versione tradizionale (secondo la simbologia numerica cristiana le sette amarene che guarnivano l’attuale Santa Rosa rinviavano alla perfezione e all’eternità), il pasticcere le diede la classica forma a conchiglia, che si alterna, insieme a quella rotondeggiante della sfogliatella frolla, nella produzione dei laboratori più antichi della città (fra cui Attanasio, a vico Ferrovia, fondato il 4 ottobre 1930 da Vincenzo e dalla moglie Carmela Fabbrocino). Questo dolce, oggi apprezzato anche nelle zone abruzzesi (detto in dialetto teramano: la sfujatèlla) dove viene preparato soprattutto nel periodo natalizio (ripiena di marmellata d’uva, cacao in polvere, mandorle tritate, zucchero e cannella), ha partorito anche altre varianti come la coda d’aragosta, dalla forma più allungata e dal ripieno goloso di […]

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Culturalmente

Pierre Dulaine, fermare l’odio attraverso il ballo

Pierre Dulaine, storia di una fantastica vita –   Nel film del 2006 Ti va di ballare? , diretto da Liz Friedlander, Antonio Banderas interpretava il ballerino di sala palestinese Pierre Dulaine, oggi settantaseienne, istruttore di danza in una scuola privata statunitense, che decide di insegnare ballo agli studenti di una scuola disagiata. I ragazzi, abituati a ballare in strada inventando passi acrobatici e dal sapore hip hop, inizialmente non sono attirati dalla sua disciplina così precisa e rigorosa. Ma il maestro Dulaine, alla cui storia vera è ispirato il film, riesce a far amare a questi ragazzi così problematici il ballo, mescolando lo stile elegante di balli come tango e quick step, quello sensuale dei balli da strada. Un mix esplosivo che oltrepassa le diffidenze iniziali legate alla cultura diversa, alla storia più o meno tormentata di ciascun protagonista, alle differenze sociali. Ideatore nel 1994 delle Dancing classroom, ovvero delle “classi danzanti”, in cui i maestri si ripropongono di insegnare il ballo ai ragazzi più indigenti di New York (per il New York City Department of Education), progetto che attualmente Dulaine ha allargato a più di 100 scuole americane, il ballerino palestinese ha cercato, con una serie di progetti, di coinvolgere ragazzi di ogni età e condizione sociale al fine di far crescere in essi la passione innata per il ballo. Il Metodo di Pierre Dulaine dalle scuole internazionali alla città palestinese di Jaffa Egli, infatti, ha ideato anche il “Metodo Dulaine” (Dulaine Method) con il quale cerca di incoraggiare bambini e ragazzi a ballare insieme. Dopo una lunga carriera e molti viaggi, che lo hanno portato da Londra (dove lavorò al London Hippodrome, per poi formarsi, in coppia con Yvonne Marceau, con  John DelRoy ), a Nairobi (al Nairobi Casino con la parigina Bluebell Troupe), a New York (lavorò all’Arthur Murray Studio e fu co-fondatore con Otto Cappel dell’American Ballroom Theater Company), nel 2011 Pierre Dulaine ha deciso di ritornare nella città di origine di Jaffa, a pochi chilometri da Tel Aviv. E da quell’anno porta avanti il proprio metodo didattico, proprio lì dove è iniziata la sua passione per il ballo all’età di 14 anni e dove, all’età di 21 anni, divenne membro dell’Imperial Society of Teachers of Dancing. Dancing in Jaffa: Dulaine in prima linea per l’eguaglianza e il rispetto Nel 2013 fu realizzato il documentario Dancing in Jaffa, messo in scena il 21 ottobre 2014 in anteprima italiana durante la rassegna CinemaèDanza di Arezzo incentrata sulle espressioni del corpo umano. Il docu-film (disponibile su Amazon Prime Video) porta in scena un corso di dieci settimane rivolto a ragazzi palestinesi e israeliani, invitati a danzare insieme perché, come ha detto Dulaine, a proposito della sua geniale idea di avvicinare ragazzi di due popoli così diversi e in continuo disaccordo tra loro, «quando tocchi qualcuno mostrandoti rispettoso, qualcosa cambia». Quando tocchi il “nemico”, riesci a superare ogni barriera culturale e sociale. Ambientato nella città di Jaffa, dove per anni le comunità palestinese e israeliana continuano a vivere e a […]

