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Eroica Fenice

Cucina e Salute

Il bergamotto: origine e benefici dell’agrume calabrese

Nell’area costiera ionica nel «grande giardino, uno dei luoghi più belli che si possano trovare sulla terra» di Reggio Calabria, viene coltivato un agrume pregiato: il bergamotto. «… il cameriere si sollevò sulla punta dei piedi per infilargli la rendigote di panno marrone; gli porse il fazzoletto con le tre gocce di bergamotto». (Da “Il Gattopardo” di Tomasi da Lampedusa-1958) Il bergamotto (dal turco bey armudi = “pero del signore”), il cui nome scientifico è Citrus bergamia della famiglia delle Rutaceae, è un agrume coltivato in Italia, soprattutto in Calabria, infatti l’area della costiera ionica, riparata dal vento che sferza nello stretto di Messina, consente a tale frutto di crescere rigogliosamente, al punto da essere divenuto il simbolo della regione e dal 2001 riconosciuto DOP in Europa. Noto fin dal XVII-XVIII secolo e coltivato a circa 2 km dal mare in un’area di circa 1500 km2, il bergamotto è oggi noto non solo per la fragranza estratta dal frutto (per ottenere un kg di essenza occorrono 200 kg di frutti), ma anche per i suoi numerosi benefici. È soprattutto fra novembre e gennaio che nelle zone vicine a Reggio Calabria (fra Melito di Porto Salvo, Prunella e Caredia- Lacco) si raccolgono maggiormente questi frutti, in un’area climatica particolarmente soleggiata e con un tasso di umidità adeguato alla produzione del bergamotto. Tali frutti vengono raccolti da piante che si ricavano dall’innesto di tre rami dell’albero del bergamotto su un ramo di arancio amaro di un anno, e tale innesto, dopo un inizio di produttività a 3 anni, raggiunge il massimo della produttività a 8 anni, arrivando anche a donare un quintale di prodotti annualmente. Sono principalmente tre le varietà del bergamotto: il  femminello con i frutti piccoli e lisci, il prolifico fantastico e il castagnaro dai frutti grossi e rugosi. Dal frutto verde e immaturo si realizzano le scorzette candite, le caramelle e la cosiddetta bergamottella, da cui si ottiene l’olio essenziale nero o l’estratto di bergamottella. I Neroli o nero di bergamotto e i liquori (come il bergamino, il bergamello, l’elisir digestivo e l’Amarotto) si ottengono dai frutti di color verde cinerino. Il frutto giallo e maturo di solito non è venduto, tuttavia è possibile acquistarlo direttamente dai contadini calabresi e usarlo per ottenere spremute molto amare, succhi, granite e bevande gassate (come il Bergò) o, tagliato a spicchi, per impreziosire primi piatti, per condire insalate o per aromatizzare tazze di tè e tisane: infatti si tratta di una fonte naturale di acido citrico. Ricco di sodio, potassio, magnesio e calcio, il succo può essere versato in poche gocce (10 gocce corrispondono a circa 40 calorie) in acqua tiepida al mattino per ridurre il colesterolo (LDL, quello “cattivo”), prevenire il diabete II e abbassare la glicemia e i trigliceridi. La buona abitudine quotidiana di diluire il succo di mezzo frutto in acqua è utilissima anche contro la stipsi e l’intestino pigro. Ma il vero prodotto prezioso ricavato dal bergamotto è l’olio essenziale, profumatissimo e esportato in tutto il mondo, che è ottenuto grazie alle […]

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Culturalmente

Tsundoku: voce del verbo “accumulare libri senza leggerli”

Tsundoku: quando acquistare libri in modo compulsivo si trasforma in una vera dipendenza! Se state leggendo questo articolo sullo tsundoku significa che vi siete ritrovati fra chi “accumula libri serialmente senza leggerli”. E soprattutto siete fra chi entra in tutte le librerie che incontra acquistando libri per poi impilarli sugli scaffali o sul comodino in attesa di un momento libero dalla routine lavorativa o universitaria. Solo che quel momento, molto spesso, non arriva mai. Dunque, se avete a casa pile di libri che mettono in pericolo l’incolumità mentale dei vostri coinquilini o anche vostra, sì, presentate tutti i sintomi e siete affetti dalla sindrome di tsundoku, un termine coniato in Giappone proprio per descrivere questa abitudine. La notizia positiva è che non è contagiosa, ma può diventarlo. Anzi, è auspicabile che ciò avvenga. La parola tsundoku è nata, secondo il professore Andrew Gerstle, docente di giapponese pre-moderno all’Università di Londra, in epoca Meiji (1868-1912) e usata nello slang giapponese: infatti, presente in un testo del 1879, questo termine era probabilmente già in uso prima di tale anno. Essa è costituita dai termini tsunde e oku che indicherebbero l’“impilare tante cose” (da tsumu) e rimandare o “abbandonare momentaneamente (o per sempre)”. Oggi entrata a far parte del vocabolario italiano fra altre parole giapponesi come sudoku, sushi o ikebana, secondo alcuni linguisti, combina il verbo tsun con doku che significa invece “leggere”: di qui, l’espressione completa che assume il significato di “impilare libri e metterli da parte per il momento”. Nonostante solo nella lingua giapponese sia stato ideato un unico termine per indicare tale abitudine – mentre nelle altre lingue è usata una perifrasi, in inglese ci sono alcune parole che descrivono atteggiamenti simili come abibliophobia, ovvero la paura di rimanere senza niente da leggere, e  bibliotaph o bibliotaphist, che invece è colui che ammassa libri o li nasconde (dal termine greco τάφος, ”tomba”). Nota fin dal Medioevo, quando tale pratica accumulatoria di libri era tipica delle popolazioni arabe e condannata dagli occidentali, durante l’Illuminismo essa era considerata contraria ai principi di trasmissione e accesso al sapere altrui, dal momento che ciascun lettore conservava per sé preziosi testi e conoscenze che invece dovevano essere diffusi e condivisi. Nel XIX e XX secolo, invece, possedere una ricca e variegata biblioteca significava non solo apprezzare la cultura, ma rendere manifesta la propria ricchezza non solo libraria. Descritta anche dallo scrittore inglese Thomas Frognall Dibdin nel suo romanzo Bibliomania (1809) in cui i due protagonisti manifestano un atteggiamento quasi malato e ossessivo verso la letteratura (la bibliomania del titolo), oggi caratterizza i booklovers più accaniti come una sorta di fame continua a divorare testi, come un’“ansia” – nella sua accezione positiva – di non avere abbastanza libri da leggere e un prolungato desiderio di possedere un testo (e/o più edizioni di uno stesso testo), perché “non ho mai abbastanza libri”, o perché è appena uscito in libreria l’ultimo lavoro di uno scrittore noto e prima che tutti lo acquistino e lo leggano, si sente il bisogno di prenderlo […]

