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Eroica Fenice

La Tag: culturalmente contiene 6 articoli

Culturalmente

Giano Bifronte: uno sguardo al passato e uno al futuro

Giano rappresenta una delle più importanti divinità romane, il cui culto risale all’epoca arcaica. È il dio degli inizi, materiali e non ed è sempre raffigurato con due volti, motivo per cui si parla di “Giano Bifronte”. Il dio ha la capacità di guardare il passato ma anche il futuro, di proteggere i varchi e le nuove avventure. Il culto di Giano per gli antichi romani Macrobio e Cicerone facevano derivare il nome del dio dal verbo “ire”, andare. Per Macrobio questa derivazione indicava il costante proseguire, ma in una ciclicità insita nel naturale corso degli eventi. Gli studiosi moderni confermano questa relazione e fanno derivare il nome Giano da “ianua”, porta. La radice da cui proviene il termine ha a che fare ad ogni modo con l’idea di un passaggio, un cambiamento. La figura di Giano è prettamente romana; non esiste un parallelo del dio né nella cultura greca, né in quella etrusca. Date le poche informazioni che abbiamo non possiamo far risalire questa figura nemmeno al culto italico. Tuttavia esiste una relazione con il dio sumero Usmu, il dio dai due volti. Dio degli Dei, Giano creatore, Padre del mattino: sono questi alcuni degli epiteti con cui Giano veniva invocato e che testimoniano la sua importanza nel pantheon romano. In effetti Giano è una divinità spesso associata ed invocata insieme a Iuppiter, padre degli dei. Ciò avveniva perché il suo culto, antichissimo e risalente all’epoca arcaica, voleva che egli fosse stato un dio principale, presente da sempre e per sempre. Per i romani Giano non era figlio di altre divinità ma, definito anche padre degli dei, era sempre esistito. Come racconta Ovidio, egli era presente nei quattro elementi che si separarono tra di loro per dare forma ad ogni cosa. Come iniziatore del mondo Giano è anche appellato con il nome di Creatore. Giano Bifronte nelle rappresentazioni artistiche Uno sguardo al passato e uno al futuro. Giano Bifronte è sempre rappresentato come bicefalo. In epoca classica la sua figura era posta come simbolo sulle porte e sui portali come a custodirne l’entrata e l’uscita. Nella rappresentazione classica egli portava in mano, come i portinai, una chiave e un bastone, mentre le sue due facce erano rivolte nelle due direzioni opposte a sorvegliare entrata e uscita. Alcune rappresentazioni vedono anche un Giano Quadrifronte, con quattro facce rivolte verso i punti cardinali. A Roma i principali luoghi consacrati a Giano erano lo Ianus Geminus, un passaggio coperto intitolato al dio da Numa Pompilio, situato nel Foro, e di cui non abbiamo resti – se non su qualche moneta – e lo Ianus Quadrifrons, un arco a quattro aperture nel Foro Boario. La presenza di Giano nella cultura romana ha lasciato diverse tracce. Secondo la leggenda, Giano fondò la città di Gianicola, e fu proprio lui ad accogliere Saturno nel Lazio. Esiste un’area di Roma chiamata appunto Gianicolo, che affaccia su un lato del Tevere, dove è presente un passaggio naturale. Il dio Bifronte nel Medioevo venne assunto a simbolo di […]

