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Eroica Fenice

La Tag: fotografia contiene 42 articoli

Eventi/Mostre/Convegni

Bataclan, la mostra fotografica: intervista a Renato Aiello

Bataclan, la mostra fotografica di Renato Aiello dal 2 al 15 ottobre presso il Complesso Monumentale di San Severo al Pendino. Un viaggio, o forse un altare, della memoria. Una mostra intitolata Bataclan non ha bisogno di presentazioni eccessive e orpelli. Si mostra e si rivela tragicamente da sé, solleticando l’abisso dell’orrore e della degenerazione umana. Questa parola, ormai un agglomerato di lettere che rende livide le labbra, dà il titolo alla prima personale fotografica di Renato Aiello, che era, quasi per caso, sul Boulevard Voltaire il 13 novembre 2016, un anno dopo gli attentati terroristici di Parigi. Osservare gli sguardi terrorizzati, le folle e i teatri della tragedia tramite i pixel di uno smartphone ci protegge dall’incubo, ci regala un timore ben protetto dalla cortina della tecnologia, ma trovarsi proiettati nei luoghi dove c’è stata la puzza della morte, del terrore e degli ultimi istanti di vite ignare e spezzate senza un motivo mentre si trovavano ad un concerto, è un vero e proprio bagno nel liquido amniotico di quella paura sorda. Renato Aiello ha osservato le scene di quel lutto assurdo e insensato, e ha restituito quello stesso lutto in una miriade di fotogrammi celati in quel dolore così vero e assurdo. E lì non c’è pixel che tenga. Tanti sono stati i parallelismi, di cronaca e cinematografici, che hanno accompagnato l’allestimento della mostra e che hanno suscitato l’attenzione di Renato Aiello, in particolare la scena dell’orrore al concerto del Bataclan, che ricorda quella delle Nozze Rosse della serie tv Game of Thrones. La musica è filo rosso che lega saldamente i respiri delle vittime al terrore: “Red Devil” al Bataclan e “Le piogge di Castamere” (inno della casa Lannister, che aveva ordito l’inganno) nella serie, melodie dal sapore tetro e quasi tragicamente profetico, un preludio alla morte. In “Game of Thrones”, a cadere sono stati Robb Stark, sua moglie e sua madre, assieme a molti altri giovani, così come nel Bataclan ad essere recisi furono i fiori più promettenti della gioventù europea e non solo, i virgulti che avrebbero germogliato nel mondo di domani. I Lannister mandano i loro saluti agli Stark, ma “il Nord non dimentica”. Chi è che invece manda i suoi saluti al Bataclan e all’Europa? Abbiamo cercato di dare voce a questo, e molto altro, con Renato Aiello. Il Nord non dimentica. E nemmeno l’Europa lo farà. Intervista a Renato Aiello: il Bataclan visto attraverso i suoi occhi 1) Buongiorno Renato, innanzitutto grazie della disponibilità. Iniziamo con la prima domanda, la più banale o forse la più pirandelliana: chi è Renato Aiello e come si definirebbe? Uno, nessuno e centomila. Scherzi a parte, sono un giornalista, addetto stampa e comunicatore a 360° (fotoamatore, videomaker, mi occupo di scrittura critica, narrativa, argomentativa e cronachistica). Mi definisco e sento di essere un grande appassionato d’arte, cinema (aspirante regista e film maker), letteratura e, ovviamente, fotografia, che ho riscoperto e cominciato a studiare più seriamente negli ultimi anni, conservando sempre l’occhio attento e preciso con cui […]