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Culturalmente

Kamishibai, l’arte narrativa giapponese per sviluppare la creatività

Kamishibai: scopri di più sull’arte narrativa giapponese, la risposta alla tecnologia e all’intrattenimento “sbagliato” dei bambini anche in età pre-scolare! In occasione dell’incontro “Il futuro delle ossa si costruisce da bambini”, che si è svolto a Milano il 19 giugno scorso, i medici ortopedici della Società italiana di ortopedia e traumatologia (Siot) hanno diffuso dati sconcertanti sull’aumento, solo negli ultimi 10 anni, del 700 % dei casi di cifosi nelle scuole medie inferiori. La responsabilità di questo atteggiamento cifotico, che comporterebbe l’incapacità dei bambini a mantenere in posizione eretta la colonna vertebrale, risiederebbe nell’uso frequente (per non dire continuo) di smartphone, tablet e pc, fin da piccoli (dai 3-4 anni di età). Il prolungato intrattenimento peggiora, infatti, questo disturbo spesso sottovalutato, portando gradualmente i bambini a dover indossare un busto ortopedico o addirittura a ricorrere alla chirurgia. È arrivata, però, dal Giappone, patria delle tecnologie più avanzate ma anche delle tradizioni più longeve, una nuova tecnica di narrazione che aiuta non solo lo sviluppo della creatività, ma anche delle “mappe mentali”: il kamishibai. Il kamishibai, letteralmente “spettacolo teatrale (shibai-teatro) di carta (kami)”, affonda le sue radici nel XII secolo quando i monaci buddisti si spostavano di villaggio in villaggio per istruire la popolazione analfabeta, narrando le storie su Buddha, usando gli emakimono  (opere narrative su rotoli), sempre caratterizzate da una morale e da contenuti a sfondo sociale. Tra il 1920 e il 1950, poi, aumentarono, ‘arruolati’ dal Kashimoto,  i Gaito kamishibaiya (ben 50.000 in Giappone e 2.500 solo a Tokyo), veri e propri “narratori a pedali” che, battendo i due hyoshigi, bastoncini di legno oggi utili a mostrare i punti salienti in una narrazione, annunciavano il proprio arrivo in città. Sistemati i bambini e dopo aver assegnato i posti in prima fila ai golosi acquirenti di caramelle dal narratore, iniziava lo spettacolo. Posizionato sul sellino della sua bicicletta il Gaito kamishibaiya mostrava una serie di disegni in un piccolo teatrino di legno, una sorta di televisione artigianale dinanzi alla quale, incantati, i bambini seguivano il corso della storia fra i disegni originali (alcuni, molto antichi, sono oggi conservati al Kyoto Museum) che si avvicendavano l’uno dopo l’altro, e i rumori creati da alcuni strumenti a percussione, a volte montati sulla bicicletta. Ogni spettacolo comprendeva un episodio: in questo modo la serialità del racconto assicurava al narratore la partecipazione allo spettacolo successivo. E ogni ciclo di storie non presentava solo contenuti rivolti ai più piccoli, ma anche riferimenti alla politica e all’attualità, come una sorta di “Carosello di carta” ma anche di “telegiornale” che spesso sfruttava la grande popolarità di questa tradizione per fare propaganda o satira politica (tanto che alcune storie sono poi state inserite in manga e anime). Con la nascita del cinema sonoro (infatti molti di questi narratori, detti benshi, prestavano le proprie voci ai protagonisti dei film muti) e della televisione, questa tecnica narrativa sembrava scomparsa negli anni ’50, fin quando non è stata rivalutata per lo sviluppo della creatività e dell’importanza della narrazione ‘viva’, nelle biblioteche e […]

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Culturalmente

Progetto Turbanti, fra integrazione e solidarietà femminile

Ci sono iniziative che inducono l’anima e il cuore a sorridere. Ci sono idee così innovative che commuovono e fanno riflettere. Una di queste è il “Progetto Turbanti” dell’ospedale Santa Maria Annunziata di Ponte a Niccheri a Firenze. Il “Progetto Turbanti” è un laboratorio di realizzazione di copricapo africani tradizionali che si svolge nel day hospital oncologico a cui partecipano donne rimaste calve a causa della chemioterapia. Questo progetto è gestito da donne provenienti dall’Africa sub sahariana del gruppo di sartoria sociale Bazin. Nato circa due anni fa da un’idea del reparto di psiconcologia della Ausl Toscana centro diretto da Lucia Caligiani, rientra nell’ambito della riabilitazione psicologica del dipartimento di oncologia coordinato da Luisa Fioretto. Grazie alla collaborazione con Avo Firenze ODV (Associazione Volontari Ospedalieri), che finanzia anche l’iniziativa “Diversamente belle”, “Progetto Turbanti” è ormai un appuntamento atteso dalle pazienti e dalle insegnanti che ogni anno si danno appuntamento per partecipare a quattro lezioni. Ed è proprio durante questi momenti insieme che le donne malate incontrano le donne africane altrettanto sottoposte alla pressione dell’integrazione e della diversità: la femminilità e il desiderio di ri-vedersi affascinanti e piacenti in un mondo dove la calvizie dovuta alla malattia non è sinonimo di bellezza, si confronta con la volontà – spesso coincidente con il timore – di mostrare con fierezza e orgoglio le proprie tradizioni e cultura, che passano anche da un simbolo come il turbante. Il “Progetto Turbanti”: rinascere dopo la chemioterapia con forza, rivalutando la propria bellezza Durante l’epoca coloniale e la schiavitù, la testa delle donne africane veniva rasata. Non c’erano né  femminilità né identità: la mancanza di tali valori è la stessa delle donne malate di tumore e che si sottopongono alla chemioterapia. È solo alla fine degli anni ’60 che il turbante divenne un simbolo identitario perché distintivo di una bellezza in antitesi con la femminilità delle donne bianche. Inizialmente simbolo offensivo nato dal razzismo e dalla supremazia bianca, è poi diventato forte espressione dell’identità del popolo africano, che oggi condivide con le donne malate di tumore una simbologia che nel dolore del passato trova la sua massima rappresentazione. Ritornare a guardarsi allo specchio e ritornare ad apprezzarsi, prima ancora che lo facciano gli altri, è l’obiettivo di un lungo e doloroso percorso che sconvolge completamente l’interiorità di ognuna, schiava dei pregiudizi di una società diversa dalla propria o della malattia. Il turbante, dal persiano dūlband   (in turco è tülbent), è un copricapo in seta, lana o cotone che si avvolge intorno al capo e che nella cultura africana indica forza, fierezza e bellezza. Sono proprio queste le parole chiave di un’iniziativa che coinvolge le donne di altra provenienza e che rappresenta anche un’importante occasione per parlare di prevenzione. Le donne africane, infatti, come tutti i migranti, poco inclini a sottoporsi a screening e cure preventive oncologiche, dialogando con altre donne, sopravvissute alla malattia anche spesso grazie a controlli di routine, comprendono quanto un ospedale possa essere un luogo di cura, ma soprattutto di salvezza e di rinascita. Infatti, […]