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Culturalmente

Madonna Litta: fascino e ambiguità del dipinto di Leonardo

Russia, Ermitage di San Pieroburgo, Palace Square numero 2. È in questo luogo meraviglioso che è conservato l’altrettanto straordinario dipinto noto con il nome di “Madonna Litta”. La paternità dell’opera è stata a lungo discussa ma oggi viene attribuita al grande maestro toscano Leonardo Da Vinci. Commissione e concezione del dipinto La datazione dell’opera varia dal 1481 al 1490. Durante questo periodo Leonardo si trovava presso la corte milanese di Ludovico il Modo per occuparsi della miglioria dei canali navigabili della città. La sua presenza nell’attuale capoluogo lombardo diede modo alla prestigiosa famiglia Visconti – allora appena imparentatasi con gli Sforza – di commissionare al genio toscano una Madonna con Bambino. La Madonna passò agli eredi Sforza e, nel 1780 ai Litta, nota famiglia di patrizi milanesi, prendendo così il loro nome. Nel 1865 Antonio Litta Visconti vendette il dipinto allo zar Alessandro II di Russia che, pur di averlo, pagò l’equivalente di 2 milioni e mezzo di euro. L’opera giunse dunque a Mosca e venne trasferita poi all’Ermitage di San Pietroburgo, dove fu esposta solo dopo la Seconda Guerra Mondiale. Madonna Litta: descrizione dell’opera Madonna Litta è un quadro realizzato su una tavola di dimensioni 42×33 cm. Il dipinto rappresenta Maria che allatta il Bambino sorreggendolo e dedicandogli il suo sguardo: la Vergine è ritratta in una posa naturale e disinvolta. La scena ha come sfondo un paesaggio montano che esalta la sacralità del momento. Il modo di vedere l’orizzonte nelle anonime catene montuose sono la firma di Leonardo. La Madonna Leonardesca presenta volto candido e capelli morbidamente intrecciati. Il copricapo con dettagli in foglia d’oro dona lucentezza alla chioma e la stacca dal buio della stanza. La mantella della Madonna riprende il colore del panorama e dona lucentezza al complesso. Il panneggio della veste è in velluto. Dalla veste rossa emerge lievemente e quasi senza protuberanza il seno sinistro, quasi a nascondere la femminilità della Donna; il seno destro, al contrario, è visibile e rigonfio di latte materno. Pudicizia e femminilità. Il Bambino è finemente rappresentato non come neonato ma all’età di circa un anno. Egli osserva un punto fuori dallo schermo, come distratto, mentre è sostenuto dalle mani stabili della Madre. Il corpo in torsione del Bambino è un altro elemento classico Leonardesco. All’altezza del ventre della vergine si nota anche un cardellino, volatile che nell’iconografia cristiana e pagana assume significato spirituale. Una leggenda cristiana narra che un cardellino si fosse poggiato sulla corona di Cristo morente e avesse iniziato ad estrarre le spine dal capo. Compiendo quest’azione il cardellino si sarebbe trafitto con una delle spine, macchiandosi il capo con il sangue di Gesù. Con questa macchia rossa, caratteristica del volatile, egli sarebbe volato verso il cielo, portando al Padre il messaggio della vicina morte di suo figlio. Leonardo inserisce il cardellino come legame indissolubile dell’amore tra madre e figlio. La controversia sulla paternità dell’opera La Madonna Litta deve gran parte della sua fama a quella dose di ambiguità e mistero che spesso contraddistingue i lavori […]

