Lo smemorato di Collegno: storia vera — quando la realtà supera l’immaginazione

Un caso giudiziario e mediatico che tenne l’Italia con il fiato sospeso per cinque anni

C’è una Torino notturna, quella che avvolge il manicomio di Collegno nelle ore piccole, che ancora oggi evoca il mistero di una delle vicende più straordinarie della storia italiana del Novecento.

È proprio tra quelle mura che opera Somewhere Tour & Events, con i suoi tour serali dedicati a chi vuole rivivere l’atmosfera di luoghi dove la storia si è sedimentata in modo indelebile. E pochi luoghi raccontano l’Italia meglio dell’ex manicomio di Collegno, teatro della vicenda dello smemorato più famoso di sempre.


Il ritrovamento: un uomo senza nome

Era il 10 marzo 1926 quando un uomo fu fermato nel cimitero di Torino mentre cercava di allontanarsi con un vaso funerario sottratto dal settore ebraico.

Non aveva documenti, non ricordava il proprio nome, non sapeva dire da dove venisse. Parlava italiano correttamente, appariva persona colta e distinta, stimata intorno ai quarantacinque anni. Fu ricoverato nel manicomio di Collegno con il numero di matricola 44170.

Nessuno poteva immaginare che quell’uomo senza identità avrebbe diviso l’Italia intera.


La famiglia che lo riconobbe

Vista l’impossibilità di identificarlo, nel febbraio 1927 la direzione del manicomio pubblicò un annuncio con fotografia sulla Domenica del Corriere: «Chi lo conosce?».

Tra le risposte arrivò quella di Giulia Canella, vedova — o almeno così credeva di essere — del professor Giulio Canella, filosofo veronese disperso nel novembre 1916 durante un combattimento in Macedonia contro i bulgari, nei pressi di Monastir.

Il 27 febbraio 1927 la donna si recò a Collegno. Appena vide l’uomo attraverso uno spioncino, esclamò: «Dio quanto è invecchiato!». Quando fu introdotta nel corridoio, si gettò in lacrime alle ginocchia dello sconosciuto gridando: «È lui, è lui».

Il 2 marzo lo portò via con sé.


L’altro nome: Mario Bruneri

La storia sembrava chiusa, quasi commovente nel suo apparente lieto fine.

Ma il 7 marzo una lettera anonima giunse alla questura di Torino: quell’uomo non era il professor Canella. Era Mario Bruneri, tipografo torinese nato nel 1886, noto alle forze dell’ordine per truffe e false identità, latitante da condanne non scontate.

Convocato con una scusa a Torino, lo sconosciuto fu riconosciuto come Bruneri da familiari, conoscenti e dall’amante stessa. Il confronto delle impronte digitali, ricavate dai registri delle carceri torinesi, dette riscontro positivo su tre dita della mano destra.


Il processo che spaccò l’Italia

Nacque così il «caso Bruneri-Canella», uno dei primi grandi processi mediatici italiani.

I giornali si divisero: i «bruneriani» da una parte, i «canelliani» dall’altra. La stampa fascista di Roberto Farinacci — coinvolto come avvocato difensore — sosteneva l’identità Canella; l’Osservatore Romano e padre Agostino Gemelli, amico intimo del professore, non riconobbero invece nell’uomo il loro congiunto.

• Il tribunale civile di Torino nel 1928 identificò lo sconosciuto come Bruneri.
• La Corte d’appello di Torino confermò nel 1929.
• La Corte di cassazione annullò la sentenza nel 1930.
• La Corte d’appello di Firenze, il 1° maggio 1931, confermò definitivamente: era Mario Bruneri.


Una vita con due nomi

Bruneri fu arrestato il 5 giugno 1931 e tradotto alle Carceri Nuove di Torino. Nel 1933, al momento della scarcerazione, chiese al commissario: «Devo firmare col nome di Bruneri?».

Alla risposta affermativa, dichiarò: «Firmo col nome di Bruneri, ma ricordatevi bene che sono Canella».

Giulia Canella non smise mai di credergli. Tra il 1928 e il 1931 ebbero tre figli, registrati con il cognome Canella.

Il 19 ottobre 1933 salparono per il Brasile sul transatlantico Conte Biancamano. In Brasile si fece iscrivere all’anagrafe come Giulio Canella, imparò il portoghese, tenne conferenze, pubblicò articoli di filosofia.

Morì a Rio de Janeiro l’11 dicembre 1941 e fu sepolto con il nome di Giulio Canella.


Un mistero che non si chiude

Nel 2014, durante la trasmissione Chi l’ha visto? su Rai 3, il confronto del DNA tra il figlio dello smemorato e i discendenti dei figli anteguerra di Canella non confermò l’identità con il professore.

La scienza parla chiaro.

Eppure la Chiesa cattolica, nel 1970, riconobbe nello sconosciuto il professor Giulio Canella, legittimando i figli nati dalla coppia.

Giulia Canella morì a Rio de Janeiro nel luglio 1977, convinta fino all’ultimo di aver amato e protetto suo marito.

Lo smemorato di Collegno è entrato nel linguaggio comune per indicare chi finge di non ricordare. Ma la storia vera è molto più complessa: è un racconto di identità, di amore cieco, di giustizia che arranca e di un’Italia che non smise mai di chiedersi — chi sei davvero?

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