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Cucina e Salute

Victoria Sponge Cake: la torta del tè del pomeriggio

Victoria Sponge Cake: storia, ricetta e curiosità della torta che accompagna il tè del pomeriggio «Under certain circumstances there are few hours in life more agreeable than the hour dedicated to the ceremony known as afternoon tea». (H. James, The Portrait of a Lady, 1880-81) Nonostante il tè fosse noto in Inghilterra fin dal 1650, quando veniva usato come costoso medicinale, solo alla fine del XVII secolo esso era stato introdotto a corte dove veniva sorbito nelle sue varianti (ad esempio verde), in porcellane di origine orientale e spesso accompagnato con liquori come il rum. È solo nel XVIII secolo che il tè entra a far parte della quotidianità delle famiglie più nobili e della loro servitù e con l’inizio del 1800 gli inglesi cominciarono a importarlo dall’India, colonia inglese, dove crescevano spontaneamente piante di tè. Il rito del tè, sebbene oggi non più praticato nelle diverse e mutevoli forme legate alla stagione o all’orario della giornata in cui berlo, rimane tuttavia uno spazio di condivisione e di relax nell’arco della giornata. In principio, veniva accompagnato con una fetta di pane, un biscotto o una fetta di torta e, come scrive Jane Austen, l’abitudine di bere tè era elemento essenziale della vita delle ricche signore che visitavano le amiche, da cui erano esclusi gli uomini, ritenuti intrusi (per questo motivo, spesso, le sale da tè poterono costituire un favorevole luogo di incontro per sole donne, come le Suffragette, dove si discutevano animatamente tematiche femministe). Sembra però che sia stata Lady Ann Mary Russell, duchessa di Bedford, negli anni ’40 dell’Ottocento, la prima a chiedere che la sua solita tazza di tè fumante venisse accompagnata, intorno alle 16, da pane e fettine di torta proprio per soddisfare un leggero senso di fame fra un pasto e l’altro serale. La dama di compagnia della Regina Vittoria, prima sovrana a risiedere a Buckingham Palace dal 1838, aveva così ideato un ‘diversivo’ nelle lunghe giornate delle nobili inglesi e la regina Victoria decise che quel momento della giornata sarebbe stato un appuntamento fisso, preparato con cura e in cui ogni dettaglio doveva sottolineare la nobiltà della famiglia che lo realizzava. Dagli abiti da pomeriggio ai servizi da tè raffinati, dai pasticcieri esperti ai prodotti eccellenti: ogni elemento non doveva essere lasciato al caso. Era nata quella che in Inghilterra oggi è chiamata “Tea Experience” o “Afternoon Tea”, un rito sociale che grazie a Sua Maestà divenne una vera immancabile istituzione, che ancora oggi si arricchisce di golosità dolci e salate: scones, tramezzini, biscotti al burro e, ovviamente, piccoli tranci di quella torta “semplice, ma gustosa”, che amava tanto la regina, che prese il nome d Victoria sandwich (della Victoria Sponge Cake). Victoria Sponge Cake: ricetta La versione originale di questa torta non era la grande torta rotonda spesso servita nelle case della nobiltà inglese (se avete seguito la serie tv Downton Abbey sapete a quale si fa riferimento), bensì una pila di finger sandwich, fettine di torta farcita, ovvero pan di Spagna spalmati di crema […]