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Attualità

Design italiano: le tappe salienti del Made in Italy

Quando parliamo di design italiano facciamo riferimento a tutte le forme di disegno industriale, realizzate in Italia in ogni settore della progettazione e che hanno reso la produzione italiana riconoscibile agli occhi del mondo. Arredi, progettazione urbana, fashion e prodotti Made in Italy hanno posto le basi per un modo di progettare “all’italiana” caratterizzato da un processo di innovazione industriale e tecnologica capace di coniugare la tradizione con la modernità. La nascita del design italiano Tutto ha inizio con la Rivoluzione Industriale, avvenuta in Italia in ritardo rispetto agli altri paesi europei. Dopo l’Unità d’Italia, nonostante il lento consolidamento dell’industria cotoniera e degli opifici, soprattutto al nord, non si poteva ancora parlare di industrializzazione. Dal 1880 iniziarono a svolgersi in Italia fiere ed esposizioni di settore e iniziò a crearsi una certa cultura del design industriale tramite le prime forme di educazione all’argomento. Nel 1863 viene fondato il Politecnico di Milano. Intorno al 1910 la ricerca e la sperimentazione italiana sull’asse dell’autovettura e dell’aereo diventano centrali. È in questo periodo che nascono la FIAT (1899), la Lancia (1908) e l’A.L.F.A. (1910). L’Italia diventa subito famosa per questa declinazione del disegno industriale. La Ricostruzione Futurista dell’Universo estese le istanze di rinnovamento al mondo dell’arredo, che si caratterizza per la linea che esprime velocità e per il colore. Nasce il concetto di abitare svelto, creato con tecniche costruttive veloci e semplici, aiutate dagli impieghi successivi del tubo di metallo curvato che permette la creazione di arredi molto industriali. Negli anni ’30 il modello del Taylorismo di concretizzò nella produzione della Fiat Topolino, progettata da Dante Giacosa. Nel campo meccanico la Olivetti – soprattutto sotto la direzione dell’illuminato erede Adriano – ebbe notevole sviluppo nel settore delle macchine da scrivere, la Necchi in quello delle macchine per cucire. Le date convenzionali scelte per ricordare la nascita del disegno industriale vero e proprio in Italia sono quelle della fondazione della Biennale di Monza del 1930 e della Triennale di Milano nel 1933. Si tratta del periodo del primo elettrotreno, dei primi elicotteri e, dopo la seconda guerra mondiale, dell’aumento esponenziale della produzione di massa. In questo periodo la popolazione italiana inizia a familiarizzare appieno con i prodotti di massa grazie all’immissione sul mercato di articoli di arredamento prodotti in serie. Gli anni d’oro per il design Made in Italy Il 1947 vede la consacrazione internazionale del design italiano con la VIII Triennale di Milano; è da quest’anno che il made in Italy comincia a conoscere il suo successo a livello internazionale. Proprio un anno prima veniva brevettata la Vespa della Piaggio, dell’ingegnere Corradino D’Ascanio, che sancisce l’inizio del successo dello scooter, un nuovo mezzo di trasporto per gli spostamenti di breve distanza. È invece del 1947 la sua eterna rivale, ovvero la Lambretta della Innocenti, disegnata da Cesare Pallavicino. Si tratta di invenzioni iconiche per il mondo del design mondiale e di veri e propri oggetti che hanno cambiato il modo di vivere e di pensare delle persone. Fu durante gli anni ’50 che […]

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Culturalmente

Castello di Sammezzano, il palazzo dai mille colori

Il Castello di Sammezzano, circondato dal suo omonimo e grandissimo parco, si trova nei pressi di Leccio, un paese nel comune di Reggello in provincia di Firenze. Fu Ferdinando Panciatichi Ximenes d’Aragona a realizzare il castello e il parco di Sammezzano. Egli trasformò e ampliò l’edificio preesistente nel periodo di tempo tra il 1843 e il 1889. Ferdinando era assolutamente affascinato dall’orientalismo, una corrente culturale che si diffuse in tutta Europa all’inizio dell’Ottocento. Un castello in stile orientale in un tipico paesaggio toscano. È proprio questa la singolarità dell’opera d’arte che è il castello di Sammezzano, un incanto orientaleggiante di grande valore artistico. Il castello dai mille colori I principali elementi moreschi del castello sono i mosaici in ceramica, le colorate decorazioni geometriche e vegetali, i bassorilievi e le cupole ad archi intrecciati. Le 65 scale di cui il castello dispone portano i visitatori da una meraviglia all’altra e permettono di viaggiare dall’Estremo Oriente alla Spagna. Ferdinando Panciatichi aveva pensato a ogni stanza come un viaggio in una terra straniera, immaginando terre che lui non ha realmente visitato ma che ha conosciuto attraverso i libri. Motti, frasi e citazioni in latino e italiano accompagnano il cammino del visitatore e legano due culture molto diverse tra loro in un insieme del tutto singolare. L’atrio delle colonne è il primo ambiente che si incontra non appena si varca il portone di accesso. Le colonne grigiastre che lo caratterizzano reggono una decoratissima volta a cassettoni blu. L’atrio conduce al salone di ingresso, decorato da mille colori, specchi e motivi geometrici. L’architettura orientale si mescola con quella occidentale con soffitti a cassettoni, decorazioni con gigli fiorentini e incisioni in carattere gotico. Troviamo poi molte sale concatenate tra loro e ognuna con le sue caratteristiche peculiari. Nella Sala delle Stelle le luci, i colori, le forme si avvicinano a quelle della Spagna meridionale, molto influenzata dalla cultura araba. Quasi tutte le volte sono a forma di stella e numerose sono le vetrate colorate che adornano lo spazio. La sala da ballo (o Sala Bianca) è interamente in stile moresco. Ventiquattro colonne con capitelli in stile islamico circondano la stanza ricca di motivi geometrici e floreali. In alto l’architettura della cupola rivestita in stucco bianco lascia spazio agli oculi che permettono alla luce di entrare e riflettersi sulle vetrate colorate delle porte che conducono alle altre stanze. La Sala delle Farfalle presenta una cupola realizzata interamente in muqarnas, soluzione tipica dell’architettura musulmana che prevede ornamenti con forme simili a quelle delle stalattiti. Ferdinando Panciatichi vi aveva inserito un elemento innovativo, degli specchi, per la dilatazione della luce del sole e delle candele che illuminavano la stanza rispettivamente di giorno e di notte. La Galleria delle Stalattiti è un viaggio nell’India. La Sala del Fumo presenta un sofisticato impianto di areazione molto innovativo per l’epoca. La Sala dei Gigli conduce invece in Cina, con le decorazioni a squame che sfumano dal rosa all’argento. Queste sono solo alcune delle meravigliose stanze del castello. Il Parco Storico di Sammezzano […]