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Viaggi e Miraggi

Cosa vedere a Vienna: città dell’imperatrice Sissi

Scopriamo cosa a vedere a Vienna: splendida capitale, città dell’imperatrice Sissi. Quando Elisabetta Amalia Eugenia di Wittelsbach, duchessa di Baviera, denominata affettuosamente Sissi dalla sua famiglia e dal marito Francesco Giuseppe, imperatore austro-ungarico, arrivò per la prima volta a Vienna, probabilmente rimase colpita dalla sfarzo e dalla bellezza di questa città. Vienna: la storia della capitale del regno asburgico Situata nel nord-est dell’Austria, Vienna è attualmente sede di organizzazioni internazionali come l’ONU e il suo centro storico è patrimonio dell’umanità UNESCO. L’antica colonia romana fondata nel 100 d.C. (Vindobona), si è sviluppata sulla riva destra del fiume Danubio e visse un lungo periodo di pace fra il ‘600-‘700 conoscendo un’intensa attività architettonica , in cui eccelsero gli stili barocco e rococò. Fu, però, soprattutto durante il periodo di regno di Maria Teresa (nel XVIII secolo) e di suo figlio Giuseppe II, i cosiddetti “sovrani illuminati”, che Vienna si trasformò in una capitale europea. Dopo il burrascoso periodo napoleonico, in cui la città venne occupata due volte fra il 1805 e il 1809 e il celebre congresso che diede inizio alla Restaurazione (1814-1815), Vienna visse un periodo di grande splendore, in particolare nel periodo asburgico. Fra il 1857 e il 1865, con l’abbattimento delle mura cittadine, venne costruita, infatti, la Ringstrasse, un lungo viale di 6 km, dotato di marciapiedi e “corsie per cavalcare su entrambi i lati” così da costituire “una sorta di decorazione che alterni edifici monumentali a spazi aperti destinati a giardino” (come venne descritta dallo stesso imperatore Francesco Giuseppe nel decreto del Natale 1857), allo scopo di demolire le fortificazioni medioevali e costruire nuove residenze e infrastrutture pubbliche. L’Hofburg di Vienna, la città dell’imperatrice Sissi Se cercate cosa vedere a Vienna, non potete perdere l’Hofburg! Nel centro della città di Vienna, come una “città nella città”, si erge la splendida residenza imperiale asburgica (dal 1282 al 1918), l’Hofburg, di impronta neoclassica e barocca, che si articola intorno a 16 cortili e ben 3 piazze e ha forma di un grandioso emiciclo compreso tra due piccoli corpi semicircolari a colonne, coronati da cupole e statue. Dalla parte centrale eretta da F. Kirschner (1881-1893) si accede agli appartamenti imperiali (Kaiserliche Appartements), al museo della corte e dell’argenteria, alla Burgkapelle (Cappella di Corte) e alla Camera del Tesoro (Schatzkammer), che raccoglie il tesoro sacro e profano degli Asburgo. Negli appartamenti imperiali, nella camera dell’imperatore Francesco Giuseppe non potrete non notare la ricca stufa in maiolica e i quattro ritratti dell’amata moglie Sissi, e l’appartamento dell’imperatrice con una sala per la toeletta alla quale ella sedeva mentre la sua dama le spazzolava i lunghi capelli e una con la spalliera alla quale Sissi faceva intensi e frequenti esercizi fisici. Infatti Elisabeth, che da giovane trascorreva i mesi estivi nel castello di Possenhofen dove praticava equitazione (per il loro fidanzamento nel 1853, Franz le regalò un ritratto a cavallo nel parco del castello bavarese) e amava passeggiare all’aria aperta, sembra fosse ossessionata dalla sua bellezza (soprattutto dopo il suo arrivo a Vienna), […]

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Culturalmente

Fermalibri diorama: il designer Monde apre nuovi mondi

Il designer giapponese Monde, con i suoi fermalibri diorama fra volumi, apre letteralmente sugli scaffali di una libreria porte su mondi straordinari. Scopri di più! «Osservò un albero con un uscio nel tronco. “Curioso, — pensò Alice. — Ma ogni cosa oggi è curiosa. Credo che farò bene ad entrarci subito”. Ed entrò. Si trovò di nuovo nella vasta sala, e presso il tavolino di cristallo. — Questa volta saprò far meglio, — disse, e prese la chiavetta d’oro ed aprì la porta che conduceva nel giardino». Alice ha partecipato ad un bizzarro tea party nel Paese delle Meraviglie e, una volta allontanatasi dalla tavolata piena di tazze e bignè del Cappellaio Matto e dei suoi strani amici, si ritrova dinanzi a un albero che nel tronco presenta una porta, che la condurrà in un altro mondo nascosto, un bellissimo e curato giardino decorato da un grande rosaio. Certo, non capita tutti i giorni di poter non solo seguire un coniglio con un elegante panciotto e un orologio nel taschino, precipitare nella sua profonda tana, dialogare con un gatto viola accoccolato su un albero, ma anche aprire porte nei tronchi degli alberi. Tuttavia, è capitato a tutti di essere così immersi nella lettura di un libro, da sentirsi trasportati in altri mondi, nei mondi dei nostri personaggi preferiti, in mondi lontani dalla routine e dal divano, dove sdraiati ci rilassiamo leggendo. Ebbene, il designer giapponese Monde ha voluto aprire letteralmente, con i suoi fermalibri diorama, porte fra mondi diversi, fra realtà lontane e sospese nello spazio e nel tempo, spalancando accessi fra libri e ad epoche distanti. I fermalibri diorama di Monde sugli scaffali di una libreria: come aprire mondi fra volumi che raccontano storie avvincenti! Presentati alla 47esima edizione del  festival biennale Design Festa di Tokyo 2018, i fermalibri diorama di questo artista nipponico hanno incantato non solo gli appassionati di libri. Monde, infatti, ha rivisitato in chiave libraria i diorama, piccole ricostruzioni in scala ridotta che ricreano scene di vita naturale o umana. Usati nel modellismo per scenari ferroviari o automobilistici, oggi i fermalibri diorama (che a differenza dei plastici hanno un uso prevalentemente decorativo) sono presenti in molti musei per illustrare ambienti o edifici di epoche passate, oppure per la realizzazione di narrazioni tridimensionali quali fiabe e racconti biblici – per sistemi steroscopici come View-Master e Tru-Vue. Questi fermalibri diorama da scaffale, posti fra un libro e un altro, sono costituiti da modelli in legno  in modo da adattarsi perfettamente allo spazio fra due volumi tascabili. Essi aprono piccole realtà, curate in ogni particolare, dando l’illusione a chi si aggira fra gli scaffali di fornite librerie o biblioteche, di poter sbirciare, attraverso quegli stretti spiragli illuminati, in mondi lontani, in accoglienti salotti, negli stretti vicoli di Tokyo, in giardini fioriti. Leggere è viaggiare attraverso nuovi mondi, come ci suggerisce Umberto Eco: «chi non legge, a 70 anni avrà vissuto una sola vita: la propria. Chi legge avrà vissuto 5000 anni: c’era quando Caino uccise Abele, quando Renzo sposò […]

