Seguici e condividi:

Eroica Fenice

La Tag: fotografia contiene 39 articoli

Eventi/Mostre/Convegni

“Apice” di Valeria Laureano, il racconto di storie perdute attraverso la fotografia

Apice, antico borgo del beneventano, in parte abbandonato in seguito al sisma che colpì l’Irpinia nel 1962 e poi interamente distrutto da quello del 1980, ricostruito e narrato attraverso la mostra fotografica ideata ed elaborata da Valeria Laureano, giovane e talentuosa artista fotografa napoletana. Un racconto denso di nostalgia, fatto di sguardi, paesaggi, volti e luoghi scoloriti dal tempo, che prende vita con le foto ritrovate degli abitanti e i negativi prodotti dalla fotografa e impressi su lastre di vetro. Incerta l’origine del nome del borgo: secondo alcuni riconducibile a Marco Apicio incaricato dal senato di Roma di distribuire alcune terre del Sannio, secondo altri derivato invece dalla parola latina “apex”, ad indicare la sua collocazione in cima ad una collina. Ad ogni modo, di Apice vecchia non resta più nulla, se non la possibilità di rivivere quell’atmosfera perduta nel suggestivo viaggio di immagini proposto dall’artista. Valeria Laureano: l’importanza del ricordo e della memoria Appassionata di fotografia fin da bambina, Valeria Laureano, dopo una laurea in arti visive, musica e spettacolo conseguita al DAMS di Fisciano, frequenta un Master triennale di fotografia presso la Scuola Romana di Fotografia di Roma, diretta da Angelo Caligaris. Il ricordo e la memoria sono i suoi temi ispiratori, poiché le permettono, in realtà, di viaggiare dentro se stessa. L’artista racconta di essere sempre stata affascinata dai borghi antichi, dalla loro storia e dalle loro leggende. Guidata dall’esigenza di scoprire quanto il passato ha sepolto, Valeria durante le sue ricerche ad Apice, si imbatte in un negozio di bare sul cui retro ritrova lastre di vetro, negativi medio formato, negativi 35mm: i ritratti degli abitanti di allora sembrano riprendere vita e trasmettere la loro eternità. Accostando a questi reperti negativi di luoghi e paesaggi realizzati da lei stessa, l’artista si accorge che quel vecchio villaggio sembra rianimarsi davanti ai suoi occhi, pur sempre con quel velo di malinconia che sovrasta il paese. Decide così di provare a ricostruire la narrazione di quella quotidianità sepolta in un’esposizione aperta alle più varie interpretazioni. Interessante è la possibilità di ripercorrere, sempre secondo la personale chiave di lettura di ciascuno, le storie di ogni singolo personaggio osservando orizzontalmente le immagini, oppure la possibilità di catalogare le fotografie se osservate in senso verticale. Questa molteplice leggibilità restituisce ciclicità e un senso di rinascita a quei volti e a quei luoghi abbandonati. Il progetto “Apice” ai Magazzini Fotografici di Napoli Il progetto, dopo aver riscosso grande successo all’Istituto Italiano di Cultura di San Paolo (Brasile), è stato inaugurato venerdì 8 giugno 2018 alle 19 a Magazzini Fotografici, in via San Giovanni in Porta 32 a Napoli, per concludersi il 21 luglio. Curatrice e consulente dell’esposizione è Roberta Fuorvia, coordinatrice italiana della prima edizione di European tour organizzato da Photo Workshop New York. Da aprile 2016 si occupa dell’organizzazione delle mostre per Magazzini Fotografici di Yvonne De Rosa, la quale spiega l’idea di allestire questo spazio con la l’intenzione di condividere la passione per la fotografia: “La fotografia è tutto, la ‘cultura […]