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Cucina e Salute

Taralli pasquali, il dolce del riciclo

Taralli pasquali, storia e ricetta La tradizione pasquale napoletana prevede che, una volta terminata la preparazione della pastiera, che di solito viene realizzata il giovedì santo, dai resti della pasta frolla ricavata dal guscio del dolce napoletano si ottengano i meno noti taralli dolci pasquali. La realizzazione di questo dolce, pertanto, rientra nell’idea di recupero di ogni possibile ingrediente in cucina, rispettando a tutti gli effetti il primo comandamento di ogni tavola di legge della nonna napoletana: “in cucina non si butta via niente!”. Il tarallo, prodotto nelle regioni Campania, Puglia, Basilicata, Sicilia e Calabria, è stato inserito nella lista dei prodotti agroalimentari tradizionali italiani (P.A.T.) del Ministero delle Politiche Agricole, Alimentari e Forestali (MiPAAF). Questo prodotto da forno porta un nome dall’origine ancora sconosciuta: alcuni sostengono che la parola “tarallo” derivi dal verbo latino torrere (“abbrustolire”) o dal francese toral (“essiccatoio”), che rimanderebbero alla tostatura che lo rende croccante. Pensando alla sua forma rotonda, altri ne riconducono l’origine all’italico tar (“avvolgere”) o al francese antico danal (ovvero pain rond, “pane rotondo”); anche se molti ritengono che il nome derivi dal greco daratos che indicherebbe “sorta di pane”. Ed è forse quest’ultima etimologia che facilmente riconduce alla preparazione di questo dolce nato dal riciclo, preparato soprattutto nell’entroterra campano: infatti durante la liturgia del Giovedì Santo, in coena Domini, viene ricordata l’ultima cena di Gesù che, spezzando il pane e dividendolo fra gli apostoli, istituisce il sacramento dell’Eucarestia in un clima di condivisione, non solo dell’ultimo momento di convivialità con i suoi discepoli, ma soprattutto di un nuovo comandamento (un nuovo mandatum novum), quello dell’amore fraterno, che nello stare insieme e nella divisione di un cibo così semplice trova la sua massima espressione. I taralli dolci napoletani: tradizione del riciclo  Secondo la tradizione campana, la forma dei taralli spolverizzati di zucchero e in pasta frolla è rotonda e le loro dimensioni molto grandi: questa sorta di “biscottoni” si possono inzuppare nel latte durante l’ultimo giorno di digiuno e astinenza il Venerdì Santo poiché, data la loro semplicità, sono adatti al menù frugale del giorno, o la mattina della domenica di Pasqua per non esagerare prima dei bagordi del pranzo. Dunque, se avete terminato con successo la preparazione delle pastiere, e avete messo da parte striscioline, scarti, briciole e resti di pasta frolla, non vi resta che dedicarvi a questi semplicissimi taralli di Pasqua, con il consiglio di mangiarli insieme ad un po’ di cioccolato delle uova che, sciolto o sovrapposto alla superficie dei taralli già zuccherati, vi farà tornare bambini. Quando sul fondo della scatola di latta un po’ ammaccata, nella credenza della nonna, si trovavano sempre resti di biscotti e qualche briciola smangiucchiata di cioccolato. La ricetta dei taralli di Pasqua Ingredienti: pasta frolla della pastiera: 300 gr. di farina 150 gr. di sugna la buccia grattugiata di un limone 150 gr. di zucchero 2 uova zucchero semolato o di canna Preparazione dei taralli dolci di Pasqua: Con i resti della pasta frolla della pastiera formate un panetto sodo e […]

