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Eroica Fenice

La Tag: Maradona contiene 3 articoli

Attualità

Basta con la morale ridicola del buon esempio: la morte di Maradona l’ha dimostrato

Smettiamola con la morale retrograda e buonista del “buon esempio”. Perché abbiamo questo bisogno spasmodico di cercare exempla in qualsiasi cosa? La morte di Diego Armando Maradona lo dimostra chiaramente Il copione è sempre lo stesso, praticamente immutato. Ogni volta che un personaggio più o meno famoso esala l’ultimo respiro, inizia sempre lo stesso valzer, puntuale come un orologio svizzero. Il valzer del “Era un grande artista/ un grande sportivo/ un grande scrittore ma…”, seguito poi da una sequela di giudizi finalizzati a effettuare la vivisezione della vita privata dei suddetti personaggi. Perché la folla è un animale strano, intrisa di ferinità e fame, che non ci mette nulla a creare un altare su misura per i propri idoli, e quell’altare lo ricopre d’oro, argento e diamanti. Al tempo stesso, la folla pretende che i suoi idoli siano perfetti, immacolati e capaci di riproporre, anche nella propria sfera intima, quegli stessi ideali di perfezione aurea presenti nell’arte da loro plasmata. La morte di Diego Armando Maradona, leggenda indiscussa del calcio, ha scoperchiato questo meccanismo. Non sono mancati pareri e Twitter autorevoli, che ci hanno tenuto a sottolineare quanto El Pibe De Oro fosse stato sì un grandissimo calciatore, ma anche quanti chiaroscuri avesse avuto in vita, quante storture e quanti vizi non proprio da “mito”. E questi chiaroscuri sono stati incarnati, per inciso, dalla dipendenza dalla cocaina, dai problemi con la giustizia, magagne con figli e compagne. Qualsiasi mito, edificato in maniera più o meno consapevole, non dovrebbe mai essere idealizzato. Maradona era un uomo fatto di carne e di sangue, ed è stato capace di ispirare, con la sua parabola di vita, anche chi di chi calcio non capiva nulla e non sapeva nemmeno che forma avesse una palla. Maradona è stato il perfetto prototipo dello scugnizzo: partito dal nulla, dai campi di calcio polverosi del Sudamerica, è riuscito a incorporare nella sua vita tutti gli elementi tipici di un romanzo di formazione, di cui non è stato per niente il protagonista perfetto o l’eroe ideale. Il Bildungsroman di cui si è reso protagonista, non ha pennellate oniriche o fatate: si tratta di sudore, miseria e povertà, che poi sono state convertite in mito da un talento unico, straordinario e quasi demoniaco, a dimostrazione del fatto che il talento, quando sceglie di baciarti, non ti guarda in faccia, non guarda da dove vieni. Maradona, quando è morto, ha compiuto un miracolo degno di San Gennaro: è riuscito a far commuovere e piangere uomini di cinquanta, sessanta, sessant’anni, che magari non piangevano mai, uomini granitici che non erano riusciti a piangere nemmeno alla morte dei propri parenti; è riuscito a far disperare persone che il calcio nemmeno lo seguivano. Perché è stato possibile tutto questo? Perché Maradona non si è mai, mai, proposto come un esempio da seguire. Ogni mito è potente proprio perché proiettiamo, nelle sue fitte intelaiature, qualcosa di noi. Un pallone non è solo un pallone, così come una penna non è solo una penna e un pennello non è solo […]

