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Eroica Fenice

Francesco Randazzo

Francesco Randazzo dirige La Rondine al Piccolo Bellini

La Rondine (la canzone di Marta) è il primo allestimento in lingua italiana dell’opera dell’autore catalano Guillem Clua. Tradotto da Martina Vannucci e adattato da Pino Tierno, il testo porta in scena un’accesa denuncia verso il terrorismo e l’omofobia. Gli attori Lucia Sardo e Luigi Tabita sono diretti magistralmente da Francesco Randazzo al Piccolo Bellini.

Marta e il suo dolore, Matteo e il suo amore. Francesco Randazzo dirige La Rondine

L’incontro tra la severa insegnante di canto Marta e il giovane Matteo avviene nella casa impolverata della donna. I tendaggi bianchi coprono i mobili e il pianoforte dell’appartamento di Marta, trincerata nel dolore per la perdita del figlio Dani. Il ragazzo è stato ucciso in un attentato terroristico in un bar per gay, provocato da un pazzo omofobo. Matteo, che non rivelerà la sua vera identità fino alla fine della scena, vuole imparare a cantare per bene la canzone La Rondine, così da poterla cantare ad alta voce alla commemorazione di una persona a lui molto cara.

La purezza di Matteo traspare dai suoi occhi accesi e innamorati, mentre il dolore di Marta è simboleggiato dagli abiti che indossa. La veste nera sta a significare il lutto, la giacca rossa il sangue versato dalla vittima. Durante tutto lo spettacolo la donna si tormenta soprattutto perché si rende conto di non essere stata in grado di comprendere i sentimenti del suo amato figlio, di averlo abbandonato a un destino crudele.

“Cosa identifica la nostra umanità? Il dolore, il percepire il dolore degli altri”.

Sarà proprio Matteo ad insegnare a Marta a capire quel dolore che tanto la spaventava.

I simboli dell’odio e del ricordo spiegati al pubblico

I simboli del terrorismo, dell’omofobia e del ricordo sono presenti durante tutto lo spettacolo. E vengono costantemente spiegati al pubblico. Dolore, orrore, spavento, impotenza, solitudine e rabbia ci arrivano dalle parole di Matteo, un ragazzo che ha scelto di vivere la sua vita di omosessuale alla luce del sole ma che ha dovuto combattere per l’affermazione dei suoi diritti e di quelli della persona che ama. Marta, invece, è annebbiata dal dolore. La sua casa è immersa nella polvere, coperta dai veli dei ricordi che le impediscono di comprendere la realtà che la circonda. Il rifiuto verso la cruda verità è la conseguenza del timore di non essere stata una buona madre.

Dal Bataclàn all’attentato di Nizza, dalla strage del bar Pulse di Orlando alle morti causate dalla stessa mano terrorista sulle Ramblas di Barcellona,  c’è tutto questo nel soggetto dell’opera di Clua ma, soprattutto, c’è la paura che le persone provano per ciò che è diverso da loro.

Una madre può abbandonare suo figlio solo perché questo è gay? Purtroppo sì. Oggi la società è ancora accecata da un odio a dir poco inspiegabile verso i diversi. Si muore per motivi banali, legati alla razza, alla religione, all’orientamento sessuale. Si muore soprattutto a causa dell’ignoranza.

Il messaggio dell’opera di Clua è un simbolo di ribellione ma soprattutto di comprensione.

Siamo ancora in tempo, possiamo rimediare al male che abbiamo causato da soli.

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