... continua la lettura
Libri

La gente di Napoli di Vincenzo De Simone: intervista al curatore

La gente di Napoli di Vincenzo De Simone è un progetto fotografico e di indagine sociale molto interessante, basato sull’osservazione diretta delle vite che animano la città di Napoli. Cosa vuol dire essere napoletani? Cosa significa far parte del ricco tessuto urbano e umano partenopeo? Cosa vuol dire Napoli? La “gente di Napoli” si mostra e attraverso le fotografie e le didascalie ad ognuna di esse dà la propria risposta quasi simbolicamente “rivolgendosi” all’obiettivo fotografico che la “osserva” e silenziosamente la “interroga”. Uno studio “combinato”, fra discipline umane e fotografiche, dunque, da cui è nato un libro, presentato recentemente al PAN; un progetto perpetuamente in fieri, dato che può svilupparsi e quindi modificarsi costantemente insieme all’uomo e alla società. Abbiamo intervistato Vincenzo De Simone, fotografo e psicologo, curatore del libro e del progetto. La gente di Napoli di Vincenzo De Simone: l’intervista Da un punto di vista “tecnico”, cos’è e come appare, nelle intenzioni, il progetto La gente di Napoli? Quali sono stati gli esiti della ricerca fino ad oggi condotta? La gente di Napoli è un progetto nato dall’amore per la propria città, per la cultura, per le innumerevoli sfaccettature di un luogo che vive di una complessità intrinseca che lo rende sociologicamente unico. È un amore quasi romantico per il proprio territorio, che come tale si trasforma in necessità di conoscere, sviscerare, approfondire. Napoli è una mescolanza fra pensieri molto diversi fra loro, quasi caotici. C’è da dire che è un campo di studio molto difficile da formalizzare e che poi, in realtà, formalizzato eccessivamente potrebbe anche portare a perdere varie sfaccettature che fanno parte del napoletano. Abbiamo raccolto testimonianze che erano l’una l’opposta dell’altra e che rappresentavano la personalissima opinione di ciascun individuo. Dalle varie co-occorrenze analizzate, i dati ottenuti sembrerebbero confermare l’ipotesi secondo la quale le caratteristiche personali dei soggetti abbiano un peso nel tipo di opinione formulata su Napoli. I risultati mostrano, infatti, una distribuzione netta dei risultati rispetto alle diverse variabili considerate: ad esempio, prendendo in esame la variabile “età”, è possibile osservare una marcata prevalenza dei pensieri formulati. Tale prevalenza  non si riflette unicamente nel carattere positivo/negativo delle risposte, bensì sembrerebbe suggerire un’estremizzazione delle risposte nei più giovani e una tendenza, in età più avanzata, ad una riflessione più orientata verso sentimenti nostalgici o di rivalutazione. Il progetto La gente di Napoli mescola l’arte fotografica allo studio psicologico e sociologico; quanto queste discipline hanno in comune? La fotografia ha un legame strettissimo con la psicologia e la sociologia: racconta tutto di te, delle persone e dei paesaggi che fotografi. Da psicologo trovo interessante creare immagini che trasmettano un messaggio, un’idea riguardo il comportamento umano, riguardo le emozioni e le relazioni. C’è sempre una storia che merita di essere raccontata e questo è quello che cerco di perseguire con il mio progetto. Con la sua creazione mi avvicinavo per la prima volta al mondo del ritratto, lo specchio dell’anima. Lo studio accademico risulta indispensabile per poter codificare emozioni, sensazioni e modi di fare degli intervistati. […]