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Culturalmente

Who’s She? Il gioco “Indovina chi?” in versione femminile

“Who’s She?” è la nuova versione del noto gioco “Indovina chi?” tutta al femminile, per scoprire identità, importanza e ruolo delle donne che hanno cambiato la Storia!  “Chi è? Ha gli occhi blu! Dai, dimmi di più! È una lei?! No, deve essere un lui! Con i baffi! Con i ricci! Importanti questi indizi…Porta gli occhiali? Il cappello com’è? Ma è Jack! Ecco chi è! Se il cervello userai, vincerai!” Correva l’anno 1993, quando in televisione due bambini si sfidavano nel gioco da tavolo più noto alle famiglie italiane, “Indovina chi?”, datato anni ’80-’90, e il ritmo incalzante dello spot pubblicitario era così martellante che, già dopo averlo visto poche volte sul piccolo schermo, tutti lo ricordavano. In molte delle nostre case si giocava a indovinare chi fosse il personaggio nascosto dietro piccoli tasselli di legno, durante le Feste natalizie o nelle pigre domeniche invernali. Saranno felici, quindi, molti di voi, nel sapere che è da poco comparso su Kick Starter, fra le più famose piattaforme di crowdfunding, “Who’s She?”, una nuova versione del gioco “Indovina chi?” tutta al femminile, ma stavolta non prodotta dalla MB. Progettato dall’imprenditrice polacca, fondatrice di Playeress, Zuzia Kozerska-Girard, il gioco “Who’s She?” è costituito da due tavole in legno di betulla, sulle quali vi sono le immagini, dipinte ad acquerello dalla giovane artista Daria Golab, di 28 donne famose. “Who’s She?”: come si gioca? “Who’s She?” è basato sulle stesse regole dell’antenato “Indovina chi?”: due giocatori sfidanti scelgono a turno il personaggio di cui svelare l’identità e vince chi riesce ad indovinare, nel più breve tempo e prima dell’avversario, di chi si tratta. Unica differenza fra il classico “Indovina chi?” e “Chi è lei?” è nelle domande, o meglio nelle caratteristiche da svelare del personaggio femminile: non si tratterà più di chiedere maggiori informazioni sull’aspetto fisico ma conterà maggiormente sapere se la donna scelta dall’avversario abbia vinto un premio Nobel, svolto attività di spionaggio, scritto un romanzo, fatto una scoperta importante in ambito scientifico o sia nota per le sue canzoni o per aver guidato rivoluzioni. Ogni giocatore, oltre alla tavola con l’immagine delle numerose donne fra cui scegliere la favorita, avrà anche una piccola tavoletta sulla quale troverà nome del personaggio, la sua rappresentazione grafica ed altre informazioni più o meno note quali la nazionalità, la professione, le scoperte o i principali obiettivi raggiunti, così da essere facilitato nel rispondere alle domande del compagno e venire a conoscenza di curiosità e aneddoti su donne meno popolari. Molti fra noi, infatti, già conosceranno Marie Curie, Malala Yousafzai, Cleopatra, Frida Kahlo, Serena Williams e Yoko Ono, ma pochi sapranno che Harriet Tubman fu un’attivista americana che combatté per l’abolizione della schiavitù e per il suffragio femminile, che l’aviatrice statunitense Amelia Earhart fu la prima donna a volare sull’Oceano senza scali, che la paleontologa Mary Anning fu autrice di molti ritrovamenti importanti nel campo dei fossili marini o conosceranno Wangari Maathai, prima donna africana premio Nobel per la pace 2004. “Who’s she?” fra libri, video, spot pubblicitari e progetti, per le future professioniste e Donne del domani L’interessante progetto […]

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Culturalmente

Il favoloso mondo di Lim Zhi Wei, in arte Love Limzy

Lim Zhi Wei, in arte Love Limzy, è l’artista floreale più famosa al mondo. Scopriamo insieme il suo mondo. «Qualunque fiore tu sia, quando verrà il tuo tempo sboccerai, prima di allora una lunga e fredda notte potrà passare, anche dei sogni della notte trarrai forza e nutrimento, perciò sii paziente verso quanto ti accade e curati e amati, senza paragonarti a voler esser un altro fiore, poiché non esiste un fiore migliore di quello che si apre alla pienezza di ciò che è. E quando ti avverrà potrai scoprire che andavi sognando Di essere un fiore che aveva da fiorire». (Daisaku Ikeda) Siamo quasi certamente sicuri che molti dei nostri lettori avranno visto, almeno una volta sul web, una delle splendide creazioni dell’artista floreale di origini malesi, Lim Zhi Wei, in arte Love Limzy. Infatti è impossibile non aver ammirato o condiviso sui social le sue flowergirls (collezione in ingrandimento dal 2014), leggiadre figure femminili con gli abiti o le fattezze realizzate con autentici petali di fiori e foglie dalle molteplici forme. Non confondetela, però, con un’altra artista malese, Grace Ciao, illustratrice di moda conosciuta per i suoi disegni unici e sofisticati disegnati a mano, molti dei quali richiestissimi da brand di moda come Chanel, Dior, Fendi e Elie Saab. La flower artist Ciao, infatti, aggiunge agli abiti delle sue mannequin, delicatezza e fluidità con petali di fiori e altri materiali naturali, divenendo a tutti gli effetti una stilista floreale. Lim Zhi Wei, invece, nata a Kota Kinabalu, capitale di Sabah, uno stato della Malesia, e trasferitasi a Singapore per studiare arte a soli 16 anni, ha conseguito il diploma al Nanyang Academy of Fine Art Singapore (NAFA) nel 2011, con una specializzazione nella pittura occidentale. Divenuta insegnante di arte e flower designer, Lim Zhi Wei crea piccoli capolavori con acquerelli delicati, accostando la morbidezza dei petali di rose, orchidee, ortensie, garofani, narcisi e campanule alla delicatezza di corpi femminili appena accennati e realizzati con sottili pennelli, secondo un’arte tipicamente orientale. L’idea di vestire, letteralmente, immaginarie e sottili figure è nata non solo da un esperimento effettuato dall’artista con la flower press per realizzare un segnalibro di rose essiccate in occasione del compleanno della nonna, ma anche dalla sua professionalità. Love Limzy, come è nata la sua passione «Ho premuto un po’ di petali di rosa e ho creato un segnalibro per la nonna (…). Dopo il lavoro come insegnante d’arte, non avevo mai molta energia per dipingere su grandi tele, neanche la luce era quella giusta; così ho iniziato a ritrarre piccoli soggetti con le cose che si trovavano dentro la mia stanza». Ed è proprio da questa intuizione che Love Limzy ha cominciato ad arricchire i propri schizzi con altri materiali vegetali: non limitandosi, infatti, solo alla mescolanza di più tecniche, ha composto anche opere interamente di legumi, cereali, semi, spezie e perfino verdure. E così un po’ di cacao o di pepe se modellati con le dita mostrano i contorni di un aeroplano, una rosa rossa costituisce il corpo di […]

