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Eroica Fenice

Atti osceni. I tre processi di Oscar Wilde al Bellini

Atti osceni. I tre processi di Oscar Wilde. Tre processi, una condanna. Sul banco degli imputati l’arte e la morale nelle vesti di Oscar Wilde. La travagliata vicenda giudiziaria della penna più brillante dell’età vittoriana, in scena al Teatro Bellini di Napoli fino al 2 febbraio, può competere in quanto ad appeal con le riproduzioni televisive dei grandi processi dei nostri tempi.

Portata in scena da Ferdinando Bruni e Francesco Frongia, che ne curano scene, costumi e regia, la pièce Atti osceni. I tre processi di Oscar Wilde di Moisés Kaufman, con la traduzione di Lucio De Capitani racconta i tre processi che coinvolsero Oscar Wilde nel 1895.
Lo spettacolo racconta il dramma dello scrittore messo alla gogna dal conformismo della società vittoriana, che in precedenza lo aveva osannato. Il primo processo fu quello intentato dallo stesso Wilde per diffamazione contro il marchese di Queensberry, padre del suo giovane amico Lord Alfred Douglas, che lo accusava di atteggiarsi a “sodomita”. Ma al processo le parti si ribaltarono: un abile avvocato mise alla berlina l’arte e la personalità di Wilde. Alla fine la denuncia contro Queensbury fu ritirata, ma Wilde fu sottoposto ad altri due processi per sodomia, che si conclusero con la condanna a due anni di carcere e lavori forzati.
Al centro della rappresentazione c’è un’aula di tribunale, ma la scrittura di Kaufmann riesce a travalicare i confini di un’appassionante ricostruzione storica e giudiziaria per trasformarsi in un rito teatrale in cui si parla di arte, di libertà, di teatro, di sesso, di passione e in cui si aprono squarci poetici e incursioni commoventi nell’opera dell’autore. Così il processo a Oscar Wilde diventa il processo a qualunque artista proclami con forza l’assoluta anarchia della creazione.

Nove interpreti di Atti osceni. I tre processi di Oscar WildeGiovanni Franzoni, Riccardo Buffonini, Ciro Masella, Nicola Stravalaci, Giuseppe Lanino, Giusto Cucchiarini, Filippo Quezel, Edoardo Chiabolotti, Ludovico D’Agostino – per tanti ruoli diversi e per le tante voci e testimonianze di una lunga pagina sociologica prima che giudiziaria. Il grande ideale della bellezza e del “Rinascimento inglese” si schiantano contro la morale bigotta e ipocrita di una società inglese in cui il reato di sodomia resterà in vigore fino agli anni Sessanta.

La colpa è quell’incomprensibile e inaccettabile “amore che non osa pronunciare il suo nome”, quel sentimento che lega un uomo adulto ad un giovane uomo. Ma non solo. Alla sbarra non c’è solo l’omosessualità – rigorosamente maschile, ché come ha a far notare la sovrana a chi osa replicare alla sua legge “le donne queste cose non le fanno” – c’è anche l’intera concezione artistica dell’artista e il senso stesso dell’arte. Deposizione dopo deposizione, udienza dopo udienza, ad essere scandagliata non è solo la condotta morale di Wilde ma anche l’opera e il pensiero che fino a quel momento lo avevano reso uno degli artisti più mirabili e ammirati dell’Inghilterra. Questo non è il luogo di indagare lo strano problema della vita di Oscar Wilde. La sua maggior colpa era quella di aver provocato uno scandalo in Inghilterra; ed è ben noto che l’autorità inglese fece il possibile per indurlo a fuggire prima di spiccare contro di lui un mandato di cattura. A Londra sola, dichiarò un impiegato del ministero dell’interno, durante il processo, più di ventimila persone sono sotto la sorveglianza della polizia, ma rimangono a piede libero fintantoché non provochino uno scandalo.

Quando si entra in sala non può non catturare l’attenzione un aforisma dello scrittore che si staglia da fondo palco: “la verità è raramente pura, e mai semplice”. Chi meglio di Oscar Wilde ha provato, in quel tempo, la carnalità di queste parole?

 

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