Reputazione delle orche assassine: la verità sulla specie

Reputazione delle orche assassine: la verità sulla specie

La reputazione delle orche assassine non è lontana da quella degli squali, questo per varie ragioni che però sono distanti dalla realtà.

Il loro nome scientifico è Orcinus orca, ispirato a Orcus, o Orco, ovvero il Dio degli Inferi della prima mitologia romana, mentre dagli anglofoni è chiamata Killer Whale, balena assassina. In verità esiste una piccola inesattezza in quest’ultima terminologia: nonostante il fatto che sia le orche che le balene appartengano entrambe all’ordine dei cetacei, le prime vanno a costituire il sottordine degli Odontoceti (muniti di denti), mentre le seconde appartengono al sottordine dei Misticeti (muniti di fanoni).

Da dove deriva questo termine? Perché le orche sono definite con il titolo di assassine?

In realtà, nell’antichità, pescatori e marinai avevano avuto modo di avvistarle durante vari episodi di caccia alle balene e, restandone sbalorditi, le etichettarono col nome di Killers of Whales, dunque “cacciatrici di balene”. Successivamente, e probabilmente per un errore di traduzione, si è cominciato a riferirsi a loro come balene assassine, mutando così la reputazione delle orche assassine: considerate, infatti, come animali spaventosi e inserite tra i predatori più mostruosi del mondo marino.

Questo almeno fino agli anni ‘60, quando all’inizio del decennio venne organizzata una spedizione per arpionare un’orca per l’acquario di Vancouver; venne dunque catturato un giovane maschio sulle coste canadesi e venne poi trasportato in un recinto appositamente costruito. Si ebbe così la possibilità di scoprire i tratti caratteristici reali di questa specie: un’inaspettata docilità e curiosità; ne seguì inoltre la sorprendente realizzazione che nella loro alimentazione solita non sono previsti gli esseri umani.

La relazione storica tra orche e uomini

A tal proposito è bene menzionare il fatto che la reputazione delle orche assassine non ha sempre avuto connotazione negativa, nel corso del tempo, infatti, ci sono stati momenti di vere e proprie collaborazioni tra esseri umani e orche: uno dei casi più conosciuti è quello avuto luogo nel Porto di Eden, in Australia. All’inizio del ‘900, nella baia di Twofold, un gruppo di orche aveva cominciato ad aiutare i marinai della zona con la caccia alle balene: il loro compito era quello di condurre e intrappolare i grandi animali nella baia, a quel punto un esemplare maschio soprannominato Old Tom avvisava i balenieri, e questi accorrevano immediatamente a cacciare le prede. In cambio la carcassa veniva lasciata a disposizione delle orche per la notte per potersene cibare delle parti che più preferivano.

Animali colmi di empatia

Un’altra delle scoperte più eclatanti circa questi animali, che ci aiuta a capire quanto la reputazione delle orche assassine si basi su pure congetture, è che sembrino essere dotati di un’incredibile empatia: ci sono stati casi in cui gruppi familiari abbiano adottato alcuni individui mutilati e che se ne siano presi cura con un’estrema attenzione e riguardo. Un esempio in cui si è avuta un’ulteriore prova di questa loro caratteristica lo individuiamo nel 2019, quando un gruppo di cinque orche fu avvistato a breve distanza dal porto di Genova: il branco proveniva dall’Islanda e, probabilmente, si era avventurato nel Mediterraneo spinto dalla curiosità, attraversando lo Stretto di Gibilterra. Esso era costituito da quattro orche adulte e da un cucciolo senza vita; ciò che si scoprì in quei giorni, in seguito a diversi monitoraggi, fu che la madre trascinava dalla pinna dorsale il cucciolo morto in una sorta di cordoglio funebre, durante il quale stava elaborando il lutto, assieme alle altre orche che assistevano al suo dolore.

Tali episodi e scoperte circa questa specie fanno capire quanto la reputazione delle orche assassine condivisa dalla maggioranza sia distante dalla realtà dei fatti, ma soprattutto è bene che l’uomo comprenda e rispetti l’importanza e il valore di questo animale.

Fonte immagine: Wikipedia

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