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Cinema e Serie tv

The Clock: la meravigliosa opera di Christian Marclay a Londra

Dal 14 settembre 2018 al 20 gennaio 2019 sarà possibile assistere alla video-installazione The Clock di Christian Marclay all’interno della Tate Gallery di Londra Era dal 2012 che la Tate Gallery di Londra aveva nei suoi archivi una delle sei versioni di The Clock di Christian Marclay, ma è solo dal 14 settembre 2018 che i visitatori possono ammirarla nella capitale inglese e gratuitamente. Fino al 20 gennaio 2019, infatti, la video-istallazione dell’artista statunitense, premiato come miglior artista alla Biennale Arte di Venezia con il premio Leone d’Oro nel 2011, sarà visibile presso la prestigiosa galleria, dopo aver affascinato il pubblico mondiale di Mosca, New York e Parigi. Ma i visitatori dovranno mettersi comodi e magari portare con sé un cuscino. Sia chiaro: non per schiacciare un pisolino durante la proiezione di oltre 12.000 piani-sequenza di filmati incentrati sul tema del tempo e del suo inesorabile trascorrere. Bensì per la notevole durata del video di ben 24 ore. Ideato nel 2005 quando l’artista ha dichiarato di aver avuto l’idea (che conservò per sé per circa 2 anni quando ricevette finanziamenti di 100mila dollari dalla White Cube Gallery di Londra e dalla Paula Cooper Gallery di New York), e realizzato grazie alla collaborazione di sei tecnici in tre anni di lavoro, il video prodotto da Marclay, ricercatore di sound e remix, è un vero e proprio orologio multimediale. Quando, infatti, lo spettatore vede comparire sullo schermo un orario in orologi di vecchia data, in campanili, sulle sveglie o segnato dallo scoccare di una lancetta, ebbene questo orario corrisponde allo stesso segnato sull’orologio dello spettatore stesso. Christian Marclay è visibile anche in speciali proiezioni «A volte la sera vengo qui anche se non devo regolare gli orologi, solo per guardare la città. Mi piace immaginare che il mondo sia un unico grande meccanismo. Sai, le macchine non hanno pezzi in più. Hanno esattamente il numero e il tipo di pezzi che servono. Così io penso che se il mondo è una grande macchina, io devo essere qui per qualche motivo. E anche tu». (Da “La straordinaria invenzione di Hugo Cabret” di Brian Selznick) Acquistato anche dal Centre Pompidou di Parigi e all’Israel Museum di Gerusalemme, l’opera d’arte contemporanea è visionabile non solo durante gli orari della Tate Gallery, ma anche in speciali proiezioni notturne della durata di 24 ore previste per il 6 ottobre, il 3 novembre e il 1 dicembre. Il fascino di questa video- istallazione risiede proprio nella durata e nella straordinaria passeggiata nel tempo (letteralmente) nella storia della cinematografia internazionale. Tratti da un numero imprecisato di film, di spot pubblicitari e immagini televisive, gli spezzoni, contenenti numerosi riferimenti orari o in cui sono visibili orologi che indicano ore precise, in centinaia di inquadrature e sequenze, contribuiscono a creare un racconto che dura un’intera giornata e, nonostante la provenienza diversa per genere (si va dai western ai thriller e alle saghe di fantascienza), epoca, stile, regia, recitazione, ambientazione e luci plasmano un prodotto unitario e certamente accattivante. Non solo per […]

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Culturalmente

Mostre d’arte in corso, 10 da non perdere assolutamente!

Da Marc Chagall a Pablo Picasso, da Escher alla celebrazione del mito di Ercole, da Tintoretto  a Pollock: nell’autunno- inverno 2018-2019, c’è davvero l’imbarazzo della scelta per gli amanti dell’arte non solo moderna e contemporanea. Ecco, dunque, una selezione delle 10 mostre d’arte in corso da non perdere assolutamente negli ultimi mesi di quest’anno. Mostre d’arte in corso, quali non perdere in questo piovoso autunno Tintoretto 500 Nella splendida cornice del Palazzo Ducale e presso le Gallerie dell’Accademia a Venezia, dal 7 settembre 2018 al 6 gennaio 2019 i visitatori potranno ammirare una grandissima esposizione dedicata al pittore cinquecentesco di origine veneziana in occasione dei 500 anni dalla sua nascita. Organizzata dalla Fondazione Musei Civici di Venezia e dalla National Gallery of Art di Washington fin dal 2015 nei luoghi più prestigiosi della città veneta, la mostra si immette in un più grande evento cittadino comprendente anche le chiese veneziane (dove Save Venice Inc.ha sostenuto il restauro di ben 18 dipinti e la tomba del Maestro), che conservano capolavori di Tintoretto (Tintoretto 1519-2019) dagli anni della formazione (“il giovane Tintoretto” nelle Gallerie) alla definitiva affermazione in Europa negli anni ’40 del 1500 (nel Palazzo Tintoretto 1519-1594). Dove e quando: Palazzo Ducale- Gallerie dell’Accademia, Venezia. 7 settembre 2018-6 gennaio 2019 Info: http://mostratintoretto.it/progetto-tintoretto-500 Warhol&Friends. New York negli anni ’80 Chi non conosce l’artista americano, noto per la sua opera ispirata alla produzione industriale e alla società non solo statunitense? Chi non ricorda il noto volto di Marilyn Monroe dai colori accesi o la riproduzione in serie della latta Campbell’s Soup? A Bologna sono esposte circa 150 opere che portano alle luci della ribalta la New York degli anni ’80 raccontando Warhol, ma anche Jean-Michel Basquiat (quest’anno ricorre il trentennale della sua morte), Francesco Clemente, Keith Haring, Julian Schnabel e Jeff Koons. Dove e quando: Palazzo Albergati, Bologna. 29 settembre 2018- 24 febbraio 2019 Info:http://www.palazzoalbergati.com/warhol-friends/ Per chi volesse conoscere ancora più approfonditamente la vita e le opere straordinarie di Andy Warhol segnaliamo anche un’altra esposizione di oltre 170 opere dell’artista, dal 3 ottobre nel Complesso del Vittoriano a Roma. Realizzata in occasione del 90esimo anniversario della sua nascita, parte dalle origini artistiche della Pop Art, dal 1962 quando Warhol inizia a creare serie usando la serigrafia. Qui al Vittoriano, dal 10 ottobre 2018 trovate anche “Pollock e la Scuola di New York” nell’Ala Brasini che accoglie opere della collezione del Whitney Museum di New York, anche di Mark Rothko, Willem de Kooning, Franz Kline e degli altri ‘irascibili’. Picasso e il mito Protagonista assoluto delle mostre d’arte in corso è sicuramente lo spagnolo Pablo Picasso tanto che sia  nel Palazzo Reale di Milano, dal 18 ottobre 2018 al 17 febbraio 2019, sia a Genova sono allestite due interessantissime e ricchissime esposizioni dedicate all’artista. A Milano, è celebrato lo studio delle forme (comparate a quelle rispondenti ai canoni classici), della bestialità e della scomposizione delle figure in un percorso museale che segue la rappresentazione compulsiva di esseri mostruosi, che affonda le proprie radici nella mitologia e […]

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Libri

Aimee Bender e L’inconfondibile tristezza della torta al limone

L’inconfondibile tristezza della torta al limone di Aimee Bender, edito per la prima volta nel 2012 e ristampato nel 2018 dalla casa editrice minimum fax, è uno di quei romanzi che, una volta terminato, lascia al lettore l’impressione di aver appena salutato un amico che non si sa quando si rivedrà. O meglio, un’amica, Rose Edelstein, narratrice della sua infanzia e adolescenza. La tristezza della torta al limone di Aimee Bender Rose è una timidissima e golosa bambina di nove anni, molto legata alla mamma con la quale siede in cucina mentre svolge esercizi di calligrafia, assistendo alle sue “sedute di allenamento” in grembiule a fantasia ciliegie. Proprio dopo un pomeriggio trascorso a fare i compiti  in cucina, mentre la mamma preparava la sua torta di compleanno al limone e glassata al cioccolato, a Rose viene la curiosità di assaggiare, in assenza dalla mamma, il dolce perché- si sa- “i dolci sono al massimo appena usciti dal forno”. Dopo aver staccato un pezzetto spugnoso di torta e averlo intinto nella glassa al cioccolato, la bambina prova uno strano senso di “vuoto”. Nella sua bocca e poi nella sua gola comincia a crearsi un groppo, un’inevitabile e inconfondibile tristezza. A cena il pollo con i fagiolini e il riso hanno lo stesso sapore di delusione e di solitudine. «Quindi ogni cibo ha un sentimento riassunse George quando provai a spiegargli del rancore acido nella gelatina d’uva. Mi sa di sì, dissi. Un sacco di sentimenti, precisai». Il “dono” di Rose, come lo definisce l’amico del fratello Joseph  unico e prediletto confidente, si trasforma ben presto in una maledizione, diventando sempre più perfetto, immancabilmente perfetto, per cui «il sensore non sembrava essere limitato al cibo preparato da mia madre, e c’era talmente tanto da analizzare, un torrente di informazioni». Assaggiando sandwich, bibite gassate, patatine, toast con il burro, latte e cacao durante un ‘test’ proposto dall’amico George, per Rose è «tutto sospeso sullo sfondo, e in primo piano le condizioni di chi aveva preparato il cibo». E così la panna sa di inconsistenza, il latte è stanco, il pasticcio di tonno vuoto, i biscotti con le gocce di cioccolato arrabbiati, le minestre della mensa scolastica sono annoiati e frustrati… Dopo una fetta di crostata alle pesche e mirtilli della madre, Rose è disperata: presa da un attacco di panico, vorrebbe staccare la lingua e non sentire più nulla… Costretta suo malgrado a convivere con questa sua misteriosa dote, la ragazzina, sola e incompresa dalla sua famiglia dovrà tenere per sé questa sua capacità: prediligendo i prodotti confezionati dei distributori automatici (di cui riesce pian piano a distinguere perfino provenienza e contesto di produzione), nelle sue preghiere ringrazia «per il cibo che è finito» e impara che dietro alla vita perfetta delle persone che la circondano, si nascondono segreti, paure, gelosie (come quelle dell’amica Eliza), sensi di colpa (come quelli che prevalgono poi nelle cene della mamma che tradisce il marito) e frustrazioni, ma soprattutto che ognuno di noi, in fondo, conserva nel […]