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Culturalmente

Avere la coda di paglia: modi di dire italiani

Avere la cosiddetta “coda di paglia” significa non avere la coscienza pulita. Questa espressione indica la situazione di chi reagisce male a qualche affermazione e, cosciente di aver combinato qualcosa, ha paura di essere scoperto. Chi si discolpa senza essere accusato o reagisce con critiche o osservazioni impulsive ha proprio la coda di paglia! Insomma, la versione tradizionale del più recente “avere uno scheletro nell’armadio”. L’origine dell’espressione Avere “la coda di paglia” è un modo di dire italiano che risale probabilmente al Medioevo. In quegli anni era pratica comune umiliare gli sconfitti o i condannati attaccando loro una coda di paglia. I malcapitati dovevano girare per la città e farsi umiliare nel rischio che qualcuno gli incendiasse la coda. Come ogni modo di dire anche l’origine di questo detto non è certa. Un’altra possibile derivazione verrebbe da una favola di Esopo. Questa spiegazione molto conosciuta è stata data da Costantino Arlia (in Voci e maniere di lingua viva, Milano, C. Arlia, P. Carrara, 1895), tratta da Fanfani. Questa favola narra che una volpe, dopo aver perso la coda in una trappola, la sostituì con una finta coda in paglia, fatta così bene che non la si distingueva dall’originale. Quando però il gallo svelò ai contadini il segreto della volpe questi appiccarono dei fuochi per fargliela bruciare in modo da poter distrarre la volpe per rubare i polli. Da questa favola derivano anche il detto toscano “chi ha la coda di paglia, ha sempre paura che la si bruci!” e l’espressione “chi ha la coda di paglia non si avvicini al fuoco”. Sembra comunque molto più convincente la ricostruzione proposta da Ottavio Lurati (Dizionario dei modi di dire, Milano, Garzanti, 2001) che fa riferimento alla pratica medievale sopracitata. La coda rappresenterebbe un simbolo di degrado, il passaggio dallo status di persona a quello di animale. Consapevolezza, vergogna, diffidenza ma soprattutto paura di umiliazione: la sintomatologia del colpevole. L’espressione “avere la coda di paglia” è presente anche in molti dialetti italiani e trova corrispondenti nel tedesco nel francese. Altri modi per dire di “avere la coda di paglia” Excusatio non petita, accusatio manifesta: “chi si scusa si accusa”. È un po’ quello che succede a chi ha la coda di paglia! Si reagisce male ad affermazioni che magari non alludono ad alcun misfatto, eppure… È il tipico atteggiamento di chi “ha uno scheletro nell’armadio”. Questa macabra espressione contemporanea ha un equivalente inglese e una francese: “to have a skeleton in the closet” e “avoir un squelette dans le placard”. L’origine inglese di questo modo di dire risale agli anni antecedenti il 1832, anni in cui i medici della Gran Bretagna potevano effettuare autopsie per i loro studi solo su salme di criminali giustiziati, e, dato che non vi era una grande disponibilità di corpi, essi erano soliti conservare i cadaveri. I medici dunque non smaltivano gli scheletri dei cadaveri ma li custodivano in segreto perché non era un atto consentito. L’origine del detto francese è dovuta a Gabriel-Honoré de Riqueti, conte di […]