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Attualità

10 foto famose che hanno fatto la storia

Dieci foto famose che hanno cambiato la nostra visione del mondo e che devi assolutamente conoscere La fotografia ha un potere narrativo ed evocativo enorme. Un’immagine, per dirla alla Confucio, vale più di mille parole. Non si può negare infatti che una singola immagine sia capace di arrivare velocemente alla coscienza di ciascuno di noi più di un libro e di tante descrizioni. La fotografia è un’arte che permette di cogliere l’attimo rendendolo eterno, ma prima ancora racconta storie e spesso ha un impatto emotivo molto forte. La prima istantanea della storia è datata 1826, ad opera di Nicéphore Niepce. Da allora non si contano gli attimi e le emozioni catturate dagli obbiettivi di fotografi divenuti celebri. Tanti sono gli scatti che hanno fatto la storia e hanno cambiato il mondo, scuotendo le coscienze. Pur non essendo affatto facile scegliere tra questi, di seguito presentiamo una selezione di 10 foto famose, di cui proviamo a raccontare in breve storia e curiosità. Dieci foto significative che raccontano il 900′ e gli anni 2000     1. Lavoratori in pausa pranzo su grattacielo, 1932 Questa fotografia, che vede ritratti 11 uomini intenti a mangiare e chiacchierare su una trave sospesa a 250 metri d’altezza durante una pausa pranzo, è tra le immagini storiche più conosciute.  Lo scatto, stampato nel 1932 sulle pagine del supplemento domenicale del New York Herald Tribune, è divenuto un simbolo degli anni della Grande Depressione americana (1929-1939). In un periodo di grande difficoltà per gli Stati Uniti la foto di questi undici lavoratori generò ottimismo, venendo a simboleggiare un segno di ripresa dell’America. Ancora oggi resta però sconosciuta l’identità dell’autore della foto. Gli storici non hanno infatti certezza sul nome del fotografo; il più accreditato è Charles C. Ebbets, ma quel giorno erano lì presenti anche altri fotografi, tra cui William Leftwich e Thomas Kelley. Anche sul luogo in cui è stata scattata si è discusso a lungo. Per anni infatti si è pensato che la foto fosse stata scattata sull’Empire State Building, ma in realtà è stata fatta sulle impalcature del Rockefeller Center di New York, alla cui costruzione stavano lavorando gli uomini ripresi in foto. Anche se apparentemente sembra essere una foto di cronaca, in realtà questo scatto pare avesse soprattutto una funzione pubblicitaria, ovvero mostrare al mondo la grande costruzione del Rockefeller Center, che ancora oggi rappresenta uno dei simboli di New York.  2.  Alfred Eisenstaedt, Il Bacio, 1945  Tanti sono i baci catturati dall’obbiettivo di una macchina fotografica divenuti celebri, ma quello immortalato nel 1945 da Alfred Eisenstaedt è forse il più noto. È Il 14 agosto 1945, la resa del Giappone agli Stati Uniti segna la fine della Seconda Guerra Mondiale. Tra le tante manifestazioni di gioia esplose nelle strade, il tedesco Alfred Eisenstaedt colse questo bellissimo bacio fra un marinaio e un’infermiera a Times Square. Lo scatto fu pubblicato dalla rivista Life e  divenne il simbolo dell’euforia degli americani per la fine della Seconda Guerra Mondiale. Dopo la pubblicazione della foto in molti si sono […]

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Interviste vip

Street Home di Andrea Chisesi: un viaggio nella storia di Napoli tra mito e realtà