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Cucina e Salute

Zeppole al forno e fritte: ricetta, consigli e storia

Zeppole al forno o fritte, scopriamo come farle al meglio! Come molte delle tradizioni culinarie campane, anche le zeppole al forno, meglio note come zeppole di San Giuseppe, gustate soprattutto dai napoletani il 19 marzo, hanno origini antiche. Infatti nell’antica Roma il 17 marzo (due giorni prima della attuale festività sacra di San Giuseppe), si celebravano i Liberalia, feste in onore di Liber pater, dio italico della fecondità e del vino, e della consorte Libera (generalmente identificata con Proserpina). Durante queste celebrazioni, le famiglie romane consumavano la colazione in strada e si dedicavano a ogni tipo di giochi e divertimenti; i campi, protetti dal dio, riposavano e i ragazzi che avevano raggiunto i sedici anni consacravano ai Lari la bulla, una collana donata loro appena nati, la prima barba e la toga praetexta, sostituita dalla toga virilis, con la quale passavano dallo stato di puer a quello di adulto, dotato di un proprio praenomen. Le sacerdotesse di Liber, per ingraziarsi il dio, che presiedeva ai fanciulli, vendevano e deponevano sugli altari coronati di edera, frittelle a base di frumento (frictilia, simili agli antenati delle chiacchiere). Oggi si ritiene che siano proprio quelle frittelle romane le discendenti delle attuali zeppole di San Giuseppe, sebbene la festa vanti anche origini cristiane: secondo una tradizione di epoca romana, dopo la fuga in Egitto con Maria e Gesù, San Giuseppe dovette vendere frittelle per poter mantenere la famiglia in terra d’Africa. Il culto del padre falegname di Gesù, noto fin dal 1030 presso i monaci benedettini, si affiancava all’arrivo della primavera e della potatura e semina: per festeggiare il santo, celebrato per volere di Gregorio VI dal 1621, e per propiziarsi la prossima raccolta, ogni capofamiglia invitava i poveri al desco dando loro il seme della decima. Su queste tavole, ancora oggi note come tavole di San Giuseppe (in Sicilia e Puglia si preparano il 18 marzo), non mancano i tradizionali dolci, cotti anche sugli annuali falò di San Giuseppe, accesi durante i cosiddetti “riti di purificazione agraria”. La prima ricetta delle zeppole napoletane, oggi preparate anche per festeggiare i papà (la festa rende omaggio alla paternità in generale dal 1968), si deve al celebre gastronomo napoletano Ippolito Cavalcanti, duca di Buonvicino, che la redasse nel suo trattato in lingua napoletana, Cucina teorico-pratica, nel 1837. Secondo la tradizione il duca imparò i segreti della frittura dalle monache di San Basilio nel convento di San Gregorio Armeno, sebbene molte delle ricette contenute nel trattato siano di ispirazione francese. Altri ne attribuiscono l’invenzione alle monache della Croce di Lucca o a quelle dello Splendore, note per inventare un dolce nuovo a ogni festività. All’impasto originario di Cavalcanti, simile alla pasta choux della pasticceria d’oltralpe, di acqua, farina e olio, si sono aggiunti uova, aromi agrumati e una doppia frittura prima in olio per la lievitazione, e poi nello strutto fuso per la doratura (anche se negli ultimi anni si è diffusa anche una variante al forno più leggera e meno calorica). Un tocco napoletano alla semplice […]

