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Eroica Fenice

Cavalli di Monsignor Perrelli

I Cavalli di Monsignor Perrelli al Teatro Sannazaro

I cavalli di Monsignor Perrelli, ideato da Peppe Barra e Lamberto Lambertini all’inizio degli anni Novanta, torna a far ridere il pubblico del Teatro Sannazaro di Napoli (in scena dal 25 al 27 ottobre) per mezzo di una serie continua e ininterrotta luoghi comici che vedono protagonisti il Monsignor Perrelli (Patrizio Trampetti) e la sua perpetua, Menica (Peppe Barra). L’opera, inoltre, si configura come uno scherzo in musica in due tempi, che mette insieme lo stile comico della commedia italiana all’antica e intermezzi canori (per le voci di Luigi Bignone ed Enrico Vicinanza) riproponendo canzoni come Mmiez’ ’o grano e la digiacomiana Luna nova; anche in questi termini, I cavalli di Monsignor Perrelli mette insieme il binomio inscindibile tra musica e recitazione che è insito nel verbo teatrale.

I cavalli di Monsignor Perrelli: l’attore prima di tutto

Al centro della casa settecentesca in cui si apre la scena (realizzata da Carlo De Marino) si muovono le figure del bizzarro Monsignor Perrelli, personaggio a metà fra la realtà e la fantasia popolare, e della perpetua Menica volti a discutere sulle strambe teorie scientifiche portate avanti dall’uomo di chiesa e sperimentate, suo malgrado, da chi gli è attorno.

Una testimonianza del carattere di un personaggio tanto comico quanto complesso quale il Monsignor Perrelli (al secolo, Filippo Maria Perrelli) è dato dalle pagine del Corricolo di Alexandre Dumas, il quale ricorda come Ferdinando IV, ogni mattina, attendesse di udire qualche stramberia del prelato per cominciare la giornata di buon umore. Si tratta dunque di un personaggio che è diventato proverbiale nella memoria popolare napoletana, soprattutto per i poveri cavalli, cui si riferisce il titolo, costretti ad abituarsi a nutrirsi di sola acqua al fine di attestare la possibilità di liberarsi dalla piaga della fame.

Tornando all’opera, non è tanto la trama che colpisce il pubblico, quanto la verve e la vis comica che permea i dialoghi dei due protagonisti. Difatti, all’eccentricità del personaggio del Monsignore, preso dalle sue strambe idee e scoperte apparentemente lapalissiane, ma fondate sul senso del capovolgimento e dell’insensatezza (il mare è salato a causa di milioni di alici salate che vi nuotano in esso…), fa da contrappunto il personaggio di Menica, attenta e pragmatica, che strizza l’occhio al pubblico.

In tal senso, la perpetua è vittima rassegnata delle stramberie del prelato, tanto da portarla a sfoghi col pubblico irresistibilmente divertenti. Tutto questo, però, non sarebbe potuto essere portato a compimento se non fosse stato per l’acclarata tecnica espressiva di Peppe Barra e Patrizio Trampetti, i quali, con registri differenti, portano in scena l’antica arte dell’improvvisazione, che Andrea Perrucci definì nel suo Dell’arte rappresentativa, premeditata e all’improvviso (1699). 

I cavalli di Monsignor Perrelli costituisce, per la tecnica con cui è portata in scena, un elemento di continuum con la tradizione del teatro popolare napoletano, in cui la spettatore, dando ragione alla bravura degli attori, si domanda se certe risate, certi gesti e certe battute possano essere regolarmente scritte sul copione o recitate all’improvviso dei due interpreti.

Ne I Cavalli di Monsignor Perrelli, grazie ai dialoghi fra il prelato e la perpetua, si manifesta quel gioco teatrale la cui forza ironica è tradotta dallo scarto ideologico dei due personaggi, follia di intuizioni e rassegnata sopportazione, che ha come scopo l’intrattenimento del pubblico mediante il riso, grazie ad una tecnica attoriale che si inserisce nel solco dell’antico teatro popolare napoletano.

Fonte immagine: qui

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