“Voi che vivete sicuri nelle vostre tiepide case, voi che trovate tornando a sera il cibo caldo e visi amici…”, scriveva Primo Levi.
Il teatro in carcere come strumento di rieducazione
Il 18 dicembre 2025, la Casa Circondariale “Pasquale Mandato” di Secondigliano si è trasformata in un palcoscenico insolito per accogliere “E la Nave non va”, atto finale di un progetto di teatro sociale avviato mesi prima. L’iniziativa, curata dall’associazione La Nuova Comune con il sostegno del Ministero della Giustizia e del Dipartimento dell’Amministrazione Penitenziaria, nasce in linea con il principio sancito dall’art. 27 della Costituzione italiana: le pene devono tendere alla rieducazione del condannato. In quest’ottica, il teatro diventa un laboratorio di cittadinanza e crescita personale. I 27 partecipanti detenuti, tutti uomini reclusi in un reparto di alta sicurezza, hanno seguito per mesi laboratori di recitazione, drammaturgia, scenografia, costumeria, tecniche audio-video e fotografia. Non si trattava solo di provare uno spettacolo, ma di imparare un mestiere e riscoprire parti di sé attraverso un percorso creativo. «Lo spettacolo “E la Nave non va”, scritto dai professionisti e dai detenuti stessi, è solo il prodotto finale di un percorso» spiega Giulia Leone, vicedirettrice del carcere, sottolineando come questo progetto abbia accompagnato i detenuti «nella scoperta del teatro, in tutte le sue declinazioni» . L’obiettivo dichiarato è duplice: da un lato offrire conoscenze e competenze spendibili (dalla gestione di luci e suoni alla realizzazione di scenografie), dall’altro utilizzare l’arte come mezzo di educazione emotiva e relazionale. Non a caso, parallelamente allo spettacolo, sono stati organizzati convegni aperti alla cittadinanza sul tema Il teatro sociale e civile e le arti come strumento di prevenzione, educazione e informazione, proprio per creare un ponte tra il “dentro” e il “fuori” e sensibilizzare il pubblico alla propria parte di responsabilità nel processo rieducativo.
In scena, dunque, il carcere smette di essere un non-luogo di mera punizione e diventa uno spazio di possibilità. «Il teatro qui non è giudizio. È un’opportunità per chi è dentro e per chi è fuori, perché il vero cambiamento deve avvenire su tutti i fronti della società» afferma Deborah Di Francesco, regista e presidente de La Nuova Comune, che ha guidato i laboratori a Secondigliano. Durante lo spettacolo, dal foyer giungono i versi del mare e i richiami dei gabbiani, mentre gli spettatori vengono pian piano catapultati in una dimensione fittizia ma quantomai reale. D’altronde, si sa, «a teatro tutto è finto ma niente è falso». Questa nave immaginaria, tuttavia, rimane ferma: è metafora potente della condizione carceraria, di un tempo sospeso che pare non avanzare mai, ma è anche una nave piena di contraddizioni, come può esserlo quella in cui il cui capitano ha paura del mare, il medico ha paura degli aghi, e il macchinista parla con una radio che non sembra funzionare. Contraddizioni, queste, neanche troppo velate, mostrate così chiaramente al pubblico da risultare scomode ma necessarie, in un’epoca storica in cui è facile sedersi al tribunale dei propri ideali e chiudere le porte a chiunque provi a coltivare il dubbio che il mondo non sia così nettamente diviso in buoni e cattivi.
Nessuno sa, e a nessuno interessa sapere, se e quando la nave toccherà la riva, perché in questo spettacolo è la trama a seguire gli attori, a modellarsi, a riscriversi e a ruotare intorno a loro.
Vale la pena notare che il teatro in carcere non è mero intrattenimento, ma viene ormai riconosciuto come parte integrante del percorso trattamentale. In oltre la metà delle prigioni italiane si svolgono attività teatrali con i detenuti, e c’è chi, come la prof.ssa Valentina Venturini dell’Università Roma Tre, auspica di equipararle per importanza al lavoro e alla scuola nell’esperienza detentiva. Il motivo è chiaro a chiunque abbia assistito a uno spettacolo come quello di Secondigliano: sulla scena non ci sono criminali che chiedono sconti di pena, ma persone che raccontano la propria umanità complessa. Come ricordava Dostoevskij, che il carcere l’aveva conosciuto davvero, «gli uomini sono uomini anche in carcere» , e la dignità e le emozioni non vengono cancellate dai reati commessi.
Oltre la colpa: contro la narrazione selettiva della dignità
C’è un rischio costante, spesso sottovalutato, ogni volta che lo sguardo della società entra in un carcere: quello della morbosità giudicante. Non si manifesta in forme esplicite, ma si insinua come riflesso automatico, quasi legittimo, in una domanda non pronunciata ma sempre presente: che cosa hanno fatto? È una domanda che pretende di orientare lo sguardo prima ancora dell’ascolto, che riduce la persona al reato e trasforma l’incontro in una valutazione morale preventiva. In questo meccanismo, l’individuo non è più un soggetto, ma un caso.