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Culturalmente

Faith Herbert, l’eroina XXL che amano tutte le ragazze

Dimenticate Catwoman, dimenticate Wonderwoman, dimenticate la Donna Invisibile e quella di fuoco. Dimenticate quelle super-eroine bellissime, magre e dal fisico perfetto.  Oggi a combattere il crimine è stata creata una nuova super donna. Si chiama Faith Herbert, di giorno è una blogger di gossip, di notte si trasforma in una paladina della giustizia che difende i cittadini di Los Angeles dai criminali e dagli attacchi alieni. Segni particolari? È una super eroina tutta curve e porta la taglia XXL. Nata dalla matita di due disegnatrici americane, Francis Portela e Marguerite Sauvage, con la sceneggiatura dell’autrice Jody Houser (che vanta anche collaborazioni con la Marvel – “Max Ride: Ultimate Flight”, “Avengers: No More Bullying”), Faith è l’eroina “della porta accanto”, quella che ciascun lettore inviterebbe in pasticceria o magari a cena. Protagonista di un fumetto pubblicato in Italia dalla casa editrice perugina Star Comics nota per le sue numerose collane di manga e supereroi, Faith è già amata da tutti gli appassionati di strisce a colori che in America, dopo la pubblicazione della miniserie che la vede protagonista a cura della newyorchese Valiant Comics (nell’ambito del progetto “The Future of Valiant”, teso a raccontare eroi diversi da quelli tradizionali, eroi moderni e futuristici), l’hanno premiata con cinque ristampe, un vero record di rapidità di ristampa nella storia del fumetto. Il primo numero presentato in occasione del Lucca Comics&Games (28 ottobre – 1 novembre 2016) da “mamma” Portela e disponibile in tutte le librerie e fumetterie (oltre che su Amazon) da metà novembre, è costituito da 128 pagine a colori e contiene la storia dal titolo “Hollywood e la vigna”, nella quale il lettore scopre in che modo Faith Herbert è diventata Zephyr (anche se ai lettori è nota con il nome di Faith, sua identità segreta, e non con quello da super eroina). Faith Herbert, un’eroina “cicciottella” che non parla di diete e vola avvolta in una maxi tutona  Alta, bionda, “cicciottella”, ha gli occhi azzurri e non ama le diete. Dopo la perdita di entrambi i genitori in un incidente stradale, aveva sempre desiderato essere un super eroe e avere super poteri, esattamente come quegli eroi delle cui avventure è appassionata e protagonisti dei racconti amati dalla madre e dal padre, fino al momento in cui scopre di essere dotata di poteri telecinetici. E così inizia la sua vita da super eroina fra un post per il suo blog Zipline (dove scrive con lo pseudonimo di Summer Smith), scritto in sospensione sui fili del telefono e il salvataggio di qualche cittadino, fra la squadra di supereroi “The Renegades” di cui fa parte e la lettura dei libri di Tolkien, autore da lei tanto amato, fra i dubbi sulla sua tutona bianca e azzurra e la visione a loop della saga di Star Wars, di cui conosce ogni battuta. Ironica, positiva, solare e molto modaiola, ha un certo successo con gli uomini (Chris Chriswell, l’attore di cinecomics hollywoodiani più quotato del momento, vuole incontrare proprio lei!) che adorano le sue curve messe in risalto […]

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Cucina e Salute

I dolci di San Valentino: peccati di gola

S. Valentino. Ogni anno il 14 febbraio è celebrata la festività che prende il nome dal santo e martire cristiano Valentino, originario della città di Terni. Istituita nel 496 da papa Gelasio I, la festa sostituì i riti romani purificatori dei lupercalia celebrati in onore del dio Fauno (detto lupercus perché protettore del bestiame dai lupi) sul colle detto Lupercale, dove i gemelli fondatori di Roma sarebbero stati allattati dalla lupa. L’origine dell’associazione del santo al patronato della festa dedicata agli innamorati è piuttosto controversa. La tradizione più accreditata è relativa al circolo di Geoffrey Chaucer, che nel suo poemetto onirico in 700 versi, Il Parlamento degli uccelli, associa questa ricorrenza al matrimonio tra il sovrano inglese Riccardo II e Anna di Boemia, riferendosi probabilmente al risveglio della natura a metà febbraio e al conseguente accoppiamento dei volatili. La storia della festa di San Valentino, tra leggenda e consumismo Inoltre sono numerosi i racconti che coinvolgono innamorati e con protagonista il giovane Valentino vissuto nel III secolo d. C., anche se la notorietà internazionale si deve alla leggenda anglosassone secondo la quale egli era solito donare ai giovani un fiore del suo giardino. Si narra che un giorno egli, passeggiando per le strade della sua città, abbia notato una giovane coppia litigare e, dopo aver donato loro una rosa (simbolo di amore e di passione) da stringere nelle mani intrecciate, i due ragazzi si siano allontanati riconciliati. Un’altra versione della leggenda racconta del volo sui loro capi di una serie di uccellini in amore invocati da Valentino. Secondo un’altra leggenda Valentino avrebbe unito in matrimonio, dopo averlo battezzato, un centurione romano, Sabino, e una giovane cristiana malata, Serapia, il cui amore era ostacolato dai genitori di lei. Le fonti tramandano anche la storia d’amore del giovane Valentino imprigionato durante il regno di Claudio II per essersi opposto alla legge che vietava il matrimonio con soldati romani: scriveva alla figlia cieca del carceriere firmandosi “il tuo Valentino”. Dal Medioevo si è cominciata a diffondere, soprattutto in Francia e in Inghilterra, la celebrazione della festa di San Valentino, con lo scambio di messaggi d’amore (le cosiddette “valentine”) e di regali tra innamorati, e ciò soprattutto per ispirazione dei monaci benedettini, affidatari in Italia della basilica dedicata al santo presso la città di Terni. La città del santo invoca ancora oggi San Valentino come principale patrono, e in città la domenica precedente il 14 febbraio è celebrata la famosa festa della promessa, in occasione della quale giungono in città centinaia di giovani che convoleranno a nozze durante l’anno. Ma è dal XIX secolo che la festa ha preso ad alimentare la commercializzazione di prodotti legati alla ricorrenza quali biglietti, regali e altri doni come cioccolatini e altre golosità. Si è stimato che sia la seconda festa annuale dopo il Natale come numero di biglietti e frasi d’amore inviati e acquistati (Valentine’s Day Greetings). L’uso di scambiare biglietti e messaggi d’amore risalirebbe al XV secolo: la prima “valentina” fu scritta da Carlo d’Orléans, all’epoca detenuto nella Torre di Londra dopo […]