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Cucina e Salute

Potassio: quali alimenti ne sono ricchi e perché fa così bene

Potassio: in che modo aiuta l’organismo a star bene e a reintegrare i liquidi persi a causa del caldo torrido In estate ci si sente spossati e privi di energie fin dal mattino e spesso integratori alimentari e un frequente e abbondante uso di acqua non bastano a ricaricare l’organismo – soprattutto se si soffre di pressione. Già a colazione si consiglia di fare il pieno di potassio, un minerale fondamentale, da assumersi quotidianamente (anche se già presente nell’organismo in quantità elevate: circa 180 grammi negli adulti) e in quantità sufficienti (se ne raccomanda, per gli individui adulti sani, un livello di assunzione pari a 3,9 g al giorno) anche in stagioni diverse da quelle estive, in quanto il nostro organismo non è in grado di sintetizzarlo. Oligoelemento essenziale, il potassio è implicato in diversi processi fisiologici  quali lo scambio idro-salino a livello cellulare (previene dunque la ritenzione idrica causata dallo squilibrio tra la quantità di potassio nelle cellule e quella del sodio fuori dalle cellule, presente in quantità maggiori e che porta l’organismo a trattenere più acqua per una normale diluizione) e la regolazione della pressione arteriosa. Infatti, secondo un recente studio il potassio è fondamentale per il benessere cardiaco: consumare cibi ricchi di potassio preverrebbe e ridurrebbe la pressione sanguigna nelle persone che soffrono di ipertensione che, oltre a praticare regolare attività fisica e a seguire una dieta priva di alcol e sale, assumendo maggiori quantità di questo minerale vedrebbero un sostanziale miglioramento della propria salute cardiaca. Già appena svegli, debilitati dal caldo delle ore notturne e da un sonno spesso disturbato, assumere alimenti che contengono potassio può costituire un’importante soluzione per affrontare le torride giornate estive, sentendosi rinvigoriti. Infatti il potassio partecipa alla contrazione muscolare (inclusa, come già anticipato, quella del muscolo cardiaco), regolarizzando il cambio intestinale e riducendo e la possibile perdita di tessuto osseo che si verifica durante l’invecchiamento e anche il rischio di calcoli renali. Tuttavia, assumerne in quantità eccessiva – così come la mancanza di potassio – può comportare alcuni rischi proprio per i reni: infatti, in caso di malfunzionamento renale e assumendo alcuni farmaci è possibile andare incontro a ipercalemia, cioè ad un eccesso di potassio nel sangue, che comporta debolezza, rallentamento del battito cardiaco e pericolose aritmie. La regolare e quotidiana dieta fornisce, comunque, adeguate quantità di potassio in quanto tutti gli alimenti (tranne i grassi dei condimenti, lo zucchero e gli alcolici) contengono questo oligoelemento, in particolare gli alimenti di origine vegetale (frutta, verdura, legumi, erbe aromatiche e spezie) e le carni fresche o il pesce (come salmone e merluzzo): pertanto è improbabile presentare carenze di potassio nel sangue. Idee di colazione estiva con cibi ricchi di potassio Iniziare, però, fin dalla prima colazione ad assumere cibi ricchi di potassio è auspicabile soprattutto per affrontare energeticamente la giornata al solleone o in città. Ecco dunque alcune proposte estive di colazione per ricaricare l’organismo: 1 – Colazione “tradizionale”: macedonia di uva ben matura, kiwi e banana (350 mg di potassio ogni 100 gr), succo di […]

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Culturalmente

Mama Chat: “Per ogni donna che chatta c’è sempre una persona che ascolta”

A tutte le donne e ragazze è sicuramente capitato di avere bisogno di sfogarsi con un’amica o con un familiare, per cercare di trovare forza nel confronto e nella condivisione dei propri malesseri e dubbi. La vita frenetica di tutti – ma soprattutto delle donne, che cercano di orientarsi nella quotidianità dai ritmi serrati di lavoro e famiglia – però spesso costringe la maggior parte delle persone a preferire il ripiegamento su sé stesse, piuttosto che provare a trovare conforto in una semplice telefonata o in una passeggiata in compagnia. Un po’ per timore di risultare invadenti e insistenti nel “costringere” il proprio interlocutore ad ascoltare, un po’ nella consapevolezza (fondata o meno) che poco potrebbe fare per aiutarci. È proprio dall’esperienza “maturata in realtà dove i canali di comunicazione sono spesso limitati” che nasce il servizio digitale Mama Chat. Nata nel 2016, da un’idea della giovane psicologa Margherita Fioruzzi (che ha anche un master a Dublino in “disuguaglianze sociali”) e di Marco Menconi, ex ingegnere in Google Dublino e consulente esperto digitale, cerca di rispondere alle esigenze di tutte quelle donne con gravi problemi psicologici e sociali che preferiscono chiedere aiuto protette dall’anonimato, senza rinunciare alla professionalità e all’esperienza, e sfruttando uno strumento più moderno e alla portata di tutte come una chat gratuita. Infatti, se sono sempre meno le donne che conoscono i propri diritti e chiedono consiglio presso figure esperte nel privato, sono tantissime quelle che ricercano in rete la risposta ai propri problemi, da quelli di natura legale a quelli di salute, da quelli di madri a quelli di donne. Tuttavia, spesso in internet trovare consulenze professionali è difficile, soprattutto gratuitamente, e affidarsi ai post su blog o forum diventa per molte la soluzione più immediata e semplice. Con un grave rischio: quello di non trovare una soluzione, o peggio, di perseverare nello stare male. Mama Chat: da donna a donna, da donna ad esperta Mama Chat è uno spazio digitale protetto e gratuito, pensato quindi per tutte le donne, che offre loro un supporto psico – sociale, garantendo alle utenti non solo l’anonimato e la privacy, ma anche la possibilità di confronto con figure professionali di grande esperienza e umanità. Infatti dietro Mama Chat c’è un’associazione composta per ora da 14 persone di cui 10 volontarie ed esperte di psicologia e psicoterapia femminile, di diritto familiare, e educatrici e operatrici sociali, pronta ad aiutare ogni utente. Usare questa chat è facilissimo: basta collegarsi al sito (dove sono forniti orari giornalieri) e creare un contatto cui risponde, dall’altra parte, un consulente che offre il proprio servizio gratuitamente, proprio come su chat più note come WhatsApp o Messenger (ma se non c’è nessun esperta online basta scrivere un’email). Chatta che… ti aiutiamo! «Siamo online, ma è come se fossimo un’help-line, una sorta di telefono rosa. Abbiamo uno staff di psicologhe che non fanno terapia, ma informano sui servizi cui rivolgersi. La prima fase di ascolto serve per individuare quale sia il problema della donna che ci ha contattato e che invitiamo a rivolgersi […]

