Una serata che fonde cinema e teatro per raccontare la storia dimenticata degli italiani rimasti in Albania nel secondo dopoguerra. Ecco di cosa tratta l’opera “Gli Italianesi“.

Chi sono gli Italianesi e dettagli dell’opera
| Aspetto | Dettaglio |
|---|---|
| Definizione | Italiani (e loro figli) rimasti bloccati in Albania dopo il 1945. |
| Contesto storico | Occupazione fascista (1939) e isolazionismo di Enver Hoxha. |
| Fine dell’esilio | Caduta del regime comunista (1991). |
| Autore opera | Saverio La Ruina. |
| Location evento | TeatroBasilica, Roma. |
Indice dei contenuti
Il 2 marzo il TeatroBasilica ha ospitato un’opera dedicata esclusivamente alla vicenda degli “italianesi“, articolata in due sezioni distinte ma complementari: alle ore 19:00 la proiezione del lungometraggio dedicato alla loro storia, mentre alle 21:00 il monologo teatrale che ha riportato in maniera più intima e personale la vita di uno dei protagonisti del documentario. Ciò ha quindi dato vita ad un’opera dal doppio sguardo — teatrale e cinematografico — con un focus su una pagina complessa del Novecento europeo, rimasta per decenni ai margini della memoria collettiva.
Gli Italianesi: una frattura storica
La storia degli “italianesi” affonda le sue radici nel 1939, nel periodo in cui l’Italia fascista occupò l’Albania trasformandola in protettorato. In quegli anni militari, lavoratori e funzionari italiani si stabilirono all’interno del paese. Con la fine della seconda guerra mondiale e la successiva ascesa al potere di Enver Hoxha, però, lo scenario si ribaltò completamente. L’Albania divenne uno dei paesi più isolazionisti dell’Europa orientale, chiudendo qualunque tipologia di comunicazione con l’Europa occidentale. Per cui molte famiglie non riuscirono ad essere rimpatriate, rimanendo così intrappolate nel territorio per i successivi 40 anni.

A partire dagli anni Cinquanta gli italiani rimasti in Albania — e soprattutto i loro figli — iniziarono ad essere percepiti come soggetti sospetti, pericolosi a causa del loro legame con un paese appartenente al blocco occidentale. Il termine “italianesi” nasce proprio da questa condizione ibrida: non pienamente italiani, ma nemmeno completamente albanesi. In questa situazione crebbe un’intera generazione che coltivò nella propria mente l’immagine di un’Italia mitizzata, immaginata come promessa di libertà e riconoscimento.
Quando poi, con la caduta del regime comunista nel 1991, alcuni riuscirono finalmente a rientrare in patria, l’approdo purtroppo non coincise con la ricomposizione dell’identità nazionale. L’Italia utopistica sognata per decenni, infatti, si rivelò distante, impreparata ad accogliere quella parte di storia rimossa. Ed è proprio partendo da questa frattura tra promessa e disillusione che si sviluppa l’intero progetto di Saverio La Ruina.
Il lungometraggio: testimonianza e memoria collettiva
Il primo momento della serata è stato dedicato al lungometraggio, che ha scelto la via della testimonianza diretta. Non siamo di fronte ad una semplice ricostruzione storica, bensì ad un lavoro che intreccia archivio storico assieme alla memoria personale dei protagonisti del documentario. Il film segue le vicissitudini di alcune famiglie italiane rimaste in Albania dopo il conflitto mondiale. Attraverso un montaggio che alterna ricordi passati con le vicende del presente emergono racconti di controllo, soprusi e discriminazione. Ma, allo stesso tempo, traspare anche il tentativo di preservare un senso di appartenenza ed una speranza di libertà trasmessa nell’ambiente familiare. Le immagini d’archivio, come foto o documenti storici, non hanno un compito meramente illustrativo ma, anzi, divengono la prova tangibile di un’esistenza rimasta ai margini del discorso pubblico.
Le riprese sono semplici, quasi rudimentali, prive di qualunque fronzolo: questa scelta stilistica non è casuale, è stata pensata e realizzata per poter dare enfasi e mettere in primo piano i racconti dei protagonisti, oltre che per lasciare l’opera il più realistica possibile. La quasi assenza di clip recitate è dovuta alla medesima motivazione. Particolarmente incisiva è la dimensione della disillusione: l’Italia immaginata per anni come patria promessa si rivela, al momento del ritorno, distante ed indifferente. Il rientro infatti non rappresenta un felice epilogo, bensì l’inizio di una nuova forma di diffidenza nei confronti dei personaggi della vicenda.
Il monologo “Gli Italianesi”: la storia diventa corpo
Dopo la visione del film, la scena si svuota. Restano solo un uomo, una sedia ed un arco di mattoni sullo sfondo. È in questa essenzialità che la narrazione trova la sua forma più intensa grazie al monologo “Gli Italianesi” scritto, diretto ed interpretato da Saverio La Ruina.
La scenografia è minimale: nessun elemento superfluo viene inserito, in modo tale da non distrarre lo spettatore durante lo sviluppo narrativo. Al centro del monologo vi è la figura di Tonino, emblema di una generazione cresciuta col peso di un’identità mai pienamente riconosciuta. La narrazione procede per salti temporali che passano dall’adolescenza, all’infanzia, per poi arrivare alla vita adulta, e così via per tutta la durata della messa in scena. Si alternano inoltre momenti di ironia amara a passaggi di maggiore intensità emotiva, accompagnati dalle musiche originali di Roberto Cherillo che vengono adattate agli stati d’animo del personaggio: gravi e dissonanti nei momenti di tensione e melodiche in quelli di distensione. Il disegno luci di Dario De Luca assume un ruolo fondamentale: le tonalità più calde accompagnano i momenti intimi ed introspettivi, mentre le luci più fredde sottolineano agitazione e consapevolezze dolorose.
La recitazione di La Ruina è ciò che rende quest’opera indimenticabile: è una narrazione trattenuta e controllata. I gesti sono misurati, la vocalità modulata ed adattata ai vari momenti del racconto, l’enfasi evitata. Ed è proprio in questa sottrazione che la storia riesce a prendere forma: lo spettatore non viene guidato verso un’emozione precostituita, ma viene chiamato a confrontarsi con la complessità della vicenda. In questo processo è di fondamentale importanza la scelta di Saverio di “rompere la quarta parete”, rivolgendosi in prima persona allo spettatore, catturando da subito la sua attenzione e dandogli l’illusione di ascoltare il racconto di un caro amico. Gli “italianesi” non sono soltanto una categoria storica: sono la prova che l’identità può trasformarsi in confine. Ed il teatro, riportando questa storia in scena, trasforma quel confine in memoria.
Informazioni utili, biglietti e programmazione
Lo spettacolo è stato ospitato al TeatroBasilica — Piazza di Porta San Giovanni 10, Roma — il 2 marzo 2026. Altre rappresentazioni da tenere d’occhio nelle prossime settimane sono “Barrilete cosmico, Maradona pedagogista” di Christian Raimo (5 marzo) e “Disastri, ovvero quel che resta” della compagnia Pilar Ternera (7 marzo).
Biglietti: Intero 18€, Online 15€, Ridotto 12€. Per maggiori informazioni su proiezioni, messe in scena e prezzi consultare il sito ufficiale www.teatrobasilica.com.
Fonti delle immagini: archivio personale.

