Fabbrica Offenbach: due operette francesi al Teatro Nazionale

Fabbrica Offenbach

Il 22 e 23 gennaio 2026, il Teatro Nazionale di Roma ha ospitato Fabbrica Offenbach, spettacolo del Teatro dell’Opera di Roma che porta in scena due operette di Jacques Offenbach, La Chatte métamorphosée en femme e Un mari à la porte, affidate agli artisti di Fabbrica – Young Artist Program. Un doppio titolo che riporta l’operetta al centro della scena con un nuovo allestimento, puntando su ritmo, comicità e lavoro d’ensemble.

Lo spettacolo si muove tra ironia e surreale, alternando il gioco fantastico de La Chatte métamorphosée en femme al meccanismo brillante del vaudeville di Un mari à la porte. Due opere diverse, tenute insieme da una regia attenta, da uno spazio scenico condiviso e da una forte intesa tra gli interpreti. La versione musicale per due pianoforti diventa un elemento di valore dell’allestimento e accompagna l’azione conferendole quel tocco magico in più, senza mai appesantirla. Ne emerge una serata leggera e sorprendente, capace di divertire senza rinunciare a una cura formale evidente.

Le due operette di Fabbrica Offenbach a confronto

Operetta Genere / Stile Elemento chiave
La Chatte métamorphosée en femme Fantastico / Surreale Trasformazione animale-umano, ambiguità giocosa
Un mari à la porte Vaudeville / Comico Equivoci, ritmo serrato, situazioni paradossali

Fabbrica Offenbach: ritmo, comicità e nessun tempo morto

La serata scorre con un ritmo sostenuto, mai noioso, senza momenti vuoti o veri cali di attenzione. La comicità resta sempre viva grazie a un’alternanza continua di gesto scenico, parola, musica e canto. È proprio questo a colpire: la naturalezza con cui gli interpreti passano dalla recitazione al canto, muovendosi tra registro comico e precisione vocale senza mai dare l’impressione di forzare. Il risultato è uno spettacolo che fa ridere con intelligenza e che non chiede allo spettatore di “conoscere” l’opera per poterne godere.

La Chatte métamorphosée en femme: il surreale in scena

I due titoli lasciano entrambi un’impressione forte, seppure per motivi diversi. La serata si apre con La Chatte métamorphosée en femme, che colpisce fin da subito per il suo impianto surreale e giocoso. La storia è quella di Guido, giovane innamorato della propria gatta Minette, che per effetto di un incantesimo viene trasformata in una donna, dando origine a una serie di situazioni comiche e paradossali.

L’elemento surreale è dichiarato e portato in scena con grande libertà: la trasformazione di Minette è costruita attraverso un crescendo fisico e comportamentale che lavora sul corpo, sul movimento e sul dettaglio, senza lasciare spazio a equivoci. Il risultato è una restituzione divertente e convincente dell’ambiguità tra animale e umano, giocata con leggerezza ma anche con una estrema cura nei dettagli. Si ride, sì, ma si applaude anche ad una grande bravura. 

Lo scontro tra Minette e Marianne in La Chatte métamorphosée en femme
Lo scontro tra Minette e Marianne

Foto di Fabrizio Sansoni

Un mari à la porte: vaudeville e leggerezza

Dopo l’effetto esilarante e surreale de La Chatte métamorphosée en femme, Un mari à la porte conferma e rilancia il buon funzionamento dell’impianto comico, spingendolo ancora più apertamente verso il paradosso. Qui il meccanismo del vaudeville è chiaro e ben oliato: ingressi improvvisi, gag costruite sul tempo, equivoci che si rincorrono e si sovrappongono senza mai sfuggire di mano.

A differenza della prima operetta, che si chiude con un vero e proprio colpo di scena, Un mari à la porte sembra quasi rifiutare l’idea di “andare a parare” da qualche parte. La storia procede per accumulo di situazioni sempre più assurde, fino a un epilogo che arriva non per risoluzione, ma per esaurimento del gioco scenico. Ed è proprio qui che sta la sua forza: una comicità leggera, diretta, che vive del presente e del ritmo più che di una conclusione narrativa.

La comparsa di Florestan, le dinamiche tra i personaggi e il finale restituiscono quella sensazione di leggerezza che, oggi, non è mai scontata. Si ride, ma senza caricature eccessive, grazie a un lavoro di ensemble evidente e ben calibrato.

Scena da Un mari à la porte: Florestan con Rosita e Suzanne
Florestan assieme a Rosita e Suzanne, le due protagoniste

Foto di Fabrizio Sansoni

Fabbrica Offenbach: un cast compatto e un progetto che funziona

Il cast, composto da giovani artisti provenienti da percorsi e formazioni diverse, si muove come un gruppo compatto e affiatato. Nelle due operette si distinguono le interpretazioni di Sofia Barbashova (Minette), Irene Zas Martinez (Marianne), Jiacheng Fan (Guido) e Dayu Xu (Dig Dig) in La Chatte métamorphosée en femme, insieme a Jessica Ricci (Rosita), Maria Elena Pepi (Suzanne), Alejo Alvarez Castillo (Florestan) e Guangwei Yao (Martel) in Un mari à la porte. Tutti contribuiscono con precisione e naturalezza a un gioco scenico fluido, in cui canto e recitazione dialogano senza soluzione di continuità.

La regia di Kamila Straszynska tiene insieme le diverse energie con equilibrio, valorizzando il lavoro corale senza mai forzare singole centralità. Fondamentale anche il contributo musicale: la versione per due pianoforti curata da Giorgio Gori, affidata a Elettra Aurora Pomponio e Maki Hamada, accompagna l’azione con attenzione e ritmo, diventando parte integrante del meccanismo comico. Scene di Sofia Sciamanna, costumi di Virginia Blini e luci di Zofia Pinkiewicz completano un allestimento coerente e ponderato. È proprio questo lavoro collettivo a restituire il senso più compiuto del progetto Fabbrica – Young Artist Program, che qui dimostra una maturità scenica già solida, capace di vestire l’operetta di una freschezza tutt’altro che scontata.

Video di Francesco Siciliano

Fabbrica Offenbach: una leggerezza che funziona

Fabbrica Offenbach è uno spettacolo che riesce a fare una cosa tutt’altro che scontata: divertire con intelligenza, senza appoggiarsi a scorciatoie o a un’ironia facile. La serata scorre con naturalezza, sostenuta da un lavoro d’ensemble solido e da una cura formale che non soffoca mai il gioco scenico. Tra surreale, vaudeville e ritmo musicale, le due operette trovano una nuova vitalità e dimostrano come l’operetta possa ancora parlare al pubblico di oggi, se affidata a interpreti preparati e a un progetto chiaro. Applausi convinti e partecipazione della sala confermano la riuscita dello spettacolo.

Foto: Ufficio Stampa Teatro dell’Opera di Roma / Foto di Fabrizio Sansoni / Video di Francesco Siciliano

Articolo aggiornato il: 24 Gennaio 2026

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