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Culturalmente

Tatsuo Horiuchi e l’arte di dipingere senza pennelli

Nel film “Mona Lisa smile” (2003) alcune studentesse di Wellesley, un severo college femminile del New England degli anni ’50, guidate dalla prof.ssa Katherine Watson (Julia Roberts), riproducono il noto quadro “I Girasoli” di Van Gogh grazie ad una preziosa scatola-guida seguendo semplicemente dei numeri. Le loro personali interpretazioni del pittore olandese divengono con poco sforzo, ma con una buona dose di creatività, il prodotto finale di un’ “arte”  che non solo “le persone giuste” possono giudicare tale. “Cos’è l’arte? Cosa la rende buona o non buona e chi lo decide?(…)L’arte non è arte finché qualcuno non dice che lo è! È arte!”: durante una lezione, il ping pong fra allieve e docente cerca risposte nell’osservazione di dipinti ‘grotteschi’ e perfino di fotografie. L’arte 2.0 di Tatsuo Horiuchi L’arte di Tatsuo Horiuchi sembra riaccendere il dibattito della fittizia aula nella clip del film: può definirsi ‘arte’ una serie di “dipinti” realizzati grazie al programma Excel? È buona o cattiva arte e chi lo decide? Tatsuo Horiuchi è un dolce vecchietto giapponese di 77 anni, ma il web lo ha già ribattezzato “il Michelangelo di Excel”. Originario di Nagano, nel 2000 Tatsuo va in pensione: dopo qualche settimana decide di iniziare a impiegare il proprio tempo libero dipingendo: “sono pazzo, ma penso che se non hai talento per il disegno, puoi dipingere grazie ad Excel”. Dati i costi di pennelli, colori, tele e corsi di avviamento al disegno (“Non hai bisogno di spendere soldi in tele o colori e di preparare l’acqua e così via”), questo talentuoso signore giapponese, appassionato di pittura, comincia ad usare il programma Excel, già istallato sul suo PC personale, per dipingere.  “All’inizio mi sono chiesto: come posso dipingere con il mio PC? I software grafici sono costosi, ma Excel è preinstallato nella maggior parte dei computer” ha spiegato il pensionato, “ha più funzioni ed è più facile da usare rispetto a [Microsoft] Paint. Uso semplice strumenti di disegno vettoriale sviluppati principalmente per grafici e forme semplici”. Il programma, considerato dai più un complesso e utile strumento per la realizzazione di sole tabelle di calcolo, diviene ben presto per Tatsuo, che non aveva mai usato prima questo software (“A lavoro non ho mai usato Excel, ma ho visto altre persone realizzare delle bellissime tabelle. Quindi mi sono detto, forse ci posso fare dei disegni?” ha dichiarato in un’intervista), né aveva mai dipinto (nonostante il suo amore innato per l’arte del proprio paese natale) una preziosa guida nella riproduzione di splendide immagini. Autoshape e Smart art: così nasce l’arte di Horiuchi Creando, infatti, dei grafici può poi colorarli come vuole e combinandone con altri, ne crea di originali, ispirandosi allo stile classico tipicamente giapponese. I suoi principali soggetti sono paesaggi rurali (ma anche lacustri e marini), sciatori, geishe,fiori, alberi di ciliegio, montagne innevate, pesci coloratissimi, eleganti cigni bianchi su sfondi monocolori, vulcani in eruzione, tramonti e fitte foreste di un verde intenso. Horiuchi, sfruttando le diverse funzionalità in dotazione nel programma Excel come Smart Art e AutoShape, la funzionalità del foglio […]

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Culturalmente

Le Royelles: le bambole super-eroine e diverse

Circa un anno fa alcune mamme inglesi avevano lanciato l’hashtag #toyslikeme sui social network dando vita ad una campagna virale di solidarietà e umanità avente lo scopo di creare giocattoli e bambole che avessero menomazioni e evidenti difetti fisici simili a quelli dei loro bambini. Giocattoli, quindi, in cui i bambini potessero ritrovare sé stessi, con tutte le loro imperfezioni: i genitori di bambini con disabilità erano poi stati invitati a postare idee per giochi e giocattoli con difficoltà fisiche. Le foto postate erano state tante e commoventi tanto che le ideatrici del progetto avevano chiesto alle aziende produttrici di giocattoli di realizzare questi progetti artigianali e originali di molti volontari e genitori o almeno di ispirarvisi per immettere sul mercato prodotti più vicini alle esigenze di tanti bambini “diversi” ma non per questo meno importanti. Le Royelles: un progetto di Mùkami Kinoti Kimotho Il progetto delle bambole Royelles sembra voler percorrere una strada affine a quella non solo di Toy like me, ma anche quella di Mighty Dolls dell’artista canadese Wendy Tsao (che aveva dato alle note bambole Bratz il volto di donne famose per la loro cultura, professionalità e importanza nel mondo scientifico e letterario) e di Tree Change Dolls di Sonia Sigh (che aveva struccato le stesse bambole ridisegnando volti e realizzando vestitini così da renderle più simili alle bambine che vi giocavano). Ideate dalla fashion designer e imprenditrice sociale Mùkami Kinoti Kimotho (nonché mamma della piccola Zara), le Royelles sono 13 bambole interamente realizzate a mano (dai disegni ai modelli stampati in 3D) dalle fisicità e vestiario diversi, ispirate a donne vere come nonne o atlete. Secondo la Kimotho le mamme americane spendono ogni anno circa 5 miliardi di dollari in bambole, mentre le mamme afroamericane spendono circa 300 milioni di dollari e più per le stesse bambole che però, secondo alcune statistiche, hanno un impatto negativo sulla loro immagine. «Mia figlia  Zara a soli 4 anni mi disse di non sentirsi bella come i suoi amici». Proprio notando (dopo 2 anni di lavoro e tante ricerche e incontri con tantissime mamme) che si trattava di un problema esistente non solo nella comunità di colore, Mùkami ha pensato di realizzare questi “avatar” come lei stessa ama definire le Royelles, bambole diverse dagli standard in commercio, modelli che riflettessero le diversità di colore, cultura, fisico e abilità. Avatar perché  ognuna ha una propria personalità, storia e missione. Come Teti, mamma single di 3 bambini e scrittrice di successo,  che non rinuncia alla sua famiglia ma che persevera nel mettere il suo talento al servizio della comunità, un omaggio alla mamma dell’artista. O Tanni, ballerina classica con due protesi alle gambe: i suoi limiti fisici non le impediscono di portare avanti i suoi sogni. O come Mara donna guerriera che affronta la vita con fierezza e coraggio, cui sarà ispirata la prima libea di bambole progettata dalla Kimotho. #MillionRoyellesMillionGirls: una delle Royelles per tutte le bambine Dalla vendita di queste bambole (lo del costo di 99 dollari), l’imprenditrice, […]