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Attualità

I migranti climatici: un report sui nuovi migranti

Migranti climatici: chi sono e quali sono i diritti delle vittime dei cambiamenti ambientali Nell’Agenda 2030 (valida nel periodo 2015-2030), nella quale sono elencati 17 obiettivi di sviluppo sostenibile (e 169 target specifici), concordati dall’Organizzazione delle Nazioni Unite, si rendono noti non solo preoccupanti dati relativi alla povertà, alla fame, all’istruzione, ai cambiamenti climatici, all’acqua e all’ambiente, all’uguaglianza sociale, ma si sottolinea anche l’urgenza di «adottare misure urgenti per contrastare il cambiamento climatico e i suoi impatti», specificando che proprio l’Asia e il Pacifico sono fra i più vulnerabili agli effetti dello stesso cambiamento climatico (obiettivo 13). Sono infatti proprio i cambiamenti climatici ad aver contribuito alla definizione sociale dei cosiddetti migranti climatici. Tuttavia, questo termine era già stato introdotto da Lester Brown nel lontano 1976, quando il migrante climatico era chi era costretto ad allontanarsi forzatamente dalla propria residenza a causa di un estremo evento climatico e il numero dei migranti climatici non era ancora ben definito. Poi, nel 1989, l’ex direttore dell’Agenzia per l’Ambiente delle Nazioni Unite (UNEP), Mustafa Tolba, parlò di circa 50 milioni di potenziali migranti climatici. Nel 1990 l’IPCC (Intergovernmental Panel on Climate Change) accese i riflettori sulle migrazioni quale conseguenza della “crisi climatica”, per poi accettare i pronostici del professor Norman Myers, nel 1997, che ipotizzò 25 milioni di persone, anticipando che il numero sarebbe cresciuto fino ai 200 milioni nel 2050. Ebbene, nonostante le stime di Myers furono ritenute infondate, sembra proprio che l’ambientalista inglese avesse calcolato con una certa precisione, quanto sta accadendo attualmente. Infatti,  secondo la Banca Mondiale, entro il 2050, fino a 143 milioni di persone che attualmente vivono nei paesi dell’Africa sub sahariana (86 milioni), dell’Asia meridionale (40 milioni) e dell’America Latina (17 milioni), potrebbero muoversi forzatamente. Dal 2008 sono già 25 milioni le persone che ogni anno sono costrette a lasciare le proprie case (Internal Displacement Monitoring Center (IDMC). Ma chi sono i migranti climatici? Queste persone, costrette a migrare a causa dell’impatto dei cambiamenti climatici sulla propria vita presente e futura, sono stati definiti in più modi: migranti forzati dall’ambiente (forced environmental migrant o environmentally motivate migrant), rifugiati climatici (climate refugee), rifugiati “a causa del cambiamento climatico” (climate change refugee), persone abitanti a causa delle condizioni ambientali (environmentally displaced person), rifugiati a causa dei disastri ambientali (disaster refugee),  “eco-rifugiati” (eco-refugee). I migranti ambientali sono persone o gruppi di persone che, per motivi imperativi di cambiamenti improvvisi o progressivi per l’ambiente che influenzano negativamente la loro vita o le condizioni di vita, sono obbligati a lasciare le loro case abituali o scelgono di farlo, in maniera temporanea o definitiva, e che si spostano sia all’interno del loro paese sia uscendo dai confini del proprio Paese. Organizzazione Internazionale delle Migrazioni (IOM). Il riscaldamento globale, l’effetto serra e l’aumento delle temperature, l’acidificazione degli oceani, lo scioglimento dei ghiacciai e del permafrost, l’innalzamento delle acque, il repentino mutamento delle condizioni meteorologiche, l’intensità di eventi meteorologici quali siccità e cicloni, incendi, piogge e inondazioni, l’estinzione di certe specie vegetali e animali, inevitabilmente costituiscono i principali […]

