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Eroica Fenice

Cesare Ronconi

“Il Seme della Tempesta” di Cesare Ronconi, tra giuramento e ribellione

Questo chiedo: avere in me
il seme della tempesta. Spazzare via
la calma apparente della generazione mia
destare la rivolta”.

Riscoprire la forza evocatrice e catartica del teatro attraverso la solennità di parole, musica e danza. “Il seme della tempesta” di Cesare Ronconi, il secondo spettacolo andato in scena per il Napoli Teatro Festival, è un inno vitalistico, violento e magnetico, che ha turbato – e a tratti shockato – gli spettacoli accorsi al Teatro Bellini. Il tessuto spirituale e drammatico che imperniava l’esperimento scenico celebra l’assunto che ci possa ancora essere un ritorno alle origini della vita. Scandagliata attraverso un ricerca che vede centrale il tempo e il nostro caotico muoversi in esso, l’esistenza riacquisisce la sua basalità ferina ed è pronta a stipulare un nuovo e più sincero giuramento. Giuramento verso il mistero, un patto di fede stretto con l’ignoto, ma soprattutto con le arti, che da sempre sono il collante dell’umanità in toto.

Il tempo e il teatro secondo Cesare Ronconi

“Spaccare voglio
questa convinzione
di concretezza,
la dittatura dell’apparenza,
della misura, della materia dominante,
del vendere e acquistare. Dell’avere.
Quell’agio superiore che ripete
“è tutto qui, cosa vai a cercare”.

Lo spettacolo, che vede un allestimento scenico che prende tutto il palco e sottopalco, è diviso in tre parti contigue e senza interruzioni. La prima, Non ancora, è incentrata sul potenziale, sull’attimo che antecede e prepara la tempesta (e il pubblico all’attenzione). Il concerto di Enrico Malatesta alle percussioni e Attila Faravelli al suono, e le immagini che si proiettano sui due pannelli sul palco, quindi, scandagliano nel non verbale, nel pre verbale, così da permettere una maggiore esasperazione a ciò che seguirà.  Discorso ai vivi e ai morti non è altro che il testamento di una figura arcaica (Mariangela Gualtieri) che è costretta a rifugiarsi nel mistero, nelle inquietanti braccia di un angelo dall’anima nera, abbandonando, suo malgrado, le certezze del presente.

La terza e ultima parte, Giuramenti, sintetizza, invece, l’esplosività emotiva e creativa che il teatro è in grado di emanare. 32 tra attori, danzatori, cantanti e allievi, hanno invaso la scena e celebrato, infine, con i loro corpi impetuosi, spogliati di cliché e abitudini, le loro voci ruggenti ma intonate, e con passi leggeri e perfettamente ritmati, l’anima primordiale del teatro. Teatro che, con “Il seme della tempesta” di Cesare Ronconi, ha toccato vette di rara altitudine.

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