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Cucina e Salute

L’originale insalata greca con Salsa tzatziki: ricetta, ingredienti e curiosità

Insalata greca con salsa greca, le nostre ricette «Fa’ che il cibo sia la tua medicina e la medicina il tuo cibo». Così scriveva Ippocrate, padre della medicina, vissuto tra il V e il IV secolo a. C. Chissà se, quando pensava al “cibo come medicina”, avrebbe mai immaginato che, proprio nella sua terra d’origine sarebbe stata creata la meravigliosa χωριάτικη σαλάτα, ovvero l’insalata greca (detta anche “estiva“, perché consumata nella bella stagione). La ricetta originale della greek salad, facilissima da preparare e molto gustosa, prevede ingredienti tipicamente mediterranei quali pomodori, cetrioli, cipolla, olive, senza dimenticare l’olio d’oliva e l’immancabile formaggio greco, la Feta. Le lisce olive, nello specifico della varietà Kalamata, prodotta nell’omonima città peloponnesiaca, di solito conservate nell’aceto di vino o in olio d’oliva, sono di colore viola e di consistenza carnosa. Insieme alla cipolla (che si rende meno piccante grazie alla strizzatura con il sale e al bagno in aceto) conferiscono un gusto acre all’insalata, mentre i pomodori, ricchi di antiossidanti, e i cetrioli, ricchi di sali minerali e di vitamina C, rendono l’insalata un ottimo piatto estivo, rigenerante e dai forti effetti depurativi, ideale anche nelle diete prive di tossine. Ma a farla “da padrona” in questo piatto è sicuramente la bianca Feta, prodotto DOP, ottenuta con latte di pecora e caglio: dalla consistenza pastosa (è a pasta semidura), è un formaggio molto saporito a causa della sua lavorazione che prevede una permanenza nella salamoia per un periodo che varia dai due ai tre mesi. Nelle isole, oltre alle erbe aromatiche quali l’origano, spesso vengono aggiunte anche le foglie della pianta di cappero e, a volte, anche i capperi sottaceto, mentre nella Grecia continentale settentrionale, si aggiungono anche i peperoni tagliati crudi oltre ai pomodori. Tuttavia sono molteplici le varianti dell’insalata khoriatiki e molto spesso, invece del solito condimento costituito dall’olio d’oliva, sale e origano, si preferisce usare la salsa greca tzatziki, usata anche come accompagnamento di antipasto in Turchia e in Albania. Questa salsa a base di yogurt di pecora, bianca, si presenta schizzata di verde per la presenza di cetrioli spezzettati o aggiunti dopo averli frullati, ed ha un gusto molto aromatizzato a causa dell’abbondante aglio aggiunto. Anche questa salsa presenta numerose varianti e, a sostituzione dell’aglio o del cetriolo, in alcune regioni della Grecia continentale si preferisce usare erbe aromatiche quali la menta, l’erba cipollina, il coriandolo, l’aneto o altre spezie, magari aggiunte insieme ad un abbondante cucchiaio di aceto. L’insalata khoriatiki si serve dopo aver apparecchiato la tavola per stimolare l’appetito dei commensali nell’attesa dell’arrivo dei piatti principali, in un’unica insalatiera dalla quale tutti gli invitati attingono in una vera e propria celebrazione della condivisione del cibo ordinato e del tempo da trascorrere, fra un trancio di pita con il quale si accompagna il boccone di pomodori e Feta alla bocca e uno sguardo al mare e al cielo greci dello stesso colore azzurro intenso. Dopo aver letto la descrizione dettagliata di uno dei piatti cardine della cucina greca, mediterranea e internazionale, è […]

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Cucina e Salute

Barefooting: camminare a piedi nudi (non solo nel parco!)

«Paul, sei addormentato? Solo le mani e i piedi». I cinefili più nostalgici sicuramente ricorderanno questa battuta tratta dal film A piedi nudi nel parco scambiata tra la solare sposina Corie e lo scontroso neo-marito Paul che, dopo essere stato cacciato di casa dalla moglie, cammina a piedi nudi nel parco, abbandonandosi per la prima volta alla spontaneità e semplicità della vita, e ritrovando il senso di radicamento al suolo e contatto con la natura. Di recente sembra che la libertà, inaspettatamente scoperta dal giovane Robert Redford, protagonista del film, sia divenuta uno dei motivi principali della diffusione del nuovissimo barefooting, ovvero il “camminare a piedi nudi”. Questa tendenza, sicuramente recente e molto praticata in America, rientra in un’attività che – non tutti sanno – apporta molteplici benefici all’organismo. Primi tra tutti il senso di benessere e di serenità, che nasce dal senso di libertà del camminare senza scarpe, calze, sandali, calzini, tacchi alti. Inoltre la scarpa impedisce il normale e corretto movimento dei piedi, ne indebolisce la muscolatura, e il carico del corpo non si distribuisce, gravando solo sull’avanpiede. I benefici del barefooting (a piedi nudi) non solo del corpo, ma anche della psicologia Al contrario, camminare scalzi, oltre ad esercitare correttamente la muscolatura del piede e favorire una distribuzione corretta dei carichi, migliora la traspirazione, dal momento che sotto la pianta dei piedi si concentra la maggior parte della ghiandole sudorifere. Infatti poggiare la pianta dei piedi a terra non solo migliorerebbe la circolazione del sangue e il senso di pesantezza alle gambe (e questo, soprattutto per le donne, anche in gravidanza, diminuirebbe il rischio di vene varicose e di trombosi), ma favorirebbe anche il ruolo degli elettroni che riducono l’effetto dei radicali liberi sui tessuti sani.  Riattivando la circolazione, si contribuisce a migliorare i dolori cronici e, in alcuni casi, anche i disturbi del sonno. Camminare correttamente aiuta a correggere anche la postura (soprattutto per gli adolescenti che tendono all’atteggiamento scoliotico e cifotico), prevenire dolori alla schiena e i tanti e fastidiosi problemi dei piedi, come calli o bollicine. Ma questa pratica è sconsigliata nel caso si soffre di particolari patologie del piede come la fascite plantare, la tallonite o la spina calcaneare. Non è solo l’organismo a beneficiare del barefooting: camminare a piedi scalzi, magari immersi nella natura, favorisce non solo l’aumento dell’autostima, ma accresce anche la concentrazione e la memoria, soprattutto se si unisce la presenza di aria pura e del verde che aiuta nel rilassamento e nella generazione di pensieri positivi (ritrovando anche il contatto con la natura-earthing). Questa pratica oggi è in voga anche nelle grandi metropoli e perfino nei locali pubblici o per le strade molti neofiti del barefooting si lanciano nella “falcata delle Valchirie”, dimenticandosi dei possibili e, spesso, frequenti inconvenienti di questo “hobby“: ad esempio, la scarsa igiene derivante dalla sporcizia di strade e pavimenti e quindi la possibilità di incorrere in funghi e verruche o la presenza di pezzi di vetro. Ecco perché, è sempre preferibile seguire percorsi guidati (non […]

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