... continua la lettura
Eventi/Mostre/Convegni

Mostra Scrigno di Memorie: intervista a Cristina Fernandez

La mostra Scrigno di Memorie: Arte nei tesori nascosti, è un progetto organizzato dall’Associazione culturale “Terra del Sole” e mira a far “riscoprire” luoghi culturali “dimenticati”, organizzando attività artistiche e culturali in essi. In particolare dal 22 al 27 settembre, al Palazzo Paternò di Caserta, saranno organizzate delle giornate dedicate alla scultura, alla pittura ed alla fotografia, il tutto mescolato alla poesia e alla musica. Il palazzo, in stile barocco, fu progettato dall’architetto Gaetano Barba e costruito nel XVIII secolo. Nel XX secolo venne ristrutturato, facendo sì che diventasse da dimora nobiliare a sede dell’Arcivescovado di Caserta e della Biblioteca. Oggi, con la mostra Scrigno di Memorie: Arte nei tesori nascosti, si “anima” con arte, musica e poesia. Tra gli artisti partecipanti, Cristina Fernandez, fotografa, con all’attivo varie esposizioni fotografiche tra Napoli, Caserta e Capua e varie collaborazioni con associazioni quali Bresson, Appunti Fotografici e Trimlab31. A lei Eroica Fenice ha rivolto alcune domande, sulla mostra e sul suo percorso artistico. Mostra Scrigno di Memorie: intervista alla fotografa Cristina Fernandez Ciao Cristina! Come nasce e si sviluppa in particolare l’idea del progetto Scrigno di memorie: Arte nei tesori nascosti? Nasce da un’opportunità: da una parte esiste un immobile di straordinaria bellezza, di grande valore storico (è del 1775), la disponibilità dei generosi proprietari e dei gestori tutti amanti dell’arte, e dall’altra ci sono gli artisti, pittori, fotografi, scultori, scrittori, generosi talenti che hanno bisogno di spazi così. C’è l’esigenza di mostrare questo immenso patrimonio di cose e di persone, al centro di questa mia città, ed è tutto così a portata di mano… perché non provarci? Realizzare un progetto così significa aprire le porte di tutto questo in modo ordinato e culturalmente valido, a tutti i casertani e non. Quali opere presenterai? Presenterò cinque fotografie il cui filo comune è la figura femminile. Racconto quell’universo intimo e silenzioso che spesso ci accomuna. C’è l’immobilità dell’attesa, del silenzio, ma anche una direzione, una decisione, e di questo dinamismo parlano i miei colori, in cui spesso vanno a nascondersi i miei personaggi. Cerco quel momento in cui si riflette prima di fare il passo decisivo e che le donne, si sa, sanno sempre fare. Come nasce la tua arte? È bello sentir parlare delle mie foto come arte! Nasce dal gioco, da lunghe passeggiate, dai valori e dalla cultura che mi hanno trasmesso in famiglia, è un continuare a conoscersi in relazione al resto del mondo. Cos’è per te la fotografia? Per me è la salvezza! È il legame tra quello che sono io e il resto del mondo. Può sembrare strano ma la sento anche come un’arma di difesa: se vado in un luogo sconosciuto ed ho la macchina con me mi sento sicura, so di poter analizzare la situazione, mi dà coraggio. Cosa desideri comunicare attraverso l’obiettivo fotografico? Un mondo interiore ed esteriore che sento di poter vivere e di esserne privilegiata in qualche modo; un punto di vista che nella sua condivisione può essere una spinta forte alla lettura del […]

... continua la lettura
Interviste emergenti

Humans of Naples, intervista all’ideatore Vincenzo Noletto

Humans of Naples è il progetto artistico di Vincenzo Noletto, giovane fotografo di 29 anni in rampa di lancio. Venerdì 22 settembre approderà allo Slash Art/Msic, locale di via Bellini, nel cuore pulsante di Napoli. Instant sarà una mostra fotografica vuota, in cui tutti i visitatori diventano soggetti fotografati, e quindi parte dell’evento stesso. Sulle orme del cinema e del teatro, un curioso esperimento di metafotografia, con l’arte che diventa protagonista di se stessa. Instant è stata l’occasione per scambiare quattro chiacchiere con Vincenzo Noletto. Humans of Naples e Vincenzo Noletto Ho letto che il progetto Humans of Naples è nato in seguito a un tuo viaggio in Irlanda. Al ritorno hai deciso che fare il fotografo sarebbe stata l’unica cosa che volevi fare nella vita. In virtù di questo, cos’è per te la fotografia? Gli ultimi anni mi hanno insegnato tante cose, tutte riassumibili in una sola frase: non smetti mai di essere un fotografo. Se abbracci la fotografia come hanno fatto in tanti (e pure io) è tutto un susseguirsi di foto su foto su foto, ti cambia il modo di vedere le cose, di spiegarti, di raccontare, di rendere partecipi e di inserirti in altre realtà. Per buona parte della mia vita ho seguito e visto le cose di tutti i giorni, dalle più piccole alle più grandi, con gli occhi degli altri e non ho mai cercato una verità che fosse solo mia, mi facevo bastare quella degli altri, una qualsiasi, standard. Poi d’un tratto ho conosciuto una persona che ha tirato fuori la mia incapacità di spiegarmi, che mi ha fatto riflettere su ogni aspetto della mia vita poiché davvero non sapevo cosa mi piaceva e cosa non mi piaceva (non posso mai dimenticare il momento in cui arrivò a chiedermi persino il motivo per cui mi piaceva la pasta con la salsa… ed io non seppi rispondere). Avvicinarmi alla fotografia ha reso tutto questo molto più facile, mi ha permesso di racchiudere storie e concetti ovvi a miei occhi ma di difficile spiegazione, e quindi comprensione. S’è innescato un meccanismo a catena grazie alla fotografia, mi ha permesso di capire cosa fosse importante e cosa non lo fosse e se oggi sono un fotografo forse lo devo proprio alla fotografia stessa. Che cos’è per me la fotografia? È il mio passato, il mio distacco dal passato, il mio presente e credo il mio futuro. Veniamo a Humans of Naples. Una mostra “vuota”, dove gli spettatori sono anche i protagonisti dell’evento. Dopo il metateatro, ecco la fotografia protagonista di se stessa. Come è venuto in mente questo progetto? Diciamo che non sono uno troppo metodico, sono colpito dalle idee nei momenti più strani. Ad esempio l’idea di Humans of Naples è nata mentre lavavo una padella dopo cena, mani sotto l’acqua corrente e spugnetta zuppa di sapone. Ora che mi ci fai pensare devo essere stato suggestionato da JR e il suo Inside Out Project (non quello surrogato che abbiamo visto a Napoli, parlo di […]

