Al teatro ZTN di Napoli, nei pressi di Piazza Dante, nei giorni 24 e 25 gennaio è andata in scena 106 Garofani Rossi – Velia e Giacomo, l’Antifascista, pièce scritta e diretta da Sergio Angelo Notti. Lo spettacolo si propone di commemorare e custodire la memoria di uno degli eventi più controversi e incisivi della storia italiana: l’assassinio di Giacomo Matteotti, martire per eccellenza del fascismo, nel centenario della sua scomparsa. Il numero 106 richiama le volte in cui Matteotti intervenne in Parlamento per esprimere il suo dissenso nei confronti del governo fascista. L’ultimo di questi interventi, pronunciato il 30 maggio 1924, fu un discorso temerario, nel quale venivano denunciate le violenze del governo Mussolini e richiesto l’annullamento dei voti delle elezioni. Quel discorso, tuttavia, segnò anche l’inizio della sua fine: il brutale assassinio avvenne pochi giorni dopo, il 10 giugno 1924.
Indice dei contenuti
Dettagli dello spettacolo 106 Garofani Rossi
| Elemento | Descrizione |
|---|---|
| Regia e Testo | Sergio Angelo Notti |
| Cast Principale | Monica Massone (Velia Titta), Gianni Masella (Dumini, Mussolini) |
| Tema Centrale | Assassinio Matteotti, resistenza civile, ruolo di Velia Titta |
| Particolarità | Assenza fisica di Matteotti in scena; punto di vista femminile |
L’esibizione: un omaggio che non deve essere vano
L’originalità di 106 Garofani Rossi risiede nel punto di vista adottato, distante dalla narrazione storica convenzionale. Nella messa in scena, infatti, Matteotti non è mai fisicamente presente: nessun attore lo interpreta, e la sua figura prende forma esclusivamente attraverso le parole e i ricordi degli altri personaggi. Una scelta che contribuisce a rafforzarne l’assenza, rendendola al tempo stesso centrale e simbolica. Coerentemente con questa impostazione, l’opera non si apre con la morte di Matteotti, ma con quella avvenuta nel 1967 di Amerigo Dumini, interpretato con notevole intensità da Gianni Masella, capo degli squadristi che rapirono e uccisero il deputato socialista.

A questa figura oscura viene contrapposta quella di Velia Titta, moglie di Matteotti, interpretata con grande intensità da Monica Massone. Spezzata dalla scomparsa del marito, Velia ne ricostruisce il ricordo chiamandolo affettuosamente Giachi, attraverso le Lettere a Giacomo. Il racconto parte dal loro incontro, attraversa il coronamento dell’amore con il matrimonio nel 1916 e giunge progressivamente alla fine della loro storia. Ne emerge un ritratto complesso di Matteotti, restituito in ogni possibile sfumatura: nella dimensione intima e privata, ma anche in quella pubblica e istituzionale. Attraverso le parole di Velia, lo spettatore scopre un uomo capace di infondere sicurezza e amore, ma al tempo stesso temuto in Parlamento, costretto a vivere sotto la costante minaccia del regime.
Accanto a Velia e Dumini, la scena si popola di altre figure coinvolte nell’omicidio, come Volpi e Benito Mussolini, anch’esse interpretate da Gianni Masella. È proprio con Mussolini che si consuma la scena madre dello spettacolo: il confronto con Velia Titta, ambientato nel 1924. Si tratta di un momento di forte tensione drammaturgica, uno dei pochi in cui Masella e Massone si trovano a dialogare direttamente, faccia a faccia. L’ormai vedova si presenta a Palazzo Chigi per avanzare una richiesta tanto semplice quanto carica di significato: «Eccellenza, sono venuta a chiederle la salma di mio marito per vestirlo e seppellirlo». Subito dopo, rifiuta la scorta dello Stato e sceglie di tornare a casa da sola, affermando con lucidità e coraggio di sentirsi più al sicuro in quel modo.
La figura di Velia Titta
La figura di Velia Titta non è mai stata realmente approfondita nei libri di storia, nonostante il ruolo di grande rilievo che ha avuto. Lo spettacolo contribuisce a restituirle dignità e spessore, presentandola come una donna di grande cultura, poetessa e scrittrice. Anche lei, come il marito, fu etichettata come nemica del regime, tanto che lo stesso duce ne temeva la determinazione. Velia non è confinata al ruolo di moglie: emerge piuttosto come una donna animata da un profondo senso di giustizia. Nonostante la vulnerabilità dovuta alla perdita, trova la forza di resistere, soprattutto per i figli. La sua esistenza sarà segnata da minacce, dolore e da una costante sorveglianza, da lei stessa definita schiavitù. La scena la restituisce come una figura tenace, disposta a sfidare lo Stato pur di restare fedele ai propri ideali; emblematica, in tal senso, la scelta di chiedere di non essere scortata da camicie nere durante i funerali del marito, rivendicando il diritto di muoversi come una semplice cittadina. Velia Titta diventa così un punto di riferimento della perseveranza e dell’opposizione al regime fascista, e per questo merita di essere ricordata.

Il racconto teatrale si innesta infine sul più ampio contesto storico. Il 3 gennaio 1925, Benito Mussolini terrà il celebre discorso in cui sfida l’opposizione ritiratasi sull’Aventino e si assume la responsabilità politica, morale e storica dell’omicidio. Un passaggio che segna una svolta epocale: il governo diventa apertamente dittatoriale, aprendo la strada alle leggi fascistissime e al ventennio nero.
Perché 106 Garofani Rossi merita di essere visto
Nonostante il tragico epilogo della vicenda, il ricordo degli orrori del passato resta fondamentale per evitare di ripetere gli stessi errori nel presente. Velia Titta, pur non risparmiando critiche al marito, ne sostenne sempre con convinzione gli ideali, ricordando come egli, pur attraversato da dubbi profondi, continuasse a credere nella rinascita dell’uomo.
106 Garofani Rossi si configura come un’opera di teatro civile, il cui obiettivo è quello di sensibilizzare lo spettatore sul modus operandi delle dittature, in particolare quella fascista. Per la forza del tema affrontato e per l’intensità delle interpretazioni, questo spettacolo merita di essere visto e apprezzato.
Fonte immagini: ufficio stampa