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Culturalmente

Goldoni, manoscritto inedito ritrovato a Dresda

Il Goldoni della Commedia dell’Arte, antecedente alla Riforma del Teatro, viene fuori da un inedito manoscritto della commedia “Il cavaliere e la dama”, ritrovato dal professore Riccardo Drusi dell’Università Ca’ Foscari di Venezia, durante una ricerca alla Sächsische Landesbibliothek di Dresda. È un Goldoni poco conosciuto e documentato quello de “Il cavaliere e la dama“, la commedia, scritta e rappresentata nel 1749, tratta le vicende di Donna Eleonora, virtuosa signora dell’aristocrazia napoletana che, dopo l’esilio del marito accusato di omicidio, si trova a fare i conti con l’insistenza dei suoi spasimanti e i pettegolezzi di chi scommette sui suoi cedimenti. In seguito, con l’aiuto del vecchio mercante Anselmo, riuscirà a trovare l’amore nel cavaliere Rodrigo, un uomo goffo ma perbene. Il manoscritto settecentesco ritrovato da Drusi è una redazione diversa da quella stampata e rispecchia, con ogni probabilità, la forma più fedele al testo che Goldoni aveva inizialmente concepito per la rappresentazione. «Se infatti nelle edizioni a stampa – spiega il docente di Letteratura italiana nel Dipartimento di Studi Umanistici dell’Ateneo lagunare – l’autore si premura di dichiarare che, rispetto all’originale portato in scena nel 1749, ha  proceduto alla sostituzione delle maschere dialettali con altrettanti personaggi che parlano in lingua, la redazione di Dresda vede invece agire alcuni personaggi (come Arlecchino, Pantalone etc.) nell’idioma che gli è più tipico». Già per queste varianti, «il manoscritto appare come un tassello molto importante per ricostruire quelle fasi più remote della scrittura goldoniana che l’autore stesso efficacemente occultò in nome della sua Riforma Teatrale». Una Riforma con cui Goldoni modificò la struttura della commedia, mirando alla semplicità e alla naturalezza, caratteristiche fondamentali della cultura arcadica e razionalistica, e affidandosi ai due libri fondamentali per mettere in scena la realtà che il pubblico richiedeva e in cui poteva riflettersi: il Mondo e il Teatro. Un equilibrio tra Mondo e Teatro poteva essere solo garantito dalla stesura di un copione (inizialmente soltanto per il protagonista così da ‘abituare’ impresari e pubblico alla novità della Riforma), che descrivesse con cura ogni azione che l’attore era tenuto a seguire fedelmente. Inoltre, Goldoni mirò all’innovazione dei caratteri teatrali a discapito delle solite maschere che limitavano l’analisi psicologica e comportamentale del personaggio. Ma perché il manoscritto è stato trovato a Dresda? Fino alla caduta del muro di Berlino, la Biblioteca della città era di difficile accesso, ma successivamente molti cataloghi sono stati resi pubblici e agli studiosi si sono aperte infinite possibilità di ricerca. Le compagnie teatrali del passato, infatti, partivano in tour nelle capitali Europee, tra le quali Dresda era una delle mete predilette, portandosi dietro il manoscritto. Fonte immagine: https://commons.wikimedia.org/wiki/File:Alessandro_Longhi_-_Ritratto_di_Carlo_Goldoni_(c_1757)_Ca_Goldoni_Venezia.jpg

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