... continua la lettura
Recensioni

L’inquietante vita della mente: Bruges la morta e il genio di Rodenbach

Il 1892 è stato un anno a dir poco propizio per il mondo culturale di fine secolo. Un mondo in continuo rinnovo, un mondo in cui le varie forme artistiche rompono definitivamente le barriere dei cosiddetti compartimenti stagni in cui erano precedentemente rinchiuse. Un’arte antica quale quella della scrittura è finalmente in contatto con una nuovissima forma d’arte (o non-arte, volendo considerare l’aperta diatriba che imperversava proprio in quel periodo): la fotografia. Questo coniugium da molti definito imperfetto vede come celebrante Georges Rodenbach, scrittore belga. La sede di tali nozze è il romanzo che lo ha reso famoso: Bruges la morta. Malinconico, grigio in volto, ormai privo di qualsiasi interesse se non quello della cura del reliquiario conservato nella sua grande villa. Troppo grande per lui, troppo, da quando ha perso la sua Ofelia. Protagonista del romanzo, Hugues Viane, vedovo. Con la moglie aveva visitato Bruges, cittadina fiamminga, nella quale un tempo non avrebbe mai considerato possibile rispecchiarsi. Una città ricca di rivoli d’acqua, una città riflessa. Ma dove lui non aveva trovato se stesso quando ancora poteva accarezzare la chioma folta della moglie, una chioma viva. Adesso che è solo, però, quella chioma è tornata a Bruges, conservata in una teca, come un tesoro, lunga e ben curata, nessuna avversità deve distruggerla. La teca è adesso nel reliquiario, quello che Hugues ha creato per sua moglie, nella grande villa di Bruges. Quella stessa Bruges che è diventata a suoi occhi incredibilmente simile a lui. Hugues passeggia per le sue strade, girovaga senza meta, per quei luoghi che il lettore può vedere a fronte, girando le pagine. Luoghi in bianco e nero, perché in bianco e nero è adesso la sua vita. Fino a quando, la sua amata Ofelia, defunta, sembra camminare di fronte a lui. «Un lampo, poi la notte!» direbbe Charles Baudelaire. Quella alta visione non può essere sua moglie. Ma Hugues la segue, scoprendo a mano a mano la sua identità. E all’Ofelia, morta, morta come Bruges, si affianca Jane, viva. È difficile inserire il romanzo di Rodenbach in un genere preciso, si svincola in tutti i modi che può dalle etichette, fino a rendere necessario crearne una nuova: il fotoromanzo. Lo scorrere delle parole è affiancato da quello dell’acqua nei canali di Bruges, che sono resi visibili da fotografie dell’epoca. La fotografia ha molteplici funzioni in quest’opera densissima. A suo modo, è indipendente dal testo, è addirittura in grado di ampliarne il senso, quando ad esempio non riporta fedelmente ciò che è descritto dalle parole di fianco. Da un lato, dunque, la fotografia ci parla con la sua propria voce. Dall’altro, invece, rispecchia ciò che Rodenbach scrive, rendendo ancora più partecipe il lettore di ciò che sta avvenendo a Hugues, effettivo protagonista della storia. Le fotografie, però, fanno in modo che al protagonista umano si affianchi l’anima della città. Bruges la morta: Bruges diventa personaggio principale della narrazione Nel suo ventre tutto accade, la vita scorre come l’acqua nei suoi canali. La vita scorre, o si […]