Le narrazioni hanno un ruolo decisivo in questo processo: organizzano il reale, lo rendono comprensibile, e hanno il potere di muovere le redini dei pensieri delle masse. Quando una persona diventa una storia, con un’infanzia difficile, un contesto di marginalità, una sequenza di mancanze riconoscibili, il giudizio tende ad attenuarsi. La sofferenza, se narrativamente efficace, diventa una chiave di accesso all’empatia, e l’indulgenza subentra laddove la biografia appare spiegabile. Questa forma di comprensione selettiva, tuttavia, è profondamente ambigua, perché trascende da un principio di giustizia, nascendo piuttosto da una disponibilità emotiva condizionata: comprendiamo solo ciò che riusciamo a raccontare.
È qui che si manifesta una delle ipocrisie più diffuse del discorso pubblico sulla pena. La dignità della persona e l’orizzonte rieducativo vengono concessi come premio narrativo, non riconosciuti come presupposto.
Affermare questo non significa in alcun modo legittimare il reato né attenuare la responsabilità individuale che resta piena, così come resta intatta la necessità della pena. Significa, piuttosto, sottrarsi all’applicazione automatica di un’etica moralizzante che confonde la condanna del gesto con la cancellazione della persona. Fare un passo indietro, in questo senso, non equivale a essere indulgenti, ma a essere rigorosi nel distinguere tra colpa e identità, tra giudizio penale e giudizio morale.
Il punto decisivo non è interrogarsi ossessivamente su ciò che un individuo ha fatto, ma su ciò che la pena produce. Se la funzione del carcere è esclusivamente afflittiva, allora il silenzio, l’isolamento e la rimozione sociale sono strumenti coerenti. Se invece la pena, come sancito dall’impianto costituzionale, pretende di avere una funzione rieducativa, allora la dignità non può essere negoziabile né dipendere dalla capacità di suscitare empatia. Deve valere anche in assenza di una storia convincente, anche quando il passato non offre appigli consolatori.
Far salpare la nave: una responsabilità collettiva
Nel lasciare il carcere di Secondigliano dopo lo spettacolo, ognuno di noi spettatori porta con sé domande scomode e uno strano groviglio di sentimenti. C’è sicuramente la speranza di aver visto con i propri occhi la scintilla dell’umanità rinascere dove meno sembrava possibile trovarla. Quei detenuti, per un’ora, non erano più numeri di matricola né “mostri” sbattuti in prima pagina, ma attori, autori della propria storia, individui capaci di emozionarsi ed emozionare. Il teatro ha dimostrato di poter essere un ponte gettato oltre il muro, un linguaggio universale capace di unire “chi è dentro” e “chi è fuori”.
D’altro canto, però, resta la consapevolezza critica che un singolo spettacolo, o un singolo progetto, per quanto bello, non basta a riformare un intero sistema. La nave della rieducazione, per riprendere la metafora, non va avanti da sola. Ha bisogno che tutti noi, come società, ci assumiamo parte del timone. Se è vero che molti detenuti hanno scontato una mancanza di opportunità, allora offrire seconde possibilità non è buonismo naïf, ma un atto dovuto di civiltà, e questo implica investire seriamente in ciò che accade dietro le sbarre: più formazione, più progetti di giustizia riparativa, più collegamenti con il mondo del lavoro esterno. Significa, come ha affermato di recente il Ministro della Giustizia, creare un ponte tra carcere e imprese, così che ogni detenuto possa imparare un mestiere utile e avere già uno sbocco una volta fuori. Significa anche impegnarsi perché la società sia pronta ad accogliere senza pregiudizi chi ha pagato il proprio debito: come ha dichiarato Maria Teresa Bellucci, viceministra del lavoro, «sulle carceri nessuno si senta estraneo… occorre che ognuno di noi, istituzioni, parti sociali ma anche cittadini, si senta in dovere di contribuire al cambiamento». Non possiamo più permetterci di rimanere sereni nelle nostre tiepide case, pensando che il destino di chi sta in carcere non ci riguardi. Quella separazione è illusoria. La rieducazione del condannato non è una gentile concessione, ma la nostra missione costituzionale, disegnata dal lontano 1948 e tuttora disattesa a metà.
Alla fine, la voce di Primo Levi ci fa da eco: noi, che viviamo sicuri e liberi, abbiamo il dovere di meditare su cosa rende davvero “umano” un uomo. Non è ignorando la sofferenza o la colpa altrui che saremo più al sicuro; al contrario, è solo riconoscendo nell’altro – perfino in chi ha sbagliato così profondamente – un essere umano come noi, che potremo sperare di costruire una società più giusta. Rieducare un detenuto significa anche rieducare noi stessi alla giustizia e alla pietà civile. La nave della speranza, per tornare a salpare, richiede l’impegno di un intero equipaggio: istituzioni illuminate, professionisti appassionati come quelli de La Nuova Comune, e cittadini disposti a guardare oltre i pregiudizi. Solo così quel canto di gabbiani udito a Secondigliano non resterà una parentesi teatrale, ma potrà annunciare davvero il viaggio di ritorno di tante vite verso una seconda chance. In fondo, E la Nave non va è una provocazione. La nave può andare. Deve andare. Dipende da noi farle spiegare le vele, perché nessun uomo resti naufrago per sempre.
Fonte immagine in evidenza: fornita dall’ufficio stampa
Articolo aggiornato il: 15 Gennaio 2026