È in corso in questi giorni al Castel dell’Ovo di Napoli il vernissage della mostra Street Home dell’artista Andrea Chisesi: un itinerario della storia della città partenopea, dalle origini fino ad oggi. Realizzata col patrocinio dell’assessorato alla Cultura e Turismo del Comune di Napoli e in collaborazione con l’Atelier Andrea Chisesi, l’esposizione, curata da Marcella Damigella, ripercorre i luoghi, i ritratti e le strade della città. Conosciamo un po’ più da vicino l’autore della mostra, Andrea Chisesi, artista poliedrico e grande appassionato di Napoli. Street Home è un viaggio che parte da lontano, dalle radici, arrivando fino ai giorni nostri, attraverso la cultura napoletana: cosa la affascina in particolare del capoluogo campano, tanto da aver deciso di dedicare una mostra a questa città e alla sua storia? Durante il mio rientro in Sicilia da una mostra fatta a Roma, mi sono fermato a Napoli per alcuni giorni. Era gennaio di due anni fa, me ne sono subito innamorato! Ho visitato il Museo Archeologico e da questo l’idea di dedicarle alcune mostre, tra cui Matrem, che già ho iniziato cinque anni fa e che continua ancora oggi. Le mie collezioni continuano nel tempo a crescere e Matrem ripercorre la scultura dalla Grecia al Neoclassicismo, perciò non potevano mancare le meravigliose sculture del museo napoletano. Ho iniziato a visitare tutti i posti delle sue credenze popolari, come ad esempio il cimitero delle fontanelle, e dopo aver sentito la loro storia ho deciso di adottare una capuziella e come favore gli chiesi una mostra a Napoli. Alle pezzentelle ho dedicato invece un numero della Smorfia. L’esposizione è in corso in questi giorni nella splendida cornice del Castel dell’Ovo e si protrarrà fino al 15 ottobre 2018: la scelta del luogo è stata del tutto casuale? Il comune di Napoli mi ha dato un elenco di complessi museali ed io ho scelto il Castel dell’Ovo perché la storia del ritrovamento di Partenope sull’attuale scoglio in cui vi è sito mi sembrava un ottimo punto di partenza. Il tratto distintivo della sua arte è sempre stato l’utilizzo della cosiddetta “Fusione”, una tecnica che combina pittura e fotografia: quando ha scoperto che l’aggregazione di questi suoi talenti poteva dar vita ad una forma d’arte originale ed innovativa? Dipingo da sempre, da quando ero bambino, la mia prima macchina fotografica l’ho comprata con i miei risparmi, ho iniziato a fotografare oltre che per piacere, anche per lavoro, la sera tornavo a casa e per rilassarmi dipingevo. Una di quelle sere scaricando le immagini dei miei quadri ho iniziato a fare una doppia esposizione con le immagini delle modelle che ritraevo per lavoro. È nata così la mia prima “fusione”: eliminavo il superfluo e tenevo quello che mi piaceva. Da lì ho pensato: perché non stampare le mie fotografie direttamente sulle mie tele pittoriche? Ed ecco a voi il risultato. Cosa resta al visitatore dopo aver ammirato Street Home? O meglio, lei cosa intende trasmettere con queste 135 opere collocate sui due piani del castello? Non mi piace di solito dare indicazioni […]

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Eventi/Mostre/Convegni

“Apice” di Valeria Laureano, il racconto di storie perdute attraverso la fotografia

Apice, antico borgo del beneventano, in parte abbandonato in seguito al sisma che colpì l’Irpinia nel 1962 e poi interamente distrutto da quello del 1980, ricostruito e narrato attraverso la mostra fotografica ideata ed elaborata da Valeria Laureano, giovane e talentuosa artista fotografa napoletana. Un racconto denso di nostalgia, fatto di sguardi, paesaggi, volti e luoghi scoloriti dal tempo, che prende vita con le foto ritrovate degli abitanti e i negativi prodotti dalla fotografa e impressi su lastre di vetro. Incerta l’origine del nome del borgo: secondo alcuni riconducibile a Marco Apicio incaricato dal senato di Roma di distribuire alcune terre del Sannio, secondo altri derivato invece dalla parola latina “apex”, ad indicare la sua collocazione in cima ad una collina. Ad ogni modo, di Apice vecchia non resta più nulla, se non la possibilità di rivivere quell’atmosfera perduta nel suggestivo viaggio di immagini proposto dall’artista. Valeria Laureano: l’importanza del ricordo e della memoria Appassionata di fotografia fin da bambina, Valeria Laureano, dopo una laurea in arti visive, musica e spettacolo conseguita al DAMS di Fisciano, frequenta un Master triennale di fotografia presso la Scuola Romana di Fotografia di Roma, diretta da Angelo Caligaris. Il ricordo e la memoria sono i suoi temi ispiratori, poiché le permettono, in realtà, di viaggiare dentro se stessa. L’artista racconta di essere sempre stata affascinata dai borghi antichi, dalla loro storia e dalle loro leggende. Guidata dall’esigenza di scoprire quanto il passato ha sepolto, Valeria durante le sue ricerche ad Apice, si imbatte in un negozio di bare sul cui retro ritrova lastre di vetro, negativi medio formato, negativi 35mm: i ritratti degli abitanti di allora sembrano riprendere vita e trasmettere la loro eternità. Accostando a questi reperti negativi di luoghi e paesaggi realizzati da lei stessa, l’artista si accorge che quel vecchio villaggio sembra rianimarsi davanti ai suoi occhi, pur sempre con quel velo di malinconia che sovrasta il paese. Decide così di provare a ricostruire la narrazione di quella quotidianità sepolta in un’esposizione aperta alle più varie interpretazioni. Interessante è la possibilità di ripercorrere, sempre secondo la personale chiave di lettura di ciascuno, le storie di ogni singolo personaggio osservando orizzontalmente le immagini, oppure la possibilità di catalogare le fotografie se osservate in senso verticale. Questa molteplice leggibilità restituisce ciclicità e un senso di rinascita a quei volti e a quei luoghi abbandonati. Il progetto “Apice” ai Magazzini Fotografici di Napoli Il progetto, dopo aver riscosso grande successo all’Istituto Italiano di Cultura di San Paolo (Brasile), è stato inaugurato venerdì 8 giugno 2018 alle 19 a Magazzini Fotografici, in via San Giovanni in Porta 32 a Napoli, per concludersi il 21 luglio. Curatrice e consulente dell’esposizione è Roberta Fuorvia, coordinatrice italiana della prima edizione di European tour organizzato da Photo Workshop New York. Da aprile 2016 si occupa dell’organizzazione delle mostre per Magazzini Fotografici di Yvonne De Rosa, la quale spiega l’idea di allestire questo spazio con la l’intenzione di condividere la passione per la fotografia: “La fotografia è tutto, la ‘cultura […]