... continua la lettura
Napoli & Dintorni

Helmut Newton al Pan, l’artista tedesco in mostra dal 25 Febbraio

Sarà inaugurata il prossimo 25 Febbraio al Pan, il Palazzo delle Arti di Napoli, la mostra dedicata al fotografo tedesco Helmut Newton. Dopo il successo dell’exhibit “Senza Confini” di Steve McCurry, visitabile fino al 12 Febbraio, il Pan di via dei Mille torna ad ospitare tra le proprie mura l’opera di uno dei fotografi internazionali più influenti del Novecento. Difatti a Helmut Neustädter, ai secoli Helmut Newton, di origini tedesche ma naturalizzato australiano, va innanzitutto il merito di aver immortalato nei suoi scatti una condizione femminile inconsueta e di averne documentato fedelmente il passaggio repentino da un’epoca all’altra. Dapprima fotografo freelance, poi dalla fine degli anni Cinquanta fotografo specializzato in scatti di moda, iniziò ben presto a collaborare con riviste di tendenza del calibro di Vogue, GQ, Vanity Fair, Marie Claire e Max. I suoi studi di nudo e le sue donne, soggetti in grado di monopolizzare lo spazio e di rivendicare l’obiettivo restituendo al pubblico una serie di ritratti memorabili, testimoniano l’equilibrio perfetto tra erotismo e innocenza, tra la voluttà della sottomissione e l’ardore di un’emancipazione sobillata dai nuovi femminismi dalla fine degli anni Sessanta in poi. Le tre monografie White Women (New York, 1976), Sleepless Nights (New York, 1978) e Big Nudes (Parigi, 1981) rappresentano la sacra “trimurti” al cui altare Helmut Newton viene celebrato come il nuovo guru della pellicola e della camera oscura. Le immagini impresse sul nitrato d’argento si rivelano sorprendenti. E sviluppo e fissaggio dimostrano che se nella fotografia di moda lo strafalcione espressivo è spesso in agguato, non c’è alcun nesso tra spregiudicatezza e volgarità, né contraddizione tra nudo e purezza. Helmut Newton al Pan: dettagli, orari e informazioni Proprio alle sue tre monografie più importanti sarà dedicata la mostra “Helmut Newton. Fotografie. White Women / Sleepless Nights / Big Nudes”. La mostra, organizzata da “Civita Mostre” e curata da Matthias Harder e Denis Curtis, raccoglie un totale di 200 scatti, suddivisi in tre sezioni ciascuna intitolata ai tre libri pubblicati dal fotografo. Il progetto “Helmut Newton. Fotografie” nasce però già nel 2011 per volontà di June Newton, moglie dell’artista scomparso nel 2004 in un tragico incidente stradale nel sud della California. Approdando al Pan, la mostra si propone di offrire ai visitatori non solo tecniche e modi espressivi eccezionalmente suggestivi, ma una retrospettiva da cui emerge la singolare sensibilità di un fotografo che ha saputo fare da tramite tra modernità e contemporaneità attraverso lo studio della figura femminile e della sua dimensione ideale. La mostra sarà visitabile dal 25 Febbraio al 18 Giugno 2017, tutti i giorni (escluso il martedì) dalle 9.30 alle 19.30. Il prezzo del biglietto è di 11 euro, comprensivo di audioguida. Tutte le informazioni saranno pubblicate successivamente all’indirizzo www.mostranewton.it