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Cinema e Serie tv

Maradonapoli è o cunto ‘e Napule su Netflix

Su Netflix è arrivato Maradonapoli. Leggi qui la nostra recensione! Il rapporto tra cinema e sport, forse le due più grandi manifestazione della cultura popolare del Novecento, è sempre stato complesso. D’altronde, come potrebbe essere altrimenti? A farla da padrone, c’è il limite intrinseco del tempo, della durata di un prodotto audiovisivo, che, limitata per piacere ad un pubblico quanto più vasto possibile, si trasforma in una semplice celebrazione di un singolo momento o torneo nella carriera di uno sportivo. Negli ultimi tempi però il documentario sportivo, genere cinematografico spesso bistrattato, ha trovato nuova linfa vitale, grazie ad interessanti esperimenti visivi estremamente lontani l’uno dall’altro.  Si pensi a The Last Dance, discusso panegirico che comunque ha portato le vicende di Michael Jordan e compagni nelle case di milioni di persone, o ai tecnicismi esasperati di Faraut e il suo L’impero della perfezione. Entrambi prodotti dal successo e dalla riuscita, per motivi diversi, evidente, ma che comunque lasciavano ambedue volutamente in disparte il racconto del dietro delle quinte, di chi soffre e gioisce alle gesta del proprio campione preferito. Maradonapoli, recentemente distribuito su Netflix è, da questo punto di vista, un prodotto estremamente intrigante perché riesce a dire qualcosa di nuovo sul giocatore di calcio di cui si è storicamente più parlato, in Italia e non solo, e del suo complesso rapporto di odi et amo con la città che lo ha eletto a proprio figlio prediletto. Diego Armando Maradona è infatti l’indiscussa figura di riferimento di questo splendido documentario firmato da Alessio Maria Federici. Pur recitando una parte per lui completamente nuova e che a prima non si assocerebbe al suo carisma leggendario, in campo e fuori: un ruolo di supporto, da attore non protagonista, che infatti non compare mai direttamente se non in qualche intervista di repertorio, firmata dall’altrettanto leggendario Gianni Minà. A parlare, in Maradonapoli, sono infatti le persone, la gente che lo ha accolto e lo ha amato fino alla follia, arrivando a chiamare i propri figli Diego o tatuandosi il suo viso sul proprio corpo. In Maradonapoli ci sono commercianti, artigiani, impiegati, professori universitari, antiquari, casalinghe, trasportatori, parroci, pizzaioli, ristoratori. L’effetto placebo di Diego Tutti accomunati da un’unica, grande passione, pian piano diventata alla strenua di una fede religiosa e che ha segnato in maniera indelebile la loro esistenza, quella per Diego Armando Maradona. Non importa avere vissuto o meno quegli anni, dal 1984 al 1991, segnati dal successo ma anche una personale discesa agli inferi, lenta ma vertiginosa. Maradona è, nel bene e nel male, che piaccia o meno, una presenza che aleggia ancora nelle strade di Napoli, dai vicoli del centro storico ai quartieri più benestanti, e Maradonapoli da questo punto di vista restituisce bene l’immagine di un uomo che in realtà non se è mai andato per davvero dalla città. Ogni napoletano infatti, in cuor suo, conserva un’immagine, un ricordo di Diego e dei suoi anni napoletani. Un discorso che prescinde dall’età, perché anche i giovanissimi, che in quel periodo non c’erano, hanno […]

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Libri

Ornella Esposito e la napoletanita dei racconti di “Aghi”

Aghi: dieci racconti di napoletanità firmati da Ornella Esposito Non c’è niente di più napoletano che stare ad ascoltare storie e racconti di fronte ad una “tazzulella di caffè”: è questo l’invito che si sente di ricevere da Ornella Esposito leggendo il suo libro d’esordio Aghi, pubblicato da Augh! Edizioni. Leggere Aghi è sorseggiare la napoletanità raccontata dalla scrittrice a sorsi ora amari, ora dolcissimi, tra due risate e qualche lacrima. Protagonista indiscussa di questo libro è la città di Napoli  che fa da filo rosso per tutte le storie raccontate, sempre colorate dall’inconfondibile dialetto partenopeo attraverso cui Ornella Esposito lascia i suoi personaggi liberi di respirare e svelarsi con purezza, anche quando la narrazione passa dalla prima alla terza persona. Il filtro linguistico è solo uno degli espedienti utilizzati in Aghi per permettere al lettore di percepire tutta la veracità dei napoletani che lo popolano. La lente con cui Ornella Esposito racconta fatti e personaggi sfaccetta ambienti (dalle più famose Piazza del Plebiscito e via Toledo, passando per i quartieri reconditi, fino a Nisida), ma soprattutto superstizioni, credenze e tradizioni: è ben radicato il culto di Faccia Gialla (San Gennaro) il suo quadretto è invetiabilmente in vista, tappezza le pareti di pizzerie e panifici affiancato da quello di Maradona, mentre in sottofondo la voce di Mario Merola invade San Gregorio Armeno e i suoi pastori moderni e mentre tutti hanno sentito dire che Donna Carmela, vedova rinchiusa in casa, pratica il malocchio. Sarà vero? Ornella Esposito ha dedicato il suo libro agli emarginati Dopo aver letto questa raccolta, che ruba solo qualche ora di lettura, capiamo perché nella dedica iniziale Ornella Esposito abbia voluto dedicare il suo libro agli “emarginati”: le storie contenute in Aghi sono storie di sofferenza e ribellione, di degrado e di violenza talvolta ai limiti del deplorevole, i suoi sono personaggi umili e semplici eppure immensi in quelle esprienze che hanno gentilmente confessato alla fantasia della scrittrice che le ha poi donate a noi lettori. Eppure la realtà – che è poi la fonte di ispirazione di una scrittrice napoletana che ama la sua terra e la sua gente – la quale vi si scorge in queste storie frutto di fantasia ci apre a un sentimento di compassione, nel senso etimologico del termine e cioè quello di condivisione di pathos: sorridiamo all’ilarità di certe situazioni, ma piangiamo anche col cuore che si irrigidisce di rabbia il secondo immediatamente successivo a quello in cui viene trafitto da tanti piccoli aghi di triste consapevolezza. Aghi ha quindi come protagonisti gli emarginati, quelli dimenticati o quelli che non si possono difendere: un quindicenne rinchiuso nel carcere di Nisida che continua a sognare, una bambina troppo piccola per subire certe meschinità di adulti, un travestito intrappolato nella vita di strada, storie minime che convergono in un grande affresco napoletano e universale, contemporaneo ed eterno. Dentro ognuno dei personaggi di Aghi, si attua una rivolta silenziosa che, al di là di ogni aspettativa, viene ascoltata: la prima a farlo è […]

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