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Libri

La gente di Napoli di Vincenzo De Simone: intervista al curatore

La gente di Napoli di Vincenzo De Simone è un progetto fotografico e di indagine sociale molto interessante, basato sull’osservazione diretta delle vite che animano la città di Napoli. Cosa vuol dire essere napoletani? Cosa significa far parte del ricco tessuto urbano e umano partenopeo? Cosa vuol dire Napoli? La “gente di Napoli” si mostra e attraverso le fotografie e le didascalie ad ognuna di esse dà la propria risposta quasi simbolicamente “rivolgendosi” all’obiettivo fotografico che la “osserva” e silenziosamente la “interroga”. Uno studio “combinato”, fra discipline umane e fotografiche, dunque, da cui è nato un libro, presentato recentemente al PAN; un progetto perpetuamente in fieri, dato che può svilupparsi e quindi modificarsi costantemente insieme all’uomo e alla società. Abbiamo intervistato Vincenzo De Simone, fotografo e psicologo, curatore del libro e del progetto. La gente di Napoli di Vincenzo De Simone: l’intervista Da un punto di vista “tecnico”, cos’è e come appare, nelle intenzioni, il progetto La gente di Napoli? Quali sono stati gli esiti della ricerca fino ad oggi condotta? La gente di Napoli è un progetto nato dall’amore per la propria città, per la cultura, per le innumerevoli sfaccettature di un luogo che vive di una complessità intrinseca che lo rende sociologicamente unico. È un amore quasi romantico per il proprio territorio, che come tale si trasforma in necessità di conoscere, sviscerare, approfondire. Napoli è una mescolanza fra pensieri molto diversi fra loro, quasi caotici. C’è da dire che è un campo di studio molto difficile da formalizzare e che poi, in realtà, formalizzato eccessivamente potrebbe anche portare a perdere varie sfaccettature che fanno parte del napoletano. Abbiamo raccolto testimonianze che erano l’una l’opposta dell’altra e che rappresentavano la personalissima opinione di ciascun individuo. Dalle varie co-occorrenze analizzate, i dati ottenuti sembrerebbero confermare l’ipotesi secondo la quale le caratteristiche personali dei soggetti abbiano un peso nel tipo di opinione formulata su Napoli. I risultati mostrano, infatti, una distribuzione netta dei risultati rispetto alle diverse variabili considerate: ad esempio, prendendo in esame la variabile “età”, è possibile osservare una marcata prevalenza dei pensieri formulati. Tale prevalenza  non si riflette unicamente nel carattere positivo/negativo delle risposte, bensì sembrerebbe suggerire un’estremizzazione delle risposte nei più giovani e una tendenza, in età più avanzata, ad una riflessione più orientata verso sentimenti nostalgici o di rivalutazione. Il progetto La gente di Napoli mescola l’arte fotografica allo studio psicologico e sociologico; quanto queste discipline hanno in comune? La fotografia ha un legame strettissimo con la psicologia e la sociologia: racconta tutto di te, delle persone e dei paesaggi che fotografi. Da psicologo trovo interessante creare immagini che trasmettano un messaggio, un’idea riguardo il comportamento umano, riguardo le emozioni e le relazioni. C’è sempre una storia che merita di essere raccontata e questo è quello che cerco di perseguire con il mio progetto. Con la sua creazione mi avvicinavo per la prima volta al mondo del ritratto, lo specchio dell’anima. Lo studio accademico risulta indispensabile per poter codificare emozioni, sensazioni e modi di fare degli intervistati. […]