... continua la lettura
Napoli & Dintorni

Scampia ed i suoi colori fatti di persone

Anche se le condizioni meteo non sono quelle ottimali per effettuare una passeggiata fotografica Luca Sorbo e Fabio De Riccardis sono del parere che bisogna andare a Scampia ugualmente. «Con Luca Sorbo abbiamo organizzato molte passeggiate in tante zone di Napoli, da Ponticelli al Pallonetto di Santa Lucia, stavolta abbiamo pensato a Scampia perchè è una di quelle parti della città che viene purtroppo solo rappresentata da immagini iconografiche sulla scia di Gomorra e della cronaca nera. Pensiamo che attraverso le fotografie di questa passeggiata possiamo raccontare qualcosa di più, di diverso». Luca Sorbo nel vagone della metro cerca sin da subito di spiegare come affrontare il percorso della passeggiata che è stata intitolata “TUTTI I COLORI DI SCAMPIA“. «Appena usciremo dalla stazione dei Colli Aminei, osservate il panorama, vedrete un unico grande mare grigio». Le passeggiate fotografiche organizzate da Luca Sorbo sono nate soprattutto per dare la possibilità agli amatori di poter osservare la città e restituirne le infinite immagini. «Già da tempo sono attivi sul territorio napoletano diversi gruppi che lavorano per poter creare dei veri e propri documenti. Scommetto molto sulla forza dei fotografi amatoriali in quanto credo che hanno più possibilità di gestire lavori fotografici a  lungo termine e riescono ad essere più presenti sul territorio al quale appartengono». L’architetto Dario Guglielmi che è stato interpellato per far meglio comprendere ai fotografi la struttura di Scampia ha spiegato la storia dell’area. «Scampia è una bolla entro il perimetro del Comune di Napoli, è come un francobollo che non si accorda con il tessuto urbano preesistente, dove si sperimentarono nuove teorie di progettazione, enfatizzando l’aspetto tecnologico. La gestione dei progetti è stata fin dall’inizio difficile e tutte le teorie rimasero sul piano ideologico. Fu un esercizio a cuore aperto sul territorio. Scampia è rimasta un fuoriscala». Prezioso è stato anche il contributo di Franco Maiello, fondatore del Caffè Letterario di Scampia, che ha donato ai partecipanti delle emozioni citando ad esempio Luigi Sica. «Nel libro “Il borgo perduto – storia di una via Gluck napoletana”, Luigi Sica raccontò che prima delle grandi costruzioni, gli abitanti di Piscinola venivano a Scampia per prendere una boccata d’aria aperta e descrivendo una sua esperienza personale disse che quando capì che Scampia non sarebbe stata più quella di una volta, andò a farci l’amore con lerba che non sarebbe più esistita». Sembra che la parola Scampia si riferisca alla dicitura di campo incolto, ma quello che brulica tra gli stradoni di questo luogo, non è il malaffare, è la voglia e la forza di chi s’è unito per rendere giustizia a quello che è il luogo della città di Napoli più verde di tutti. La passeggiata passa di fianco alle vele di Scampia per arrivare al Centro Territoriale Mammut, accolti da Assunta Iorio «Vorrei che quando partirà una canzone, ognuno di voi attraversi il Mammut, percorra le sue stanze, ed individui un oggetto. Quando terminerà la musica portatelo qui ed in cerchi ci presenteremo spiegando le ragioni per le quali avete […]

