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Attualità

La maestra licenziata e il siparietto di un’Italia bigotta

La maestra d’asilo, licenziata nel Torinese in seguito alla diffusione di un video privato che la ritraeva in un momento d’intimità, è l’ennesima vittima di un Paese bigotto e incivile. Gli attori di questa vicenda sono, più o meno, gli stessi che partecipano ad ogni caso di Revenge Porn, di “vendetta pornografica”. Ma, forse, dovremmo dire: in ogni episodio in cui un uomo si arroga il diritto di diffondere fotografie o video che ritraggono una donna (partner, fidanzata, ex o finanche sconosciuta) in momenti d’intimità. Sì, perché più che di “vendetta”, si tratta – profondamente – dell’idea malsana per cui del corpo di una donna si può disporre a proprio piacimento, e dei momenti di intimità (che magari si sono condivisi) si può fare sfoggio con i propri amici, con altri uomini. È un vero e proprio esercizio di potere sulla libertà delle donne. E non è nemmeno “pornografia” perché la pornografia di norma è consensuale, mentre insistere sul porno significa legare il corpo femminile a un consumo di tipo erotico: infatti, nei vari gruppi, viene diffuso e sessualizzato qualsiasi tipo di immagine ritragga una donna, con epiteti degradanti e misogini. Il protagonista indiscusso di questa vicenda è l’uomo. Badate bene, l’uomo. Non la donna di cui viene morbosamente sottolineato il lavoro, cosicché possa apparire in antitesi (al limite dello scandaloso) con le parole digitate immediatamente dopo:”video hard”. Il protagonista della storia è, dunque, quell’uomo che decide di condividere nella “chat del calcetto” alcune foto e un video che ritraggono la sua ex partner per “puro intrattenimento maschile” e, inutile ribadirlo, senza il consenso di quest’ultima. Tra gli altri uomini che usufruiscono della condivisione, uno riconosce la donna come la maestra d’asilo di suo figlio e coinvolge sua moglie. E cosa fa, a questo punto, la seconda donna coinvolta nella vicenda? Diffonde a sua volta le foto e il video – allargando il bacino di “utenti”, violandone ancora una volta la privacy, perseverando nell’insano e squallido “gioco” – e comunica il tutto alla preside della scuola. E cosa fa, a questo punto, la terza donna coinvolta nella vicenda? Licenzia la maestra. Ovviamente, l’inchiesta e le indagini scaturite dalla vicenda hanno condotto a un processo in cui cinque persone rispondono – a vario titolo – di diffamazione, violenza privata e divulgazione di materiale privato. In particolare, l’ex fidanzato è stato condannato allo svolgimento di lavori socialmente utili e al risarcimento alla donna. Tralasciando le vicende giudiziarie, il punto focale dell’episodio (e del fenomeno in generale) sono i suoi aspetti e sviluppi socio-culturali. “Non potevo credere che una maestra facesse certe cose” – ha dichiarato il marito della donna che ha nuovamente diffuso le foto della ventiduenne fino al suo licenziamento – “Se si inviano certi video, si deve mettere in conto che qualcuno li divulghi”. Dunque, se si decide di fotografare il proprio corpo o di condividere momenti di intimità con il proprio partner o chicchessia, si deve mettere in conto che qualcuno compia un reato? E, in particolare, se si è una maestra o […]

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