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Eventi/Mostre/Convegni

Mostra Scrigno di Memorie: intervista a Cristina Fernandez

La mostra Scrigno di Memorie: Arte nei tesori nascosti, è un progetto organizzato dall’Associazione culturale “Terra del Sole” e mira a far “riscoprire” luoghi culturali “dimenticati”, organizzando attività artistiche e culturali in essi. In particolare dal 22 al 27 settembre, al Palazzo Paternò di Caserta, saranno organizzate delle giornate dedicate alla scultura, alla pittura ed alla fotografia, il tutto mescolato alla poesia e alla musica. Il palazzo, in stile barocco, fu progettato dall’architetto Gaetano Barba e costruito nel XVIII secolo. Nel XX secolo venne ristrutturato, facendo sì che diventasse da dimora nobiliare a sede dell’Arcivescovado di Caserta e della Biblioteca. Oggi, con la mostra Scrigno di Memorie: Arte nei tesori nascosti, si “anima” con arte, musica e poesia. Tra gli artisti partecipanti, Cristina Fernandez, fotografa, con all’attivo varie esposizioni fotografiche tra Napoli, Caserta e Capua e varie collaborazioni con associazioni quali Bresson, Appunti Fotografici e Trimlab31. A lei Eroica Fenice ha rivolto alcune domande, sulla mostra e sul suo percorso artistico. Mostra Scrigno di Memorie: intervista alla fotografa Cristina Fernandez Ciao Cristina! Come nasce e si sviluppa in particolare l’idea del progetto Scrigno di memorie: Arte nei tesori nascosti? Nasce da un’opportunità: da una parte esiste un immobile di straordinaria bellezza, di grande valore storico (è del 1775), la disponibilità dei generosi proprietari e dei gestori tutti amanti dell’arte, e dall’altra ci sono gli artisti, pittori, fotografi, scultori, scrittori, generosi talenti che hanno bisogno di spazi così. C’è l’esigenza di mostrare questo immenso patrimonio di cose e di persone, al centro di questa mia città, ed è tutto così a portata di mano… perché non provarci? Realizzare un progetto così significa aprire le porte di tutto questo in modo ordinato e culturalmente valido, a tutti i casertani e non. Quali opere presenterai? Presenterò cinque fotografie il cui filo comune è la figura femminile. Racconto quell’universo intimo e silenzioso che spesso ci accomuna. C’è l’immobilità dell’attesa, del silenzio, ma anche una direzione, una decisione, e di questo dinamismo parlano i miei colori, in cui spesso vanno a nascondersi i miei personaggi. Cerco quel momento in cui si riflette prima di fare il passo decisivo e che le donne, si sa, sanno sempre fare. Come nasce la tua arte? È bello sentir parlare delle mie foto come arte! Nasce dal gioco, da lunghe passeggiate, dai valori e dalla cultura che mi hanno trasmesso in famiglia, è un continuare a conoscersi in relazione al resto del mondo. Cos’è per te la fotografia? Per me è la salvezza! È il legame tra quello che sono io e il resto del mondo. Può sembrare strano ma la sento anche come un’arma di difesa: se vado in un luogo sconosciuto ed ho la macchina con me mi sento sicura, so di poter analizzare la situazione, mi dà coraggio. Cosa desideri comunicare attraverso l’obiettivo fotografico? Un mondo interiore ed esteriore che sento di poter vivere e di esserne privilegiata in qualche modo; un punto di vista che nella sua condivisione può essere una spinta forte alla lettura del […]

