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Eroica Fenice

Francesco Piccolo

A Pompei debutta il Satyricon di Francesco Piccolo: la malinconia della festa

Debutta al Teatro Grande di Pompei il terzo appuntamento del Pompeii Theatrum Mundi”, la prima assoluta del Satyricon riscritto da Francesco Piccolo e diretto da Andrea De Rosa, in scena fino a sabato 6 luglio. Liberamente ispirato al Satyricon di Petronio, in realtà richiamato solo dal grottesco “funerale di Trimalcione”, ospita una scenografia inedita: un solenne trono a forma di water dorato, dove un Trimalcione romanesco, il bravissimo Antonino Iuorio, è il maestro della festa. Attorno a lui ruotano come trottole donne e uomini, che si alternano in frasi fatte e coreografie ritmate, e al centro della scena Fortunata, una vegana-animalista, nuda, l’anima bella, l’illusa.

Il Satyricon di Francesco Piccolo: la trama

Encolpio, Ascilto e Gitone si interrogano, annoiati, su come trascorrere la serata.

La scelta ricade sulla festa di Trimalcione, un uomo rozzo, ma ricchissimo, che elenca un interminabile menù, composto da piatti raffinatissimi e improbabili, rilanciati con gioia ed entusiasmo esasperato dagli invitati che, come si fa alle feste, scivolano tra luoghi comuni e banalità.

Sulla scena arriva Fortunata, la moglie di Trimalcione, che vorrebbe condividere con gli altri il suo amore per gli animali, la sua scelta di diventare vegana, la convinzione sulla pericolosità delle proteine animali, la preoccupazione per l’inquinamento e la deforestazione, fino allo spreco dell’acqua e le multinazionali che si arricchiscono e sperperano tutti i loro capitali. Si spoglia, perché è priva di sovrastrutture. Il suo mondo così semplice, così puro.

Trimalcione, invece, dall’alto del suo “cesso” si vanta dei modi amorali e squallidi con i quali si è arricchito. Ruggisce a Fortunata l’inutilità dei suoi discorsi, declamando con rinnovata energia le portate della cena, al cui richiamo gli invitati continuano ritmicamente a vomitare frasi fatte. Tra gli uomini che si muovono in maniera compulsiva anche un intellettuale, che inizia uno sproloquio su quanto la sua categoria fosse più intelligente, corretta, giusta, su tutte le cause che ha firmato: contro la guerra e poi per la pace, per la procreazione assistita e una volta forse pure contro, e poi il cancro, l’abolizione dei vitalizi, e poi, sì, altre cose giuste, che ora non ricorda.

Lo spettacolo prosegue cadenzato e ripetitivo, ma mai noioso. Mentre Fortunata cerca di convincere tutti delle virtù benefiche delle mele e su quanto siano meravigliosi i cani e quanto importante non mangiare la carne degli animali, confessa la sua infelicità, nonostante la ricchezza in cui vive.

Nel frattempo, tra gli invitati, che continuano a ballare, a scambiarsi opinioni sulle relazioni di coppia, una di loro confessa di essere disperata perché ha saputo che c’è un’altra festa! E allora tutti cadono nello sconforto. Forse hanno scelto la festa sbagliata, forse ci sarà sempre una festa più bella. Come si fa ad essere sicuri che si sta partecipando alla festa più bella? Divertirsi a tutti costi è l’unico antidoto al dolore e le feste servono solo a far vedere cosa si fa nella vita. Ma sul palco qualcuno inizia a sentirsi stanco: si stanno realmente divertendo? Ora sono tutti un po’ svestiti, un po’ smarriti, un po’ sconvolti.

Lo spettacolo termina con l’unico richiamo al Satyricon di Petronio, il funerale di Trimalcione, dopo il quale, gli ospiti, indignati, si ricompongono per andare ad un’altra festa.

In un finale aperto, o perduto, come l’opera originale, Encolpio prende Fortunata, non più nuda, per mano: “si può cambiare”, si dicono.

Il Satyricon di Francesco Piccolo: la malinconia della festa

“Decadenza” è la parola che risuona più volte sul palco. La decadenza, la combinazione tra mondanità ed esistenza, ciò che impesta lo slancio vitale, è il centro propulsore del testo, il centro di ogni ragionamento intorno all’opera di Petronio, che, avendo la grandezza della cronaca del presente, andava certamente omaggiato (non imitato) con una cronaca del presente.  I temi della decadenza del linguaggio si mischiano  a canzoni degli ’80, mentre la ricerca della festa e dell’annichilimento ritma il tempo che sembra sospeso nella sua inutilità.

In questa postmodernità, dove tutti i linguaggi hanno lo stesso tenore vuoto dei luoghi comuni che si rincorrono nella ripetizione vacua e ritmica, le figure sul palco completano la narrazione che assume le sembianze di una Babele isterica e disperata. Proprio l’impoverimento linguistico è  il tratto che sta segnando la nostra epoca. Siamo ormai intrappolati dentro un linguaggio che, quanto più viene ripetuto, tanto più si svuota di significato. I luoghi comuni ci rassicurano, ci anestetizzano, ma nello stesso tempo ci allontanano dai fatti, dalle questioni, dalle persone. Se le parole si ripetono senza senso, allora anche il pensiero resta fermo, gira a vuoto. Ma le parole che abbiamo sono il frutto dell’epoca che viviamo: i tempi sono poveri e gli individui ne sono vittime, travolti e impoveriti da una valanga che sembra inarrestabile. Siamo smarriti. Il Satyricon di Francesco Piccolo cerca di raccontare, attraverso il senso del ridicolo, la pena, il dolore, ma anche la tenerezza e il profondo senso di umanità che si nasconde spesso, ad esempio, dietro il cibo (food), che viene a rappresentare il paravento di questa eterna festa nella sua declinazione di sofisticheria verbale.

Uno spettacolo ricco di contaminazioni, citazioni, gesti che vengono ripresi da ciò che oggi si è imposto come stereotipo collettivo.

Francesco Piccolo ci propina una Cena di Trimalcione come metafora della vita: stanca, ripetitiva, piena di luoghi comuni e rapporti superficiali e allo stesso tempo sfrenata, brillante, irresistibile. La mondanità, una festa è un rito collettivo che ci rende tutti uguali, alla quale reagiamo euforici o scontenti e ci fa tonare a casa con un senso di malinconia, pensando al più grande spreco di tempo della nostra vita, seducente e superficiale, vuoto, irrinunciabile.

In fondo abbiamo un po’ tutti la sensazione di stare vivendo un periodo di impasse, di decadenza e di transizione verso qualcosa di sconosciuto, ma, come dice il romanesco Trimalcione, ormai sceso dal suo trono, “se ti metti a pensare che stai facendo una lotta contro il vuoto, il vuoto dentro di noi, allora stai a fa una cazzata, perché amore mio, se vuoi stare in pace con te stesso e con gli altri, devi proprio pensare che questo vuoto non esiste”.

Fonte immagine: https://www.teatrostabilenapoli.it/evento/satyricon/

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