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Eroica Fenice

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Culturalmente

Diotima di Mantinea: maestra di Socrate e dell’amore

«Ma adesso ti lascerò in pace. Dirò invece il discorso su Amore che ho ascoltato una volta da una donna di Mantinea, di nome Diotima, la quale era dotta su questa e molte altre questioni». Rientrato dal primo soggiorno in Sicilia, nel 387 a.C. Platone fonda l’Accademia e si dedica con rinnovato slancio agli studi di filosofia, orientando la sua riflessione verso la definizione della teoria delle idee. Nei dialoghi risalenti a questo fecondo periodo di studio, il filosofo rielabora in modo originale la lezione socratica, mettendo in luce il profondo legame interno alla sua filosofia tra conoscenza, etica e politica. Nello specifico, nel Simposio egli sviluppa un’analitica riflessione sulle modalità di conquista della conoscenza ideale da parte del soggetto e indica nell’amore la sola guida capace di condurre l’anima alla visione dell’idea di bello. Per presentare il tema dell’amore, cui attribuisce l’insostituibile ruolo di intermediario tra il filosofo e le idee, Platone sceglie come ambiente un banchetto, da cui il nome: riunitisi in casa del poeta Agatone per celebrare la sua vittoria in una gara di poesia, alcuni amici (tra cui vi è Socrate) decidono di celebrare, ciascuno con un personale elogio, le virtù dell’amore e uno dopo l’altro, tutti i commensali espongono la propria concezione dell’amore lasciando che sia Socrate a esprimersi per ultimo. Questo vivace affresco è composto da tutte le immagini dell’amore tipiche della cultura greca: la superiorità del delirio divino sulla razionalità, la presentazione dell’amore come atteggiamento che potenzia ogni forma di conoscenza e di azione, l’indicazione dell’atteggiamento contemplativo come vertice della conoscenza, la presentazione del filosofo come invasato dalla più alta forma di follia, l’amore di ciò che è ideale, sono temi sui quali il Simposio apre l’attenzione della filosofia. Diotima, maestra di Socrate, è introdotta da Platone nel Simposio per esporre la sua concezione dell’amore La forte aspettativa per il discorso di Socrate e l’intensità con cui egli mostra di aderire a quanto espone, rendono questo discorso la vera e propria enunciazione di una verità conclusiva: Eros è un’entità demonica generata dall’unione di Pòros (l’abbondanza) e Penìa (la povertà), e tale genesi accidentale è emblematica dell’indole contraddittoria di Eros, nella cui natura convivono le tensioni che nascono dal bisogno e dalla mancanza. Ne consegue che l’aspirazione a conoscere la bellezza sia una condizione destinata a rimanere uno stato di felicità solo potenziale: giacché il possesso della bellezza, precluso agli esseri umani, è prerogativa esclusiva della natura divina. Ma aspirare alla conoscenza, senza poterla possedere, è nella natura stessa della ricerca filosofica: l’amore si rivela, così, il privilegiato veicolo di conoscenza che il filosofo deve apprendere a orientare verso il bello ideale, «la bellezza in sé, pura, schietta, non toccata, non contagiata da carne umana, né da colori, né da altra vana frivolezza mortale». Socrate sceglie la forma dialogica per esporre il proprio «discorso» sull’amore. Nel suo encomio di Eros, infatti, il filosofo rievoca una conversazione avuta con la sacerdotessa Diotima, ricreando così l’atmosfera viva e aperta del suo dialogare: «Facendo fare dei sacrifici agli Ateniesi prima della peste, […]

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