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Interviste emergenti

Humans of Naples, intervista all’ideatore Vincenzo Noletto

Humans of Naples è il progetto artistico di Vincenzo Noletto, giovane fotografo di 29 anni in rampa di lancio. Venerdì 22 settembre approderà allo Slash Art/Msic, locale di via Bellini, nel cuore pulsante di Napoli. Instant sarà una mostra fotografica vuota, in cui tutti i visitatori diventano soggetti fotografati, e quindi parte dell’evento stesso. Sulle orme del cinema e del teatro, un curioso esperimento di metafotografia, con l’arte che diventa protagonista di se stessa. Instant è stata l’occasione per scambiare quattro chiacchiere con Vincenzo Noletto. Humans of Naples e Vincenzo Noletto Ho letto che il progetto Humans of Naples è nato in seguito a un tuo viaggio in Irlanda. Al ritorno hai deciso che fare il fotografo sarebbe stata l’unica cosa che volevi fare nella vita. In virtù di questo, cos’è per te la fotografia? Gli ultimi anni mi hanno insegnato tante cose, tutte riassumibili in una sola frase: non smetti mai di essere un fotografo. Se abbracci la fotografia come hanno fatto in tanti (e pure io) è tutto un susseguirsi di foto su foto su foto, ti cambia il modo di vedere le cose, di spiegarti, di raccontare, di rendere partecipi e di inserirti in altre realtà. Per buona parte della mia vita ho seguito e visto le cose di tutti i giorni, dalle più piccole alle più grandi, con gli occhi degli altri e non ho mai cercato una verità che fosse solo mia, mi facevo bastare quella degli altri, una qualsiasi, standard. Poi d’un tratto ho conosciuto una persona che ha tirato fuori la mia incapacità di spiegarmi, che mi ha fatto riflettere su ogni aspetto della mia vita poiché davvero non sapevo cosa mi piaceva e cosa non mi piaceva (non posso mai dimenticare il momento in cui arrivò a chiedermi persino il motivo per cui mi piaceva la pasta con la salsa… ed io non seppi rispondere). Avvicinarmi alla fotografia ha reso tutto questo molto più facile, mi ha permesso di racchiudere storie e concetti ovvi a miei occhi ma di difficile spiegazione, e quindi comprensione. S’è innescato un meccanismo a catena grazie alla fotografia, mi ha permesso di capire cosa fosse importante e cosa non lo fosse e se oggi sono un fotografo forse lo devo proprio alla fotografia stessa. Che cos’è per me la fotografia? È il mio passato, il mio distacco dal passato, il mio presente e credo il mio futuro. Veniamo a Humans of Naples. Una mostra “vuota”, dove gli spettatori sono anche i protagonisti dell’evento. Dopo il metateatro, ecco la fotografia protagonista di se stessa. Come è venuto in mente questo progetto? Diciamo che non sono uno troppo metodico, sono colpito dalle idee nei momenti più strani. Ad esempio l’idea di Humans of Naples è nata mentre lavavo una padella dopo cena, mani sotto l’acqua corrente e spugnetta zuppa di sapone. Ora che mi ci fai pensare devo essere stato suggestionato da JR e il suo Inside Out Project (non quello surrogato che abbiamo visto a Napoli, parlo di […]

