I poeti selvaggi di Roberto Bolaño. Secondo Capitolo al Bellini | Recensione

I poeti selvaggi di Roberto Bolaño. Secondo Capitolo al Bellini | Recensione

Nel giorno della congiura delle polveri (per casualità o per destino) il palco del Piccolo Bellini ha ospitato la prima de I poeti selvaggi di Roberto Bolaño. Secondo Capitolo per la regia di Igor Esposito e Daniele Russo, in scena fino al 9 novembre. Continua il viaggio nell’universo inquieto e dolorosamente visionario di Roberto Bolaño iniziato con I poeti selvaggi di Roberto Bolaño. Primo Capitolo, andato in scena dal 21 al 26 ottobre.

Protagonista è la poesia, da Città del Messico a Barcellona tra eccessi e follia

Massimo Cordovani in un momento della performance

Riprende da dove si era interrotto il racconto che intreccia vita e poesia, carne e carta, con i due registi attori che recuperano le teste dei due poeti dai sacchi della spazzatura, rimettendole al loro posto. Lo spazio scenico è organizzato allo stesso modo, come un luogo sospeso nel tempo, attraversato dai fantasmi del Golpe che sconvolse il  Cile nel 1973. Prosegue allora l’indagine sui cittadini poco raccomandabili, sui poeti che bruciano di rabbia e di vita, ma “con gli occhi aperti in mezzo all’incubo”. È così che Bolaño descrive il poeta cileno Rodrigo Lira, tragicamente morto suicida a soli trentadue anni tagliandosi i polsi nella vasca da bagno (e non è da escludere che, anche in quell’ultimo gesto, talvolta anche un sorriso amaro gli avesse attraversato il volto). I suoi versi irriverenti e profondamente intrisi di humor nero, restituiscono fedelmente il sentimento di tutta un generazione – la stessa di Roberto Bolaño – che da Città del Messico si trasferisce a Barcellona, città bohemien, dove ritrova la madre, la sorella ed il poeta e amico Bruno Montané

Da qui lo spettacolo risale lungo la traccia lasciata dalle lettere che il ventottenne Bolaño, ormai trasferitosi in una casa in campagna vicino a Girona, inviava a Enrique Lihn – modello per Rodrigo Lira, insieme al poeta spagnolo Leopoldo Panero. Lettere scritte da un giovane poeta che, alla spasmodica ricerca di un editore disposto a pubblicare le sue opere, si perde nel mare magnum della produzione letteraria per ritrovarsi poi tra le parole confortanti di un poeta invece già amato e affermato: Enrique Lihn. Appartenente alla generazione precedente, Lihn era stato in gioventù esponente dell’antipoesia insieme a Nicanor Parra, suo maestro, da cui si distacca in seguito per seguire un sentiero diverso e più personale.

Scrivere per sopravvivere: attraversare poeticamente l’opera di Bolaño e dei suoi poeti selvaggi

Daniele Russo e Igor Esposito durante la performance

A ricomporre il mosaico delle geografie disperse di una poesia d’esilio ci pensa il flusso di parole pronunciato da Daniele Russo, che nei panni del poeta attraversa lo spazio della platea, offrendo in dono al pubblico componimenti stampati su fogli di carta estratti via via da una borsa. Un gesto intensamente simbolico, che restituisce alla poesia la sua dimensione comunitaria autentica; essa pur intrisa di pessimismo e disfacimento, si muove ancora alla ricerca di un dialogo originario tra le generazioni, che supera la prova del tempo.

Il monologo è tratto dal componimento Monologo del padre con su hijo recién nacido, e ogni suo frammento ripercorre il cammino di vita di ciascun essere umano. Chi di noi non ha vissuto in prima persona, almeno una volta, quella condizione giovanile e febbrile in cui il mondo intero sembra dirti di fare qualcosa – qualsiasi cosa – e chi di noi non ha camminato stringendo un’agendina di indirizzi nella mano, con la sua «croce in spalla», per scoprire di essere, infine, un uomo tra gli uomini? La conferenza-spettacolo è un canto a più voci, che trova nelle musiche originali di Massimo Cordovani un perfetto controcanto. Gracias a la vida per chitarra e voce è il brano che suggella questo momento con una consapevolezza struggente e ambigua: la vita è composta di gioia e tristezza, di momenti oscuri e di luce e l’uomo, come il poeta, non possono non prenderne atto.

L’attraversamento trasversale operato dai registi continua con la storia dell’incontro di Roberto Bolaño con Carmen Boullosa, poetessa e scrittrice messicana, figura fondamentale della letteratura latinoamericana contemporanea. La sua voce introduce una nuova sfumatura nel discorso poetico, quella di una femminilità ribelle e consapevole che dona a Bolaño l’immagine di una donna la cui urgenza vitale e poetica si traduce nella necessità comune di scrivere per resistere, esistere e restare vivi.

E sul finale resta solo la poesia – Porque escribí di Enrique Lihn – nuda e autentica cassa di risonanza in un ultimo atto di fede urlato da Daniele Russo-Enrique Lihn, dinanzi al mondo e nonostante il mondo. È questa la domanda che attraversa tutta l’opera di Bolaño, di Lihn stesso e di ogni poeta che ha cercato di trovare una forma più autentica al tempo. Così si chiude (ma solo per ora, in fervente attesa del Capitolo terzo) questo universo di carta e di carne, in cui la scrittura si conferma ancora una volta come l’unico modo possibile per restare vivi.

I fogli di sala allora, consegnati prima dell’inizio della conferenza spettacolo parlano chiaro: «La poesia non salva il mondo, ma ti insegna a sputargli in faccia con stile.»

Fonte immagini: Ufficio Stampa

 

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