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Eroica Fenice

Jenga, il gioco del disequilibrio come metafora della realtà

Jenga, il gioco del disequilibrio come metafora della realtà

In occasione del Napoli Teatro Festival, Alberto Mele e Marco Montecatino hanno messo in scena sabato 22 giugno Jenga, l’ultima mossa del becchino, con la produzione del Teatro Serra. A fare da cornice una location d’eccezione, il cortile delle carrozze del Palazzo Reale, che ha conferito allo spettacolo un’atmosfera suggestiva e raccolta, astraendo gli spettatori dal tempo e dallo spazio, per calarli nelle vicende dei protagonisti, verso i quali si provano sentimenti contrastanti, che oscillano dalla simpatia al disgusto.

Jenga: i tre mattoncini e l’inconciliabilità del triangolo

Jenga è il gioco dei mattoncini di legno che vengono impilati tre alla volta: ogni giocatore, a turno, deve sfilarne uno fino a quando la costruzione non crolla. Tutti perdono, nessuno vince. Mai. È un gioco di sottrazione, in cui non si costruisce ma si demolisce, e lo si fa con la mano ferma e la mente calcolatrice, perché è il gioco di tutti contro tutti, come se fosse una lotta per la sopravvivenza. Ed è così che Jenga diventa la metafora della condizione umana, con le sue dinamiche conflittuali mirate a salvaguardare i propri interessi senza tener conto dell’altro, in una società della performance in cui tutti mentono, alimentando sconforto e solitudine. L’unico barlume di verità resiste ancora in Corrado, quarantenne con la sindrome di Asperger e la passione per il wrestling, che si oppone alla sorellastra Bianca che vuole convincerlo a vendere la vecchia casa di famiglia ad un’azienda di trasporti, con la mediazione del cinico Kapino, addetto alla compravendita. A contribuire allo sfacelo sarà Gianluca, il fidanzato di Bianca (interpretato da Montecatino), che sfoga le sue frustrazioni con tentativi, falliti, di sopraffazione.

Conflitto, rabbia, aggressività: e così che le dinamiche interpersonali sfociano in lotta, in una spettacolarizzazione della violenza che trova la sua espressione nel wrestling. Il confine tra ring e vita reale è labile, per cui Corrado non riesce a discernere tra realtà e finzione.

Chi mente? Chi dice la verità? Sei mio amico, vero? Tanti, troppi interrogativi insoluti e questa incomunicabilità si riconduce al dispari, al numero tre che non permette alle parti dei conciliarsi tra loro. Questa scelta numerica non è casuale, ma si ripropone con insistenza: tre mattoncini, tre round di wrestling, tre personaggi che cercano di dialogare tra loro senza riuscirci. Alla fine verrà proclamato il vincitore, in una partita in cui non esiste vittoria.

Jenga è uno spettacolo che confonde, che inizia come commedia e si conclude in modo drammatico, portando lo spettatore a riflettere sulla vera natura dei rapporti umani e sulla falsità dilagante. Non si propone di dare soluzioni e risposte ma gioca proprio sull’ambiguità per affascinare il pubblico, che non può non dare il suo plauso. Gli attori si sono calati perfettamente nei personaggi da loro interpretati, dando prova di grande bravura. Di notevole impatto la scenografia di Florian Mayer, con la sua disposizione geometrica e quasi asettica dello spazio e il sound design di Gino Giovannelli, che ha dato armonia alle vicende dei protagonisti, smussando gli angoli e conferendo picchi di pathos ai momenti di maggior tensione.

Tre domande ai registi di Jenga

Da cosa è nata l’ispirazione per scrivere il testo?

Montecatino: l’idea non è partita dal titolo. Inizialmente lo spettacolo doveva chiamarsi Il becchino, poi sostituito da Jenga perché si tratta di un gioco in cui ognuno sottrae un tassello. Quello che volevamo trasmettere era infatti il senso di sottrazione, di demolizione, che si contrappone alla costruzione.

Quali sono i tre aggettivi che meglio esprimono Jenga?

Mele: inquietante, vero, “arrapante”. Volevamo scrivere una storia di sesso e di menzogna, che sapesse rappresentare in modo veritiero la finzione della vita reale. Una storia che lasciasse l’amaro in bocca, con un finale aperto a diversi scenari possibili.

Come descriveresti il personaggio di Gianluca?

Montecatino: Gianluca è pieno di domande a cui non riesce a dare risposte, vorrebbe imporsi sugli altri ma si limita ad aprirsi la cerniera dei pantaloni senza portare a termine le sue azioni. È un uomo “traseticcio”, che però non sa mentire fino in fondo, come si nota dall’uso del napoletano, lingua portavoce di verità, e dal fallimentare tentativo di camuffarsi al bar con Kapino. La verità, tuttavia, si confonde nel mare di menzogne e quando viene fuori resta inascoltata: basti pensare a Bianca, che in un raro momento di sincerità parla al fratellastro, accorgendosi troppo tardi che ha le cuffiette nelle orecchie. Tornando alla metafora del gioco, tutti i personaggi sono dei perdenti e il the winner finale è solo l’ennesima beffa.

TESTO E REGIA: ALBERTO MELE E MARCO MONTECATINO
CON PIETRO TAMMARO, CHIARA VITIELLO, MARCO FANDELLI, MARCO MONTECATINO
COSTUMI: ELENA SORIA
SCENOGRAFIA: FLORIAN MAYER
TRUCCO: LORENZA MATTERA
LIGHT DESIGN: TOMMASO VITIELLO
SOUND DESIGN: GINO GIOVANNELLI
VOCE REGISTRATA: GABRIELE BORRIELLO
PRODUZIONE: TEATRO SERRA

Fonte immagine: Ufficio Stampa.

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