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Recensioni

L’inquietante vita della mente: Bruges la morta e il genio di Rodenbach

Il 1892 è stato un anno a dir poco propizio per il mondo culturale di fine secolo. Un mondo in continuo rinnovo, un mondo in cui le varie forme artistiche rompono definitivamente le barriere dei cosiddetti compartimenti stagni in cui erano precedentemente rinchiuse. Un’arte antica quale quella della scrittura è finalmente in contatto con una nuovissima forma d’arte (o non-arte, volendo considerare l’aperta diatriba che imperversava proprio in quel periodo): la fotografia. Questo coniugium da molti definito imperfetto vede come celebrante Georges Rodenbach, scrittore belga. La sede di tali nozze è il romanzo che lo ha reso famoso: Bruges la morta. Malinconico, grigio in volto, ormai privo di qualsiasi interesse se non quello della cura del reliquiario conservato nella sua grande villa. Troppo grande per lui, troppo, da quando ha perso la sua Ofelia. Protagonista del romanzo, Hugues Viane, vedovo. Con la moglie aveva visitato Bruges, cittadina fiamminga, nella quale un tempo non avrebbe mai considerato possibile rispecchiarsi. Una città ricca di rivoli d’acqua, una città riflessa. Ma dove lui non aveva trovato se stesso quando ancora poteva accarezzare la chioma folta della moglie, una chioma viva. Adesso che è solo, però, quella chioma è tornata a Bruges, conservata in una teca, come un tesoro, lunga e ben curata, nessuna avversità deve distruggerla. La teca è adesso nel reliquiario, quello che Hugues ha creato per sua moglie, nella grande villa di Bruges. Quella stessa Bruges che è diventata a suoi occhi incredibilmente simile a lui. Hugues passeggia per le sue strade, girovaga senza meta, per quei luoghi che il lettore può vedere a fronte, girando le pagine. Luoghi in bianco e nero, perché in bianco e nero è adesso la sua vita. Fino a quando, la sua amata Ofelia, defunta, sembra camminare di fronte a lui. «Un lampo, poi la notte!» direbbe Charles Baudelaire. Quella alta visione non può essere sua moglie. Ma Hugues la segue, scoprendo a mano a mano la sua identità. E all’Ofelia, morta, morta come Bruges, si affianca Jane, viva. È difficile inserire il romanzo di Rodenbach in un genere preciso, si svincola in tutti i modi che può dalle etichette, fino a rendere necessario crearne una nuova: il fotoromanzo. Lo scorrere delle parole è affiancato da quello dell’acqua nei canali di Bruges, che sono resi visibili da fotografie dell’epoca. La fotografia ha molteplici funzioni in quest’opera densissima. A suo modo, è indipendente dal testo, è addirittura in grado di ampliarne il senso, quando ad esempio non riporta fedelmente ciò che è descritto dalle parole di fianco. Da un lato, dunque, la fotografia ci parla con la sua propria voce. Dall’altro, invece, rispecchia ciò che Rodenbach scrive, rendendo ancora più partecipe il lettore di ciò che sta avvenendo a Hugues, effettivo protagonista della storia. Le fotografie, però, fanno in modo che al protagonista umano si affianchi l’anima della città. Bruges la morta: Bruges diventa personaggio principale della narrazione Nel suo ventre tutto accade, la vita scorre come l’acqua nei suoi canali. La vita scorre, o si […]

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Napoli & Dintorni

Helmut Newton al Pan, l’artista tedesco in mostra dal 25 Febbraio

Sarà inaugurata il prossimo 25 Febbraio al Pan, il Palazzo delle Arti di Napoli, la mostra dedicata al fotografo tedesco Helmut Newton. Dopo il successo dell’exhibit “Senza Confini” di Steve McCurry, visitabile fino al 12 Febbraio, il Pan di via dei Mille torna ad ospitare tra le proprie mura l’opera di uno dei fotografi internazionali più influenti del Novecento. Difatti a Helmut Neustädter, ai secoli Helmut Newton, di origini tedesche ma naturalizzato australiano, va innanzitutto il merito di aver immortalato nei suoi scatti una condizione femminile inconsueta e di averne documentato fedelmente il passaggio repentino da un’epoca all’altra. Dapprima fotografo freelance, poi dalla fine degli anni Cinquanta fotografo specializzato in scatti di moda, iniziò ben presto a collaborare con riviste di tendenza del calibro di Vogue, GQ, Vanity Fair, Marie Claire e Max. I suoi studi di nudo e le sue donne, soggetti in grado di monopolizzare lo spazio e di rivendicare l’obiettivo restituendo al pubblico una serie di ritratti memorabili, testimoniano l’equilibrio perfetto tra erotismo e innocenza, tra la voluttà della sottomissione e l’ardore di un’emancipazione sobillata dai nuovi femminismi dalla fine degli anni Sessanta in poi. Le tre monografie White Women (New York, 1976), Sleepless Nights (New York, 1978) e Big Nudes (Parigi, 1981) rappresentano la sacra “trimurti” al cui altare Helmut Newton viene celebrato come il nuovo guru della pellicola e della camera oscura. Le immagini impresse sul nitrato d’argento si rivelano sorprendenti. E sviluppo e fissaggio dimostrano che se nella fotografia di moda lo strafalcione espressivo è spesso in agguato, non c’è alcun nesso tra spregiudicatezza e volgarità, né contraddizione tra nudo e purezza. Helmut Newton al Pan: dettagli, orari e informazioni Proprio alle sue tre monografie più importanti sarà dedicata la mostra “Helmut Newton. Fotografie. White Women / Sleepless Nights / Big Nudes”. La mostra, organizzata da “Civita Mostre” e curata da Matthias Harder e Denis Curtis, raccoglie un totale di 200 scatti, suddivisi in tre sezioni ciascuna intitolata ai tre libri pubblicati dal fotografo. Il progetto “Helmut Newton. Fotografie” nasce però già nel 2011 per volontà di June Newton, moglie dell’artista scomparso nel 2004 in un tragico incidente stradale nel sud della California. Approdando al Pan, la mostra si propone di offrire ai visitatori non solo tecniche e modi espressivi eccezionalmente suggestivi, ma una retrospettiva da cui emerge la singolare sensibilità di un fotografo che ha saputo fare da tramite tra modernità e contemporaneità attraverso lo studio della figura femminile e della sua dimensione ideale. La mostra sarà visitabile dal 25 Febbraio al 18 Giugno 2017, tutti i giorni (escluso il martedì) dalle 9.30 alle 19.30. Il prezzo del biglietto è di 11 euro, comprensivo di audioguida. Tutte le informazioni saranno pubblicate successivamente all’indirizzo www.mostranewton.it