... continua la lettura
Interviste emergenti

Naples360, intervista a Domenico Maschio

Mostrare la bellezza di Napoli a 360°: questo è lo scopo di Naples360, progetto fotografico di Domenico Maschio che, sfruttando una particolare tecnica di ripresa, offre un’inedita e originale panoramica sui luoghi simbolo della città partenopea. Abbiamo avuto il piacere di fare due chiacchiere con Domenico:   La domanda più difficile: chi è Domenico Maschio? Sono Domenico, studente universitario della città di Napoli con la passione per la fotografia ed i video. Dopo aver partecipato e vinto Postcards From Naples, workshop creato dal Comune di Napoli alla fine del 2014, nel 2015 decido di iniziare a pubblicare i miei lavori sul web tramite Facebook e Youtube. Grazie ai social e ad amici, entro in contatto con Luca, studente del mio vecchio liceo, con cui nasce subito una forte amicizia ed insieme creiamo il canale Youtube Coons Video, dove carichiamo i nostri lavori. A luglio 2015 realizziamo il video Napoli 360°, che su Facebook ha superato le 40.000 visualizzazioni in quattro giorni, per mostrare alle persone lontane le bellezze della nostra città. A settembre 2015 decido di sviluppare il primo progetto fotografico al mondo a 360°: Naples360. Ogni scatto ha due protagonisti: un napoletano ed il suo posto preferito di Napoli. … Napoli, odi et amo… Amo passeggiare per Napoli: è una città con un grande patrimonio artistico e culturale e con un popolo meraviglioso. A Napoli a qualsiasi ora del giorno puoi trovare qualcuno disposto ad aiutarti, qualcuno che si fa fotografare e si ferma a scambiare quattro chiacchiere davanti ad un buon caffè e ti racconta la propria storia. D’altra parte però odio la parte “malata” che danneggia questa città, composta dalla gente che non ha rispetto dei luoghi e delle persone che la vivono. Quella piccola parte per la quale i media dipingono Napoli come “la città della camorra, dove c’è immondizia per strada..” con tutti gli altri classici stereotipi. Napoli non è questo… Sia chiaro: non dico che questa parte non esista, ma è una minoranza che non può rappresentare l’intero popolo napoletano. Domenico Maschio e Naples360: Parlaci di Naples360… Finito il workshop volevo creare qualcosa di mio. A maggio mentre ero in compagnia di un’amica sul lungomare di via Caracciolo ho l’idea di creare un progetto fotografico a 360° per far conoscere la Città: in ogni scatto una persona è ritratta nel suo posto preferito di Napoli ed una sua riflessione sul luogo scelto accompagna ogni fotografia. Cerco di racchiudere in uno scatto le emozioni ed i ricordi che il protagonista ha di quel luogo. Progetti e sogni nel cassetto? Spero di poter far conoscere Naples360 a tante persone; far conoscere la Città a chi non ci è mai stato, farla rivivere a chi è dovuto andare via. Un altro sogno è quello di poter esporre le foto di Naples360 per poter parlare con le persone che seguono il progetto su internet, conoscerle e scambiare opinioni. Per maggiori informazioni e contatti: info@naples360.it www.naples360.it Instagram: @naples360 Facebook: facebook.com/naples360  Jundra Elce

... continua la lettura
Attualità

Say No Trash n.5: PHOTORE(F)USE

Un nuovo appuntamento con Say No Trash, a cura di Sabrina Vitiello, ha interessato gli spazi di Home&More in via Santa Brigida 72 a Napoli, stavolta con il nome di PHOTORE(F)USE: una collettiva fotografica con le fotografie di Alessia Della Ragione, Francesco Nappo, Nicolas Pascarel, Corrado Pastore e Gigi Viglione. Say No Trash nasce con la volontà di raccontare un’altra forma di bellezza, applicando le cinque regole, Riduzione, Riuso, Riciclo, Raccolta e Recupero, a quelli che sono i valori purtroppo logorati della nostra società. Lo slogan che accompagna l’intera manifestazione e che sicuramente accomunerà le prossime iniziative, è sottolineato dalla frase che emerse già dalla prima edizione.  «La bellezza non può darci nessuna salvazione in automatico, assolvendoci da ogni responsabilità. Al contrario, la bellezza non salverà nulla e nessuno, se noi non sapremo salvare la bellezza. E il nostro pianeta». I cinque fotografi hanno portato per la mostra PHOTORE(F)USE scatti che rappresentano una rinascita, restituendo nuova vita a quello che il consumo ha dato definizione di rifiuto, abbracciando gli intenti della rassegna Say No Trash. In PHOTORE(F)USE sono presenti vortici caleidoscopici di stracci colorati in una delle immagini di Francesco Nappo, bottiglie di plastica ritrovate e fuse come in un gesto d’amore tra gli scatti di Corrado Pastore. Nel quinto appuntamento di Say No Trash sono presenti, inoltre ,fotogrammi che rappresentano scarti alimentari che rinascono in profonde riflessioni di Gigi Viglione, finestre sul mondo di Nicolas Pascarel ed infine le fotografie di paradossi urbani di Alessia della Ragione. Parlando con la fotografa si capisce come l’animo che accomuna gli artisti che hanno lavorato anche per le passate edizioni di Say No Trash, in particolar modo per PHOTORE(F)USE, è convogliato in un progetto unico destinato a raccontare nuove storie. «Ci sono molti modi di produrre immondizia. Uno di questi è opporre un rifiuto, cioè lasciare all’abbandono e al degrado luoghi che un tempo hanno avuto dignità ma che ormai sono ridotti a paradossi urbani, appunto rifiutati. Quando si può, restituire dignità e bellezza a questi spazi già ampiamente maltrattati, osservarli da un’altra prospettiva e trasformarli di fatto in oggetti d’arte attraverso una nuova forma, la fotografia, è un modo di sottrarli al rifiuto, all’immondizia». PHOTORE(F)USE è un modo per restituire l’attenzione e riportare la riflessione verso un tema che ci è tanto a cuore in questo periodo storico, dove il consumo di beni, attuato a velocità esponenziale, sta riducendo e modificando drasticamente ed irrimediabilmente le risorse del nostro caro pianeta Terra.

