Battaglia dei sessi nel tennis: di cosa si tratta

Battaglia dei sessi nel tennis: di cosa si tratta

Quando si parla della battaglia dei sessi nel tennis si fa riferimento a una serie di incontri che videro uomini e donne confrontarsi in campo. Nate negli anni ’70 con il semplice obiettivo di intrattenere e divertire, queste sfide finirono per rappresentare molto di più: contribuirono a rivoluzionare il ruolo della donna nel mondo tennistico, tradizionalmente dominato dagli uomini. Al centro di questa storia di rivoluzione sportiva emerge il nome della protagonista indiscussa: Billie Jean King. Per tutta la sua carriera, la tennista americana si è battuta per ottenere equità, affinché il tennis femminile potesse godere della stessa popolarità e degli stessi compensi di quello maschile.

Primo incontro della battaglia dei sessi (maggio 1973)

Nel 1973 Bobby Riggs, ex tennista americano, in cerca di popolarità dopo anni dal suo ritiro, dichiarò in una conferenza stampa che il tennis maschile fosse nettamente superiore a quello femminile. Affermò anche che nonostante i suoi 55 anni d’età avrebbe potuto tranquillamente battere le migliori tenniste del momento. Per il primo incontro Riggs chiese con insistenza a Billie Jean King di essere la sua avversaria: all’epoca la tennista era la numero due del mondo e aveva già vinto tutti e quattro gli Slam a soli 29 anni. Ma a Riggs interessava soprattutto il fatto che Billie Jean King fosse una femminista leader di molte battaglie per i diritti delle donne: nel 1972 alla vittoria degli U.S Open ricevette un premio in denaro inferiore a quello vinto dagli uomini e minacciò di non presentarsi l’anno dopo se non fosse cambiata la situazione. Così proprio grazie a lei, nel 1973, gli U.S Open diventarono il primo grande torneo ad offrire alle tenniste la stessa somma riservata ai giocatori maschi. Per questo motivo Bobby Riggs, noto per la sua misoginia, non vedeva l’ora di sfidarla sul campo, ma lei rifiutò. Entrò, dunque, in gioco Margaret Court, all’epoca numero uno del ranking mondiale, che accettò la sfida. La Court, però, convinta di poterlo battere, sottovalutò l’incontro perdendo in meno di un’ora con il punteggio di 6-2 6-1. Il match passò alla storia come il Mother’s Day massacre, in quanto l’incontro venne disputato il giorno della festa della mamma.

Secondo incontro (settembre 1973)

Dopo aver battuto facilmente la Court, Bobby Riggs torna a richiamare l’attenzione di Billie Jean King, che questa volta, attratta da un ottimo compenso, accetta la sfida. L’incontro riscuote un grande successo ancor prima di essere giocato sia per l’esito della precedente sfida, sia per le dichiarazioni dei protagonisti. Riggs, con il suo solito atteggiamento misogino, dichiara che con questo incontro intende mettere in scena una vera e propria battaglia dei sessi, nella quale affermare la superiorità maschile. Dall’altro lato, Billie Jean King era consapevole che la sua vittoria avrebbe significato molto per le battaglie che portava avanti. La partita si giocò il 20 settembre 1973 e con 30mila spettatori segnò un’affluenza record per il tennis negli Stati Uniti. Billie Jean King aveva preparato al meglio la partita: invece di giocare in maniera offensiva (il suo stile di gioco prediletto), giocò da fondo campo con l’obiettivo di far stancare Riggs e approfittare dei suoi punti deboli. Senza neanche concedere un set e con molta facilità, Billie Jean King vinse 6-4, 6-3, 6-3. Riggs si complimentò con la tennista affermando di averla sottovalutata e subito chiese una rivincita, che però King rifiutò.

Battaglia dei sessi nel tennis: di cosa si tratta
Fonte immagine: Wikimedia Commons

L’impatto della vittoria di Billie Jean King

La vittoria di Billie Jean King è stata un evento storico nello sport talmente importante, che quando si parla della battaglia dei sessi nel tennis spesso si fa riferimento solo a questo incontro. Ebbe un impatto molto profondo sulla società americana, in un periodo in cui le differenze tra uomo e donna erano visibili in tutti i campi della vita. La stessa King a posteriori dichiarò che aveva timore che la sua sconfitta avrebbe fatto regredire il ruolo della donna nella società e che lo sport femminile avrebbe perso di credibilità. La tennista americana divenne simbolo della lotta al sessismo e un punto di riferimento per moltissime donne che, come da lei raccontato, la fermavano per strada, confidandole di aver trovato il coraggio di chiedere un aumento di stipendio. Se da un lato Billie Jean King era acclamata per il suo trionfo, dall’altro iniziarono a girare voci secondo cui l’incontro fosse stato truccato. Si speculava, infatti, che Riggs avesse perso di proposito per ripagare i debiti di gioco con i soldi delle scommesse. A tal proposito King disse che alcuni uomini avrebbero inventato di tutto pur di non ammettere e festeggiare la vittoria di una donna.

La battaglia dei sessi al cinema

Nel 2017 è uscito nelle sale La battaglia dei sessi, adattamento cinematografico della celebre partita di tennis con Emma Stone e Steve Carell nei panni di Billie Jean King e Bobby Riggs. Il film rimane in gran parte fedele alla vicenda reale raccontando delle due personalità a confronto e del valore simbolico della sfida. Si sofferma anche sulla vita privata di King e sulla sua storia con Marilyn Barnett, raccontando della relazione tra le due in modo tenero ed emotivo, evitando di citare conflitti. Nella realtà la relazione fu molto più complessa: quando si lasciarono nel 1981 Barnett rivelò al mondo l’omosessualità della tennista, scatenando uno scandalo mediatico e facendole perdere molti sponsor. La reazione di Billie Jean King fu coraggiosa perché decise di dichiarare pubblicamente il suo orientamento sessuale, diventando la prima atleta famosa a farlo. Billie Jean King ha accolto positivamente l’adattamento e durante la promozione del film ha discusso insieme ai registi e al cast di tematiche come le disparità di genere. La tennista americana continua ad essere un’icona del femminismo e ha dichiarato che questo film è una testimonianza del progresso ottenuto dalle donne nello sport, sottolineando, però, che la strada verso l’uguaglianza è ancora lunga.

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