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Napoli & Dintorni

Scampia ed i suoi colori fatti di persone

Anche se le condizioni meteo non sono quelle ottimali per effettuare una passeggiata fotografica Luca Sorbo e Fabio De Riccardis sono del parere che bisogna andare a Scampia ugualmente. «Con Luca Sorbo abbiamo organizzato molte passeggiate in tante zone di Napoli, da Ponticelli al Pallonetto di Santa Lucia, stavolta abbiamo pensato a Scampia perchè è una di quelle parti della città che viene purtroppo solo rappresentata da immagini iconografiche sulla scia di Gomorra e della cronaca nera. Pensiamo che attraverso le fotografie di questa passeggiata possiamo raccontare qualcosa di più, di diverso». Luca Sorbo nel vagone della metro cerca sin da subito di spiegare come affrontare il percorso della passeggiata che è stata intitolata “TUTTI I COLORI DI SCAMPIA“. «Appena usciremo dalla stazione dei Colli Aminei, osservate il panorama, vedrete un unico grande mare grigio». Le passeggiate fotografiche organizzate da Luca Sorbo sono nate soprattutto per dare la possibilità agli amatori di poter osservare la città e restituirne le infinite immagini. «Già da tempo sono attivi sul territorio napoletano diversi gruppi che lavorano per poter creare dei veri e propri documenti. Scommetto molto sulla forza dei fotografi amatoriali in quanto credo che hanno più possibilità di gestire lavori fotografici a  lungo termine e riescono ad essere più presenti sul territorio al quale appartengono». L’architetto Dario Guglielmi che è stato interpellato per far meglio comprendere ai fotografi la struttura di Scampia ha spiegato la storia dell’area. «Scampia è una bolla entro il perimetro del Comune di Napoli, è come un francobollo che non si accorda con il tessuto urbano preesistente, dove si sperimentarono nuove teorie di progettazione, enfatizzando l’aspetto tecnologico. La gestione dei progetti è stata fin dall’inizio difficile e tutte le teorie rimasero sul piano ideologico. Fu un esercizio a cuore aperto sul territorio. Scampia è rimasta un fuoriscala». Prezioso è stato anche il contributo di Franco Maiello, fondatore del Caffè Letterario di Scampia, che ha donato ai partecipanti delle emozioni citando ad esempio Luigi Sica. «Nel libro “Il borgo perduto – storia di una via Gluck napoletana”, Luigi Sica raccontò che prima delle grandi costruzioni, gli abitanti di Piscinola venivano a Scampia per prendere una boccata d’aria aperta e descrivendo una sua esperienza personale disse che quando capì che Scampia non sarebbe stata più quella di una volta, andò a farci l’amore con lerba che non sarebbe più esistita». Sembra che la parola Scampia si riferisca alla dicitura di campo incolto, ma quello che brulica tra gli stradoni di questo luogo, non è il malaffare, è la voglia e la forza di chi s’è unito per rendere giustizia a quello che è il luogo della città di Napoli più verde di tutti. La passeggiata passa di fianco alle vele di Scampia per arrivare al Centro Territoriale Mammut, accolti da Assunta Iorio «Vorrei che quando partirà una canzone, ognuno di voi attraversi il Mammut, percorra le sue stanze, ed individui un oggetto. Quando terminerà la musica portatelo qui ed in cerchi ci presenteremo spiegando le ragioni per le quali avete […]

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