... continua la lettura
Notizie curiose

Killfie, il selfie che uccide

Chi avrebbe mai immaginato che un gesto compiuto ormai da tutti, un simpatico passatempo, sarebbe entrato nella classifica dei modi più bizzarri e impensabili per morire? Da selfie a killfie è un attimo. Indubbiamente, chi si cimenta in azioni di questo tipo è consapevole dell’elevato tasso di pericolo a cui si espone, ma gli “autoscatti causa di decesso”, sono in aumento. Sapevate che per un selfie si può anche morire? Scattare dei selfie, al giorno d’oggi, può diventare un vero e proprio disturbo ossessivo-compulsivo: qualcuno ha ammesso di scattarne persino un centinaio al giorno. C’è chi si fotografa davanti allo specchio o ad un bel panorama, al bar con gli amici o con il proprio animale domestico, e chi, invece, non si accontenta, facendo di una semplice fotografia con lo smartphone, una sorta di “sport estremo”. La ricerca dell’autoscatto perfetto può spingere a compiere gesti folli: sono 127 le vittime dei killfie, registrate negli ultimi due anni. Al primo posto c’è l’India con 76 morti, seguita da Pakistan, Stati Uniti, Russia. Il fenomeno ha avuto esiti letali anche per un cittadino italiano. Le 8 categorie di killfie Secondo un recente studio della Carnegie Mellon University (USA) e dell’Indraprastha Institute of Information Technology (New Delhi, India), i selfie più estremi sono quelli che sfidano la forza di gravità, il pericolo dell’acqua, la ferocia e l’istinto  di animali selvaggi, la potenza dell’elettricità, la forza della natura. Molti, nel tentativo di provare qualcosa fuori dal comune, immortalano momenti e gesti da brividi. La pagina Instagram selfie.mylife raccoglie tutte le foto di esibizionisti che, con la loro asta per i selfie,  si ritraggono in cima ad edifici vertiginosi, pali altissimi, in equilibrio su ponti disastrati, mentre corrono a tutta velocità in auto, in moto o in bicicletta. Alcuni riescono a mantenere il controllo ed immortalare persino il proprio lancio col  paracadute, ma non tutti hanno avuto la fortuna di spostarsi dalle rotaie in tempo prima dell’arrivo del treno, di resistere reggendosi con una sola mano in cima ad una scala altissima o trattenendo a lungo il fiato sul fondale marino, a decine di metri di profondità. Storie di selfie mortali Una ragazza russa di 17 anni, Xenia Ignatyeva, era una fotografa amatoriale, che per stupire i suoi amici e realizzare uno scatto senza precedenti, è salita su un ponte ferroviario. Purtroppo non ce l’ha fatta: ha perso l’equilibrio ed è precipitata su un cavo elettrico. Courtney Sanford era una donna americana di 32 anni morta in un incidente d’auto. Causa la solita distrazione al cellulare, proprio per scattare un selfie, sulle note della canzone “Happy” di Pharrell Williams, a tutto volume. Un ragazzo messicano di 21 anni, Oscar Aguilar, era un veterano in fatto di foto rischiose. Il suo ultimo autoscatto lo ritrae con una pistola carica puntata alla tempia. La sua mania di protagonismo, questa volta, gli è costata la vita: ha accidentalmente premuto il grilletto. Un selfie si è trasformato in killfie anche per una coppia in vacanza in Portogallo, desiderosa di scattare […]

... continua la lettura