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Culturalmente

Toy like me: un giocattolo come me

Toy like me è l’hashtag lanciato da tre mamme inglesi su Twitter nel 2015 e il nome di un gruppo Facebook che ha dato inizio ad una campagna virale di solidarietà e umanità, che coinvolge più di 20mila persone aderenti fra famiglie e volontari: Rebecca Atkinson, giornalista sorda e ipovedente, rimpiange la sua infanzia senza una “bambola come me”; Melissa Mostyn, anche lei giornalista, ha una figlia sulla carrozzina e Karen Newell, esperta consulente in giocattoli è mamma di un bimbo cieco. È diretto e semplice il messaggio: un giocattolo come me. Tempo fa, sul web già un’altra mamma originaria della Tasmania, Sonia Sigh, aveva attirato l’attenzione dei produttori di giocattoli con il proprio progetto, Tree Change Dolls: la Sigh aveva completamente struccato le bambole Bratz, dando loro nuovi lineamenti e vestendole in modo più simile a quello delle bambine che ci giocano. Così che le bambine avessero un giocattolo, una bambola “come me”, nella quale poter vedere se stesse. E allora anche le bambine con menomazioni e evidenti difetti fisici avevano bisogno di ritrovare nella semplicità dei loro tradizionali giochi, come le bambole, se stesse, con tutte le loro umane imperfezioni. Chissà se queste mamme hanno pensato proprio al progetto di Sonia per realizzare bambole che dovessero avere caratteristiche fisiche simili a quelle delle loro bambine, uniche, non perfette. Inizialmente creata artigianalmente da loro, la bambola di Trilly, fatina di Peter Pan, che indossa un apparecchio acustico, ha fatto il giro del web, raggiungendo 50mila sostenitori, e le tre mamme hanno pensato di invitare, nel gruppo social Toy like me, i genitori di figli disabili a postare idee per giochi e giocattoli con varie disabilità fisiche. Le foto postate sono state numerose e commoventi: una mamma ha persino realizzato il peluche del cane-guida Eddie, che aveva accompagnato suo figlio Fred nella loro visita al centro di formazione Guidedogs.  Melissa, Rebecca e Karen hanno chiesto anche alle aziende produttrici di giocattoli di realizzare questi progetti e di ispirarsi alle idee “casalinghe” dei genitori di bambini disabili, per portare sul mercato prodotti vicini ai loro figli. Toy like me e MakieLab L’attenzione dei media è stata così immediata che l’azienda britannica produttrice di giocattoli e di bambole personalizzabili, MakieLab, ha colto la sfida e ha lanciato sul mercato tre bambole ispirate alle mamme autrici della campagna Toy like me, realizzate con una stampante in 3D (il cui uso consente di rispondere quasi istantaneamente alle richieste che arrivano numerose): Eva con un bastone da passeggio, Melissa con una voglia rosa sul volto e Hetty che con la mano dice “ti amo” nella lingua dei segni. MakieLab, che ha realizzato personaggi dei cartoni animati tanto amati dai più piccoli come una principessa cieca e con un cane guida, ha proposto ai papà e alle mamme di segnalare apparecchi di supporto o particolari difetti fisici dei figli, così da realizzare in modo assolutamente fedele alla realtà giocattoli simili ai bambini (Toy like me) con una qualsiasi disabilità (il costo di un gioco personalizzato si aggira intorno […]

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